Charles Sanders Peirce nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Il museo o il campo di battaglia

Per una critica del diritto internazionale sulla protezione dei beni artistici e culturali in caso di conflitto armato

Max Ernst, L’Europa dopo la pioggia

Nel cominciar di questa guerra i Greci riposero ogni speme, ogni fidanza ne l’aiuto di Palla; e ben riposte fur sempre, infin che l’empio Dïomede, e l’inventor d’ogni mal’opra Ulisse, il sacro tempio suo non vïolaro: come fêr quando, ne la ròcca ascesi, n’uccisero i custodi, e n’involaro il Palladio fatale, osando impuri por le man sanguinose al sacrosanto suo simulacro; e macular le intatte e intemerate sue verginee bende.

Virgilio, Eneide, II, 274-285.

1. Beni culturali e violenza politica

Nell’ingombrante eredità che i nostri antenati ci hanno trasmesso, e che conserviamo con dedizione, non ci sono soltanto pentole, monili e nature morte, ma soprattutto castelli, fortezze, muraglie, e ancora lance acuminate, scudi, armature, balestre, strategie militari e ricette per torture viziose. Nei musei e nelle città riposano le spoglie di antiche armi, logorate nella materia e nel significato: monumenti in onore di sovrani e ritratti di capitalisti; templi e icone sacre; palazzi delle amministrazioni e delle banche; biblioteche, boulevards, cimiteri. Gran parte del patrimonio artistico e culturale dell’umanità – così detto dai legislatori internazionali – non è altro che il solco scavato da secoli di esercizio del potere tra diversi gruppi di uomini, la testimonianza di un ordine e la cicatrice di una violenza di cui è fatta la Storia. La Storia tuttavia non è finita e spesso, lungi dall’essere la semplice traccia di un conflitto ormai risolto, il patrimonio artistico e culturale è il segno efficace dell’esercizio del potere hic et nunc: non un delizioso ornamento, non un bene inoffensivo, non un’esperienza con cui intrattenersi nel tempo libero.

Oggi un visitatore può esplorare le sale del Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo e ammirare la straordinaria collezione di opere d’arte, le fastose decorazioni e gli emblemi di un potere trapassato; nel 1917, i bolscevichi, comandati da Vladimir Antonov-Ovseenko, lo sfiguravano a cannonate. Chi, tra il turista e il rivoluzionario, è più prossimo a comprenderne il significato, il valore, la bellezza? Chi, tra chi conserva e chi distrugge, conosce meglio il segreto del patrimonio artistico e culturale dell’umanità? La domanda è senz’altro oziosa, come dicono per modestia i filosofi, per cui ci accontenteremo di enunciare un dato di fatto: le guerre hanno sempre comportato la distruzione o la predazione di beni culturali. E questo non soltanto perché un edificio o un manufatto possono coincidere con un obiettivo economico o militare, ma anche e più profondamente perché i beni artistici e culturali, che oggi fruiamo esclusivamente nella loro dimensione estetica, sono degli oggetti intrinsecamente politici. Essi sono, propriamente, la materia di cui è fatto il potere. Le fortezze, gli scudi e le strategie; ma anche i monumenti, i templi e le biblioteche.

Nel tentativo di sottrarre questi beni alla violenza, alla quale pure sembrano destinati, è stata conclusa all’Aia nel 1954 la convenzione sulla Protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, ratificata nel corso degli anni dai diversi stati. Aderendo alla convenzione, le parti s’impegnano

a proibire, a prevenire e, occorrendo, a far cessare qualsiasi atto di furto, saccheggio o di sottrazione di beni culturali, comunque sia praticato, e qualsiasi atto di vandalismo verso gli stessi. (art. 4)

La questione del rapporto tra patrimonio culturale e violenza politica, che pareva finalmente risolta, è però ri-emersa con forza durante gli anni Novanta e ha costituito una sfida per chi si occupa di diritto internazionale. Come sottolinea un testo recente, la “deflagrazione degli Stati multietnici e multiconfessionali” dopo la caduta dell’Unione Sovietica ha provocato “drammatici quanto inattesi problemi relativi al trattamento dei beni culturali nei conflitti armati” (Zagato 2007, p. 199). In effetti, scrive ancora Zagato, “risalta come uno tra i tratti qualificanti dei nuovi conflitti risieda precisamente in ciò, che la distruzione del patrimonio culturale della Parte avversa diviene un obiettivo militare prioritario” (p. 203). Sono stati soprattutto i conflitti etnici sorti dalla dissoluzione della Iugoslavia a manifestare il problema di “conflitti aventi come obiettivo specifico la distruzione dei beni culturali” (p. 242).

Il danneggiamento nel 1991 dell’antica città croata di Dubrovnik assediata dall’Esercito Iugoslavo (JNA) e il bombardamento del ponte Stari Most di Mostar nel 1993 sono i simboli di una forma di violenza politica che gli strumenti pattizi internazionali non sono stati in grado di prevenire. Proprio in seguito a questi tragici eventi il curatore e museologo canadese Martin Segger ha sviluppato l’idea di una museologia della riconciliazione, che prende le mosse dalla constatazione dell’essenziale politicità del bene culturale e dello spazio museale. Anche da questo punto di vista, e non solo da quello umano, la guerra dei Balcani ha presentato un pesante bilancio:

What differentiates today’s tribal and ethnic conflicts from those previously of nation states, is the extent to which erasing not only ethnic identity but also ethnic memory has been raised to the status of a legitimate goal. This is quite different from the 1000 years of systematic looting which was part and parcel of the military system. Museums, historic sites, libraries, archives, places of worship and community gathering have become prime targets. (Segger 1998)

C’è da chiedersi se questo sia semplicemente un “incidente di percorso”, o se piuttosto – come crediamo – non si debba fare i conti con un limite intrinseco degli strumenti legali di tutela del patrimonio culturale. È corretto ritenere che l’assorbimento del bene artistico entro il teatro di guerra, come obiettivo intenzionale, sia un fenomeno nuovo? Senza dubbio, la tecnologia militare permette oggi di produrre una quantità di danni dapprima impensabile, ma questo dato quantitativo davvero non è sufficiente, ci pare, per parlare di un salto di qualità nella natura dei conflitti. Lo stesso Segger, ripercorrendo sommariamente la storia del rapporto tra guerra e beni artistici, ne evidenziava l’ineluttabile legame:

Gold and silver art works, war trophies of the conquering armies of Alexander, were proudly displayed in Greek Temples, ancestors of the modern museum. The armies of Napoleon looted Europe to found the modern Louvre; and likewise British generals and colonial administrators scoured an Empire to develop the British Museum. (Segger 1998)

E se i “nuovi conflitti” segnassero piuttosto la fine di una breve parentesi, caratterizzata dal diritto di guerra novecentesco e dalle sue illusioni? Questa parentesi, ci pare, ha coinciso con il disconoscimento della stretta interdipendenza tra la produzione artistica e la storicità dell’esistenza umana. Che l’arte e la cultura siano politicamente neutre – e che possano essere considerate militarmente neutrali – è il principio da cui muovono i numerosi trattati internazionali che, nel corso del Novecento, ne fissano lo statuto; per non parlare dell’idea di un patrimonio universale talmente neutro da appartenere all’umanità intera, sviluppatasi dopo la Seconda Guerra Mondiale.

In effetti, una certa concezione dell’arte e della cultura si nasconde tra le righe delle convezioni. Questa concezione è contestabile sul piano dei presupposti teoretici, ma soprattutto su quello dell’efficacia normativa, come vorremmo dimostrare esaminando il modo in cui gli strumenti internazionali riconducono il patrimonio culturale e artistico entro la categoria della neutralità politico-militare. Alcuni concetti del linguaggio giuridico e militare, alcune parole cui si ricorre con troppa distrazione, attirano la nostra attenzione: superfluo, neutrale, universale. Esaminandole vorremmo formulare una critica, talvolta provocatoria, dell’ideologia della tutela dei beni artistici e culturali, in guerra ma anche in pace.

Non ci stiamo qui interrogando su che cosa sia una bene culturale, su quali criteri lo definiscano, su cosa dobbiamo conservare e su cosa possiamo sacrificare. Se così fosse, il problema non riguarderebbe la natura delle prescrizioni, ma l’estensione del concetto di bene culturale cui le prescrizioni si applicano. In verità, la domanda da porsi è tutt’altra, ed è questa: l’immunizzazione del bene culturale – come definita dalle convenzioni – non implica necessariamente (nel suo tentativo di neutralizzarlo e universalizzarlo) una definizione del bene riduttiva, che non corrisponde alla realtà dei rapporti che gli uomini intrattengono con esso? In questo caso, la prescrizione rischia di essere semplicemente inattuabile, oltre che tragicamente ingenua: proprio come fu ingenuo credere, a Versailles nel 1919 e a Ginevra nel 1924, che la “criminalizzazione della guerra” avrebbe reso impossibile il conflitto armato. Lo avrebbe invece reso più atroce.

E ugualmente atroce è il destino del bene artistico, ostaggio di custodi tanto severi quanto incapaci di proteggerlo. Ma se la sola alternativa fosse tra il museo e il campo di battaglia dobbiamo davvero preferire il primo?

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Forza di Arte. Della pubblicità come condizione estetica

Ora voi, figli delle dolci Muse, mostrate dunque ai magistrati i vostri carmi, prima di tutto, accanto ai nostri, e se risulterà che voi dite le stesse cose che noi diciamo, o anche se le direte migliori, noi vi apriremo i teatri, ma se non è così, amici, noi proprio mai potremmo farlo.

Platone, Leggi VII, XIX (817a)

D’una gemma perduta sul fondo oscuro degli abissi, si può dire che brilli? D’un fiore che sboccia nel deserto, lontano dagli uomini, si può dire che profumi? Sono le domande che pone Charles S. Peirce in un noto articolo del 1878, Come rendere chiare le nostre idee, per mettere la teoria pragmatista della realtà e della conoscenza alla prova dei cosiddetti “segreti sepolti”, quei fatti di cui nessuno può avere esperienza. Da parte nostra, teniamoci lontani da simili meditazioni metafisiche e consideriamo una categoria particolare di segreti sepolti. Che dire d’un attore che recita segretamente in una sala vuota, d’un manoscritto chiuso in un cassetto, o d’un quadro stipato in una cantina? Diremo innanzitutto che senz’altro esistono dei suoni, delle parole, dei colori. D’altronde almeno una persona, l’autore, può testimoniare della loro esistenza. E tuttavia manca a questi fatti estetici qualcosa di fondamentale: la pubblicità. Ma in che modo è fondamentale la pubblicità per un’opera d’arte?

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margini

Il problema estetico è prima di tutto ontologico: appunto, cos’è un oggetto? Charles Sanders Peirce rispondeva: nient’altro che l’insieme dei suoi effetti. Se vado a teatro, non vedo soltanto ciò che avviene sulla scena, ma inoltre i movimenti del pubblico: nell’oscurità, ai margini del campo visivo. Immaginate la prima di Aspettando Godot senza il pubblico allibito: assai poco cosa. Se per una poesia un lettore si suicida, non è quindi il caso di considerare questa morte come parte dell’oggetto stesso? E se mette una bomba per un film? E se non la mette? Ma il problema non sono i limiti dell’oggetto, in verità l’oggetto proprio non esiste. Non si criticano gli oggetti, ma le situazioni – ovvero le manifestazioni dell’oggetto che non c’è. Insomma si parla sempre della realtà: l’opera d’arte è soltanto un modo per circoscriverne un pezzetto.