Champ Libre nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Caduta libera (gdcm/vi)

Ricordando¬†Guy Debord come fondatore dell’Internazionale Situazionista e autore della Societ√† dello Spettacolo, si tralascia spesso una terza fase della sua attivit√†, pure molto ricca e rivelatrice: quella¬†di animatore delle edizioni Champ Libre, fondate nel 1969 dal produttore cinematografico G√©rard Lebovici con lo scopo di diventare la ¬ęGallimard della rivoluzione¬Ľ.

Vicina agli ambienti dell’ultra-sinistra,¬†Champ Libre ripubblica la Societ√† dello Spettacolo nel 1971 e si posiziona in maniera sempre pi√Ļ chiara contro la vulgata maoista, trotzkista e leninista. L’influenza di Debord su Lebovici diventa dominante a partire dal 1974, quando lo scrittore inizia a collaborare intensamente con Champ Libre. Nel 1983, l’editore compra un intero cinema nel quartiere latino, lo Studio Cujas, dove proiettare a ciclo continuo le opere cinematografiche di Debord (di cui Lebovici √® anche produttore).¬†Nulla a che vedere, qui, con il redditizio¬†mercato della contestazione: Lebovici dava fondo alle sue sostanze in pura perdita, per convinzione ideologica, gusto dell’estremo, o forse follia.¬†Anni dopo, Debord sment√¨ di essere mai stato l’eminenza grigia del suo mecenate — il che basta a convincerci del contrario. Come ultima follia, Lebovici s’invaghisce nel 1984 del criminale Jaques Mesrine, che esalta come modello libertario e di cui pubblica l’autobiografia. Pochi mesi dopo, l’editore viene assassinato in circostanze tuttora misteriose.

Scorrendo il catalogo di Champ Libre, √® possibile tenere traccia degli sviluppi del pensiero di Debord e della minuscola frangia di libertari antimoderni che si andava costituendo: oltre al gi√† citato Bruno Rizzi, vari testi sulla storia dell’anarchismo soprattutto riguardanti l’esperienza spagnola del 1936, le opere complete di Bakunin, studi di strategia tra i quali spicca¬†Clausewitz, molti dadaisti, alcuni ¬ępoeti dello scorrere¬Ľ¬†citati nel film In girum,¬†Baltasar Gracian e Baldassarre Castiglione, eccetera. La pubblicazione di una sola opera di Shakespeare, la traduzione di Amleto nella traduzione di Marcel Schwob, sembra confermare la nostra intuizione sul significato politico di questa tragedia. Passando a qualcosa di completamente diverso, ci tocca infine menzionare la collezione Chute libre (che con Debord non aveva nulla a che vedere) per via delle splendide copertine

Negli anni Ottanta si segnala l’incontro con¬†George Orwell, formidabile e imprevisto colpo di fulmine, di cui verranno pubblicate ben otto opere in un decennio. Non √® difficile intuire che cosa, nell’autore della distopia¬†1984, abbia potuto sedurre i debordiani. E tuttavia √® curioso come il radicalismo di Champ Libre, che sembrava dovesse sfociare nell’anarchismo pi√Ļ dirompente, abbia finito per avvicinarsi al pensiero di un tranquillo socialista democratico.¬†Nella lettura post-situazionista, Orwell √® il pensatore che smaschera il totalitarismo burocratico nelle sue tre forme spettacolari –fascista, comunista e capitalista — e il romanziere visionario che profetizza il destino delle democrazie occidentali. Il suo promotore pi√Ļ infaticabile √® oggi¬†Jean-Claude Mich√©a, filosofo debordiano anticapitalista partigiano della decrescita, che gode di grande successo editoriale in Francia.¬†Ma √® concepibile una¬†rivoluzione orwelliana?¬†Mich√©a resta vago, e i suoi libri certo non sono un invito alla lotta bens√¨ piuttosto all’adozione di un’etica anarco-conservatrice. D’altronde i tempi cambiano: per un secolo i¬†filosofi hanno cercato di cambiare il mondo; ora si tratta d’interpretarlo.

Gli eredi di Lebovici continueranno l’avventura di Champ Libre, e la pubblicazione di Orwell, fondando la casa editrice Ivrea, dove troviamo ripubblicata una vecchia conoscenza: quel L’Assassinat de Paris che tanto aveva colpito Debord negli anni Settanta. Quasi trent’anni dopo la morte di Lebovici, il catalogo Champ Libre continua a esistere in una piccola libreria dietro l’H√ītel de Cluny, quinto arrondissement, portando avanti con coerenza il progetto di Debord — in un’ordinata marginalit√†. Difficile tuttavia credere che l’editore conservi ancora qualche legame con l’autonomismo delle origini: √® molto probabile che i novelli anarco-conservatori siano ben pi√Ļ conservatori che anarchici.¬†(continua)



La burocratizzazione del mondo (gdclm/v)

Se il pensiero politico moderno concepisce lo Stato come macchina e ¬ęmagnum artificium¬Ľ¬†(in Hobbes per esempio) la critica antimoderna sta nel considerare che questa macchina non √®¬†in grado di funzionare. In verit√† Thomas Hobbes metteva gi√† in guardia dal vizio che avrebbe paralizzato la macchina: la divisione dei poteri. Ma questa divisione √® inesorabile dal momento in cui la giurisdizione statale tende a estendersi a un numero sempre crescente di fenomeni e rapporti. Questo processo di estensione e suddivisione, per mezzo della proliferazione di funzionari addetti al controllo e all’amministrazione della societ√†, caratterizza la storia della Modernit√† politica.

Sulla nascita dello Stato moderno non c’√® documento pi√Ļ preciso che il dramma barocco. Mettendo in scena tresche amorose o tortuose vendette, autori come Shakespeare, Calder√≥n de la Barca e Corneille hanno descritto come funziona (nelle commedie) o disfunziona (nelle tragedie) la macchina statale. Si tratta sempre di trame complesse e artificiose, che tracciano un percorso massimamente astruso tra due stati, per mezzo dell’intervento di un numero eccessivo di attori.¬†La tragedia di Amleto non √® altro che una commedia degli equivoci che vira al massacro perch√© tutte le procedure sono sbagliate ma nessuno √® in grado di fermarle. Tragedia della burocrazia:¬†storia di un regno senza sovrano legittimo e di un principe incapace di governare.

Carl Schmitt aveva analizzato la teoria meccanicista dello Stato in un articolo del 1937,¬†¬ęDer Staat als Mechanismus bei Hobbes und Descartes¬Ľ. Secondo il sommo giurista del Reich, il programma hobbesiano consisteva nel ¬ęcontrapporre al pluralismo medievale l’unit√† razionale di uno Stato centralistico, dal funzionamento calcolabile¬Ľ. Da parte sua Schmitt contrappone a questo paradigma¬†– che oggi definiremmo tecnocratico — un risoluto decisionismo. Nel fascismo, il decisionismo √® spesso accompagnato da una retorica anti-statale, perfettamente enunciata in un¬†articolo del 1920 contro l’ora legale, firmato¬†Benito Mussolini: ¬ęLo Stato √® la macchina tremenda che ingoia gli uomini vivi e li rivomita cifre morte.(…) Abbasso lo Stato sotto tutte le sue specie e incarnazioni. Lo Stato di ieri, di oggi, di domani. Lo Stato borghese e quello socialista¬Ľ.

Ma tutto questo cianciare di decisionismo, da parte di fascisti e nazisti, non √® altro che propaganda. Nei fatti, fascisti e nazisti commissariarono le istituzioni statali, le occuparono, le aggirarono, ma le lasciarono sostanzialmente intatte. Alla fine, sono proprio i nazisti a concretizzare l’incubo antimoderno che denunciavano, quello di un Stato ubiquo e maligno. La macchina statale del terzo Reich¬†impazzisce letteralmente e prende a sterminare esseri umani.¬†La distruzione degli Ebrei d’Europa √® un mostruoso¬†incidente che ebbe un esecutore materiale — lo Stato nazista e i suoi funzionari –, molti mandanti morali trai quali lo stesso Carl Schmitt, ma nessun mandante materiale. Una commedia degli equivoci che vira al massacro, dicevamo dell’Amleto.

Per Guy Debord, un simile discorso vale tanto per la Germania nazista quanto per l’Unione Sovietica, la Cina maoista e l’Occidente capitalista: si tratta di totalitarismi burocratici che operano a una ¬ędivisione mondiale delle mansioni spettacolari¬Ľ e realizzano compiutamente l’utopia meccanicista moderna. Non √® efficiente la macchina dello Stato e non √® virtuosa la¬†mano invisibile che guida l’economia di mercato. Ogni cosa √® disarticolata, fuori sesto. Questa tragica disfunzionalit√† si manifesta in maniera evidente nelle politiche urbanistiche del dopoguerra: sotto gli occhi di tutti, Parigi e le altre citt√† vengono progressivamente deturpate (Debord dice ¬ędistrutte¬Ľ) per opera di tecnocrati corrotti e speculatori.

Debord denuncia, insomma, una burocratizzazione del mondo.¬†Con questo titolo era uscito a Parigi nel 1939 un libro firmato dall’esule italiano¬†Bruno Rizzi, comunista della prim’ora e anti-staliniano della seconda, che ispir√≤ il pi√Ļ noto The Managerial Revolution di James Burnham del 1941, comunista anti-staliniano convertito al liberalismo. In verit√† pi√Ļ che d’ispirazione molti parlarono esplicitamente di plagio, ma ci√≤ che conta √® l’influenza che ebbero queste idee su pensatori come Debord o George Orwell.¬†Debord cita Bruno Rizzi nella¬†Societ√† dello Spettacolo, e dieci anni dopo pubblica la prima parte de¬†La burocratizzazione del mondo alle edizioni¬†Champ Libre, firmandone anche la quarta di copertina dove lo descrive come il ¬ęlibro pi√Ļ sconosciuto del secolo¬Ľ. Ma si noti che le idee di Rizzi sull’Unione Sovietica non sono nuove, poich√© le aveva gi√† enunciate… Mussolini, nel testo sopra citato! L’influenza del socialismo libertario ottocentesco (e in particolare forse di¬†Georges Sorel) √® il minimo comune denominatore in grado di spiegare le impreviste analogie tra Guy Debord e Benito Mussolini.

Secondo Rizzi, l’Unione Sovietica √® un ¬ęcollettivismo burocratico¬Ľ¬†sostanzialmente identico alla Germania nazista e all’Italia fascista. Da parte sua Burnham descrive l’emersione di una nuova classe dirigente, i tecnici o manager anche detti intellettuali, chiamati a governare (senza distinzioni) le societ√† socialiste, fasciste e capitaliste. All’inizio di In girum imus et consumimur igni, Debord elenca le mansioni di questa nuova ampia classe sociale necessaria all’amministrazione del sistema produttivo: ¬ęGestione, controllo, manutenzione, ricerca, insegnamento, propaganda, intrattenimento e pseudo-critica¬Ľ. Il destino di questi burocrati, peggiore della schiavit√Ļ, √® fatto di miseria e di umiliazione: essi sono ad un tempo la classe oppressa e la classe che opprime, avvinghiati tra loro per mezzo di una grossa macchina inceppata.¬†(continua)