contestualismo nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Il pensiero anonimo

Ai nostri campioni di perbenismo la lettura di queste pagine non apporterà nulla. O forse si: se saranno disposti a leggerle come fossero anonime. Questo è l’esperimento mentale cui li invitiamo a sottoporsi. Se non sanno chi scrive, non verrà loro in mente di scovare nella biografia, magari nei trascorsi nazionalsocialisti, i motivi per i quali l’autore scrive quel che scrive. Dovranno attenersi a quel che sta scritto e dire semplicemente: “E’ vero, è falso; mi piace, non mi piace; coglie nel segno, sbaglia”.

Strano suggerimento, questo di Franco Volpi alla fine del saggio che accompagna l’ultimo piccolo Adelphi di Carl Schmitt. Innanzitutto perché la mano dell’autore si riconosce non dico dalla prima riga, ma perlomeno dalla terza pagina, quando scrive: “La libertà puramente soggettiva della posizione dei valori conduce a un eterno conflitto dei valori e delle visioni del mondo, una guerra di tutti contro tutti, un perpetuo bellum omnium contra omnes al cui confronto il bellum omnium contra omnes e persino l’atroce stato di natura della filosofia politica di Thomas Hobbes sono autentici idilli”.

Altro che anonimato! Questa frase è una summa dell’ultimo pensiero schmittiano: per non accorgersene, il lettore deve proprio essere digiuno in materia. Ma soprattutto, questo è un pensiero interamente radicato “nella biografia, magari nei trascorsi nazionalsocialisti”, nell’esperienza della seconda guerra mondiale, nell’internamento, nel processo. Dietro la denuncia della “tirannia dei valori” si sente il dolore di un uomo umiliato, che della tiranna dei valori (incarnata nella “guerra giusta” degli USA contro la Germania) si considera la vittima più eccellente. Trattandosi poi del pensiero fondamentale da cui s’irradia, nel Novecento, a destra come a sinistra, la critica all’universalismo occidentale, tema quantomai attuale, non è chiaro poi perché si debbano tacere le vicissitudini storiche dell’opera di Schmitt, a monte come a valle. Giacché la denuncia schmittiana è, neanche troppo velatamente, una critica dell’ordine mondiale uscito dalla seconda guerra mondiale: l’ordine di USA e URSS, ma anche dell’ONU e dell’UNESCO.

Considerare che le teorie dipendono da condizioni di enunciazione e strategie extradiscorsive spero non basti a fare di noi dei “conformisti pronti ad intrupparsi”. Qui non ci s’intruppa contro Schmitt; semmai contro una certa concezione dei testi, degli autori, della storia. E se il campione di perbenismo fosse Franco Volpi, che stufatosi di fare il suo lavoro di storico della filosofia, o stufatosi di dover difendere il giurista dalle più surreali invettive, ci invita a decontestualizzare Schmitt per farne un opinionista da salotto?

L’effet d’actualité de Carl Schmitt repose sur une récéption paradoxale: nombre de ses textes paraissent “actuels”, frappants. Mais de la sagacité descriptive à la pertinence politique il y a un pas qu’on ne peut généralement franchir que si l’on oublie, efface, met délibérément entre parenthèses leurs arrière-pensées immediates, soit ce que Schmitt cherchait réellement à défendre ou à dénoncer. (Jean-Claude Monod, Critique, Novembre 2008, p. 835.)



Swastika eyes

Soltanto in apparenza il «caso Schmitt» e il «caso Heidegger» sono lo stesso caso, un caso generale che nella forma più semplice – si può leggere, apprezzare, citare un autore nazista? – avrebbe una semplicissima risposta: certo, si, perché no? Però appunto i casi sono diversi.

Tant’è che mi capita talvolta di usare il nazismo di Heidegger come argomento contro la sua filosofia: quando mi occorre essere sbrigativo, e chiudere una conversazione oppure un’amicizia. Mentre invece tengo in grandissima considerazione il genio di Carl Schmitt, sommo giurista del Führer. Potrebbe anche essere una mia personale preferenza, e allora sarei semplicemente disonesto. D’altronde, ci sono svariati e variopinti modi di esserlo: gli svergognatissimi cultori di Heidegger discernono tra essenza e accidente del suo pensiero, e concludono così che sia possibile ritagliare via l’ideologia nazionalsocialista dal Dasein (si, come no). Sfortunatamente per costoro, come mostra molto bene Bourdieu nell’Ontologie politique de Martin Heidegger, il nazismo di Heidegger non è il caso di andare a cercarlo nei discorsi accademici o nelle lettere a sua nonna: basta aprire Essere e Tempo. Difficile procedere all’amputazione senza uccidere il paziente.

Chi non capisce perché ha forse un’idea un po’ troppo cinematografica del nazionalsocialismo. Costui è un negazionista: perché in fondo a sé stesso egli non riesce a credere all’esistenza concreta del nazismo, e nemmeno trovandoselo davanti saprebbe riconoscerlo: egli lo afferma metafisicamente, e lo nega nella storia. Lo ha ridotto a una tale caricatura che davvero non riesce a immaginare che quel filosofo tanto profondo, che dice frasi dolcissime sull’empatia e sulla comunità, possa essere stato (e proprio mentre diceva quelle cose così affettuose) un perfetto nazista. Ho scritto un breve articolo su questa cosa, in inglese malcerto. Confesso che non sto seguendo granché i dibattiti in corso, ma il libro di Faye sembra valido, e le calunnie che ha ricevuto pure operazioni di mafia accademica.

Vengo al punto. Se il nazismo di Schmitt e quello di Heidegger pesano in modo diverso è perché il secondo, presentandosi o venendo presentato come Filosofo, e non come oggetto storico, richiede una certa misura di adesione a-storica. Sarebbe invece utile leggerlo nel suo contesto, nel suo legame con la storia, come fa Bourdieu. Ma Heidegger non si presta: egli vuole essere letto fuori dalla storia, al di sopra della storia; e soprattutto non vuole parlare del suo nazismo, si offende, cambia discorso, sbuffa, sospira, alza gli occhi al cielo. E così fanno i suoi discepoli. Per loro un filosofo è un’entità disincarnata, e la storia della filosofia non esiste altrimenti che come sequenza di idee. Mentre invece la storia della filosofia è una sequenza di fatti, di eventi, di atti linguistici. Se preferisco Schmitt a Heidegger è dunque per questo: che il primo esibisce e mostra l’essenza del nazismo, la mette a fuoco e la sistematizza (a breve vorrei tornare su questo), e dunque non cela le drammatiche conseguenze storiche del suo pensiero. Schmitt è un oggetto storico perfetto, e soprattutto nessuno intende negarlo. Al contrario, Martin Heidegger ha dedicato la sua opera filosofica al nascondimento del proprio significato politico implicito, e ancora trova discepoli entusiasti e ignari. Altro che Aletheia.



margini

Il problema estetico è prima di tutto ontologico: appunto, cos’è un oggetto? Charles Sanders Peirce rispondeva: nient’altro che l’insieme dei suoi effetti. Se vado a teatro, non vedo soltanto ciò che avviene sulla scena, ma inoltre i movimenti del pubblico: nell’oscurità, ai margini del campo visivo. Immaginate la prima di Aspettando Godot senza il pubblico allibito: assai poco cosa. Se per una poesia un lettore si suicida, non è quindi il caso di considerare questa morte come parte dell’oggetto stesso? E se mette una bomba per un film? E se non la mette? Ma il problema non sono i limiti dell’oggetto, in verità l’oggetto proprio non esiste. Non si criticano gli oggetti, ma le situazioni – ovvero le manifestazioni dell’oggetto che non c’è. Insomma si parla sempre della realtà: l’opera d’arte è soltanto un modo per circoscriverne un pezzetto.