astrazione nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Il denaro come menzogna

La nascita della moneta in Occidente si colloca attorno ai secoli ottavo e settimo prima di Cristo; in quei secoli, in Grecia, sorgeva la polis, cui associamo il fiorire della democrazia, del diritto, della filosofia, della scienza. Qualcosa accomuna i diversi fenomeni, qualcosa li lega indissolubilmente – se non nella realtà, perlomeno nel racconto che facciamo di essa – come se non potessero sussistere l’uno in assenza degli altri; come fondandosi reciprocamente. Le nuove forme di società e di economia che vediamo sorgere sono manifestazioni del Logos: ovvero di un pensiero per universali. Gli universali sostituiscono le cose, ne fanno segni ad uso degli uomini. Concetti, leggi, valori.

Il denaro è un momento di questo processo di astrazione simbolica, che permette di coagulare l’abbondanza del reale in un numero limitato di oggetti linguistici. Forse per questo – e non per la loro forma simile all’ostia – le monete nel Medio Evo venivano chiamate species. Di come e perché dal baratto nacque il denaro, quando ancora l’economia era prevalentemente legata all’allevamento di bestiame, le etimologie narrano innumerevoli storie: dal gregge (pecus) la pecunia, dai capi (capita) il capitale. Accadde che ai beni si sostituissero i loro significanti: alle cose le parole. Così come nel concetto di “cavallo” si sussume ogni cavallo, e lo si esprime nel segno linguistico, nel valore si sussume ogni bene definito di tale valore, e lo si esprime nella moneta.

Possiamo comprendere il denaro intendendolo come linguaggio, e viceversa intendere il linguaggio alla luce del denaro. Origine monetaria del linguaggio, origine teologico-politica del denaro (vedi Atanasio, Oratio III contra Arianos, 5). Possiamo considerare la questione senso/significato o delle modalità del riferimento (diretto o indiretta) secondo le modalità di uno scambio economico.

Lo scambio monetario è scambio linguistico, e forse qualcosa in più: magico, diciamo performativo - in virtù della reversibilità dei significanti in significati, attraverso la trasmutazione dei primi nei secondi. Un tempo queste espressioni linguistiche erano ancorate alle riservee auree che denotavano, con la tenacia di un linguaggio perfetto. Reversibilità (espressa nell’etimologia francese, argent, o tedesca, geld) venendo a mancare la quale cessa ogni rapporto di significazione: la moneta che non compra più nulla non significa nulla. Ma ecco il problema: questo rapporto significativo é sempre sul punto di rompersi. La critica poundiana all’economia monetaria sta tutta in questo rifiuto metafisico, nell’orrore del poeta fascio-moralista di fronte all’erosione del significato, di fronte a pagine e pagine non rilegate di promesse ingannevoli.

Regina Pecunia

Ma non è prerogativa del linguaggio fornire all’uomo la capacità di mentire? Soltanto a questo serve: fraintederci e fantasticare. L’idea di un linguaggio perfetto non è soltanto un sogno impossibile; è anche un travisamento totale di ciò che il linguaggio è. Il linguaggio non permette la perfezione, poiché perfezione significa verità, adeguazione alla realtà delle cose, ma le cose già ci sono, perché replicarle? Gli specchi sono abominevoli, si sa. Il linguaggio è lo strumento che l’uomo ha costruito per inventare altri mondi. Quando l’uomo mente, realizza pienamente la sua lingua: e in quanto tale realizza pienamente sé stesso. L’uomo, animale mentitore. Se per dire il vero, tanto vale tacere.

E se il denaro è linguaggio, non è forse per essenza mentitore? Non è forse per mentire che abbiamo inventato il denaro? E mica per caso: a questo ci serve.

Tuttavia l’invenzione ha i suoi effetti collaterali: ma poiché tornano ciclicamente, più che parlare di crisi dovremmo dire: il sistema ha le sue cose. La cosiddetta bolla é un segno che a furia di significare troppo non significa più nulla. Coloro che progettano un’economia monetaria veritiera assomigliano a quei logici che si ostinano a immaginare inutili lingue nelle quali sia impossibile dire cose false, senza accorgersi che la loro aspirazione é vana.

[Pound economista? Allora anch'io! Ecco pronta una categoria che raduna tutti i miei post sull'argomento]



Come sopravvivere alla crisi

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Stupidamente, mi sono chiesto quale fosse il bene più utile da accumulare, nel caso quei pezzi di carta e quelle cifre perdessero ogni valore. Ipotesi caricaturale, che porta all’estremo il meccanismo semiotico dell’inflazione: la progressiva erosione del significato dei significanti monetari. Quali criteri seguire, dunque, per un’accumulazione razionale della ricchezza? Gli stessi per cui avevamo inventato il denaro: massima utilità, minore deperibilità, minore consumo di spazio. Prima ipotesi: scatolette di tonno. Ma tra un mese sono da capo, e sull’orlo del suicidio. Seconda ipotesi: armi e munizioni. Ma non mi farà durare di più. Terza ipotesi: il sapere. Massima utilità, minore deperibilità, minore consumo di spazio. E resterebbe un sacco di spazio vuoto, nella mia casa vuota, per accogliere il Signore. Amen!



Legge e libertà di espressione /1

Per riflettere sulla libertà di espressione dovremmo forse iniziare col definirne il primo termine: un termine apparentemente trasparente e invece opaco, un termine molto usato o meglio abusato: il concetto di libertà. Nella lingua comune, chiamiamo “libero” colui che non obbedisce a nulla, che agisce secondo la propria volontà, senza interferenze esterne. E qui ci sarebbe senz’altro da discutere ancora, per capire se sia possibile davvero essere liberi, o se la volontà sia invece sempre il prodotto di un’interferenza. Ma ben oltre questo dilemma psicologico e morale, la libertà ha anche un’ambiguità politica. Addirittura, potremmo dire che nel sistema politico che noi conosciamo come democrazia, nel sistema politico nel quale viviamo, il concetto di libertà ha un senso rovesciato.

Perché in fondo la libertà di un soggetto democratico consiste nella sua obbedienza alla legge; è l’obbedienza alla legge che garantisce la libertà. Questa idea si trova già nel pensiero medievale, che la consegna alla filosofia politica moderna e illuminista. Tommaso d’Aquino aveva colto l’esistenza di un rapporto tra la legge e la libertà, un rapporto di filiazione della libertà dalla legge. Questo è forse il fondamento ideologico dello stato di diritto, e lo stato di diritto è il nucleo della democrazia. Il voto è soltanto il momento spettacolare della democrazia, o meglio, proseguendo la metafora botanica, potremmo considerarlo come una semplice buccia: bella d’aspetto e buona a proteggere. Ma ciò che definisce lo stato democratico è proprio questa normazione universale, razionale, astratta – che considera tutti uguali e garantisce a tutti lo stesso trattamento, garantisce la libertà nella sottomissione alla legge. E’ il principio per il quale si obbedisce alla legge per non dovere obbedire a nessun uomo. La legge è sovrana, dicevano gli antichi. E soltanto la legge può porre fine al conflitto permanente, alla guerra di tutti contro tutti.

Quando parliamo di libertà d’espressione, allora, non dobbiamo dimenticare questo: ovvero che se libertà è la sottomissione alla legge, e questa sottomissione è la garanzia che non si sarà sottomessi a nient’altro se non alla legge, allora anche la libertà d’espressione potrà, o dovrà, essere intesa entro questi limiti, in un significato “tecnico” di libertà che ci costringerà forse ad abbandonare l’idea un po’ infantile (e irresponsabile) della democrazia come grande asilo nido nel quale tutto è concesso, nel quale il concesso diventa obbligatorio. Perché se le parole sono atti, se le parole hanno un valore, se le parole sono capaci di trasformare la realtà – e noi vogliamo, crediamo che le parole abbiano questo potere – ed è per questo che le teniamo in grande considerazione – allora le parole, come tutti gli atti, come tutti gli atti politici, come tutto ciò che fa parte del mondo, fanno parte anche di ciò su cui è possibile legiferare, qualora esse rechino danno. Le parole possono colpire, ferire, cambiare, trasformare. E non mi riferisco a una nonnina offesa da una bestemmia, ai bigotti inoffensivi di casa nostra: penso alle polveriere sempre più diffuse dei conflitti etnici e religiosi. Lì dove una parola di troppo è come un dito sul grilletto.

Se studiassimo la storia della censura con meno superficialità, ci accorgeremo forse di come essa sia stata più spesso uno strumento di amministrazione civile che di repressione politica. Pur senza rimpiangerla, possiamo intuirne la necessità. Ma ci basta guardare all’attualità, all’attualità così poco moderna che ci circonda, che la modernità la circonda, la divora, la inghiotte poco a poco. Lì dove le parole contano ancora, pesano come macigni. Lì nel conflitto permanente. Sarà il caso di essere gli ultimi giapponesi della libertà di espressione in un mondo nel quale una vignetta di troppo può provocare una sommossa? O forse questa ostinazione è soltanto un’altra forma di fondamentalismo, il fondamentalismo illuminista? Forse dovremmo semplicemente lavorare a una concezione più matura di libertà.



il caso isolato

“Mele marce“. La linea difensiva è chiara, rassicurante, quasi programmatica. Ogni caso è isolato, non è possibile (anzi è un po’ razzista) passare dal particolare all’universale. I fenomeni devono restare sospesi nel nulla. L’induzione viene così spogliata di ogni valore, eretta a tabù fondativo di un’epistemologia ipocrita: “tu non generalizzerai”. Non si fa di tutt’erba un fascio. E perché no? Perché l’induzione è fallace. Falso raccordo nel flusso degli argomenti. Politicamente scorretta perché costringe gli individui nella stretta gabbia di modelli astratti, facendo loro pesare pregiudizi inverificabili. Ma un mondo di mele marce è un mondo senza leggi, un mondo mitico nel quale ogni evento è unico e imperscrutabile e la scienza e la conoscenza impossibili. Il mondo delle mele marce è un mondo privo di senso – il mondo di chi teme il senso.

(Avevo scritto queste parole a proposito di Abu Ghraib, come schizzo per una futura epistemologia del senso comune, per una tassonomia dei regimi di verificazione delle teorie. Poi ero andato a rileggere Cuore di tenebra. Il più lucido atto di accusa contro l’Occidente colonizzatore che l’Occidente abbia prodotto, ovvero l’induzione definitiva. La minacciosa prospettiva che ben oltre le responsabilità politiche contingenti, vi sia un’irriducibile costante di devianza. La zona morta, la chiamano in ottica: un cuore oscuro al centro dell’area di visione, un buco metafisico circondato di luce.)



Il baratto e i limiti del linguaggio

“Visto che le parole sono soltanto nomi di cose, sarebbe assai più naturale che ognuno portasse con sé le cose che gli servono per esprimere le faccende di cui intende parlare”,

ironizza Jonathan Swift nei Viaggi di Gulliver. E prosegue:

“Molti tra i più dotti e saggi hanno adottato il nuovo sistema di esprimersi attraverso le cose, il cui solo inconveniente è che, se si debbono trattare affari complessi e di genere diverso, si è costretti a portare sulla schiena un gran carico di oggetti, a meno che non si possa disporre di due gagliardi servitori”.

A questa paradossale rifondazione del linguaggio potrebbe fare seguito una rifondazione dell’economia: poiché il denaro significa un valore, sarebbe assai più naturale che lo scambio avvenisse direttamente tra beni materiali – con lo stesso unico inconveniente del gran carico di oggetti che si deve portare con sé. Questa rifondazione è piuttosto la dimensione genetica dello scambio economico: il baratto.