brullonulla nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Romanticismo politico

Ce n’è sempre uno con qualche talento letterario che vuole fare lo spiritoso su quanto poco divergano le fazioni nelle democrazie parlamentari bipolari. Va bene scherzare ma, ehi, questa non l’ho già sentita? Non l’ho già sentita troppo? Ebbene bisogna smetterla con questa storia, e accordarci su cosa significhi fare una scelta politica, altrimenti ci condanniamo all’eterna nostalgia di qualcosa che non è mai esistito. Lo so, brullo, tutti preferiremmo che a Porta a Porta ci fossero dei tornei di kick-boxing tra dei cyborg nazi-maoisti che promuovono la clonazione e dei preti transessuali stirneriani, ma non è detto che la politica debba essere divertente. E allora si, i leader dei due maggiori partiti italiani si accordano sul fatto che non si deve mangiare la carne umana né sterminare i mimi né andare in giro senza pantaloni. Va bene, si accordano anche su decine di altre cose. Ma il punto è che quelli che a te sembrano dettagli un po’ noiosi – a chi vendiamo Alitalia? quale categoria professionale sgraviamo fiscalmente – ebbene queste sono posizioni politiche, perché manifestano gli interessi economici di una parte della popolazione, con una lunga coda di conseguenze culturali.

Il tuo errore, secondo me, ed è un errore molto diffuso, è tentare di comprendere le posizioni sul piano dottrinale, come un insieme di credenze, e dimenticare che le credenze sono vincolate alle strutture sociali, alle istituzioni, ai sistemi di produzione e distribuzione della ricchezza. Quando il Candidato B proclama “Anch’io appartengo a un ceto economico e sociale elevato (benché di estrazione differente)”, quella parentesi è tutt’altro che superflua, se con estrazione intendi dire il milieu socio-professionale incarnato dal Candidato. Sviluppando quella parentesi, scopriremmo ciò che effettivamente distingue i due candidati; e non è poco. Ad esempio in Italia le cose vanno così: c’è un candidato dei funzionari statali e un candidato di chi ha la partita IVA.

Lo spazio politico è necessariamente delimitato, ed è all’interno di questi limiti che bisogna aguzzare la vista per cogliere le differenze: non sarà divertente come discutere della Legione dell’Arcangelo Michele, ma può servire a fare delle scelte. O a non farle.



Legge e libertà di espressione /2

La risposta del Dr. Nulla alle mie riflessioni sulla libertà di espressione fornisce un degno pretesto per continuare a riflettere. Tanto più degno che il Dr. Nulla si pone sullo stesso mio piano e accetta di affrontare la questione in termini realistici invece che valoriali. La mia realistica – per quanto provocatoria – domanda era la seguente: se un evento linguistico produce conseguenze che vogliamo evitare, è lecito sanzionare (alla fonte) l’evento linguistico? Partendo dal presupposto che sia più importante il concreto “bene comune” (o l’ancora più concreto “bene mio”) di quanto non sia l’astratto principio della libertà di espressione, ho risposto che una eventuale limitazione non avrebbe nulla di scandaloso; nulla, peraltro, che contraddica la nostra concezione di libertà. Non sto favoleggiando un regime totalitario, ma cercando di abbozzare delle linee-limite che vigono d’altronde già nella gran parte degli stati democratici, e persino previste dallo statuto di Amnesty International sulla libertà di espressione.

Un approccio realistico alla questione è necessario anche perché ciò che si guadagna sul piano della libertà formale (“sulla carta”) si rischia di perderlo su quello della libertà materiale (“sulla pelle”). Viceversa dunque, ciò che si perde de iure lo si potrebbe riguadagnare de facto. (Noto spesso, tra i progressisti e gli occidentalisti ad oltranza, un’irrazionale adorazione per la forma a scapito della realtà.)

Il mio ragionamento si basa sul semplice, ma contestabilissimo, assunto che in determinate situazioni sia più semplice agire sulla “causa prima” (l’espressione) che sulla “causa seconda” (la reazione); o che comunque sanzionando sia la prima che la seconda avremo maggiori possibilità di evitare la seconda. Una forma indiretta di sanzione della “causa prima” è già implicita nell’istituto della circostanza attenuante, che (se la si esamina con attenzione) è già una forma di limitazione della libertà di espressione. Un tifoso laziale che mi abbia preso a coltellate sarà sanzionato più debolmente laddove sia stato dimostrato che io avevo espresso l’opinione che sua madre passeggia sul raccordo anulare. E probabilmente conterà addirittura l’effettiva condotta della signora: se davvero è puttana che ci posso fare, ragazzo mio? E in questo caso la libertà di espressione intrattiene un certo sottile e metafisico legame con la questione della verità dell’espressione. Il diritto di dire cose false (o considerate false) è generalmente meno tutelato del diritto di dire cose vere, o ritenute vere. Forse dunque la circostanza attenuante non ha come effettiva funzione di attenuare la pena, ma piuttosto di distribuirla, di trasferirne un frammento su chi, esprimendosi, ha provocato la reazione.L’idea è che nell’espressione linguistica sussiste una responsabilità (morale) e una determinazione (causale) della reazione. Il Dr. Nulla risponde distinguendo tra “atto concreto” e “evento linguistico”, evidenziando il carattere diretto o immediato del primo, e quello indiretto e mediato del secondo. Questa sua distinzione opera appunto su due piani: il primo è quello causale, il secondo è quello morale. Li riformulerò a modo mio, cercando di avvicinarmi alla forma ideale del problema.

Sul piano causale, la distinzione del Dr. Nulla riguarda l’ineluttabilità della conseguenza. Se io affondo un coltello nel petto di un essere umano, ho (mettiamo) l’ottanta per cento delle possibilità che muoia. Può anche capitare che io sia un incompetente, e la mia vittima se la caverà con un polmone perforato. Invece, se pubblico una farsetta sul pontefice su Internet, le possibilità che un fervente papista venga a farmi fuori sono molto più basse. Ma questo, soltanto per contingenze storiche. Potremmo formulare una teoria politica del tipo: ha senso sanzionare un atto soltanto se la percentuale di rischio che implica è superiore ad una determinata percentuale, fissata arbitrariamente (ovvero politicamente). Uno stato che sovra-sanzionasse, al di là di ogni principio di economia, sarebbe uno stato (diciamo) totalitario o perlomeno paranoico. Le misure emergenziali hanno spesso questa caratteristica. In altri termini: se il legame causale tra A e B è più lasco, ha meno senso sanzionare A se si vuole evitare B; viceversa se questo legame è più stretto, ha più senso. Siamo sempre nel più crudo realismo. Come si vede, il problema non è l’opposizione (ab origine) tra linguaggio e realtà. Il fatto è piuttosto che solitamente – nella nostra esperienza – un evento linguistico ha conseguenza imprevedibili e ha percentuali di rischio basse.Tornerò però su questo “solitamente”: perché è proprio là dove la percentuale di rischio si alza (e la causalità si stringe) che io pongo la questione. (Ipotesi: lo stato democratico è conseguenza della pace sociale; là dove questa venisse a mancare, cadrebbero anche le condizioni per una regolazione democratica della vita civile.) (Un inciso: credo che ragionare solo in termini di “reazioni omicide” sia una inadeguata semplificazione dei problemi politici e sociali, come se la legge servisse soltanto a regolare questo aspetto della convivenza, ma per semplicità per ora continuiamo a usare questo esempio.)

Il Dr. Nulla nega che possa sussistere un legame causale determinante tra espressione e reazione. Si passa così al secondo piano, quello morale, e intendo con ciò il piano (precisamente giuridico) della responsabilità. Il Dr. Nulla sposta la responsabilità dal parlante all’agente, con l’intelligente introduzione del concetto di interpretazione. Egli sposta dal proferimento all’interpretazione il peso semantico e dunque il carico di responsabilità dell’evento linguistico. Si tratta di una posizione filosofica (che possiamo definire “relativismo ermeneutico”) che io vedo con particolare simpatia; una posizione che deve essere però attentamente temperata. Insomma, io distinguerei tra relativismo e nichilismo ermeneutico: il primo riconosce una tendenza a fluttuare del significato, il secondo asserisce l’assenza totale del significato. Si tratta di una versione estremista di decostruzionismo o di testualismo, da qualche parte ben oltre Derrida, Rorty e De Man. Cosa c’entra tutto questo? Beh, il fatto è che la stabilità semantica dell’evento linguistico riguarda anche la sua “stabilità pragmatica”. E dunque appunto la questione, sopra evocata, della percentuale di rischio, dell’im-mediatezza (e quindi dell’effettiva sussistenza) del legame causale. Se il senso viene prodotto dall’interprete, e non è contenuto nel testo, allora il testo ha effetti semantici e pragmatici imprevedibili, e dunque non è lecito stabilire un legame causale tra testo e atto. Sarebbe antieconomico sanzionare il primo per limitare l’occorrenza del secondo.

Spero di essere stato chiaro, e spero che la mia riformulazione sia adeguata, perché qui vorrei riprendere il filo della discussione. In effetti io parto da questi presupposti: a) che la stabilità semantica o pragmatica di un enunciato possa variare secondo i contesti; b) ergo, che la percentuale di rischio possa variare e diventare considerevole. Potremmo anche parlare di “condizioni di felicità” (ma sarebbe meglio dire d’infelicità) degli atti linguistici. Là dove si configurassero le condizioni di felicità per un determinato atto linguistico pernicioso, sarebbe lecito sanzionare l’atto linguistico. La sanzione non riguarda dunque il nudo testo, ma il suo proferimento in un determinato contesto (storico, sociale, geografico, istituzionale) che ne determina una “percentuale di rischio” avvicinabile alla causalità.

Vorrei concludere chiedendo al Dr. Nulla: se statisticamente risultasse che su dieci volte che si bestemmia la Madonna, otto volte muore un delfino, lei sarebbe disposto a proibire le bestemmie? Un delfino, Dr. Nulla! Un tenero e indifeso mammifero acquatico! Ma quest’ultima domanda, ovviamente, potrebbe essere soltanto un sofisma. O un vile ricatto. Forse dovrei portare degli esempi reali. Mi riservo il tempo di rifletterci, e di ritornare sul tema qualora il Dr. Brullo (o chiunque altro) se ne mostrasse interessato, e facesse dipendere dalla presenza o l’assenza di dati empirici la correttezza della mia argomentazione. E poi vorrei chiedermi, o chiedere a un giurista: quale soglia di percentuale di rischio dobbiamo considerare adeguata per sanzionare un atto, quale soglia vige in un ordinamento democratico, quale nel nostro?

Una breve risposta sul secondo argomento del Dr. Nulla: che sanzionare l’espressione (o la sua diffusione) non significa soffocare l’opinione; insomma, non si uccide un’idea. Io rispondo che non è questione di opinioni e d’idee. Insomma, io odio il Dr. Nulla e vorrei ucciderlo, ma non lo faccio, e finché non lo faccio, beh, certo c’è sempre il rischio, e magari prima o poi capiterà, però insomma, per adesso, vai in pace.



gli Adelphi al contrario

P: (accondiscendente) Beh, è vero che ha oggettivamente scritto effettive cagate mortali… O: …è che è proprio un frocio protoniùage. ‘ste cazzate dei sufi, dai. l’ombrello e la macchina da cucire, come l’ultimo dei liceali che ha studiato i dada. sembra uno che legge gli adelphi al contrario per darsi un tono. (Monsieur Obluraschi e Monsieur Pvppa discutono di Battiato)

C’era un periodo, ancora teen, in cui non trovavo nulla di più delizioso di scrivere come Arbasino. Credo che la cosa non mi sia mai riuscita, e nello stesso tempo può darsi che di questi esercizi resti ancora qualcosa: una certa cura maniacale nell’ordine dei termini, il vezzo di apparire antipatico e coltissimo. Tutto questo per un libro in particolare, lo sbroccatissimo Super-Eliogabalo. Poi Arbasino ha iniziato a scrivere le sue incomprensibili epistole ai giornali, a fare rap, e proposi la sua nomina a Santo Patrono dei bloggatori – medaglia alla futilità della sue opinioni, quotidianamente rivendicata. Da poco è uscito il suo primo-ultimo libro, Le piccole vacanze, del cinquantasette e fresco di ristampa, molto estivo, e infatti l’ho inaugurato al Lido di Venezia aspettando che mi cogliesse la peste (invece niente). Mi è persino piaciuto. La prosa di Arbasino ha qualcosa dei testi di Battiato: densità altissima, profondità nulla. Atmosfera. Ripubblicarli al contrario è il minimo; si potrebbe anche stamparli al contrario, e non cambierebbe nulla; sarebbero comunque fantastici.

E poi, finalmente, Cristina mi ha regalato il libro che da tempo inconfessabilmente agognavo, dalla lettura del risvolto allo spiritato intervento televisivo (guardalo, lesto!) dell’autrice: VM18 di Isabella Santacroce! Già cult.



VUE se la fa con brullonulla

Qualche anno fa, di fronte alle stupefacenti chiavi di ricerca dalle quali persone erano giunte su V.U.E., avevo inventato un giochetto che consisteva nello scrivere a posteriori i post evocati da quelle vane ricerche. Ho deciso di riprendere questa sana abitudine, come reazione a un evento paranormale: negli ultimi mesi, 44 accessi a questo sito sono la chiave di ricerca segnalata nel titolo (lo segnala google analytics, mentre shinystat non lo rileva). A meno che questa sequenza di termini sia il ritornello del nuovo singolo di Fabri Fibra, o vi siano altre ragioni per presumere la casualità della frequenza, mi pare lecito interpretare la costanza di questo misterioso visitatore come un messaggio, un avvertimento – quasi minaccioso. Nello stesso tempo è tutto molto dolce, perché evoca tenere effusioni tra brullonulla e il sottoscritto. Quindi ne approfitto per linkare questa sua illuminante prima parte di disamina del pensiero di uno dei suoi sciroccati eroi nazisti, Corneliu Codreanu. Preciso soltanto che l’idea di un sistema politico che si autoregola senza alcuna mediazione razionale non è una peculiarità in seno al pensiero di destra, ma anzi la sua essenza: e lo stesso riferimento alle cellule evocato dal brullo trova riscontro nel concetto nazista di Volk come organismo.



Il diagramma della fine

Brullonulla recensisce splendidamente Gummosoft Eschaton XP:

questo è un ipotetico software il cui output è una simulazione della fine del mondo (da cui il delizioso sottotitolo del libro “la fine è un orgasmo che possiamo simulare”). le implicazioni di Eschaton XP non sono banali. la versione ufficiale ne fa principalmente una sorta di meccanismo psicostorico, benchè richiami pattern metafisici. la parte interessante di Eschaton XP è la simulazione del processo metafisico del Ragnarok. il punto è: può la fine del mondo, decisa e orchestrata da Dio, seguire un algoritmo computabile? ci sono due esigenze opposte in gioco. da un lato la volontà di Dio non è soggetta a nulla se non a se stessa. sarebbe blasfemo pensare che Dio si costringa a giocare con le mani legate dietro la schiena, seguendo un percorso preordinato e il cui esito sia calcolabile. anche nell’eventualità che il mondo segua delle norme, la distruzione del mondo dovrebbe presupporre la distruzione delle norme stesse. la sostituzione delle norme universali con altre norme preposte solo alla propria fagocitazione che senso può avere? Leggere il seguito »



Il duello non s’ha da fare

“Inutile commentare e/o rispondere a cotali e lascivi attacchi furiosi da parte di taluni laidi rifiuti escrementizii, dalla tanto infuocata lingua quanto obnubilate capacità mentali. Le critiche giuntemi da univoca sorgente, seppur aberranti e oscene, lambiscono me medesimo, ma toccano profondamente l’essenza ontologica e metafisica del blog sul quale stiamo scrivendo. Onde non permetter eventuali ripercussioni in un presente o futuro prossimi sullo stesso VUE, astratto o personificato, il quale poco ha da ripartire con le accuse a me dirette; onde tagliare le esili zampe di disapprovazioni urlate in toni turpi che infangano VUE più di quanto non possa un articolo mal scritto; onde eludere qualsivoglia novello attrito; il sottoscritto slaccia ogni suo possibile legame con questo glorioso sito, augurando esso una vieppiù epica traversata nel mare mediocre dei blog – e l’approdo sarà senz’altro magnifico e fastoso. Detto questo, accompagnato da un’ultima faticosa immagine polanskiana, ufficializzo a testa alta il congedo mio. Signori, arrivedervi.” (Claude Roc)



I duellanti

S’incamminò avendo solamente detto al superbo insultatore, prima di muovere il primo passo per andarsene, guardandolo fisso in faccia e ponendo la sua mano sinistra sulla guardia della sua spada: c’en est trop: – questo è troppo. *

Ah, il duello! Su queste palpitanti pagine, un autore ingiuriato sfida il lettore, il quale con coraggio raccoglie il guanto. Quale altro blog vi offre tanto? Dove in questo pigro secolo di uomini, trovereste altra oasi di eroismo? L’unico blog che vi lama la faccia! L’unico blog che vi spara nel petto!

Il duello porta poi con sé una varia serie di suggestioni letterarie. Sfortunatamente non ne ricordo alcuna apologia: solitamente viene a punire qualche eccesso di foga giovanile, scaraventando un personaggio tormentato in un mondo non suo di regole d’onore desuete. Il duello si presenta, in ogni epoca, come residuo di un’epoca precedente – universo irreale e inesorabile. Vi si confrontano forse un giovane intellettuale pallido e un anziano ufficiale a cui si è dato del pagliaccio (soddisfazione che, sia detto, vale ogni conseguenza). La notte precedente, possono essere descritti le insonni tribolazioni del giovane, che scrive un’ultima lettera all’amata (una scena del genere si trova in Ada o ardore di Vladimir Nabokov) e senza aver chiuso occhio s’incammina alle cinque del mattino verso una landa nebbiosa. Sopravviverà. Il duello esige non tanto una soluzione, quanto una meta-soluzione. Comunque una sorpresa. I proiettili sono a salve. Il giovane indegnamente sviene di paura. O viene gravemente ferito. Lo sfidante spara in aria, gli bastava che l’altro avesse il coraggio di presentarsi. O muore, e il giovane deve fuggire. Ancora più perverso: nel Cid di Corneille (ma erano altri tempi), Rodrigo uccide il padre della sua amata – che sfoga i suoi sentimenti combattuti nell’apprezzata litote: “ Vas, je ne te hais point“. Di tutti i duelli il più esilarante è narrato dal giovane Dickens nel Circolo Pickwick, quando per un malinteso uno sfigatissimo e pavido Mr. Winkle si trova sfidato senza capirne il motivo, e cerca con insistenza di suggerire a Mr. Snodgrass di denunciare la cosa alle autorità – intimandogli di non farlo. Ma il poco sagace Mr. Snodgrass, afferrando con calore la mano dell’amico, risponde appunto con nobile entusiasmo: “Non lo farò, per tutto l’oro del mondo!”. E voi, amici lettori, volete sapere se e come questo primo VUE Deatmatch finirà in tragedia? Seguite queste pagine!

Quando fra due individui di una stessa specie si scatena un duello, l’animale più aggressivo, oltre che più forte, è quello che vince. Ma la crudeltà fine a se stessa, ovvero il sadismo, non è una componente naturale del comportamento. Così non appena un individuo sente che il proprio avversario è più forte, “segnala” la propria resa, cioè l’accettazione della superiorità dell’avversario. I duelli non si spingono quasi mai fino alle estreme conseguenze, cioè fino alla morte. Spesso i combattimenti sono ritualizzati, stereotipati allo scopo di ridurre al minimo i possibili danni. Anche la nostra specie conosce per via genetica questa prassi. La pietà, sentimento alquanto strumentalizzato da varie fazioni, non è altro che l’accettazione di segnali di sottomissione. Il pianto, il sorriso, la supplica ne sono esempi. *