borghesia nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Il dilemma del vitellone

Periodicamente un politico incauto lancia una¬†sparata sui giovani fannulloni, cos√¨ scatenando il subbuglio di mille code di paglia — ¬ęHo sette lauree, vacci tu a raccogliere i pomodori!¬Ľ –¬†accompagnato da dotte considerazioni keynesiane sulla natura sempre¬†involontaria della disoccupazione. Ma come si concilia, al di l√† di ogni giudizio morale, la teoria della disoccupazione involontaria con la realt√† di un mercato che nondimeno richiede un certo tipo di manodopera e la soddisfa dislocando milioni di lavoratori da una parte del mondo all’altra? Cosa determina le nostre traiettorie formative e professionali, talvolta demenziali, se non delle scelte deliberate e delle preferenze soggettive?

La tanto vituperata teoria neoclassica della disoccupazione volontaria ha il vantaggio di porre la questione del lavoro in termini di razionalit√† individuale e pu√≤ essere utile per capire cosa accade alla classe media occidentale, e italiana in generale. In effetti per chi dispone delle risorse sufficienti √® razionale prolungare gli studi universitari, perfezionare un proprio talento o accumulare relazioni, persino andare in tiv√Ļ da Andrea Dipr√®, piuttosto che andare a raccogliere pomodori: in questo modo aumenteranno le probabilit√† di ottenere il successo nel proprio campo, anche se dopo cinque o dieci anni vissuti come¬†I vitelloni di Fellini. Un esempio di questo tipo di strategia √®¬†Richard Katz nel romanzo Libert√† (2010) di Jonathan Franzen: cantante in uno sconosciuto gruppo rock fino all’alba dei quarant’anni, barcamenandosi tra vari proverbiali ¬ęlavoretti¬Ľ, d’un tratto diventa famoso e passa istantaneamente da sfigato a idolo delle folle. Questo tipo di percorso professionale imprevedibile, caratteristico dei mestieri qualificati e delle attivit√† creative, √®¬†analizzato bene da Nassim Nicholas Taleb nel suo Cigno Nero (2007).

Un problema sorge tuttavia quando tutti gli agenti ricorrono a questa strategia e si configura un vero e proprio dilemma del vitellone, una¬†¬ęsituazione lose-lose¬Ľ¬†prodotta dal gioco autodistruttivo delle razionalit√† individuali. Poich√© tutti fanno i proverbiali sacrifici per rendersi appetibili sul mercato del lavoro, sono necessari sacrifici sempre pi√Ļ ingenti: si ritarda l’entrata nella vita attiva, si pagano costose formazioni,¬†si lavora gratis o quasi. In un saggio recente sul mondo del lavoro, per definire questo meccanismo si parlava ancora di ¬ęefficienza dell’incertezza¬Ľ diretta a ¬ęregolare le fasi iniziali delle carriere professionali dei knowledge workers destinate a sfociare in lavoro dipendente a tempo indeterminato¬Ľ: beato ottimismo. In verit√† l’esito sub-ottimale di questa competizione fratricida √® il Declassamento Mutuo Assicurato, versione 2.0 della pi√Ļ celebre¬†Mutual Assured Destruction (MAD) che minacciava il mondo durante la guerra fredda. Una corsa all’armamento formativo che non scatener√† nessuna apocalisse atomica, ma che prosciuga i patrimoni e abbassa il costo del lavoro.¬†Naturalmente i primi a soccombere sono coloro che dispongono di meno risorse, ai quali si √® lasciato credere — come ad Alberto Sordi ne Lo scopone scientifico (1972) di Luigi Comencini — che fosse possibile vincere al gioco contando soltanto sul talento e la determinazione.

Ma come siamo finiti in questo pasticcio? Se le cose hanno smesso di funzionare, quando √® accaduto? La maggior parte delle analisi attribuisce alla famigerata ¬ęcrisi¬Ľ l’origine dell’anomalia, se non addirittura a una ¬ęprecisa scelta politica¬Ľ.¬†Invece sarebbe opportuno rovesciare l’analisi e chiedersi se il difetto di domanda (non c’√® lavoro qualificato) non sia piuttosto un eccesso di offerta (siamo troppi e troppo qualificati).¬†La crisi sarebbe dunque l’effetto di un allargamento sovrabbondante della classe media per effetto di fattori politici, economici e demografici — un allargamento che sembrava cosa buona e giusta in quanto faceva¬†girare i consumi, ma di cui nessuno voleva interrogare il limite. Come mostrava in maniera limpida¬†Thomas Mann nei¬†Buddenbrook (1901), la borghesia racchiude in s√© i germi del proprio esaurimento. Da questo punto di vista, vagamente schumpeteriano, il meccanismo di declassamento svolge una funzione di regolazione che restituisce la classe a una dimensione sostenibile.¬†La classe media occidentale deve fallire per sopravvivere. Ma come appunto segnalava¬†Joseph Schumpeter, le crisi periodiche possono avere conseguenze imprevedibili…

L’economista austriaco ha avuto modo di verificare empiricamente gli effetti della sua teoria, assistendo all’ascesa del nazionalsocialismo: conseguenza politica di una crisi economica. Inoltre Schumpeter fu esponente di quella diaspora germanica verso l’America che possiamo, a questo punto, considerare come un caso esemplare di sovrabbondanza dell’offerta di forza-lavoro cognitiva. Non fu soltanto la persecuzione nazista a cacciare gli intellettuali dall’Europa, ma prima ancora la crisi: bisogna contarli, metterli in fila uno per uno questi scienziati, artisti e pensatori¬†per rendersi conto che non sarebbe mai stato possibile per tutti quanti ¬ętrovare lavoro¬Ľ¬†in quello spazio tanto piccolo.¬†Erano troppi, ecco tutto. Ed erano essi stessi il segno vivente della crisi, i Christian Buddenbrook per mezzo dei quali la borghesia germanica aveva dissipato il capitale accumulato per generazioni.

Schumpeter distingueva tra crisi normali e crisi patologiche. Sfortunatamente le crisi normali esistono soltanto in teoria, mentre le crisi reali hanno sempre degli aspetti patologici. √ą patologico, ad esempio, scartare tutte le soluzioni cooperative che permetterebbero di minimizzare il danno e garantirebbero la massima efficienza allocativa delle risorse. √ą disastroso partecipare a una sfida persa in partenza. Di fronte alla minaccia del declassamento, gli individui iniziano ad assumere comportamenti irrazionali, influenzati da riflessi di classe tenacissimi che rendono ancora pi√Ļ dolorosa la rovina. Cos√¨, ad esempio, nelle commedie di Goldoni la borghesia decaduta consuma interamente il proprio patrimonio, ed eventualmente s’indebita, perch√© incapace di fare altro. Oggi i figli della borghesia, convinti di essere ¬ędi sinistra¬Ľ, scendono in strada per rivendicare¬†finanziamenti a musei e orchestre. Nel film¬†Il boom di De Sica (1963) ritroviamo Alberto Sordi che mette in vendita un occhio, letteralmente, per salvare il proprio stile di vita. Ancora pi√Ļ assurdo, un giovane dottorando si sarebbe¬†tolto la vita qualche anno fa perch√© costretto a mantenersi facendo il bagnino invece che il filosofo.¬†Come raccontava¬†Thomas Malthus nel Saggio sui principi della popolazione: ¬ęI contadini del Sud dell’Inghilterra sono cos√¨ abituati al loro raffinato pane di frumento che si lascerebbero quasi morire di fame piuttosto di vivere come i braccianti scozzesi¬Ľ.

In generale nel¬†modello malthusiano c’√® poco spazio per le considerazioni sul sapore del pane: l’incremento demografico √® legato principalmente alla produzione agricola e alla soddisfazione dei bisogni primari. Eppure Malthus, nella sua lista dei ¬ęfreni preventivi¬Ľ¬†alla crescita della popolazione, menzionava le seguenti domande che un uomo potrebbe porsi prima di fondare una famiglia:

Non corre il rischio di perdere il proprio rango, ed essere costretto a rinunciare alle abitudini che gli sono care? Quale occupazione o mestiere sar√† alla sua portata? Non dovr√† imporsi un lavoro pi√Ļ gravoso di quello confacente alla sua attuale condizione? E se fosse impossibile garantire ai suoi figli i vantaggi dell’educazione di cui egli ha potuto godere?

Sono considerazioni familiari per la nostra classe media, la quale effettivamente si lascerebbe quasi morire di fame — e all’occasione si ammazza sul serio — piuttosto di finire a vivere come i braccianti negri. Le nostre¬†strategie demografiche non sono allineate alle condizioni di sussistenza (ovvero i bisogni primari) ma alle condizioni di permanenza entro la classe d’origine (ovvero i bisogni secondari). Ed √® perci√≤ che, malthusianamente, ci estinguiamo. Non senza aver prima tentato di trascinare tutta la societ√† nel nostro tracollo.

Questa √® la tragedia di una classe ricca ma non ricca abbastanza. Come ancora notava Malthus: ¬ęDiscendere uno o due gradini, a quel punto¬†ove la distinzione finisce e la rozzezza comincia, √®¬†un male ben reale agli occhi di coloro che lo provano o che ne sono semplicemente minacciati¬Ľ.

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Non toccate Martufello

Poich√©¬†la priorit√† di artisti, giornalisti e ricercatori √® di salvare il lavoro culturale (e incidentalmente il proprio lavoro) ultimamente¬†la questione ha avuto una certa visibilit√† nel dibattito in rete. Abbiamo cos√¨ avuto modo di valutare due ordini di potenziali soluzioni al problema. La prima soluzione consiste nell’aumentare la quota di surplus reinvestita nella cultura e nella ricerca ; la seconda nel regolare e limitare l‚Äôofferta di forza-lavoro, reindirizzandola verso altri settori, per frenare la corsa dei salari al ribasso. Andiamo con ordine.

La prima soluzione consiste nell’aumentare la quota di surplus reinvestita nella cultura e nella ricerca.¬†Si parla cio√® di sovvenzioni pubbliche.¬†Da questo punto di vista — avrete sicuramente letto qualche striscione¬†sull’argomento –¬†l’Italia non brilla tra i paesi europei: nel 2010, il finanziamento alla cultura equivaleva allo 0,20 % del PIL (1% in Francia). Tuttavia questa penuria viene ampiamente compensata dal contributo economico dei lavoratori, che in un certo senso si ¬ęauto-tassano¬Ľ a valle accettando condizioni salariali minime. In questo modo, solo una parte della popolazione contribuisce allo sforzo, nella misura delle sue possibilit√† e delle sue aspirazioni. O per meglio dire, delle sue illusioni. In fin dei conti si tratta di un meccanismo di compensazione non del tutto malvagio. Troppo spesso con il pretesto di finanziare la cultura si finisce per sovvenzionare, a spese della collettivit√†, i consumi cospicui della borghesia. Si dice che lo Stato, oggi il principale collettore di plusvalore, sia soprattutto l‚Äôesecutore degli interessi di una classe: ma si dimentica di aggiungere che la cultura, oggi, figura tra i suoi pi√Ļ ingegnosi dispositivi. In piena crisi economica, √® quantomeno imbarazzante la tenacia con cui l’intellighenzia di sinistra sgomita per essere servita prima di tutti.

La seconda soluzione consiste nel regolare e limitare l‚Äôofferta di forza-lavoro, reindirizzandola verso altri settori, per frenare la corsa dei salari al ribasso. Ma questa non √® una soluzione: √® une necessit√† vitale, che riguarda non solo il lavoro culturale ma l’economia intera.¬†La difficolt√† sta nel riuscire a pilotare questo processo costituendo filiere formative efficaci, in grado di anticipare le trasformazioni del mercato o di adattarsi rapidamente ad esse.¬†La verit√† √® che nell’ultima generazione, in Occidente, il sistema stato-mercato ha completamente fallito nel pianificare la riproduzione della forza-lavoro.

Una variante surreale di questa soluzione regolatrice √® l’appello lanciato dal giornalista Carlo Gubitosa ¬ęa chi scrive gratis tanto per farsi leggere¬Ľ. Secondo Gubitosa ¬ę√® ora di smetterla¬Ľ: noi blogger stiamo facendo ¬ęcrollare il valore della professione giornalistica¬Ľ e perci√≤ faremmo meglio a trovarci un’altra occupazione. In realt√† Gubitosa mescola varie cose, e innanzitutto giornalismo e opinionismo. Come gi√† notava Leonardo qualche tempo fa, noi blogger grafomani minacciamo soprattutto il secondo. Ma quando ci capita di scovare delle vere e proprie notizie (come quando raccontai lo strano caso dell’editore automatico) che dovremmo fare, tacere per non rubare il lavoro a Gubitosa? ¬†Se mi viene in mente una barzelletta, sto zitto per non rovinare la piazza a Martufello? Nel 2006 Gubitosa annunciava che ¬ęfra venti anni sar√† del tutto normale scambiare in rete musica e cultura alla luce del sole¬Ľ e oggi √® spaventato da persone che scambiano informazioni? La verit√† √® che il ¬ęvalore della professione giornalistica¬Ľ √® crollato da solo, com’√® crollato il valore del meretricio con la rivoluzione sessuale. Questa trasformazione √® un dato di fatto, che ci costringe a ripensare il rapporto tra lavoro e consumo culturale. (continua)



Generazione Betamax

Immaginate un’azienda che fabbrica un certo tipo di macchina, in previsione di una domanda molto ampia. Si tratta di un gigantesco investimento, ma altrettanto gigantesco √® il profitto atteso.¬†Immaginate poi che la previsione si riveli completamente sbagliata. La domanda si √® contratta e le macchine non si vendono. Immaginate allora tutte queste¬†belle macchine, oramai inutili, abbandonate nei magazzini. O svendute. Smontate. Distrutte.

Bene. Ora immaginate di essere una di quelle macchine.

Come un tempo nelle scuole militari si studiavano le grandi battaglie per trarne insegnamento,¬†oggi nelle Business School gli aspiranti manager analizzano successi e fallimenti commerciali in forma di exempla edificanti. Impareranno cos√¨ che il mercato √® in continua trasformazione ed √® necessario trasformarsi con esso: innovando se necessario, ma senza compromettere la propria posizione.¬†Alcuni di questi casi sono oramai proverbiali e in particolare quelli negativi, le cosiddette brand failures. In tempi recenti ricordiamo¬†Kodak, che sottovalut√≤ l’impatto della fotografia digitale e continu√≤ a investire nella pellicola, acquistando nuovi stabilimenti fino al 2003. Ma la parte da leone nel pantheon delle brand failures la merita forse il Betamax, il sistema di videoregistrazione domestica lanciato da Sony nel 1975 e naufragato nello scontro con il VHS.

Il fallimento, s’insegna ai giovani ambiziosi, fa parte del gioco: un gioco darwinista che si chiama mercato, nel quale ogni trionfo costa cento errori. Alcune aziende falliranno e altre prospereranno, ma nel complesso il meccanismo √® virtuoso: Joseph Schumpeter parlava perci√≤ di ¬ędistruzione creatrice¬Ľ. Ma cosa succede quando un’intera economia sbaglia direzione, allocando i fattori produttivi su settori sbagliati? Cosa succede se, invece di essere assorbito dalla statistica, l’errore risulta sistemico? Avremmo forse l’occasione di scoprirlo nei prossimi anni: poich√© questa √® appunto la nostra storia. Storia di un epocale ¬ęcivilization failure¬Ľ, come quelli raccontati da Jared Diamond in Collasso. Storia di un’economia che ha investito in un miraggio le sue migliori risorse, contando sull’arricchimento ex nihilo di un terziario ipertrofico. Storia di un’economia che ha fabbricato un’intera generazione di macchine inutili, che poi siamo noi, la generazione Betamax.

Una classe si costituisce non solo nel suo rapporto con il capitale ma inoltre nel suo essere capitale essa stessa.¬†Ogni uomo √® una macchina, per cos√¨ dire, in grado di svolgere certe funzioni. L’uomo libero, a differenza dello schiavo, √® capitale che si possiede in quanto capitale. E il borghese, a differenza del proletario, √® capitale che possiede capitale altro da s√©. La borghesia dispone di un eccesso di capitale che gli √® assolutamente necessario per riprodursi e mantenersi entro la classe di provenienza.¬†Questo investimento riproduttivo si chiama formazione e include l’educazione scolastica e universitaria, l’apprendimento di codici e linguaggi, la costruzione di un network. Se non investe capitale sufficiente, la borghesia condanna i propri figli al declassamento. Ma se non dispone di abbastanza capitale, spontaneamente la sua demografia si adatta al ritmo della crescita economica e con esso precipita. E cos√¨ precipita anche la domanda di beni borghesi, e cos√¨ il valore della borghesia in quanto capitale.

La cosa pi√Ļ assurda che possa fare la borghesia, a questo punto, √® scommettere tutto quello che le resta sulla monocoltura del terziario e dei consumi posizionali. Eppure lo ha fatto! Ha formato i propri figli a fare cose raffinatissime e li ha educati a consumarle. Sembrava l’invenzione del moto perpetuo, la grandiosa abolizione del lavoro. Ma era solo un sogno.¬†Ora milioni di macchine si stanno svegliando.

Molti sostengono che il Betamax fosse una formato migliore del VHS, ma questo non √® bastato. Che fine hanno fatto quei vecchi videoregistratori? I pi√Ļ fortunati vengono oggi venduti su Internet come oggetti d’antiquariato, testimoni di un’epoca piena di ottimismo.¬†Gli altri sono stati smembrati e riciclati, diventando macchine pi√Ļ utili: bippano, scaldano, frullano. Impegnati in mansioni banali, non possono fare a meno di ripetere indignados: ¬ęIo sono un Betamax, che ci faccio qui?¬Ľ. Alcuni si radunano per occupare i comodini e sperimentare esperienze di democrazia reale.¬†Tutti ricordano con malinconia gli anni bellissimi in cui pareva davvero che il Betamax avrebbero conquistato il mondo. (continua)



Il fantasma di Tom Joad

Immaginiamo di essere i protagonisti di Furore, il romanzo di John Steinbeck sulla grande depressione degli anni 1930. Naturalmente non saremo contadini ma, diciamo, braccianti cognitivi. Siamo a bordo del nostro autocarro cognitivo e ci dirigiamo verso la California in cerca di lavoro, sponsorizzati da Benetton che ha lanciato la campagna Unemployee of the Year. Ovviamente non andiamo a cogliere arance: Tom Joad è un aspirante film-maker, il fratello Al suona in una band indie-rock, mamma è una hacker, Connie e Rosa vogliono aprire un concept store vegano e Marty la zebra sogna di esibirsi in un circo. Durante il viaggio incontriamo centinai di braccianti cognitivi come noi, tutti diretti in California, attirati da volantini e cartelli e tweet che promettono lavoro.

In California di lavoro ce n’√®, ma a furia di twittare √® arrivata troppa gente. Un surplus relativo di popolazione, direbbe Marx, che¬†fa precipitare il costo e le condizioni del lavoro. Alcuni, accidenti a loro, bloggano gratis! Ma ecco, fermiamoci un attimo: siamo sicuri che tutta questa farraginosa analogia con i personaggi di Steinbeck abbia senso?¬†E cosa c’entra Marty la zebra?

La nostra √® una tragedia borghese, dicevamo: nel senso che la sua logica (difettosa) √® quella della trasmissione del patrimonio in seno alla borghesia. La famiglia Joad in Furore possiede il proprio autocarro e per il resto si sostenta con ci√≤ che guadagna alla giornata cogliendo arance. Non esiste un lavoro pi√Ļ umile che Tom possa fare per portare a casa qualche soldo. Il bracciante cognitivo dei giorni nostri, invece, dispone di risorse patrimoniali che pu√≤ investire in un progetto formativo. Paradossalmente, √® proprio la sua copertura economica, e quindi la possibilit√† oggettiva di accettare stipendi bassi e contratti precari, che spinge verso il basso le condizioni salariali. Pur di¬†partecipare a un processo di selezione professionale sempre pi√Ļ lungo e costoso — e cos√¨ evitare la minaccia del declassamento — i figli della borghesia erodono il proprio patrimonio e scompigliano il mercato del lavoro praticando anche quella che gli economisti neoclassici chiamano disoccupazione volontaria. Le prime vittime sono, come mi ricorda Federico Gnech, ¬ętutti quei ceti emergenti cui l‚Äôistruzione e l‚Äôuniversit√† di massa hanno promesso cose che il sistema produttivo non poteva mantenere¬Ľ.

Pi√Ļ che come Tom Joad siamo dunque come Leandro, il figlio di Pantalone ne La bancarotta di Goldoni, storia edificante di un default pilotato. Il padre mercante sta fallendo e il giovane s’interroga sul proprio destino. Indignato proclama: ¬ęAndar a servir non mi conviene¬Ľ, vale a dire: ¬ęLavorare non fa per me. Non ne sarei capace, ne soffrirei troppo, e poi a dirla tutta non sarebbe nemmeno giusto¬Ľ. Leandro esclude per principio l’ipotesi di andare a lavorare, e il servo Truffaldino commenta: ¬ęGnanca a mi sfadigar non me piase¬Ľ, vale a dire: ¬ęCaro il mio padroncino, sappi che nessuno √® portato per il lavoro, e anch’io che ¬†sono costretto non ne sono certo felice, inoltre sono mesi che non mi paghi. Non per questo vado per strada a sfasciare le macchine, giusto?¬Ľ¬†(Un bel moralista, questo Truffaldino.)

Del pasticcio in cui la borghesia occidentale si è cacciata, il sociologo marxista Michel Clouscard aveva descritto il meccanismo nella sua Critique du libéralisme libertaire del 1986:

La classe borghese offre pi√Ļ figli di quanti sono i mestieri borghesi richiesti dal capitalismo. Questo surplus far√† le rivoluzioni. Ma rivoluzioni borghesi.

La condizione del figlio borghese √® paradossale: se da una parte il suo ruolo √® di consumare eccessivamente, e dunque anche consumare un certo capitale ereditato, d’altra parte egli √® esso stesso un eccedente: non c’√® per lui alcun lavoro borghese da svolgere, e perci√≤ nessun modo di accumulare nuovo capitale. Secondo Clouscard il borghese non √® in grado di derogare alla propria condizione: ¬ęPer quanto profondamente escluso dal possesso del capitale, dai mestieri e dalle funzioni proprie della sua classe, il borghese non pu√≤ scivolare nella classe operaia e svolgere la professione di operaio¬Ľ. Ed √® appunto questa sua incapacit√† di derogare che lo condanna. (continua)

Ah, dimenticavo: Marty la zebra ha realizzato il suo sogno.



La fine del lavoro culturale

LEANDRO ‚ÄĒ Tutti tendono a consumare, ed io sar√≤ il sacrificato?
Carlo Goldoni, La bancarotta, II, 8.

Quanto √® bello salire sul carro degli sconfitti, degli oppressi, degli sfruttati. Quanto √® comodo proclamarsi operai cognitivi e unirsi alla lotta del proletariato internazionale contro il capitalismo. Tutto, pur di non ammettere che in prima linea tra le file del nemico potremmo esserci noi stessi: intellettuali e pseudo-intellettuali, artisti della domenica full-time, scribacchini e burocrati della cultura.¬†Noi, che viviamo con salari ridicoli? Noi, spesso disoccupati, semi-occupati, flexi-occupati ‚ÄĒ noi, davvero? Si, proprio noi: da sempre allacciati alla canna del plusvalore e oggi tormentati dalla sete perch√© il getto si affievolisce, si disperde in mille rivoli, non basta pi√Ļ.¬†La presunta tragedia dei proletari cognitivi √® in verit√† una tragedia della borghesia: una classe ricca, ma non ricca abbastanza.¬†In maniera imprevista, sembra essersi realizzata la¬†profezia di Marx:¬†¬ęI rapporti borghesi sono divenuti troppo angusti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta¬Ľ.

Possiamo ironizzare a lungo su questa nostra generazione ¬ętroppo brava per lavorare¬Ľ,¬†che s’indigna quando le chiedono di¬†consegnare scartoffie o guidare taxi. Possiamo anche svergognare il razzismo dei giovani — pure progressisti, anticapitalisti, anarco-insurrezionalisti — che lascerebbero volentieri le basse mansioni ai coetanei egiziani e albanesi. Possiamo insomma ¬†accettare con fair play il nostro destino pi√Ļ o meno infausto: ma non possiamo fingere che tutto questo non sia effettivamente traumatico. La verit√† √® che le cose vanno dannatamente peggio del previsto.¬†Eppure avevamo letto un sacco di rapporti, statistiche, appelli e petizioni che illustravano i benef√¨ci della conversione dell‚Äôeconomia dal secondario al terziario, dal terziario al terziario avanzato e dal terziario avanzato al web 2.0. Avevamo studiato interi libri sull‚Äôeconomia del dono, e in fine ci eravamo convinti che si poteva contribuire al benessere collettivo facendo circolare immagini e concetti invece che tuberi, bulloni e idrocarburi. Vuoi dirci che abbiamo sognato? S√¨, abbiamo sognato.

Molti di noi continuano a farlo, con ostinazione. Su Internazionale.it, la pubblicitaria Annamaria Testa gongola rilevando che il fatturato del settore culturale in Europa era, nel 2003, ¬ęoltre il doppio dell‚Äôintera industria automobilistica¬Ľ. Oggi, mentre assistiamo allo smantellamento degli stabilimenti italiani della Fiat, un simile trionfalismo suona agghiacciante. La disproporzione tra settore culturale e industria pesante appare chiaramente come il sintomo di un‚Äôeconomia fuori di sesto, destinata alla catastrofe. Quei fatturati stratosferici sono vere e proprie bolle, alimentate dalle sovvenzioni pubbliche e dai consumi privati, alimentati a loro volta dal surplus dedotto dal prodotto del lavoro.

Si ricorre talvolta alla metafora del parassitismo per descrivere il rapporto che il lavoratore culturale intrattiene con la societ√†. Forti di questa convinzione i Khmer rossi si premurarono di sterminare gli intellettuali cambogiani: li riconoscevano, pare, dagli occhiali. Sarebbe tuttavia pi√Ļ onesto, e meno sanguinoso, parlare di simbiosi: un sistema di scambio teso a un beneficio reciproco. Un sistema dotato di un equilibrio fragile, soggetto a periodiche crisi.

Il problema oggi non √® che il lavoro culturale ¬ęnon produce ricchezza¬Ľ, come direbbe un Tremonti, ma¬†che ne produce troppa. Si dice che l’economia sia¬†la scienza che studia la gestione delle risorse scarse¬†ma invero essa studia qualcosa di ben pi√Ļ insidioso, ovvero¬†l’abbondanza. Perch√© ¬ęprodurre troppo¬Ľ¬†significa anche, necessariamente, ¬ęconsumare troppo¬Ľ.¬†In effetti, per produrre beni e servizi si impiegano altri beni e servizi, i cosiddetti fattori produttivi. Questi fattori produttivi, si tratta di stabilire come allocarli.¬†Il lavoro culturale √® peculiare perch√© la sua¬†specifica funzione economica √® di consumare la ricchezza¬†al fine di offrire uno sbocco alla sovrapproduzione.¬†In un primo tempo, sovrapproduzione di risorse primarie e secondarie, beni, servizi, che verranno consumati dai lavoratori culturali. In un secondo tempo, sovrapproduzione di beni artistici e culturali, che verranno consumati dagli stessi o da altri lavoratori culturali. E infine,¬†sovrapproduzione di lavoratori culturali, che si consumeranno da s√©.

Il consumo del surplus era in sostanza anche la funzione regolatrice della religione antica, per mezzo del dispositivo del sacrificio (ovvero la distruzione gratuita di una risorsa in eccesso). La divinit√† nasce appunto come ¬ęconsumatore artificiale¬Ľ del surplus. Da questo punto di vista, la Chiesa cattolica ha incarnato con diligenza la sua missione dissipatrice, cos√¨ accumulando uno straordinario patrimonio artistico. Ma ovviamente questo meccanismo √® efficace solo fintanto che esiste un surplus da sperperare, mantenendo un equilibrio tra produzione e consumo. La Riforma protestante non manc√≤ di sanzionare il superamento di una soglia oltre la quale lo spreco ecclesiastico aveva cessato di essere sostenibile. Questa soglia, l’abbiamo probabilmente superata anche noi. (continua)



Estinzione

Una mattina, al risveglio da sogni inquieti, mi trovai trasformato in un enorme dodo. Sdraiato nel letto sulla schiena piumata, iniziai a riflettere su come ci√≤ fosse potuto succedere. La sera prima ero ancora uno splendido esemplare di essere umano, colto e raffinato, e d’un tratto ero diventato una specie di pollastro in via d’estinzione. Era forse qualcosa che avevo mangiato? Magari la gustosa frittatina della sera precedente? Volendo respirare una boccata d’aria andai ad aprire la finestra ; e cos√¨ mi accorsi che la situazione era pi√Ļ seria di quanto pensassi.¬†Gi√Ļ in strada stavano¬†centinaia, migliaia, milioni di dodo.

Fin dalla met√† degli anni Settanta il crollo del tasso di fecondit√† in Italia √© causa di una grave crisi demografica ;¬†solo in parte compensata,¬†a partire dagli anni Novanta, dai tassi molti pi√Ļ vigorosi della popolazione immigrata. In forme meno esorbitanti, questa “demografia a due velocit√†” caratterizza tutti i paesi sviluppati e pu√≤ essere interpretata in vari modi. I pi√Ļ fantasiosi parlano d’una guerra demografica pianificata e sferrata dal mondo musulmano ai danni dell’Occidente cristiano o illuminista: √© la teoria dell’Eurabia resa popolare da Oriana Fallaci. Attirando tuttavia l’attenzione sulla questione etnica, la paranoia occidentalista maschera innanzitutto la vera anomalia, ovvero quel tasso di fecondit√† tanto inferiore alla soglia di sostituzione. E maschera inoltre le ragioni strutturali di questa anomalia, che di “etnico” non hanno proprio nulla. Se effettivamente il destino che ci attende √® l’estinzione — in senso del tutto concreto — questa estinzione non ci riguarda in quanto nazione, popolo o razza ma in quanto classe.

Prima di tutte le differenze economiche ne sta una fondamentale: quella tra chi possiede qualche cosa e chi non possiede nulla. In altri tempi si sarebbe detto: tra borghesia e proletariato. Proletario, come noto, √® colui che ha la prole come unica ricchezza. Al contrario, la classe borghese ha nella prole la pi√Ļ temibile minaccia al proprio patrimonio. Il tasso di fecondit√†, in effetti, non √® altro che il¬†coefficiente divisore del capitale al cambio di generazione. Un tasso di fecondit√† di tre, ovvero tre figli per ogni coppia, significa che il patrimonio dei genitori verr√† diviso in tre parti — un po’ come l’impero carolingio alla morte di Ludovico il Pio. E un tasso di fecondit√† di cinque, di dieci, di venti? Una divisione eccessiva trascinerebbe gli eredi al di fuori dalla loro classe di provenienza: i figli dei re diventerebbe schiavi, e i figli dei borghesi… proletari. Ma questo non √® accettabile.

L’erede borghese, per mantenersi nella propria classe, ha bisogno di un certo “capitale iniziale” ; ed √® quindi necessario che la quota ottenuta dalla divisione del capitale ad ogni cambio di generazione non sia inferiore a questa somma.¬†Cos√¨ naturalmente i tassi di fecondit√† si allineano e si adattano, e la variabile sulla quale si allineano √® la famigerata crescita. Solo se la propria ricchezza aumenta, la classe borghese pu√≤ permettersi di suddividerla.¬†In assenza di crescita economica, il¬†tasso di fecondit√† necessario al raggiungimento della soglia di sostituzione — il famigerato due virgola uno — implica un’erosione del capitale trasmesso di generazione in generazione, in questo caso (puramente teorico) del -5%.¬†Ovviamente il proletariato non fa simili calcoli, per la ragione gi√† enunciata che non vi √® nessun patrimonio da suddividere o perch√© conserva dei riflessi di classe. Questi calcoli li fa invece la classe media, su cui pesa concretissima la minaccia della proletarizzazione. Ma non c’√® modo che questa minaccia si realizzi davvero, poich√© la borghesia occidentale ha preso un’altra strada — l’estinzione appunto. Non moriremo poveri ; noi semplicemente scompariremo.

Pur di continuare a vivere da piccoli o medi borghesi, e a consumare pi√Ļ di quanto produciamo,¬†ci siamo semplicemente dimezzati. Ogni generazione prosegue con pi√Ļ determinazione il movimento di decelerazione demografica. Adesso che toccherebbe a noi figliare, temporeggiamo nell’attesa di accumulare capitale sufficiente per assicurarci che i nostri eredi abbiano una vita degna, ovvero lo “stretto necessario” per sopravvivere entro la loro classe di provenienza. E se non ce l’avranno, allora √® tanto meglio che non nascano.



La parte maledetta

LEANDRO — Tutti tendono a consumare, ed io sar√≤ il sacrificato?
Carlo Goldoni, La bancarotta, II, 8.

Possiamo ironizzare a lungo su questa nostra generazione che s’indigna quando ai laureati fanno consegnare scartoffie o guidare taxi. Possiamo anche svergognare il razzismo dei giovani — pure progressisti, anticapitalisti, anarco-insurrezionalisti — che lascerebbero volentieri le basse mansioni ai coetanei egiziani e albanesi. Possiamo insomma¬† accettare con fair play il nostro destino pi√Ļ o meno infausto: ma non possiamo fingere che tutto questo non sia effettivamente traumatico. La retorica del “rimboccarsi le maniche” √® facile, ma rimboccarsele davvero √® doloroso. La verit√† √® che le cose vanno dannatamente peggio del previsto, e noi siamo ormai troppo nobili per le mansioni che ci attendono; sensibili al dolore, cagionevoli di salute e fondamentalmente malvagi.

Siamo proprio come Leandro, il figlio di Pantalone ne La bancarotta di Goldoni, storia edificante di un “default pilotato“. Il padre mercante sta fallendo e il giovane s’interroga sul proprio destino. Indignato proclama: “Andar a servir non mi conviene”, vale a dire: “Lavorare non fa per me. Non ne sarei capace, ne soffrirei troppo, e poi a dirla tutta non sarebbe nemmeno giusto. Mi avete cresciuto signorino e mo’ signorino mi mantenete” (¬© Milla). Leandro esclude per principio l’ipotesi di andare a lavorare, e il servo Truffaldino commenta: “Gnanca a mi sfadigar non me piase”, vale a dire: “Caro il mio padroncino, sappi che nessuno √® portato per il lavoro, e anch’io che¬† sono costretto non ne sono certo felice, inoltre sono mesi che non mi paghi. Non per questo vado per strada a sfasciare le macchine, giusto?” (Un bel moralista, questo Truffaldino.)

Del pasticcio in cui la borghesia occidentale si è cacciata, il sociologo marxista Michel Clouscard aveva descritto il meccanismo nella sua Critique du libéralisme libertaire (1986):

La classe borghese offre pi√Ļ figli di quanti sono i mestieri borghesi richiesti dal capitalismo. Questo surplus far√† le rivoluzioni. Ma rivoluzioni borghesi.

“Rivoluzioni borghesi” sono, secondo Clouscard, quelle dei seguaci di Sartre, L√©vi-Strauss, Foucault, Barthes, Lacan, Deleuze e Guattari, pensatori che si sono dedicati¬† a distruggere la morale repressiva dei padri, ovvero il capitalismo weberiano, a profitto di un nuovo modello di consumismo. Dirottando l’economia dalla pura accumulazione, questi pensatori hanno “levato la maledizione” che pesava, secondo Georges Bataille, sulla trasgressione e sullo spreco. Nel precedente N√©o-fascisme et id√©ologie du d√©sir (1973), Clouscard mostrava bene il rapporto paradossale tra “padre” e “figlio”, tra accumulazione e consumo, tra chi maledice lo spreco e chi lo esalta — una vera e propria messinscena degna della commedia dell’arte:

Il figlio desidera la morte solo simbolica del padre, perché ne ha troppo bisogno per potersene disfare definitivamente. Vuole un padre abbastanza forte per imporre la propria volontà alle classi produttrici, ma abbastanza indebolito perché si lasci sottrarre la propria parte di godimento. Il padre deve soffrire la vergogna di chi opprime, e il figlio recuperarne il bottino.

Ma su questa gioiosa commedia, come nel teatro di Goldoni, pesa il rischio della bancarotta. Questo rischio √® la vera maledizione di cui Bataille non coglie il senso quando critica la grigia “economia ragionevole” dell’accumulazione. In effetti la condizione del figlio √® paradossale: se da una parte il suo ruolo √® di consumare eccessivamente — e dunque anche “consumare” un certo capitale ereditato –, d’altra parte egli √® esso stesso un eccedente: non c’√® per lui alcun lavoro “borghese” da svolgere, e perci√≤ nessun modo di accumulare nuovo capitale. Secondo Clouscard il borghese non √® in grado di derogare alla propria condizione: “Per quanto profondamente¬† escluso dal possesso del capitale, dai mestieri e dalle funzioni proprie della sua classe, il borghese non pu√≤ scivolare nella classe operaia e svolgere la professione di operaio”. Era appunto l’argomento di Leandro: “Andar a servir non mi conviene”. E cos√¨ l’erede di Pantalone, pur di non derogare, rischia di estinguere il proprio patrimonio. Solo nella commedia √® possibile sfuggire al rischio. Nella realt√† la maledizione si compie.



La critica come merce

Malvino ripropone una vecchia domanda, “Perch√© gli intellettuali hanno cos√¨ scarse simpatie per il libero mercato?” alla quale diedero risposte variamente celebri Raymond Aron e Ludwig von Mises (si veda il¬†kit di autodifesa per liberali inermi di Guido Vitiello). Pensatori di destra, diciamo. Si potrebbe dire che la domanda pu√≤ essere proposta soltanto “da destra”, perch√© da sinistra la risposta √® evidente, tautologica: gli intellettuali sono di sinistra perch√© la sinistra √® la parte della ragione, gli intellettuali sono contro il mercato perch√© il mercato √® male. Una risposta di sinistra ma tutto sommato poco marxiana, giacch√© non considera le condizioni materiali di emergenza del discorso anticapitalista. E allora proviamola noi, una risposta (marxiana?).

Gli intellettuali sono contro il mercato perch√© determinati dal mercato a produrre discorsi di critica al mercato. Gli intellettuali sono la classe che produce critica, e la critica √® il bene immateriale che sorregge l’economia postindustriale. La critica √® un genere non troppo dissimile dalla fantascienza. I meccanismi di fruizione di un’opera filosofica, di un articolo di giornale, di un saggio di sociologia, sono esattamente gli stessi di un qualsiasi prodotto di entertainment. L’intellettuale √® un operatore del tempo libero, un produttore di evasione: utopie, ologrammi dell’altrove, immagini di una realt√† alternativa.

Un’ulteriore declinazione della critica √® il turismo: cosa significare andare altrove se non “mettere in questione” il proprio luogo di provenienza? La retorica della promozione turistica si articola come continua critica alla societ√† postindustriale, seguendo topos di grottesca apologetica antimoderna (la fusione con la natura incontaminata, le tradizioni ancora intatte, la distanza dallo stress quotidiano, ecc). Ma il turismo prevede il ritorno, come la visione di V for Vendetta o la lettura di Massimo Fini e Antonio Negri prevede il ritorno alla vita quotidiana: la critica veicolata dal mercato contro il mercato √® per forza di cose velleitaria. L’evasione √® momentanea, eppure sempre pi√Ļ pervasiva e radicale. Il tempo libero si allarga. L’eversione √® dappertutto, e in nessun luogo.

L’harakiri culturale dei situazionisti, e quello effettivo di Debord in seguito, nascono da questa consapevolezza terribile. Che la critica della merce √® diventata la merce pi√Ļ preziosa. Ma l’avere capito ogni cosa non ha loro impedito di diventare le nuove scimmiette; non lo impedir√† a nessuno di noi.