capitalismo nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La pietra filosofale

Nell’attuale processo di riproduzione del capitale, il consumatore va considerato alla stregua di un fattore produttivo: non tanto perch√© ¬ęlavora senza saperlo¬Ľ quando gioca su Internet (come dice¬†Wu Ming)¬†quanto piuttosto perch√© il plusvalore si realizza soltanto quando la merce viene comprata e cos√¨ compiuto il ciclo denaro-merce-denaro. Come per reazione alchemica, bisogna disporre la merce a contatto con il consumatore perch√© dalle sue tasche erompa moneta sonante. Solo in questo modo il capitale investito si trasforma in profitto.¬†Ecco dunque la vera pietra filosofale, che trasforma la merce vile in oro! E su questa pietra fonder√≤ la mia Chiesa…

Si dice che l’economia sia la disciplina che studia l’allocazione delle risorse scarse. Oggi, di tutta evidenza, si deve o rovesciare la definizione — il vero problema √® l’abbondanza, non la scarsit√† — o includere il consumatore tra queste risorse scarse. Il problema fondamentale dell’economia capitalistica √® riuscire a ricavare questa risorsa, individuando nuovi giacimenti e nuove tecniche di estrazione, o addirittura fabbricandola artificialmente.¬†Nel romanzo Al Paradiso delle signore di Emile Zola, quando l’imprenditore Octave Mouret si rivolge al barone Hartmann per finanziare l’ambizioso ampliamento del suo centro commerciale, questi lo interroga:

- Capisco: voi vendete a buon mercato per vendere molto, e vendete molto per vendere a buon mercato… Eppure bisogna vendere, e torno dunque alla mia domanda: a chi venderete? In che modo sosterrete un volume di vendita tanto colossale?

Per convincere il barone, a Mouret baster√† indicare un gruppo di borghesi parigine: eccole l√¨, con la loro civetteria e il loro gusto per lo spreco vistoso, la vera materia prima di tutto il processo. A garantire il profitto sar√† lo ¬ęsfruttamento della donna¬Ľ, la consumatrice, prima ancora dello¬†sfruttamento¬†dei produttori. Rivoluzione copernicana. Tutto nei grands magasins √® concepito per indurre la donna in tentazione ed estrarre da lei il plusvalore.¬†Da parte sua, Hartmann capisce che l’ambizione di Mouret incontrer√† comunque, prima o poi, le sue colonne d’Ercole ovvero il punto in cui l’offerta colossale non potr√† pi√Ļ essere assorbita dalla domanda: ¬ęAllora finirete per inghiottire tutto il denaro di Parigi, come si beve un bicchiere d’acqua?¬Ľ.

In assenza di consumatori √® impossibile generare profitto, proprio come non si possono fabbricare salsicce senza carne.¬†Lo sanno bene i moderni esperti di Customer relationship management, per i quali i clienti si estimano, si acquistano, si coltivano e si fidelizzano. Proprio come ogni altro fattore produttivo, il consumatore ha un costo:¬†ma naturalmente il costo dei fattori produttivi non pu√≤ eccedere il valore realizzato sul lungo termine. Nel capitalismo keynesiano, questo costo √® parzialmente preso in carico dallo Stato, che preleva quote di plusvalore per sovvenzionare il consumo (in forma di¬†lavoro improduttivo) e generare nuovo plusvalore — fintanto che c’√® acqua nel bicchiere.¬†Al funzionamento di questo meccanismo partecipano inoltre le diverse strategie retoriche impiegate dal marketing culturale 2.0 per promuovere il lavoro improduttivo. Proprio come Mouret faceva belle le signore con guanti e ombrellini perch√© potessero conquistare un buon partito, oggi Apple o Samsung ci aiutanno a esprimere il nostro lato creativo per trovarci una buona posizione da dj, film-maker o scrittore.¬†Certo, sempre fintanto che c‚Äô√® acqua nel bicchiere.

E cosa accade quando il bicchiere si vuota, ovvero quando il giacimento di consumatori si esaurisce?¬†Nello ¬†schema denaro-merce-denaro, la merce invenduta non ha valore. Non √® altro che un semilavorato del capitale.¬†Certo si potr√† sempre dire, come fanno i marxisti, che la merce comunque incorpora una certa quantit√† di lavoro e il suo valore √® precisamente la quantit√† di lavoro che incorpora. Ma questa precisazione non cambia la cruda realt√† ovvero che, parafrasando Marx, la presunta ricchezza delle societ√† tardo-capitaliste potrebbe presto presentarsi come un’immensa accumulazione di merci invendibili.



Keynes è morto

Oggi siamo costretti a dare contemporaneamente ragione ai keynesiani che ci ripetono che l’austerit√† sta distruggendo l’Europa e ai contabili che ci segnalano che non √® pi√Ļ possibile continuare a indebitarsi. Seguendo la via dei contabili ci rassegniamo alla catastrofe. Dando ascolto ai keynesiani, invece, potremmo rimandarla. Ma di quanto? Sappiamo come rispondeva John Maynard Keynes a chi gli chiedeva della sostenibilit√† a lungo termine della sua dottrina economica: ¬ęIl lungo termine √® una guida fallace per gli affari correnti. A lungo termine siamo tutti morti¬Ľ. Tenendo conto del fatto che effettivamente Keynes √® morto nel 1946, viene il sospetto che stiamo vivendo da oltre mezzo secolo nel lungo termine della sua teoria.

Per decenni abbiamo forzato i limiti dello sviluppo, drogando la domanda perch√© corrispondesse all‚Äôofferta, accumulando in questo modo un debito impressionante. Keynes √® morto, e anche noi non ci sentiamo molto bene. La garanzia √® scaduta e i nodi sono venuti al pettine: spesa colossale, indebitamento fuori controllo, consumismo, inquinamento, tecnocrazia, politiche imperialiste di espansione. La soluzione? Pi√Ļ spesa, pi√Ļ debiti, pi√Ļ bisogni indotti, pi√Ļ inquinamento, pi√Ļ burocrati ed eventualmente pi√Ļ guerre. Keynes scaccia Keynes.

D‚Äôaltronde non si vede all‚Äôorizzonte nessuna soluzione migliore: meglio chiamare il servizio assistenza e tentare di riparare la macchina inceppata, provando a convincere qualcuno con un ultimo grande bluff. E lo staremmo gi√† facendo, se soltanto fossimo riusciti a convincere qualcuno. Il caso dell‚ÄôItalia, con il suo famigerato spread, √® in ci√≤ paradigmatico. I tassi d‚Äôinteresse applicati ai suoi titoli di stato rispecchiano la sfiducia crescente degli investitori sul ritorno delle navi in porto. Se queste sono le condizioni, come si giustifica l‚Äôopportunit√† di un ulteriore prestito? Forse evocando i ¬ęmuti sguardi d‚Äôamore¬Ľ di Porzia e la sua immensa ricchezza, ovvero un improbabile jackpot alla portata di chi continua a spendere. Ma cos√¨ la teoria dei keynesiani comincia ad assomigliare a un‚Äôantica religione pagana.

Molte critiche che vengono oggi rivolte al sistema cosiddetto capitalista potrebbero essere direttamente attribuite al paradigma keynesiano, come disperato correttivo delle contraddizioni del capitalismo, vero e proprio quadro generale nel quale trovano spazio anche le deregolamentazioni¬†cosiddette¬†neoliberiste. In cosa consista questo paradigma √® presto detto. Keynes rompe con il capitalismo protestante descritto da Max Weber, caratterizzato dall‚Äôaccumulazione e dalla ritenzione del Capitale, e promuove un nuovo tipo di economia fondata sulla spesa e sul consumo. Secondo Keynes, il risparmio delle famiglie e delle imprese √® strutturalmente eccessivo ed √® necessario stimolare artificialmente la domanda (anche per mezzo di debiti) al fine di stimolare la crescita. Se la ricchezza √® una grossa ciambella, che senso ha tenerla da parte? Bisogna mangiarla tutta. E poi procurarsi un‚Äôaltra ciambella. Sebbene non sia certo attribuibile ai discepoli di Keynes la deregolamentazione del mercato finanziario che ha portato alla bolla immobiliare, ma anzi ai suoi presunti avversari neoliberisti, √® pur vero che l‚Äôintero sistema era precariamente fondato sull‚Äôillusione ‚ÄĒ keynesiana ‚ÄĒ di una domanda e di una crescita che si sarebbero alimentate a vicenda dal nulla, all‚Äôinfinito. Che, tradotto dal keynesese, come sappiamo significa ¬ęfinch√© dura¬Ľ.

Al di l√† delle questioni di teoria economica, si capisce che la rivoluzione keynesiana √® innanzitutto un‚Äôepocale trasformazione ideologica. Keynes condanna la ¬ęgrande congiura¬Ľ del risparmio, questo ¬ęvizio pubblico¬Ľ causato dalla virt√Ļ privata, considerando che una ¬ęcronica e tendenziale propensione al risparmio¬Ľ caratterizza ¬ętutta la Storia umana¬Ľ. La rivoluzione keynesiana si articola nel pensiero del ventesimo secolo seguendo due strade, solo in apparenza conflittuali: la prima mercatista-liberale e la seconda socialista-libertaria. Una vera e propria convergenza ¬ęliberale-libertaria¬Ľ, come scrisse Michel Clouscard per definire questo processo di estensione indefinita del mercato e di sollecitazione massiccia della domanda. Una rivoluzione dei costumi cui hanno contributo in ugual modo la propaganda pubblicitaria e la filosofia dei ma√ģtres √† penser della sinistra sessantottina, insegnando a ¬ęvivere senza tempi morti e godere senza limiti¬Ľ. Le nostre navi non avrebbero retto le onde, ma questo non era certo un problema loro. E cos√¨ ci siamo indebitati fino al collo, perch√© ogni cosa ci sembrava necessaria, e in effetti lo era: necessaria e bella, anche se non ce la potevamo permettere ‚ÄĒ proprio come Porzia.

Nel Mercante di Venezia si capisce che il primo motore della sequenza tragica non è certo l’avidità di Shylock, semplice pretesto drammaturgico, bensì l’incontinenza di Bassanio e di Antonio, la loro incapacità di adattare le loro aspirazioni alle loro risorse. Il primo che accumula debiti e il secondo che lo foraggia senza controllo. E infatti quando Shylock trascina il mercante in tribunale per ottenere la propria libbra di carne, i giudici non trovano argomenti contro l’usuraio: Antonio ha controfirmato il contratto e accettato il rischio.

Simile al processo che oppone Antonio e Shylock sembra il dibattito contemporaneo sulla questione di chi debba ¬ępagare la crisi¬Ľ. I creditori vogliono recuperare il loro prestito e i loro interessi. Ma i debitori, colpo di scena, sostengono di essere stati raggirati. Il debito che hanno contratto potrebbe essere illegittimo ovvero, come si dice in diritto internazionale, ¬ęodioso¬Ľ. Certo il prestito √® stato formalmente accettato. Ma a che condizioni? Con quali margini di libert√†? Celando quali informazioni fondamentali? Alcuni movimenti propongono oggi di rifiutare il debito, integralmente o in parte, denunciando una truffa ai danni del popolo. Secondo questa prospettiva, il debito avrebbe preso il posto del salario come forma principale dell‚Äôasservimento degli individui al capitale, nonch√© come strumento di governance geopolitica mondiale ‚ÄĒ il debito come nuovo contratto sociale che fonda una societ√† iniqua e oscena. La verit√† tuttavia √® che questa grande illusione collettiva √® stata alimentata da pi√Ļ parti, e sembra davvero troppo facile pretendere di non avere mai voluto quel credito sul quale le economie occidentali vivono da venti o trent‚Äôanni.

Eppure come mi fa notare acutamente la blogger Olympe de Gouges sarebbe sbagliato, fuori dalla commedia shakesperiana, attribuire all’incontinenza degli uomini la responsabilit√† di una crisi strutturale. Se Antonio e Bassanio s’indebitano, √® perch√© non possono fare altro. E se il correttivo keynesiano ha avuto tanto successo, √® perch√© si trattava l’unico modo di rimandare il collasso, gi√† previsto in agenda, dell’economia capitalista.¬†Nella finzione di Shakespeare, una sofisticata arguzia giuridica salver√† l‚Äôincauto debitore dal suo tragico destino, permettendo alla tragedia di finire in commedia. Questo salvataggio artificioso, dovuto all‚Äôintervento di Porzia, non deve tuttavia ingannare lo spettatore, che ha potuto assistere a un‚Äôillustrazione edificante dei rischi del vivere a credito. E nella realt√†?¬†Oggi ci resta da scegliere a che data fissare l’appuntamento con la catastrofe. Ma vediamo il lato positivo: a lungo termine siamo tutti morti. (continua)



Back to Weber

Finalmente Max Weber torna di moda: √® partito il¬†dibattito sul rapporto tra protestantesimo e spread. L’attuale crisi economica confermerebbe la tesi, enunciata dal sociologo tedesco ne¬†L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, secondo cui l’accumulazione del capitale a partire dal Cinquecento in Occidente sarebbe vincolata a una certa concezione calvinista del lavoro. La fede cattolica, ne deducono alcuni commentatori, giustificherebbe allora la propensione dei popoli mediterranei allo spreco.¬†Come¬†scrive Gianluca Briguglia si tratta di un’ipotesi “del tutto generica e caricaturale” e per questo motivo, aggiungo io, va presa sul serio.

Innanzitutto va presa sul serio la domanda retorica che Briguglia avanza:

Caricatura per caricatura, se fosse questa visione del peccato, che non ammette mediazioni, riparazioni, intercessioni, interventi dell’istituzione, a impedire alla Germania di vedere che con il peccatore si negozia e lo si salva e ci si salva insieme a lui, attraverso l’istituzione?

Questo √® esatto, ma implica ancora una cosa: forse √® piuttosto la visione cattolica che impedisce di vedere che le regole non sono fatte per essere¬†accomodate, come in un racconto di Sciascia. Non sono proprio le continue “mediazioni, riparazioni e intercessioni” ad avvelenare la nostra societ√†? Sul moderno mercato delle indulgenze, oggi ancora si scambiano raccomandazioni e buone parole, spintarelle e consigli, arrangiamenti, suppliche e qualche cannolo.¬†Il nostro Dio non fa grazie ma¬†favori. E la Chiesa di Roma — proprio come lo Stato Italiano — sembra strutturata soprattutto per erogarli e farli circolare.

Da questo punto di vista, un pizzico di etica protestante potrebbe essere un ottimo rimedio ai mali che affliggono le nostre istituzioni e la nostra economia.

Ma c’entra sul serio la teologia? Probabilmente no. Weber d’altronde non ci parla davvero della religione protestante. Piuttosto descrive, con il linguaggio del protestantesimo, una certa fase del capitalismo.¬†Avrebbe forse potuto fare la stessa identica cosa con il linguaggio del confucianesimo, cui oggi ricorrono i cinesi per esprimere la loro etica del lavoro a fronte dell’Occidente consumista. Dunque¬†non si tratta di credere in una corrispondenza ingenua tra dottrina (protestante) e pratica (capitalista): di regola,¬†le dottrine sono semplici “nasi di cera” che la pratica¬†piega,¬†incurva e flette. Filosofi e sociologi sono abilissimi nella lavorazione di questa poltiglia cartilaginea; la quale pu√≤ prendere, alla fine, qualsiasi forma.¬†Quello che conta tuttavia √® il risultato della sintesi weberiana: ovvero la formulazione di un paradigma adatto a definire ci√≤ che il capitalismo era ai suoi tempi e che oggi non √® pi√Ļ.

Nella fase “protestante” il capitalismo era caratterizzato dal culto del lavoro, dall’accumulazione del capitale e dalla reticenza al consumo. Questa moralit√† era adatta alla produzione di ricchezza ma, nello stesso tempo, inibiva la circolazione del capitale.¬†I protestanti sembravano sordi alla lezione di¬†Bernard de Mandeville, che nella¬†Favola delle Api aveva illustrato l’impatto positivo del vizio privato sul benessere pubblico: “Occorre che esistano la frode, il lusso e la vanit√†, se noi vogliamo fruirne i frutti”. Altrimenti, per eccesso di virt√Ļ e difetto di domanda, la societ√† si trasforma in un “alveare scontento”, dal titolo originale della Favola. Anteponendo la domanda all’offerta, il vizio alla virt√Ļ, il consumatore al produttore, lo spreco al risparmio, il¬†calvinista Mandeville aveva formulato una teoria economica del tutto incompatibile con l’etica protestante.

La liquidazione dei valori¬†“borghesi” del capitalismo protestante fu il grande cantiere ideologico del Novecento. La deregulation commerciale e finanziaria doveva avere una base filosofica, un “nuovo spirito del capitalismo”.¬†Vi contribuirono autori disparati come¬†Bataille,¬†Keynes e¬†Debord.¬†Georges Bataille fond√≤ una religione dello spreco,¬†John Maynard Keynes denunci√≤ la millenaria congiura del risparmio e¬†Guy Debord prescrisse l’obbligo di¬†non lavorare mai.¬†La graduale rimozione dell’elemento protestante sembr√≤¬†sanare il capitalismo dalla sua pi√Ļ temibile contraddizione — la tendenza alla sovrapproduzione — e assicur√≤ qualche decennio di crescita economica.¬†Il consumatore divenne la principale¬†materia prima¬†del processo di riproduzione del capitale. Lo Stato, inteso come gigantesca macchina per sperperare l’eccedente, divenne un ingranaggio essenziale della nuova macchina capitalista. Lo sviluppo ipertrofico dei suoi apparati fin√¨ per riprodurre con esattezza la struttura burocratica della teologia cattolica.¬†Alla fine, quando fu chiaro che non vi era pi√Ļ nessuno per assorbire l’eccedente,¬†riemerse l’antica contraddizione: e croll√≤ ogni cosa. E se fosse giunto il tempo di una nuova Riforma?



Il pianeta malato (gdclm/viii)

Nelle sue¬†Dix-huit le√ßons sur la societ√© industrielle (1963), trascrizione del corso tenuto alla Sorbona nell’anno accademico 1955/1956, il sociologo Raymon Aron spiegava che l’opposizione tra sistema capitalista e sistema socialista andava ridimensionata alla luce del concetto di societ√† industriale. Da questo punto di vista — che la polarizzazione geopolitica tendeva a occultare — i due sistemi non sarebbero altro che declinazioni di un medesimo tipo di economia, razionale e meccanizzata. Il loro movente, l’accumulazione del capitale. La loro ideologia, un identico culto del progresso.¬†Aron restava nondimeno un sostenitore del capitalismo occidentale, declinazione pi√Ļ soddisfacente dal suo punto di vista rispetto al socialismo sovietico.

Aron fornisce un concetto utile per definire, in negativo, la posizione di Debord, pi√Ļ efficace dei vari consiliarismo, autonomismo o¬†ultrasinistra spesi finora: l’autore della Societ√† dello Spettacolo era semplicemente e innanzitutto anti-industriale.¬†Come segnalano due citazioni nella Societ√† dello Spettacolo, Debord √® stato direttamente influenzato dallo storico e urbanista¬†Lewis Mumford, che dell’eterogenea compagine dell’anti-industrialismo novecentesco pu√≤ essere considerato il patriarca.¬†Il primo volume del Mito della macchina, la sua grande opera, esce lo stesso anno del libro di Debord, e presenta con esso varie analogie: dalla critica del lavoro diviso alla denuncia dei modelli urbanistici dominanti. Anche Mumford assimila capitalismo, socialismo e fascismo: per mezzo del concetto di mega-macchine, ovvero sistemi complessi composti da ¬ęservo-unit√†¬Ľ umane. Il paradigma di queste unit√† √® rappresentato dal famigerato Adolf Eichmann, il pi√Ļ celebre degli esecutori materiali del genocidio nazista.

Secondo lo studioso¬†Roger Sandall il pensiero di Mumford sarebbe¬†fortemente influenzato da¬†Oswald Spengler e dalla sua teoria della tecnica. Spengler fu un feroce critico del marxismo (definito¬†¬ęcapitalismo dei proletari¬Ľ in Prussianesimo e socialismo del 1919) e promotore di una via nazionalista al socialismo. Ispiratore dunque del¬†partito nazionalsocialista, Spengler tuttavia se ne dissoci√≤ subito: forse intuendo il rovesciamento che stava per compiersi — e al quale aveva contribuito.¬†√ą improbabile che Debord abbia letto, o addirittura apprezzato Spengler. Va detto piuttosto che Debord ha letto e apprezzato almeno un autore ispirato da Spengler, Lewis Mumford; e inoltre che tutti e tre sembrano ispirati dalla tradizione del¬†socialismo utopico: autori come¬†John Ruskin e Georges Sorel, ma anche lo stesso Karl Marx, nella fase ¬ępre-scientifica¬Ľ dei Manoscritti¬†del 1844.

La critica debordiana del lavoro industriale evoca le vivide descrizioni prodotte nel secolo precedente dagli scrittori socialisti. Nei Manoscritti Marx descriveva l’abbruttimento degli operai in fabbrica. Nelle Pietre di Venezia, dieci anni dopo, Ruskin affermava che ¬ęin Inghilterra c‚Äôera forse pi√Ļ libert√† nel periodo feudale di quanta ce ne sia ora, che la vitalit√† della popolazione viene sfruttata come combustibile per alimentare il fumo delle fabbriche¬Ľ. Rovesciando la nozione di wealth (ricchezza), Ruskin conia inoltre il neologismo illth, che sta a indicare il danno che la societ√† riceve per effetto delle attivit√† produttive: le¬†esternalit√† negative, dicono oggi gli economisti.

Il tema dell’impatto ambientale dell’attivit√† industriale √® presente nel pensiero di Debord fin dalle prime riflessioni sull’urbanistica, ma diventa centrale a partire dagli anni Settanta con l’irruzione nel suo discorso del problema dell’inquinamento. Un testo del 1971 rimasto inedito fino al 2004, La plan√®te malade, ne segna l’apparizione. Secondo Debord, l’inquinamento rappresenta un rischio mortale per il pianeta ma anche un affarone per i vari commercianti di contro-veleno e burocrati candidati ad amministrare la catastrofe.¬†Nella Vera scissione dell’Internazionale Situazionista, Debord afferma che, in un’epoca in cui ogni cosa √® avvelenata, ¬ęl’inquinamento e il proletariato sono oramai i due pilastri della critica dell’economia politica¬Ľ.

Debord parla allora sempre pi√Ļ spesso di ¬ęnuisances¬Ľ, ovvero degli effetti nocivi del sistema industriale. A partire dal 1984, partecipa al progetto di una Encyclop√©die des Nuisances, che in fascicoli alfabetici si prefiggeva di denunciare i diversi veleni, carabattole, illusioni, surrogati della societ√† contemporanea. L’enciclopedia divenne poi negli anni Novanta un vera e propria casa editrice, il cui catalogo ci dice anch’esso molto sull’eredit√† del situazionismo: pamphlet anarchici, critica urbanistica, ancora George Orwell (in coedizione con Ivrea), William Morris, L’obsolescenza dell’uomo di G√ľnther Anders, Lewis Mumford e Theodore Kaczynski, alias Unabomber — qualit√† di stampa eccellente, vendite minuscole e quasi totale invisibilit√† mediatica. Jaime Semprun, fondatore dell’Encyclop√©die morto nel 2011, illustrava la sua visione del mondo nei Dialogues sur l’ach√®vement des temps modernes del 1993:

Il progresso appare fondamentalmente viziato e in regola generale tutto ci√≤ che avrebbe dovuto facilitare la vita, invece la divora. L’idea che il processo storico iniziato nel Rinascimento possa conoscere un lieto fine √® ormai cos√¨ poco credibile che si pu√≤ affermare che la Modernit√† ha raggiunto la pura perfezione — poich√© la perfezione √® la caratteristica di ci√≤ che non pu√≤ essere migliorato. La Modernit√† dunque finisce ; era iniziata nelle citt√†, e nelle citt√† si conclude.

L’Encyclop√©die des Nuisances, nella sua marginalit√† e nel suo estremismo, fornisce sul pensiero di Guy Debord un punto di vista marginale ed estremo, eppure molto vicino all’esattezza. L’estremo e marginale approdo del debordismo ne rivela il senso e l’ordine segreto.¬†Oppositore della societ√† industriale in tutte le sue forme, Debord era in fondo pi√Ļ vicino a pensatori cristiani come¬†Jacques Ellul e¬†Ivan Illich — che in quelli stessi anni stavano sviluppando una¬†critica radicale della modernit√†, del capitalismo e dello Stato — di quanto non lo fosse alle frange pi√Ļ radicali della sinistra sessantottina.

Insomma Debord non solo non fu stalinista, non solo non fu trotzkista, non solo non fu leninista, ma a quanto pare non fu mai nemmeno marxista. L’evoluzione della sua opera √® caratterizzata¬†da uno sforzo intellettuale, tenacissimo, per risalire la corrente del marxismo fino a dove nessuno avrebbe pi√Ļ potuto seguirlo. La classe rivoluzionaria non era per lui il proletariato, ma i vandali e i delinquenti, i punks: insomma il famigerato sottoproletariato.¬†Del tutto disinteressato alla riappropriazione dei mezzi di produzione, Debord predicava la pura e semplice abolizione del lavoro salariato.¬†Il motto ¬ęNe travaillez jamais¬Ľ, scritto su un muro nel 1953, rester√† negli anni il suo primo e unico comandamento. Debord aveva in mente un altro tipo di lavoro, pi√Ļ simile all’arte e pi√Ļ prossimo alla vita, vicino all’utopia degli¬†Arts and Crafts di¬†William Morris, oggi nuovamente celebrato dai teorici della¬†Decrescita. Con maggiore ottimismo e attenzione alla correttezza politica,¬†Serge Latouche non √® lontano: il suo¬†La M√©gamachine del 1995 sviluppa le tesi di Lewis Mumford, facendo bene attenzione a non urtare nessuna sensibilit√† politica. (continua)



La parte maledetta

LEANDRO — Tutti tendono a consumare, ed io sar√≤ il sacrificato?
Carlo Goldoni, La bancarotta, II, 8.

Possiamo ironizzare a lungo su questa nostra generazione che s’indigna quando ai laureati fanno consegnare scartoffie o guidare taxi. Possiamo anche svergognare il razzismo dei giovani — pure progressisti, anticapitalisti, anarco-insurrezionalisti — che lascerebbero volentieri le basse mansioni ai coetanei egiziani e albanesi. Possiamo insomma¬† accettare con fair play il nostro destino pi√Ļ o meno infausto: ma non possiamo fingere che tutto questo non sia effettivamente traumatico. La retorica del “rimboccarsi le maniche” √® facile, ma rimboccarsele davvero √® doloroso. La verit√† √® che le cose vanno dannatamente peggio del previsto, e noi siamo ormai troppo nobili per le mansioni che ci attendono; sensibili al dolore, cagionevoli di salute e fondamentalmente malvagi.

Siamo proprio come Leandro, il figlio di Pantalone ne La bancarotta di Goldoni, storia edificante di un “default pilotato“. Il padre mercante sta fallendo e il giovane s’interroga sul proprio destino. Indignato proclama: “Andar a servir non mi conviene”, vale a dire: “Lavorare non fa per me. Non ne sarei capace, ne soffrirei troppo, e poi a dirla tutta non sarebbe nemmeno giusto. Mi avete cresciuto signorino e mo’ signorino mi mantenete” (¬© Milla). Leandro esclude per principio l’ipotesi di andare a lavorare, e il servo Truffaldino commenta: “Gnanca a mi sfadigar non me piase”, vale a dire: “Caro il mio padroncino, sappi che nessuno √® portato per il lavoro, e anch’io che¬† sono costretto non ne sono certo felice, inoltre sono mesi che non mi paghi. Non per questo vado per strada a sfasciare le macchine, giusto?” (Un bel moralista, questo Truffaldino.)

Del pasticcio in cui la borghesia occidentale si è cacciata, il sociologo marxista Michel Clouscard aveva descritto il meccanismo nella sua Critique du libéralisme libertaire (1986):

La classe borghese offre pi√Ļ figli di quanti sono i mestieri borghesi richiesti dal capitalismo. Questo surplus far√† le rivoluzioni. Ma rivoluzioni borghesi.

“Rivoluzioni borghesi” sono, secondo Clouscard, quelle dei seguaci di Sartre, L√©vi-Strauss, Foucault, Barthes, Lacan, Deleuze e Guattari, pensatori che si sono dedicati¬† a distruggere la morale repressiva dei padri, ovvero il capitalismo weberiano, a profitto di un nuovo modello di consumismo. Dirottando l’economia dalla pura accumulazione, questi pensatori hanno “levato la maledizione” che pesava, secondo Georges Bataille, sulla trasgressione e sullo spreco. Nel precedente N√©o-fascisme et id√©ologie du d√©sir (1973), Clouscard mostrava bene il rapporto paradossale tra “padre” e “figlio”, tra accumulazione e consumo, tra chi maledice lo spreco e chi lo esalta — una vera e propria messinscena degna della commedia dell’arte:

Il figlio desidera la morte solo simbolica del padre, perché ne ha troppo bisogno per potersene disfare definitivamente. Vuole un padre abbastanza forte per imporre la propria volontà alle classi produttrici, ma abbastanza indebolito perché si lasci sottrarre la propria parte di godimento. Il padre deve soffrire la vergogna di chi opprime, e il figlio recuperarne il bottino.

Ma su questa gioiosa commedia, come nel teatro di Goldoni, pesa il rischio della bancarotta. Questo rischio √® la vera maledizione di cui Bataille non coglie il senso quando critica la grigia “economia ragionevole” dell’accumulazione. In effetti la condizione del figlio √® paradossale: se da una parte il suo ruolo √® di consumare eccessivamente — e dunque anche “consumare” un certo capitale ereditato –, d’altra parte egli √® esso stesso un eccedente: non c’√® per lui alcun lavoro “borghese” da svolgere, e perci√≤ nessun modo di accumulare nuovo capitale. Secondo Clouscard il borghese non √® in grado di derogare alla propria condizione: “Per quanto profondamente¬† escluso dal possesso del capitale, dai mestieri e dalle funzioni proprie della sua classe, il borghese non pu√≤ scivolare nella classe operaia e svolgere la professione di operaio”. Era appunto l’argomento di Leandro: “Andar a servir non mi conviene”. E cos√¨ l’erede di Pantalone, pur di non derogare, rischia di estinguere il proprio patrimonio. Solo nella commedia √® possibile sfuggire al rischio. Nella realt√† la maledizione si compie.



La commedia del debito. Carlo Goldoni economista

ANSELMO: El comico pol aver tutte le virt√Ļ, fora de una.
ORAZIO: E qual √® quella virt√Ļ che non pu√≤ avere?
ANSELMO: L’economia.
C. Goldoni, Il teatro comico, I, 6.

Lasciate stare Marx, Pound, Stieglitz o Gallino. Per capire la crisi, rileggete Goldoni. Rileggete la Trilogia della villeggiatura e La Bottega del caff√©. Perch√© l√¨¬†dentro c’√© tutto: dal credito al debito, dalla societ√† del consumo alla bancarotta…

Il problema √® che non abbiamo ancora preso la misura di Carlo Goldoni. A noi pare d’avere a che fare con un Moli√®re minore, e per giunta tardivo; con un giocoso dipintore dei vizi della societ√† del suo tempo; e un poco persino con un venditore di gondole, che ci accompagna nelle pittoresche atmosfere del Settecento Veneziano. Tutto questo basterebbe a tenerci lontani dalla sua opera, come alcuni stanno ormai lontani dalla citt√† di Venezia. E tuttavia sarebbe un errore, perch√© Carlo Goldoni fu molto di pi√Ļ. Pi√Ļ di un venditore di gondole, beninteso; pi√Ļ di un moralista o d’un immoralista; e pi√Ļ di Moli√®re, se vogliamo. Con Goldoni siamo gi√† piuttosto dalle parti di Honor√© de Balzac, ovvero alla nascita di un’arte intesa come scienza, come paradigma conoscitivo, e in particolare come modello dei rapporti economici. Ma Balzac nasce cinque anni dopo la morte di Goldoni, perch√© scomodarlo? Andiamo con ordine, e scomodiamo di conseguenza. Nato nel 1707, morto nel 1793, Carlo Goldoni fu contemporaneo di Adam Smith, nato nel 1723, morto nel 1790. (Nonch√© di William Hogarth, che dipinge nel 1733 la serie “La carriera di un libertino“, storia di eccessi debiti e follia…)

Il cruccio scientifico goldoniano, se teniamo fede alle sue dichiarazioni programmatiche, sembra non essere altro che quello di rappresentare con la massima precisione i vari tipi umani, ovvero dei caratteri universali in cui ciascuno possa riconoscersi. Non c’√® nulla di originale in questo: si chiama commedia di costume (com√©die de mŇďurs) ed √® appunto il genere in cui eccelleva Moli√®re. Non √® neppure troppo dissimile dalla Commedia dell’Arte, con i suoi padroni burberi e i suoi servi sfaticati. Se si trattasse solo di questo, il merito di Goldoni, nel proporre la sua commedia di carattere, non sarebbe altro che d’aver raffinato la tecnica, aggiornandola alla societ√† borghese. Tuttavia l’autore veneziano non si limita a far sfilare questi caratteri in “scene accozzate senz’ordine e senza regola”, n√© — come Moli√®re — tesse le trame con l’unico scopo di far emergere i personaggi paradigmatici: l’avaro, il borghese gentiluomo, il tartufo, il malato immaginario, il misantropo, le preziose, ecc. Al contrario, e soprattutto nelle commedie d’ambiente, il genio di Goldoni sta nell’aver messo in scena, piuttosto che dei tipi umani, dei tipi di situazioni, che drammatizzano i meccanismi economici del capitalismo nascente. In effetti, le azioni e i moventi di cui √® fatto il teatro goldoniano sono spesso di natura contrattuale, monetaria, finanziaria, creditizia, speculativa. In questo senso Carlo Goldoni √® pi√Ļ di un semplice testimone, che descrive in maniera confusa sintomi ed epifenomeni: sulla scena, egli √® in grado di ordinarli, esaminarli, collegarli, sistematizzarli.

La trilogia della villeggiatura √© in questo senso rappresentativa. La villeggiatura √® definita da Goldoni ‚Äúuna passione, una man√¨a, un disordine‚ÄĚ, poi ancora un ‚Äúfanatismo‚ÄĚ, una vera e propria patologia che produce debito, ma √© sulla scena ‚Äúfeconda di ridicolo e di stravaganze‚ÄĚ. Dunque qual √© il legame tra la villeggiatura e¬†la ricchezza delle nazioni? Lo si capisce forse leggendo Le smanie per la villeggiatura, primo capitolo della celebre trilogia, quando Vittoria, che vuole farsi comprare un vestito dal fratello sommerso dai debiti, sostiene che rinunciare a una spesa superflua “pu√≤ fare perdere il credito” (I, 2). Quello che sembra soltanto il capriccio d’una ragazza viziata, da cui scaturisce l’effetto comico, √® in realt√† il cuore di un sistema economico nel quale lo spreco onorifico permette di attrarre nuovo capitale e il debito alimenta il credito. Insomma la risposta di Vittoria √® tutt‚Äôaltro che ingenua. Il rischio estremo cui va incontro √® di perdere il credito. Dietro il ridicolo, dietro la vanit√†, dietro la critica, dietro la follia, Goldoni fa trasparire la tragica ragionevolezza del comportamento di Vittoria, costretta a inseguire freneticamente la moda e combattere l’obsolescenza programmata delle merci. Perch√© la sua follia √® del tutto¬†ragionevole nel contesto della societ√† in cui vive. Come ha scritto¬†Paul Jorion a proposito di certe disfunzioni del mercato creditizio, la logica √© squisitamente economica, non psicologica. Non sono infatti i personaggi di Goldoni ad essere pazzi o banalmente vanitosi, ma l‚Äôuniverso stesso in cui vivono a essere disfunzionale sotto questo aspetto. Un universo in cui il debito alimenta il credito, finanziario e sociale. Credito che risulta effettivamente spendibile, per produrre altro debito o per ‚Äúaccasarsi‚ÄĚ ovvero accaparrarsi nuove risorse — che √® poi il cruccio principale di Vittoria.

Anche la signora Giacinta √® fanciulla, e va con tutte le mode, con tutte le gale delle maritate. E in oggi non si distinguono le fanciulle dalle maritate, e una fanciulla che non faccia quello che fanno l’altre, suol passare per zotica, per anticaglia; e mi maraviglio che voi abbiate di queste massime, e che mi vogliate avvilita e strapazzata a tal segno.

Oggi diremmo che √© proprio la speculazione che, “lubrificando l’economia”, ha permesso di generare il relativo benessere di cui abbiamo goduto negli ultimi anni.¬†Paradossalmente, questa societ√† √® contemporaneamente prospera e sull‚Äôorlo del fallimento, ed √® questa minaccia continua a creare una dinamica comica.¬†Lo dice chiaramente l‚Äôimpresario delle Smirne nella commedia omonima: ‚ÄúChi non ha debiti, non ha credito.‚ÄĚ E Don Marzio alla fine de La Bottega del caff√®, quando decide di lasciare la citt√†: “Ho perduto il credito e non lo riacquisto pi√Ļ″ (III, 26). In generale i termini “credito” e “debito” tornano incessantemente nell’opera goldoniana, come principi fondatori dell’agire sociale. Non si tratta qui di temi nuovi — gi√† la Farce de Ma√ģtre Pathelin, degli anni 1460, metteva in scena uno stratagemma per ottenere credito — ma nuova √® senz’altra questa societ√† borghese che indebitandosi “di mestiere” produce la propria ricchezza. Non √® un caso che in villeggiatura o nella citt√† di Venezia, per giunta, si passi il tempo a giocare d’azzardo. Nelle Smanie si porta all’eccesso questo meccanismo paradossale, nel quale lusso e indebitamento crescono di pari passo, facendo s√¨ “girare l’economia”, ma inoltre accelerando la corsa verso la bancarotta. E tuttavia la bancarotta sempre annunciata — e qui sta il vero mistero del teatro goldoniano — non arriva.

La differenza tra una commedia e una tragedia, come noto, √® che la prima finisce bene e la seconda finisce male. E quelle di Goldoni sono, fino a prova contraria, commedie. Il capitalismo (che Goldoni descrive come sistema fondato sulla crisi permanente) sarebbe dunque una favola a lieto fine? Niente di meno sicuro. In fondo le commedie sono soltanto tragedie alle quali √® stato aggiunto un artificioso lieto fine, e il divertimento √® proporzionale all’artificiosit√† dello snodo. Per rimanere in laguna, basti pensare a un’altra straordinaria “commedia del debito”, il Mercante di Venezia di Shakeapeare: se non fosse per le arguzie giuridiche di Porzia, al quarto atto Antonio finirebbe alleggerito d’una libbra di carne. Assai meno brillante √® lo snodo de La bottega del caff√®, e la sua inconsistenza √® rivelatrice. Qui l’insanabile conflitto √® tra la mania per il gioco d‚Äôazzardo di Eugenio e il suo dovere maritale. Questa contraddizione, articolata in tutta l’opera, sembra non potersi risolvere che tragicamente, con la bancarotta dell’incallito giocatore. Il quale per√≤ d’un tratto — o meglio dopo una provvidenziale infusione di liquidit√† e un intervento della polizia — sembra rinsavire, e promette di avere abbandonato il suo vizio. “Questa volta √© diverso“, proclama, proprio come proclamano da secoli gli economisti, ad ogni crisi (si veda appunto, a questo proposito, il bel libro di Carmen M. Reinhart e Kenneth S. Rogoff). Sebbene la promessa di abbandonare il vizio sia gi√† stata pi√Ļ volte disattesa nel corso del dramma, Goldoni la spaccia come sufficiente a garantire un lieto fine. Ma la contraddizione non √® stata disinnescata. La bancarotta √® soltanto rimandata. Dietro alla commedia, come aveva ben visto Fassbinder, e come ha ben messo in scena la compagna dell’Elfo, si nasconde una tragedia inquietante.

L’intento moralizzatore rivendicato da Goldoni — ¬†“il ridicolo ch’io ho cercato di porre in veduta, per correggerlo, se fia possibile” dalla Villeggiatura — anticipa la battaglia di Adam Smith contro il debito sovrano dell’Inghilterra a fine Settecento nel congetturare un “capitalismo sano” che non sia soggetto a periodiche bancarotte. Ma questo intento riformatore si scontra con un altro tipo di consapevolezza, che i personaggi goldoniani non cessano di ribadire: i vizi e le bancarotte sono consustanziali alla societ√† capitalista. Estirpabili soltanto in una finzione temporanea, che permette di costruire commedie da una materia precisamente tragica. In questo senso, il teatro di Goldoni rovescia totalmente, come in una camera oscura,¬†ci√≤ che mostra.

Il lieto fine sarebbe dunque soltanto un espediente drammatico per rendere rappresentabile la tragedia del capitalismo? Goldoni mostra che alcune virt√Ļ, come la prudenza, possono avere una funzione regolatrice, ma √® chiaro che il loro scopo √® soltanto di contenere, limitare o ritardare le crisi del sistema creditizio, che funziona proprio perch√© √© sregolato. Tuttavia Goldoni non critica il sistema, ma si limita a descriverne il meccanismo. E nulla esclude che lo snodo tragico, che pure eternamente pesa come minaccia, non possa in fondo essere eternamente evitato, oppure diluito e attenuato. In questa bizzarra dialettica meta-drammaturgica tra commedia e tragedia si articola il modello goldoniano dell’economia capitalistica. Il sistema in fin dei conti funziona, e tutti ne traggono vantaggio — persino (o soprattutto?) coloro che lo criticano. Ancora una volta, √® ne¬†La bottega del caff√® che il meccanismo viene messo in scena nella maniera pi√Ļ chiara.

L’intera commedia √® strutturata attorno all’opposizione tra lavoro onesto (quello di Ridolfo, caffettiere) e lavoro disonesto (quello di Pandolfo, biscazziere). Il lavoro onesto produce ricchezza e benessere, mentre quello disonesto distrugge la ricchezza e i legami sociali. In realt√†, l‚Äôintero impianto della commedia goldoniana svela l‚Äôinganno ideologico di questa bipartizione, che esiste soltanto nel discorso di Ridolfo. L’onesto caffettiere fa dunque la parte del produttore d’ideologia, che con i suoi lunghi sermoni investe il pubblico e tenta di distorcere la realt√† dei rapporti economici e produttivi. Guardiamo piuttosto la scena:

La scena stabile [che non si muta per tutta la scena, ndr] rappresenta una piazzetta a Venezia, ovvero una strada alquanto spaziosa, con tre botteghe: quella di mezzo ad uso del caff√®, quella alla diritta di parrucchiere e barbiere, quella alla sinistra ad uso di giuoco, o sia biscazza; …

“Eh! non mi venite a moralizzare!”, dice Pandolfo a Ridolfo (I, 2). Basta vedere come circola la ricchezza su questa scena: dalla biscazza alla caffetteria. Si tratta di un unico, oliatissimo, meccanismo. In effetti l’attivit√† dell’onesto caffettiere moralista vive sostanzialmente dei clienti della sala da gioco: “Sapete pure che i miei avventori si servono alla vostra bottega”. Il denaro con cui salver√† Eugenio dalla bancarotta, in fin dei conti, √® anch’esso generato dall’economia improduttiva della biscazza. Che cosa ci sia poi di onesto nel vendere del caff√® — eccitante naturale prodotto della ruberia coloniale — lo sa solo Ridolfo. Anche lui, come tutti i personaggi di Goldoni, appartiene a un generico terziario improduttivo. Ma la sua chiacchiera funziona, convince il pubblico, insomma gli fa guadagnare credito (III, 17). Ridolfo ottiene credito nel duplice ruolo (solo apparentemente contraddittorio) di parassita e critico del sistema del gioco d’azzardo. Ridolfo, insomma, non √© altro che Carlo Goldoni ovvero l’intellettuale impegnato organico alla societ√† capitalista. La sua critica √® superficiale, moralista, velleitaria, tant’√® che nulla fa davvero per ostacolare l’attivit√† della bisca, ed √® invece un personaggio negativo come Don Marzio, la malalingua, a denunciare alla polizia gli sporchi traffici di Pandolfo.

Questo permette al dramma di finire in commedia, ma non abbiamo dubbi sul fatto che la bisca ricomincer√† presto la sua attivit√†, cuore oscuro dell’economia veneziana, avanguardia storica della nostra societ√† improduttiva.

Le macchine perfette della Bottega del caff√® e della Villeggiatura potrebbero essere analizzate lungamente; mi sono limitato a qualche accenno che facesse intendere cosa intendo parlando di “Carlo Goldoni economista”. Magari per far tornare la voglia di leggerlo o vederlo a teatro, ben oltre la sua presunta contemporaneit√†. Descrivendolo come un moralista fustigatore del “fatuo desiderio di ben figurare in societ√†” e del “protagonismo nei riti mondani estivi”, si avvicina Goldoni nel modo pi√Ļ fatuo e volgare, come un precursore di Dagospia o di Alfonso Signorini, non comprendendo che le sue commedie sono vicine a noi in modo assai pi√Ļ tragico. Il teatro di Carlo Goldoni, in fin dei conti, non √© altro che un sotto-genere della letteratura apocalittica.



Abolire le parole

Nel corso di un argomentazione pi√Ļ articolata sulla libert√† di espressione, Giovanni Fontana ha scritto:

Siamo tutti contenti che, oggi come oggi, in pochi sostengano che la schiavit√Ļ √® una bella cosa ‚Äď in effetti la pensiamo tutti allo stesso modo.

√ą¬†interessante perch√©, proprio sulla schiavit√Ļ, non la pensiamo tutti allo stesso modo. Innanzitutto il tema non √® neutro: sull’abolizione dallo schiavismo si √® sempre misurato il grado di civilt√† del capitalismo.¬†Ai suoi tempi, Karl Marx affermava che la condizione dell’operaio era sostanzialmente identica a quella dell’antico schiavo, solo mediata dal salario. Nel frattempo¬†la legislazione ha fatto molti passi avanti, ma resta invalso l’uso retorico (quando non letterale) della parola “schiavo” per definire operai della FIAT,¬†stagisti, precari dei call-center o ricercatori universitari. Metafore a parte, la condizione esistenziale di questi lavoratori √® visibilmente migliore di quella di uno schiavo. In questo senso, “la schiavit√Ļ non √® una bella cosa” e possiamo rallegrarci di averla abolita.

Tuttavia per una vasta categoria di lavoratori illegali, immigranti, ghettizzati o delocalizzati, i passi in avanti della legislazione contano poco — poich√© costoro si trovano¬†al di fuori dalla sua giurisdizione. Il costo del loro lavoro √® spesso inferiore a quello di uno schiavo, poich√© non include il vitto, l’alloggio e nemmeno il trasferimento (il migrante africano, ad esempio, paga direttamente lo scafista).¬†Questo ricorso compulsivo al lavoro illegale, ottenuto attraverso la modulazione spontanea tra spazi regolati e spazi non regolati, sembra essere indispensabile all’economia capitalista e al sistema del benessere occidentale.

Per i nuovi sottoproletari, il progresso formale implica addirittura un peggioramento sostanziale.¬†Questo paradosso era gi√† stato evidenziato dai sostenitori dello schiavismo ai tempi della guerra civile americana, come ricorda Christopher Lasch. Il loro argomento era beninteso pretestuoso, ma attira la nostra attenzione sull’effetto dell’abolizione dello schiavismo¬†sul costo del lavoro e sulla “funzione storica” del progresso civile nel perfezionamento del sistema capitalista.¬†Per i nuovi sottoproletari, se fosse possibile barattare la fantomatica mobilit√† sociale con un immediato vantaggio economico, la schiavit√Ļ sarebbe forse “una bella cosa”. E qui dunque abbiamo ben poco di cui rallegrarci: il nostro splendido ordinamento giuridico esiste solo sulla carta. Abbiamo soltanto abolito una parola ; come abbiamo abolito altre parole orrende — guerra, razzismo, superstizione — per sostituirle con una realt√† ben peggiore.

Discutere se lo schiavismo, o la guerra, o il razzismo, o la superstizione, siano una “bella cosa” o “una brutta cosa”, alla fine, √® davvero poco interessante. Nel mondo realmente rovesciato della buona coscienza democratica, le parole sono irrimediabilmente separate dalle cose, le leggi dai fatti, le teorie dalle pratiche, le forme dalle sostanze.



Epica capitalista

Sfogliando giornali finanziari incomprensibili, sorge in me un’inquietante sospetto , che probabilmente questi giornali vogliono effettivamente suscitare:¬†se non mi annoiassi dopo un paragrafo, se possedessi gli strumenti per comprendere, se seguissi le loro noiose partite di¬†Risiko, capirei¬†il senso profondo dei fatti che accadono nel mondo.¬†Molto pi√Ļ di qualsiasi altro discorso che pretende toccare i nervi scoperti del potere identificandolo di volta in volta in ideologie, stati, poteri esecutivi -¬†fantasmi ?¬†Come se in fondo noialtri, che cerchiamo di farci qualche idea del presente interessandoci di storia, cultura, geopolitica e politica (o quel che volete voi), forse stiamo solo lambendo la superficie. A noialtri si lascia generosamente la parola, i dibattiti, la satira, la contestazione, giacch√© solo di¬†chimere stiamo a discutere: cio√® cause che non causano nulla, effetti puramente simbolici, scenografie, nomi, persone, idee. Enon √® per niente un’idea¬†marxiana: perch√© l√¨ in ballo era una pressapoco astratta base economica¬†determinante¬†(di cui le manifestazioni sociali potevano essere sintomi), non una serie di (brutte) facce di sconosciuti potenti dotati di libero arbitrio. Lontano anni luce dall’economicismo marxista, il giornale finanziario crede nella¬†libert√† come metafisico principio ordinatore dei sistemi.

Insomma, il giornale finanziario pensa come se Marx e le Annales non fossero mai esistiti.¬†Prima dell’avvento, negli anni ’30, di questa scuola storiografica, la storia era storia degli eventi politici e militari (histoire √©v√©nementielle), delle battaglie, di fenomeni specifici collegati eventualmente attraverso arbitrarie sequenze causali. L’attenzione si focalizzava sulle figure di condottieri, capitani, re. La storia¬†√©v√©nementielle¬†era del tutto¬†volontarista, perch√© fondata sulla libert√† degli atti dei grandi condottieri, cos√¨ come mi sembra esserlo la visione del mondo¬†faustiana¬†che i protagonisti dell’epica capitalista applicano a s√© stessi (seppur innegabilmente mitigati da complesse analisi quantitative del contesto in cui far agire la propria libert√†).¬†Per questo i loro modelli esplicativi del mondo inseguono disperatamente scelte e intenzioni di agenti economici e politici, stilano ritrattini agiografici di vincitori e vinti, e considerano le determinazioni esterne come semplici condizioni con le quali fare i conti, mettendo sfarzosamente sulla scena dell’epica capitalista gli orpelli del loro ridicolo potere. Ma sar√† davvero cos√¨? O √® quello che vogliono fare credere a loro stessi?