autobus nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Get on the bus

Sarà una notizia il fatto che un ragazzo bianco si fa picchiare da un gruppo di ragazzi neri? Intendo dire: davvero i lettori di Repubblica e del Corriere non sanno che fatti del genere – neri che picchiano un bianco, bianchi che picchiano un nero – accadono ogni giorno in America? Davvero non osano sospettare che in certi quartieri popolari a maggioranza afroamericana la prima combinazione possa persino essere la più frequente? Ma che razza di film guardate, lettori di Repubblica e del Corriere? Invece di torturarvi con Wim Wenders (e per questo qualcuno prima o poi pagherà) che ne dite di buttare un occhio a Get Rich Or Die Tryin’?

Proprio come per i liberal americani dei Sessanta, che a furia di raccontarsi le favole alla fine hanno sbroccato e prodotto l’ideologia neo-conservatrice, i lettori di Repubblica e del Corriere, con la loro ossessione per il razzismo unita a un totale disinteresse per le difficoltà concrete della convivenza tra comunità differenti, sono l’anticamera del leghismo. Direi quasi che se lo meritano, se non dovessi subirne anch’io le conseguenze.

Torniamo alla domanda: se sia una notizia un bianco picchiato dai neri. No, la notizia che raccontano gli articoli è un’altra, ovvero che un bianco non ha potuto sedersi sull’autobus con dei ragazzi neri. Forse mi sbaglio, ma un filmato che avesse mostrato dei ragazzi neri che picchiano un bianco in una discoteca, o davanti a un negozio di dischi, non sarebbe mai finito sul sito di Repubblica. Ma il bus, accidenti, il bus è sacro.

Perché quella dell’autobus è una notizia, per il lettore di Repubblica e Corriere? Perché la scena puo’ essere raccontata come il negativo esatto di un’altra scena, simbolica e celebre, una scena che si vede nei film ambientati nell’Alabama degli anni Trenta: quella dei neri costretti a sedere in fondo agli autobus, separati dai bianchi. Una scena madre della storia dei diritti civili, che si risolve con il gesto simbolico di Rosa Parks nel 1955. Una scena che vale come emblema del razzismo.

La notizia data da Repubblica e Corriere, dunque, consiste in un rovesciamento dell’emblema del razzismo americano, e il messaggio che suggerisce è quanto di più banale: come prima i bianchi erano razzisti con i neri, ora accade che i neri siano razzisti con i bianchi. L’implicito di questa notizia è l’argomento del razzismo rovesciato, e si tratta di un argomento leghista. La storia è semplice: a furia di lottare per i diritti degli altri, i bianchi, occidentali, europei, americani o italiani sono finiti essi stessi vittime di una nuova forma di razzismo di cui non parla mai nessuno, tranne pochi coraggiosi.

Nel caso del bus, il rovesciamento avviene implicitamente attraverso la citazione di una scena che appartiene al pantheon dell’ideologia liberal. Questa è forse la ragione per cui la notizia appare sul sito di Repubblica e del Corriere e non del Giornale, che preferisce mettere avanti, in tema di razzismo rovesciato, soltanto “islamica ama ragazzo italiano: il padre la accoltella” e “pensionato ucciso da giovane rom dopo lite“. La forza d’urto della notizia del bus è data dal rovesciamento violento di una memoria condivisa, e forse dal senso di colpa di chi sottovoce sussurra: Guarda un po’ questi, bella riconoscenza!

Personalmente credo che l’argomento del razzismo rovesciato sia una logica conseguenza dell’ossessione per il razzismo. A considerare “il razzismo” non come una semplice parola con cui raccontiamo (molto male) dei fatti disparati, ma una sostanza che puo’ causare dei fenomeni, ci si trova a lottare contro i mulini a vento. La verità è che “il razzismo” è una comoda scorciatoia per evitare di parlare delle cause dei conflitti e delle ingiustizie che dipendono dalle differenze di lingua, di aspetto, di abitudini e di condizioni, e che non verranno cancellate dalle belle parole. Perché la differenza non è bella, ma grandiosa e terribile. Di tutta evidenza, abbiamo nascosto troppa roba sotto al tappeto.

Aggiornamento: Secondo Luca Sofri, Corriere e Repubblica hanno un po’ montato il caso.



Blank generation

There is probably no future



Prima della guerra civile

Il ritardo culturale dell’Italia sulla questione dell’immigrazione è soprattutto imbarazzante. Stiamo davvero dibattendo sul diritto dei cittadini musulmani di disporre o meno dei luoghi di culto? Un parlamentare ha davvero chiesto di espellere dal paese i musulmani che manifestano contro Israele? Un ministro della Repubblica ha davvero proposto di tassare i permessi di soggiorno? Non so se la politica italiana sia razzista (sarebbe concedergli una profondità eccessiva) ma di certo è straordinariamente stupida. Va bene così: se rimandiamo a tra dieci anni i dibattiti seri, nel frattempo possiamo continuare a mettere annunci spiritosi sugli autobus, e filosofeggiare su probabilità e agnosticismo.

Chi vuole portarsi avanti rifletta invece su quanto poco ci metta la militanza illuminista, cioè l’ideologia delle élites dominanti, a farsi discriminazione sociale. Con ciò non voglio dire né che le élites illuministe siano oggi un problema dell’Italia (!), né che sia sbagliato militare per le proprie convinzioni, né che un morbido proselitismo ateista sia in sé dannoso: dico che è oggi necessario – prima della guerra civile – iniziare a riflettere alla costruzione di uno spazio pubblico condiviso, nel quale alla libertà di espressione corrisponda una responsabilità di espressione. Gli illuministi, se vogliono anche essere laici, dovranno abituarsi al compromesso. Personalmente credo che la laicità vada correttamente intesa come dispositivo giuridico che garantisce le condizioni di coesistenza pacifica tra diverse comunità attraverso non soltanto la protezione dello spazio privato ma contemporaneamente la regolamentazione (soft, se possibile) dello spazio pubblico. In questa direzione, appoggio la proposta di Sherif El Sebaie per una legge contro l’anti-islamismo da affiancare alle altre già esistenti. Oggi potete anche storcere il naso, ma tra dieci anni mi ringrazierete.