catarsi nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Posologia della catarsi

Ma ho questo contro di te: che tu tolleri Iezabel, quella donna che si dice profetessa e insegna e induce i miei servi a commettere fornicazione, e a mangiare carni sacrificate agli idoli.
Apocalisse 2:20

La nostra epoca — o per meglio dire, quella spaventosa macchina da guerra nota come marketing culturale — ha risolto un antico dibattito, ovvero se l’arte debba dilettare o servire al bene comune. Dilettare, ovviamente. Ma facciamo finta per un attimo che l’arte non serva solo ad alienare unit√† di tempo libero, e che abbia invece un ruolo fondamentale nella regolazione della vita sociale. Che fare, allora, degli artisti irresponsabili che indicano ai giovani la strada della perdizione?

Innanzitutto, si dovrebbe stabilire, una volta per tutte, se l’arte sfoghi oppure alimenti le condotte che rappresenta. Schiere di aristotelici hanno gi√† la risposta pronta — sfoga! purga! purifica! — ma dovranno vedersela con avversari piuttosto agguerriti: dai pontefici romani che si opponevano alla costruzione dei teatri, come racconta Agostino, ad Agostino stesso, che non esita a parlare di una peste anzi di una pandemia, che non debilita i corpi ma i comportamenti, e del vizio che rischia di contaminare tutta la comunit√† (De Civitate Dei, I, XXXII), per arrivare fino a Jean Jacques Rousseau nella lettera sugli spettacoli, per il quale l’effetto generale del teatro √® di “aumentare le inclinazioni naturali e dare nuova energia a tutte le passioni”. Sfortunatamente, pochi oggi sono coloro che prendono sul serio i pontefici romani e i filosofi cristiani o ginevrini, ricacciando piuttosto le loro osservazioni nel proverbiale pregiudizio anti-teatrale, “pr√©jug√© barbare” come scrive D’Alambert.

Invece sarebbe opportuno prendere sul serio entrambe le teorie — curativa e infettiva — e comprendere come hanno fatto a sopravvivere malgrado la loro insanabile divergenza. In che misura, sebbene contraddittorie, queste teorie dicono entrambe la verit√†?

Da sempre, le opposte teorie si confrontano: ai tempi delle guerre di religione, mentre negli editti reali il “cattivo esempio” era ancora definito come fonte di contaminazione (Stati di Orl√©ans, 1560, art. XXIV), i drammaturghi gi√† iniziano a prendersi per taumaturgi (“Une histoire advenue dedans Paris… Ce que pourra chacun inciter/ Suivre le bien, et le mal √©viter”, Jean Bretog, Trag√©die fran√ßaise √† huit personnages traitant de l’amour d’un serviteur envers sa maitresse, et de tout ce qui en advint, 1571). Il Cinquecento √® il secolo della riscoperta della¬†Poetica di Aristotele, grazie tra l’altro¬†ai commentarii di¬†Pier Vettori,¬†Giraldi Cintio, Giulio Cesare Scaligero, Alessandro Piccolomini, Lodovico Castelvetro; e altrove √® un fiorire di prefazioni e prologhi un poco ipocriti, in cui gli autori vantano i meriti esemplari delle loro tragedie, mentre √® ovvio che nella sala tutti s’aspettano soprattutto i fiumi di sangue.

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√ą davvero suggestiva l’ipotesi omeopatica secondo la quale la rappresentazione parteciperebbe a neutralizzare l’esistenza di un certo fenomeno sociale; questo giustificherebbe la messa in scena di grandi quantit√† di oscenit√†, deviazioni, torture, orrori. Sfortunatamente, l’idea dell’arte come una spugna miracolosa che assorbe i mali della comunit√† non trova oggi molti riscontri empirici: al contrario, si ha notizia talvolta di qualche omicida di massa in pose da Old Boy. Va bene non esagerare il peso di simili fenomeni di emulazione, e tuttavia provano che avviene qualche tipo di trasmissione dalla finzione alla realt√†. Perlomeno nelle forme. Almeno fin dai tempi di Goethe i giovani si ammazzano per imitare gli eroi letterari, e risulta davvero poco convincente l’ipotesi secondo cui sarebbero molti di pi√Ļ quelli che hanno deciso di non suicidarsi in seguito alla lettura del Werther. Ma in fondo chi pu√≤ dirlo? Se poi in certi casi l’arte sfoga e in altri alimenta, da cosa dipende? Prendiamo un esempio caro ai nostri lettori: le donne nude. Come incide la loro esistenza di carta, pixel o celluloide sul bilancio libidinale della nazione? Calma i sensi o fa divampare i fuochi della passione? La risposta √® nota a tutti noi blogger, frequentatori dei bassifondi della rete, costretti in uno stato di eccitazione permanente che ci rende aggressivi, intrattabili e terribilmente reazionari.

I sostenitori della teoria dello sfogo citano dunque Aristotele, ma dimenticano che il meccanismo catartico funzionava soprattutto perch√© al piacere si mescolavano timore e piet√†: sfogato attraverso l’arte, √® vero, lo spettatore si guardava per√≤ bene dall’imitarla e non s’ingenerava alcun circolo vizioso. La perfezione del meccanismo catartico consisteva appunto nell’associare — in modo quasi pavloviano — il piacere al timore, il nodo allo snodo, la causa tentatrice all’effetto ributtante. Attirare il pubblico dilettandolo con le pi√Ļ scabrose condotte e poi stenderlo con una morale terribile. Notava bene Rousseau: √® necessario soddisfare la domanda poich√© “l’autore che volesse urtare il gusto generale non comporrebbe presto per altri che per s√©”. E gi√† Lope de Vega argomentava sul ruolo essenziale del piacere del pubblico e concludeva che a tale fine “tutti i mezzi sono buoni”. Ma il solo piacere non realizza alcuna catarsi, al contrario. La trappola non scatta, la comunit√† non si purifica.

Il momento √® catartico? Assolutamente no. Quale artista oggi prende la pena di condannare i suoi personaggi — insomma chi ha ancora il coraggio di scrivere operette moraliste o tragedie? Lo fece Brian De Palma con Scarface, ha cessato di farlo Quentin Tarantino; e tuttavia, cosa cambia? Saviano insegna: malgrado la fine tragica (o in sua virt√Ļ) Tony Montana √® sempre un mito per piccoli e grandi delinquenti. Ma chiss√†, forse una dose di emulatori √® fisiologica, forse sono proprio gli infiniti cattivi esempi che il cinema ci ha mostrato ad averci indirizzati sulla retta via, o forse semplicemente non sarebbe cambiato nulla.

Pi√Ļ probabilmente, il capitalismo della seduzione si permette oggi di alimentare ipertroficamente ogni passione perch√© pu√≤ anche soddisfarla, in un eterno circolo di consumi culturali dai quali dipendiamo — e che presto, tragicamente, non potremmo pi√Ļ soddisfare. Al modello catartico, insomma, si √® sostituito il modello narcotico: il quale senza dubbio √® in grado di contenere localmente il desiderio, ma risulta globalmente costoso in termini puramente economici. Ogni sforzo umano e ogni idrocarburo bruciato tendono al soddisfacimento attraverso rappresentazioni di bisogni generati da rappresentazioni, al fine di arginare indefinitamente l’eruzione violenta dei nostri istinti.



Il punto di vista del destino

Nel corso del mio abbozzato¬†giudizio su¬†Dogville ho avanzato che, per nulla brechtiano,¬†Von Trier¬†usasse una struttura drammaturgica classica, che ha il suo centro nella¬†catarsi. Cio√® in altri termini (intendevo io, molto banalmente) i film del regista danese¬†commuovono, con eventuale purificazione emotiva aristotelica che ne consegue.¬†Dhalgren ha¬†scritto proprio il contrario:¬†la sofferenza che ti infligge con la camera sballottata e l’immagine sporca non produce alcuna catarsi. Anzi, esci dal cinema col rimpianto per non aver visto la moglie di tomcruise violentata da pi√Ļ gente e con pi√Ļ gusto.

E ho pensato che doveva aver ragione, e mi sono chiesto¬†se commuoversi di fronte alle umiliazioni di¬†Grace¬†non sia travisare la visione dei film, cos√¨ come lo era per¬†Bess¬†e per¬†Selma. In fondo l’ho gi√† detto: Von Trier √® un lucido e patologico torturatore, che prova un palese piacere nel giocare con i destini delle sue indifese creature. Ed √® vero:¬†Dogville non mi ha commosso, neppure per un secondo – ma¬†Dancer in the Dark si (forse anche per questo il pi√Ļ debole come trama).

L’identificazione emotiva dello spettatore non √® con la vittima, e neppure con i singoli torturatori: ma con il¬†destino; cio√®, trattandosi di un film, con Von Trier stesso. Il¬†Dio¬†crudele che in questo caso, come il Dio di¬†Giobbe, restituisce alla vittima un simulacro di riparazione. E allora forse la catarsi √® in questo piacere inconfessabile: una specie di¬†Cura Ludovico che ci guarisce omeopaticamente dalla violenza.

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