conflitto nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Gorboduc o dell’entropia

Gorboduc era un buon re, e Porrex e Ferrex dei buoni figli, ma fecero l’errore di dare ascolto agli adulatori piuttosto che ai saggi consiglieri. Così Gorboduc decise — contro natura, contro il diritto, contro la consuetudine — la separazione del regno, che era poi la Britannia: una parte a Porrex e l’altra a Ferrex. Ma come può un solo corpo obbedire a due teste? Dal tragico errore s’innescò il meccanismo tragico. Porrex e Ferrex, temendo ciascuno che l’altro aggredisse per primo, come nel dilemma del prigioniero e nella teoria dei giochi, un po’ spinti dalla paranoia e un poco dall’ambizione, finirono per farsi la guerra, e allestire arsenali atomici per assicurarsi la reciproca distruzione. Ferrex venne ucciso da Porrex, e Porrex dalla madre, e così in un baleno fu la guerra civile. Il popolo si macchiò d’un crimine più orrendo del fratricidio e del figlicidio, parola che peraltro non esiste: il regicidio, uccidendo Gorboduc e la regina. Allora il saggio consigliere del Re, uomo di buona volontà, ordinò il massacro degli insorti; e senza pietà, poiché non esiste ragione che giustifichi i sudditi a contestare il sovrano, con pensieri con parole e tanto meno con la spada. Ma intanto qualche nobile si montò la testa, un po’ per ambizione e un poco per paranoia, e il duca d’Albania — ovvero di Scozia — mosse il suo esercito per conquistare il trono vacante. In questo deserto di rovine e distruzione, il Parlamento è pronto a intervenire, ex machina

Gorboduc di Thomas Norton et Thomas Sackville è considerata come la prima tragedia della storia inglese, e sarà giusto iniziare da qui per condurre non tanto una storia politica del teatro, quanto piuttosto una storia teatrale del politico, che vedremo dove ci porterà. Una storia delle idee che porteranno al Leviatano di Thomas Hobbes — ovvero alla teoria della rappresentanza e allo stato moderno — deve senz’altro passare da questo dramma per mezzo del quale due parlamentari e studiosi di diritto, vicini alla corte, intendevano avvertire Elisabetta I, sovrana da tre anni, dei terribili rischi che correva un regno senza erede legittimo.

Elisabetta si lasciò volentieri avvertire, accettando che lo spettacolo venisse rappresentato in sua presenza nel gennaio 1562, interpretato dai giuristi del College di Whitehall. Di fatto, lasciò che s’aggirasse il decreto del 16 maggio 1559, che proibiva gli spettacoli a tema politico e religioso. Il contesto (un manipolo di giuristi e una regina) suggerisce la dimensione pienamente politica di una simile rappresentazione, e questo ben oltre l’ovvia sua finalità di persuasione: se Gorboduc ha la forma di una dimostrazione drammatica della validità di certe teorie, la sua messa in scena finisce per costituire un’arringa rivolta ufficialmente e direttamente — fuori dalla scena, dall’interno della scena — alla regina. Il dramma è fatto di parole, con abbondanti eccessi didascalici e allegorici, e i terribili fatti di sangue vengono solo riportati dai messaggeri. I buoni consiglieri e i cattivi consiglieri enunciano le loro posizioni, pro et contra, ed è l’esito drammatico a fornire la forma del teorema, la morale della favola: “Ecco ciò che accade, vedete, quando il principe, colto dalla morte o da un male improvviso, non dispone d’un erede certo, diciamo un erede che non solo sia legittimo, ma che come tale sia noto al regno” (V, II). Quod erat demonstrandum.

A parte l’evidente riferimento alle conseguenze della condotta virginale della regina, e il garbato invito a darla via, Norton e Sackville stanno enunciando una teoria politica sull’indivisibilità del potere sovrano, quella stessa che ritroveremmo da Hobbes in forma di larvata confutazione della dottrina papista delle due spade, anche nelle variante bellarminiana della potestas indirecta. Si potrebbe forse avanzare il sospetto (forse inedito, forse immotivato) che Gorboduc sia una tragedia anglicana, tragedia del potere scisso ovvero della monarchia insidiata dal potere ecclesiastico: ipotesi davvero curiosa, dal momento che i due autori sono (secondo le cronache) un calvinista e un simpatizzante cattolico… Bisogna credere che il problema dell’ordine civile fosse prioritario, che un parlamentare inglese non potesse essere altro che “anglicano”, e tutto il resto nient’altro che decorativo.  Ma la portata politica dell’opera di Norton e Sackville è molto più vasta e generale. Se ogni tragedia è una forma di entropia, che spiega l’origine del caos da una condizione d’ordine e da un evento scatenante, allora Gorboduc è effettivamente la tragedia originaria della modernità — o meglio la tragedia che la teoria politica moderna intende arginare.

Come in Hobbes, un secolo più tardi, il male assoluto è la guerra civile (lo Stato moderno, in un certo senso, non è altro che la tecnologia politica intesa risolvere il problema della guerra civile). Come in Hobbes, al cuore di tutto il sistema stanno la paura e il desiderio (di cui l’ambizione è una specie, cf. Lev. VI, 24). Come in Hobbes, l’unico argine al male che naturalmente si scatena dal libero gioco di queste passioni è il monopolio del potere. Come in Hobbes, è un patto indissolubile, stabilito chissà quando, che lega i sudditi al sovrano (V, 2: ma gli storici fanno iniziare il dibattito sul contrattualismo qualche anno dopo, con un testo ugonotto anonimo del 1579, Vindiciae contra tyrannos). Come in Hobbes, l’obbedienza al sovrano deve essere cieca e assoluta (cf. ad esempio Lev. XXX, 9). Il lettore contemporaneo potrà essere urtato da questa concezione totalitaria — direbbe lui — dell’obbedienza politica, ma nel contesto il suo senso è di chiudere ogni spiraglio ai tentativi della Chiesa (e ad ogni “coscienza individuale” al soldo di un secondo potere) di scavalcare il sovrano.

Entropia, dunque, o fuoco, braciere, come ripetono continuamente i personaggi della tragedia per descrivere il contagio della violenza, cioè questo misto di paura e desiderio di cui oggi solo il vecchio René Girard osa parlare davvero. L’ignoranza di questa verità del potere — custodita nella natura, nel diritto e nella consuetudine — è la molla della tragedia. Re Gorboduc, di carattere debole, s’inganna quando afferma: “Non ho ragione di pensare che ci sia qualcosa da temere dalla natura dei miei figli affezionatissimi” (I, 2). Re Gorboduc ignora la legge inesorabile della paura e del desiderio, e perché non s’inganni anche Elisabetta le si presenta la dimostrazione in forma di dramma. Gorboduc è lo Speculum principis delle brame elisabettiane, avverte il Coro, nel quale i sovrani “apprenderanno come non cadere” (I, 2). Il meccanismo che scatena il disordine tiene tutto nelle parole del saggio consigliere, parole che qualcosa insegnano persino su noialtri che siamo — non dimenticate la fraternité — una folla di Ferrex e Porrex:

Tanta è nel cuore dell’uomo la passione di regnare, tanto è il desiderio di raggiungere la vetta per interpretare sulla scena del mondo i primi ruoli, che lealtà, giustizia e affetti naturali, tutto sparisce di fronte al desiderio di essere sovrano, là dove un rango uguale dona una speranza uguale di conquistare ciò che ognuno vorrebbe. (I, 2)

Norton e Sackville non si risparmiano il riferimento alla consueta (ma non ancora) scena del mondo, e dunque al teatro come modello dei rapporti sociali e politici: scrivono proprio “worldly stage”, due anni prima della nascita di William Shakespeare. Nel Damon and Pythias di Richard Edwards (1564), questa immagine è attribuita (impropriamente, si suppone) a Pitagora. Perciò faremo ancora attenzione a un ultimo dettaglio. Quando il consigliere del re proclama che “Chi indossa la corona non ha bisogno di alcun diritto, né nulla che dimostri attraverso una lunga discendenza il lignaggio che attesta la legittimità del proprio regno” (V, 2), ciò che noi intendiamo è che la forza fa la legge, e inoltre che questa forza è innanzitutto una messa in scena, una liturgia. La posta in gioco della teoria politica moderna sarà di andare oltre a questa terribile e oramai inevitabile confusione tra sovranità e imitazione della sovranità; confusione inevitabile dal momento che l’unico potere capace di formulare la distinzione, il potere papale, deve essere evacuato per garantire l’ordine civile. Qual è allora la verità del potere? Cosa lo distingue da un semplice spettacolo? Il problema, all’alba della modernità, è fondare la rappresentanza altrove che nella semplice rappresentazione.

Nessuno più crede, alla corte di Gorboduc e di Elisabetta, che vi sia un potere naturalmente legittimo, e dunque garantito dall’unzione dei sacerdoti, e tuttavia tutti sanno che un potere unico e indivisibile e preferibilmente nazionale è necessario, a costo di essere solo una convenzione. La costruzione di una convenzione stabile, attraverso il mito del contratto, sarà appunto il lavoro di Hobbes, ma è un lavoro che l’opera di Norton e Sackville mostra essere già a buon punto — con un secolo di anticipo.



Kamikazen! Da Mao Zedong a Benedetto XVI

Un recente sondaggio ha quantificato lo sconcerto dei cattolici francesi di fronte alle posizioni di Joseph Ratzinger: ben 43% sarebbero favorevoli alle sue “dimissioni”. Ricorrere alla statistica in materia di legittimità papale è senza dubbio piuttosto incongruo, per non parlare delle dimissioni, ma non formalizziamoci. Questa cifra nasconde un disagio, un imbarazzo e diversi dubbi. Questa Chiesa rigida e inflessibile non rischia di allontanare i fedeli? Che bisogna pensare della strategia comunicativa di Benedetto XVI?

La tesi del reazionario pasticcione (gaffes a parte o incluse) è suggestiva. Eppure basta vedere cos’è successo alla politica italiana negli ultimi quattro anni per rilevare l’efficacia di questa strategia, che ha imposto la Chiesa al centro del dibattito pubblico. Per una frase sulla contraccezione, oggi Benedetto XVI subisce una doccia fredda di comunicati ufficiali, editoriali, dichiarazioni; domani mieterà il raccolto. La domanda che turba il nostro, di sonno, è dunque questa, che il caso di Ratzinger permette di sottoporre a verifica sperimentale: in che modo una perdita su breve periodo produce un guadagno sul lungo periodo? Due sono i momenti della misteriosa conversione della perdita in guadagno: la mobilitazione e la vittimizzazione.

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La guerra della Chiesa di Roma contro la società liberale sembrava una guerra perduta in partenza, attorno al diciottesimo secolo. L’esercito di Cristo, oggi, fa una ben magra figura di fronte all’esercito della modernità. Ma le guerre perdute in partenza si possono vincere all’arrivo. Tutto ciò che serve è darsi alla macchia e cominciare la guerriglia. E infatti Ratzinger applica alla comunicazione politica lo stesso metodo che Mao Zedong applicava al conflitto armato. Come scriveva nel suo testo Sulla guerra di lunga durata (1938), l’obiettivo di un’operazione di guerriglia partigiana non è “conservare le nostre forze e annientare quelle del nemico” bensì “mobilitare e organizzare le masse popolari”. Possiamo chiamare questo sistema, cui ricorreranno Che Guevara e oggi Hamas e Al Qaeda, con il nome impegnativo di terrorismo, ultima incarnazione di quella efficacissima politica missionaria che era il martirio. La mobilitazione consiste in una deliberata strategia di estensione del conflitto al fine di alterare gli equilibri coinvolti, e portare a manifestarsi le forze latenti. In altri termini, il primo risultato di un’operazione terrorista è di costringere i non allineati a prendere posizione: con noi o contro di noi. E l’Italia é una nazione di cattolici di comodo, pronti ad allinearsi secondo come gira il vento.

Tuttavia, al primo stadio il rischio è che il popolo scelga di stare contro di noi. La violenza necessaria a suscitare la mobilitazione produce infatti un danno d’immagine per l’aggressore, ed è questo appunto il danno che si rileva nel breve periodo. L’undici Settembre eravamo tutti americani, e il fronte del terrorismo sembrava debolissimo, ma poco a poco le cose hanno iniziato a complicarsi. La violenza ha infatti un’altra conseguenza: essa chiama a sé una reazione. Il secondo risultato di un’operazione terrorista è di costringere il nemico a compiere una rappresaglia. Siamo nel medio periodo e questo è il secondo danno subito; la strategia sembra del tutto irrazionale. Eppure questo danno è centrale perché produce il rovesciamento della gerarchia tra aggressore e aggredito. Tenuta a saldare un debito economico o simbolico, la rappresaglia potrà essere percepita come sproporzionata (ad esempio questa) e aprire perciò un nuovo debito, che produce una nuova vittima. L’attenzione si sposta, la cronologia degli eventi si confonde, e forse non c’è stata nessuna aggressione, ma solo un malinteso.

E così, misteriosamente, una guerra perduta in partenza si trasforma, come dire, in un gran pantano. Misteriosamente, i coltelli hanno la meglio sulle bombe atomiche, le antiche leggi su quelle nuove, il rigore sul benessere, la fede sulla scienza. Accidenti se la sa lunga, il reazionario pasticcione.