bestemmia nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Il secondo comandamento

Quasi un anno dopo l’attentato incendiario alla sua sede, Charlie Hebdo riprova ad attizzare lo scontro di civiltà pubblicando l’ennesima serie di vignette blasfeme su Maometto. Lo avrete capito: quest’anno il pugno si porta alzato, la Madonna femminista e il Profeta in déshabillé. Ci sono quattro miliardi di fondamentalisti e voi volete educarli all’illuminismo? E poi cosa? Insegnare il valzer ai vulcani?

Charlie pretende difendere la laicità, intesa in un senso del tutto bizzarro. Laicità sarebbe il diritto universale di provocare un altro per via della sua religione, e pazienza se ciò comporta una reazione violenta: lo Stato raccoglierà i cocci. Invece laicità è proprio il contrario, ovvero il dovere di non provocare un altro per via della sua religione. Per come è stata sviluppata all’epoca delle guerre di religione, la laicità è un dispositivo utile a disinnescare i conflitti sociali. Si tratta di estromettere la religione dallo spazio pubblico, e questo include anche un tipo di presenza della religione particolarmente pericoloso, anche se divertente: la bestemmia. Se in molti ordinamenti la bestemmia è punita severamente è perché le sue conseguenze sono serie e incalcolabili. In simili situazioni, la tutela della libertà d’espressione è un cruccio semplicemente risibile. In simili situazioni, ostinarsi a difenderla “per principio” — senza valutare le conseguenze — è puro e semplice fondamentalismo.

L’essenza della laicità sta già tutta nel secondo comandamento dato a Mosé: non nominare il nome di Dio invano. Non nominare il tuo Dio, e non nominare quello degli altri. Altrimenti il gioco non funziona, e ciò che chiami laicità è solo una nuova religione, che suona come un Credo osceno:

Io credo nella bestemmia onnipotente,
creatrice del cielo e della terra,
di tutte le cose visibili e invisibili…



La bestemmia come spoiler

Adesso immaginate se, il giorno precedente la messa in onda della puntata finale di Lost, un quotidiano nazionale avesse pubblicato un titolo a quattro colonne con uno stratosferico spoiler. I fan della serie, furiosi, avrebbero sommerso di missive infuocate la redazione. Alcuni, ancora più furiosi ma senza dubbio inoffensivi, avrebbe formulato persino delle minacce di morte. Di fronte a queste intimidazioni fondamentaliste tutti gli altri giornali, per difendere la libertà di stampa, avrebbero pubblicato anch’essi lo spoiler: il finale di Lost non é forse una notizia come un’altra? Per quale oscura ragione sarebbe opportuno tacere la verità su Jack e compagni? In fondo Lost é soltanto una finzione, per non dire una superstizione! Il Foglio avrebbe fatto un numero speciale con lo spoiler stampato cinquanta volte su ogni pagina e un ministro della Repubblica si sarebbe presentato in televisione con lo spoiler stampato sulla maglietta. I fan di Lost sarebbero scesi in piazza a protestare e difendere il diritto di non essere spoilerati, ma a questo punto non ci sarebbe più stato modo di sfuggire alla terribile visione. E finalmente sarebbe stato chiaro che nella società democratica, nessuno aveva il diritto di non farsi rovinare il finale di una serie televisiva. Eh sì, belli, ci sono delle condizioni da rispettare a casa nostra…

Tutto questo ovviamente non é accaduto : per fortuna, la nostra società rispetta chi crede nelle serie televisive più di chi crede in Maometto.



Aristofane o l’economia della bestemmia

Perché il Bagaglino è considerato uno spettacolo di destra, ovvero disdicevole? Daniele Luttazzi, che si crede Aristofane e pontifica di conseguenza, risponde con un bel luogo comune: perché la loro farsa non trasgredisce le regole. La comicità del Bagaglino, che si vuole non ideologica, è conservatrice, mentre il vero comico pratica lo scandalo e osa la bestemmia. Insomma mostra la merda, come direbbe Kundera, e la lancia sul pubblico. Aristofane scandalizza perché dice troppo, il Bagaglino rassicura perché dice troppo poco. La distinzione passa tra l’eccesso di rappresentazione (la bestemmia dunque) e il difetto di rappresentazione (eufemismo o eufemia). Ma fino a che punto Aristofane si spinge nella bestemmia? E dove si arresta, invece, il Bagaglino?

Lo confesso: riconosco alla scalcinata compagna di Pier Francesco Pingitore una sorta di fascino irreale, lento e inesorabile, simile all’estetica di Ciprì e Maresco ma senza alibi. Una comicità sfasata, che Oreste Lionello incarnava alla perfezione: riposi in quella stessa pace che emanava dalle sue senili interpretazioni. Prima di storcere il naso, o mentre lo fate, riconoscete almeno l’arditezza di questi saltimbanchi che tentano di produrre l’effetto comico a partire da un mix letale di assenza di umorismo e incapacità mimetica. E in qualche modo l’ottengono, basando le loro imitazioni sul gioco essenziale delle iconografie (fisiche, gestuali, verbali) piuttosto che sul realismo. Ogni figura è semplicemente l’infinita declinazione dei suoi attributi convenzionali: l’accento sardo, la gobba, “mi consenta”… Proprio come nelle farse medievali, e poi nel teatro rinascimentale, ogni professione, santo, re, si esauriva negli abiti e negli attributi, e la comicità nel gioco del riconoscimento. Certo, si ride anche e soprattutto della mediocrità di Pippo Franco e soci, della loro incapacità di fare ridere, ma questo non perché il nostro umorismo sia più raffinato del loro: piuttosto perché proprio così, nella propria disfunzione, funziona la comicità del Bagaglino. Ora che l’avventura pare terminata, dopo diversi anni sempre identici, ci mancheranno le prime file di politicanti faccendieri impegnati a sganasciarsi di fronte alla propria grottesca imitazione. Ci mancherà Clemente Mastella che sfonda la quarta parete per farsi prendere a torte in faccia, in un gesto poetico che eguaglia e supera Pirandello Brecht e direi persino la Fura dels Baus.

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Ma Aristofane, che c’entra? Ebbene, il fatto è che alcune situazioni e paradossi del teatro di Aristofane (ma anche delle farse) si comprendono soltanto confrontandoli con delle forme spurie di spettacolo, lontano da quei luoghi troppo seri che sono i Veri Teatri. E cosa c’è di più spurio del Salone Margherita, con il suo parterre di cortigiani? Nelle farse medievali, come oggi ancora nei spettacoli di marionette per bambini, il pubblico si permette d’intervenire, interrompere, urlare, invadere la scena. Non mi permetterei mai di sostenere un paragone tra Aristofane e Pingitore, e tuttavia può darsi che la strana combinazione possa regalarci un punto di vista inconsueto. La dimensione meta-teatrale (e meta-politica) del Bagaglino mi ricorda una scena delle Rane di Aristofane in cui Dioniso, o meglio l’attore che lo interpreta, apostrofa il sacerdote del proprio culto, seduto in platea (v. 297). Iscritto nel testo, questo gesto è oggi irrapresentabile in mancanza di un vero sacerdote di Dioniso seduto in platea.

Ugualmente irrapresentabili restano le smorfie di divertimento del pubblico impossibile (ma inspiegabilmente reale) della farsa tragica del Bagaglino, quando si confrontano un Mastella reale e un Mastella simulato. Non è questa in un certo senso — la duplicazione del corpo di Mastella — una bestemmia, perlomeno rispetto ai tiepidi paradossi del Vero Teatro? Certo Aristofane va oltre, tirando in ballo le cose sacre. Come se Benedetto XVI, in sala per assistere a Jesus Christ Superstar, venisse apostrofato dal protagonista: “Hey pop, wanna dance some rock?”. Ma questo non accadrà, e chissà se è mai accaduto qualcosa di simile durante una rappresentazione sacra nel Medioevo. Contrariamente al pontefice, il sacerdote di Dioniso sembra ben disposto a far prendere in giro sé e la sua divinità, descritta come pigra pavida e pasticciona, nonché ad ascoltare una grande quantità di invocazioni; ma non per questo è disposto ad accettare qualsiasi cosa.

Possiamo considerare questo genere di paradossi, apparentemente offensivi o blasfemi, come trasgressioni alle convenzioni teatrali e sociali. Ovviamente è così che oggi amiamo immaginare Aristofane e tutti gli altri: come dei ribelli impenitenti in lotta contro il potere. Chaucer scriveva (Canterbury Tales, III, 1666-1708) che i frati sono come mosche che escono fuori dal culo del diavolo? Allora era un precursore dell’illuminismo contro il fascismo ecclesiastico! E Rabelais? Ateo! Di tutta evidenza però il gioco di Aristofane, e di tutti i presunti bestemmiatori, era tollerato e apprezzato. Era, insomma, rappresentabile. Addirittura, si può dire che fosse in qualche modo consustanziale al culto — proprio come le rassicuranti imitazioni del Bagaglino, che a noi paiono inoffensive, sono consustanziali al proverbiale “teatrino della politica”. La derisione degli dei in Aristofane (non ce ne voglia Luttazzi) non era molto più sovversiva di una torta in faccia a un politicante; non era né una critica, né un’aggressione, ma qualcosa di più simile a un atto giocoso di sottomissione. Forse c’è una componente sadomasochista persino nella libido serviendi. La vera bestemmia, là dove la città onora gli dei, è qualcosa di assai più serio d’una marachella: è un crimine. Sottomettersi significa conoscere i limiti, e Aristofane li conosce perfettamente. Ma qual è dunque il limite, la soglia tra l’eccesso e il difetto?

Negli Uccelli, quando Evelpidès e Pisthétairos decidono di fondare una città con i loro amici piumati, devono anche offrire un grande sacrificio agli dei (v. 810 e sg.). Già, ma quali? Dopo aver scartato l’ipotesi Atena (che imbarazzo, una donna come divinità protettrice), i due protagonisti scelgono, per restare in tema, il gallo. Si apprestano dunque a officiare l’olocausto, chiamando un sacerdote per la processione, procurandosi una cesta, dell’acqua, e un ariete da immolare. Il prete inizia una preghiera delirante a tema uccellesco, e Pisthétairos lo accompagna con gioiose bestemmie-calembour, tipo: “Apollo con patate”. Quindi Pisthétairos decide di sbrigarsela da solo, scaccia il sacerdote e inizia le abluzioni rituali. Il coro lo accompagna con delle acclamazioni, e rivela il trucco: “La bestia che viene immolata davanti a noi non è altro che un batuffolo di pelo e di corna“. Dopo varie interruzioni (un poeta, un aruspice, un astronomo, un ispettore, un venditore di leggi) arriva il momento del sacrificio ma Pisthétairos annuncia: “usciamo di scena per immolare agli dei questo ariete“. La suprema bestemmia — il rito ripetuto — non va in onda. Scherzate pure con gli dei, derideteli, tirategli le torte in faccia, perché tutto questo ci diverte, ma c’è ancora una cosa che non si può fare sulla scena: falsificare il rito, ovvero produrre una messa in scena del tutto indistinguibile dal rito vero. Questo davvero renderebbe vano l’intero culto. Come se un finto prete proclamasse di spezzare il vero corpo di Cristo. Come se il falso Mastella iniziasse a rivelare i presunti misfatti del vero Mastella: qua si passa dalla farsa al reato. O urlasse al suo pubblico, prima d’immolarli: Pecoroni! Pecoroni! Pecoroni! D’un tratto, nel Salone Margherita non ride più nessuno.

Invece tutti ridono, perché questa soglia non viene mai varcata. Le provocazioni di Aristofane, proprio come quelle del Bagaglino, non eccedono la capacità del pubblico di assorbirle e dell’autorità di tollerarle. A meno, ovviamente, che il pubblico non sia internamente scisso, come accadeva ai tempi delle guerre di religione, quando le bestemmie erano ancora qualcosa di serio. La critica sociale che viene eventualmente formulata, lo è per conto del pubblico, o di una parte del pubblico, mai contro il pubblico — e qui s’intende pubblico nei due sensi di audience e di public. Perché lo spettacolo letteralmente non esiste senza un pubblico; etimologicamente, non esiste senza essere visto. Nella sua reticenza a rappresentare il sacrificio, Aristofane conferma che il suo teatro apparentemente blasfemo risponde anch’esso a logiche eufemistiche, a un’economia, a un senso della misura, al rispetto delle regole. Nel momento in cui s’impedisce un crimine, Aristofane svela il segreto del suo teatro. Ovvero il segreto di ogni teatro, d’essere il riflesso del pubblico e del suo ordine: ordine pubblico e ordine del discorso, ordine del dicibile e del rappresentabile.



Et consumimur igni

La bestemmia palindroma, di cui dispone la lingua italiana, è una meraviglia ingegnosa. Tuttavia nessuno può rivendicare il merito (o la colpa) di averla inventata. Per esperimento ho incitato qualcuno ad arrivarci da solo, come un Socrate col suo Menone, e dopo qualche sforzo la bestemmia palindroma si palesava naturalmente. Essa dunque non la si può inventare ma soltanto scoprire, perché esiste prima di noi. Ma in fondo questo non è vero per qualsiasi enunciato, applicazione meccanica di complesse regole generative? Ed ogni poesia non è forse già nella lingua, che attende di essere disseppellita? Questo getta un’ombra diabolica sul genio dei popoli, e attira su di noi terribili sfortune. E se stessimo già bruciando all’inferno?

Pochi minuti dopo il mio esperimento, l’automobile sulla quale si svolgeva lo sforzo enigmistico ha cessato di funzionare; ed è stato subito chiaro a tutti che si trattava del contrappasso. A nulla è servito l’ulteriore sforzo di comporre, per riparazione, delle preghiere palindrome, tra le quali spicca il motto veterotestamentario “Iavé, e vai“. Qabbaláh pura.



Legge e libertà di espressione /1

Per riflettere sulla libertà di espressione dovremmo forse iniziare col definirne il primo termine: un termine apparentemente trasparente e invece opaco, un termine molto usato o meglio abusato: il concetto di libertà. Nella lingua comune, chiamiamo “libero” colui che non obbedisce a nulla, che agisce secondo la propria volontà, senza interferenze esterne. E qui ci sarebbe senz’altro da discutere ancora, per capire se sia possibile davvero essere liberi, o se la volontà sia invece sempre il prodotto di un’interferenza. Ma ben oltre questo dilemma psicologico e morale, la libertà ha anche un’ambiguità politica. Addirittura, potremmo dire che nel sistema politico che noi conosciamo come democrazia, nel sistema politico nel quale viviamo, il concetto di libertà ha un senso rovesciato.

Perché in fondo la libertà di un soggetto democratico consiste nella sua obbedienza alla legge; è l’obbedienza alla legge che garantisce la libertà. Questa idea si trova già nel pensiero medievale, che la consegna alla filosofia politica moderna e illuminista. Tommaso d’Aquino aveva colto l’esistenza di un rapporto tra la legge e la libertà, un rapporto di filiazione della libertà dalla legge. Questo è forse il fondamento ideologico dello stato di diritto, e lo stato di diritto è il nucleo della democrazia. Il voto è soltanto il momento spettacolare della democrazia, o meglio, proseguendo la metafora botanica, potremmo considerarlo come una semplice buccia: bella d’aspetto e buona a proteggere. Ma ciò che definisce lo stato democratico è proprio questa normazione universale, razionale, astratta – che considera tutti uguali e garantisce a tutti lo stesso trattamento, garantisce la libertà nella sottomissione alla legge. E’ il principio per il quale si obbedisce alla legge per non dovere obbedire a nessun uomo. La legge è sovrana, dicevano gli antichi. E soltanto la legge può porre fine al conflitto permanente, alla guerra di tutti contro tutti.

Quando parliamo di libertà d’espressione, allora, non dobbiamo dimenticare questo: ovvero che se libertà è la sottomissione alla legge, e questa sottomissione è la garanzia che non si sarà sottomessi a nient’altro se non alla legge, allora anche la libertà d’espressione potrà, o dovrà, essere intesa entro questi limiti, in un significato “tecnico” di libertà che ci costringerà forse ad abbandonare l’idea un po’ infantile (e irresponsabile) della democrazia come grande asilo nido nel quale tutto è concesso, nel quale il concesso diventa obbligatorio. Perché se le parole sono atti, se le parole hanno un valore, se le parole sono capaci di trasformare la realtà – e noi vogliamo, crediamo che le parole abbiano questo potere – ed è per questo che le teniamo in grande considerazione – allora le parole, come tutti gli atti, come tutti gli atti politici, come tutto ciò che fa parte del mondo, fanno parte anche di ciò su cui è possibile legiferare, qualora esse rechino danno. Le parole possono colpire, ferire, cambiare, trasformare. E non mi riferisco a una nonnina offesa da una bestemmia, ai bigotti inoffensivi di casa nostra: penso alle polveriere sempre più diffuse dei conflitti etnici e religiosi. Lì dove una parola di troppo è come un dito sul grilletto.

Se studiassimo la storia della censura con meno superficialità, ci accorgeremo forse di come essa sia stata più spesso uno strumento di amministrazione civile che di repressione politica. Pur senza rimpiangerla, possiamo intuirne la necessità. Ma ci basta guardare all’attualità, all’attualità così poco moderna che ci circonda, che la modernità la circonda, la divora, la inghiotte poco a poco. Lì dove le parole contano ancora, pesano come macigni. Lì nel conflitto permanente. Sarà il caso di essere gli ultimi giapponesi della libertà di espressione in un mondo nel quale una vignetta di troppo può provocare una sommossa? O forse questa ostinazione è soltanto un’altra forma di fondamentalismo, il fondamentalismo illuminista? Forse dovremmo semplicemente lavorare a una concezione più matura di libertà.



Ubiquo, stupido e moralista

Quando ho letto il titolo, “Bastonate sul crocifisso in classe“, ho subito immaginato un povero bambino crocifisso dai suoi compagni, e percosso proprio come Gesù. Sullo sfondo, il prof. se ne lava le mani. E ho pensato: un mistero medievale, che bello! Soltanto dei severi iconoclasti puritani avrebbero potuto denunciare una simile performance. Già non vedevo l’ora di andarmelo a scaricare su YouTube, che poi è la prima cosa che faccio quando accade qualcosa di sordido. Poi, con una certa delusione ho capito che si trattava di un crocifisso ligneo, di quelli che presiedono le aule scolastiche. D’un tratto la scena mi è parsa meno fantasiosa, e l’ho anzi vista emergere in tutta la sua gravità. Anzi, mi sono proprio indignato. In particolare su questo punto:

Le immagini, riprese con un video-telefonino, non sarebbero mai andate in Rete, ma sono state trovate dai militari nel computer nel corso di un’indagine su un altro episodio di bullismo. (Corriere, 04.07.07)

Insomma, contrariamente a quanto riportato da molti giornali, il video non era stato messo in rete. Ora, innanzitutto voglio vedere come regge un’accusa di vilipendio alla religione, visto che la registrazione della performance è stata resa pubblica dagli inquirenti e dal TG5 (dunque semmai sono loro che vilipendono). Ma soprattutto: perché i carabinieri mettono le mani sui computer degli studenti? Va bene, per una denuncia di bullismo. E già qui ci sarebbe da capire che senso ha delegittimare l’autorità scolastica e privarla di strumenti repressivi se poi l’alternativa è delegarle all’esercito.

Ma sopra-soprattutto: poiché i nostri computer sono, in un modo o nell’altro, segretamente come nel chiuso della nostra mente, disseminati di crimini potenziali, di opinioni pericolose, di materiale copiato, di conversazioni personali, di performances blasfeme, e la loro pubblicazione può trasformarci in criminali, quanto tempo ci vorrà ancora perché la perversa unione dello stato di diritto, del sistema etico-mediatico e delle barzellette sui carabinieri si trasformi in una gabbia di paranoia totalitaria? Lo notavo già parlando dell’accusa del sangue nella legislazione nazista: caratteristica di un regime è questa particolare forma di terrorismo, che trasforma ogni cittadino in un criminale, e solo per grazia provvisoria non viene sanzionato. Ubiquo, stupido e moralista: questo è lo stato che ci attende.



Dove tutto é sacro

ogni gesto è una bestemmia.