cospirazionismo nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La radice del male

In questa campagna elettorale specialmente caratterizzata dalla vaghezza dell’offerta politica, sia Beppe Grillo che Silvio Berlusconi hanno flirtato con i temi del sovranit√† economica e monetaria. A un primo livello, pi√Ļ superficiale, ammiccando ai sostenitori dell’uscita dall’euro; a un secondo livello, meno evidente, suggerendo la possibilit√† di rivedere l’attuale posizionamento geopolitico dell’Italia; e a un terzo livello, quasi occulto, dando l’impressione di dare credito alla stravagante teoria del signoraggio bancario‚ĄĘ.¬†Flirtare, ammiccare, suggerire, dare l’impressione: tutto sta nel formulare enunciati che siano interpretati in maniera diversa secondo l’interlocutore, impiegando metafore che alcuni leggeranno¬†sub ¬†figura e altri in veritate. Perch√© i cospirazionisti fanno comodo fino a un certo punto, per√≤ a dargli troppa corda si rischia anche di perdere credibilit√†. Ancora una volta tutto √® nella vaghezza. Mentre andava in onda una campagna elettorale ufficiale si stava svolgendo un’altra campagna elettorale, non-detta ma perennemente evocata, a base di allucinazioni e semplificazioni.

Prendiamo appunto il signoraggio: una truffa di cui siamo vittima da millenni, anzi no da secoli, o magari solo dal 1971, truffa per cui ci troviamo tra le mani delle banconote da dieci, venti o cinquanta euro che per√≤¬†valgono solo pochi centesimi, perch√© se ci pensate sono solo pezzi di carta, e cos√¨¬†i banchieri ci fregano la differenza tra valore nominale e costo di produzione! C’√® da dire che l’argomentazione fa acqua, come spiega bene Thomas Morton. Persino¬†Paolo Attivissimo, dal pulpito di uno che confuta ufologi e apparizioni mariane, rifiuta di occuparsi di signoraggio¬†col pretesto che √© una scemenza. Questo non ha impedito alla teoria di diffondersi, entro e fuori Internet, grazie anche agli improbabili spot di¬†Alfonso Luigi Marra — alla cui diffusione abbiamo contribuito tutti noi, forse lasciandoci un po’ scappare la burla di mano.

Il successo (crescente) della teoria del complotto sul signoraggio non insegna forse nulla di sensato sull’economia monetaria, ma racconta molto della nostra societ√†. Quella del movimento anti-signoraggio √© una storia italiana, vero orgoglio del made in Italy. Emerge in superficie a met√† degli anni Novanta con la proposta del giurista¬†Giacinto Auriti di azzerare il reddito da signoraggio, ovvero il profitto ottenuto dalla banca centrale che emette la moneta. Auriti, animatore fin dal 1971 di un circolo di studi politici ed economici, si √® ispirato alle teorie del poeta fascista Ezra Pound che vedeva nella moneta, come fonte del debito e dell’usura, la radice di tutte le disfunzioni economiche. Sono proprio queste idee ad ispirare nel 2003 la fondazione di un movimento chiamato, appunto,¬†CasaPound. Ma √® tutto il mondo della piccola imprenditoria ad essere sensibile alla critica delle banche “usuraie”, e tanto pi√Ļ sensibile quanto l’accesso al credito si fa difficile.

A rendere popolari le idee di Auriti non √® tuttavia un movimento politico bens√¨ un comico di cui si parla molto ultimamente… Nel 1998 Beppe Grillo collabora con¬†l’anziano giurista per lo spettacolo Apocalisse Morbida, nel quale descrive il meccanismo di “stampa e prestito” del denaro e il “sistema del debito” come una truffa ai danni dei cittadini ordita dalle “banche private”. Accortamente Grillo non usa mai la parola “signoraggio” — a rischio di essere confutato — e per questo oggi ancora alcuni¬†accusano di essere “amico dei banchieri”, sottovalutando in maniera ingiusta il suo contributo alla causa. Non √® forse anche merito della sua influenza se nel 2011 Antonio di Pietro (che all’epoca si faceva dettare la linea da Gianroberto Casaleggio) credette¬†opportuno presentare un’interrogazione parlamentare sul signoraggio, suscitando un certo sconcerto?

Se Grillo diffonde un certo frame intepretativo (come direbbe Giuliano Santoro) capace di accogliere in s√© il concetto per rispondere a una domanda politica ancora latente, la parola “signoraggio” sale alla ribalta nel 2005, con un’incredibile¬†sentenza che accoglie una domanda di risarcimento “derivante dalla sottrazione del reddito di signoraggio”, intentata da un’associazione di consumatori. Il risarcimento, per un totale di 87 euro, equivale a una quota individuale sul totale di cinque milioni di euro che sarebbero stati indebitamente accumulati da Bankitalia tra il 1996 e il 2003. In seguito alla sentenza (diffusa massicciamente su Internet) Bankitalia si √® vista recapitare numerose domande di risarcimento, prontamente rimandate al mittente. Per chiudere la questione, il 21 luglio 2006 la¬†Corte Suprema di Cassazione ha stabilito che sussiste difetto assoluto di giurisdizione in ordine a simili pretese in quanto ‚Äúal giudice non compete sindacare il modo in cui lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria, di adesione a trattati internazionali e di partecipazione ad organismi sopranazionali‚ÄĚ. Ma √® troppo tardi: come una palla di neve, la teoria del signoraggio inizia a rotolare e ingrossarsi, assorbendo frammenti di altre teorie economiche e fantaeconomiche…

Il signoraggio √® ancora un guscio vuoto, o semi-vuoto, fino all’esplosione della bolla americana dei subprimes nel 2008. D’un tratto, l’onda d’urto del terremoto nella finanza americana lo trasforma in un concetto economico capace di spiegare in maniera semplice la crisi: la finanza √® una truffa, il denaro √® un inganno, la cartamoneta √® un furto. La crisi non esiste. O meglio esiste soltanto come simulazione, come realt√† virtuale che ha preso il posto di un’economia sana: non esistono crisi economiche, esistono soltanto crisi finanziarie. Adesso Grillo non √® pi√Ļ il solo a denunciare i danni del capitalismo finanziario: mentre la sinistra si ostina a credere nelle virt√Ļ miracolose dei rammendi keynesiani, la destra si scopre “antimercatista“. Sei mesi prima che sulle prime pagine dei quotidiani si potesse leggere a caratteri cubitali del fallimento della banca americana¬†Lehman Brothers,¬†Giulio Tremonti pubblicava un libricino di grande successo,¬†La paura e la speranza, che annunciava “la crisi globale che si avvicina”. Tremonti di fatto impost√≤ la campagna elettorale di Berlusconi, che vinse le elezioni legislative del maggio 2008 dimettendo i panni del politico liberale per quelli, oramai pienamente consoni, del leader populista. La diffusione delle idee signoraggiste nell’entourage del cavaliere getta una luce nuova e suggestiva sulle famose “cene eleganti” di Arcore.

Il simultaneo sdoganamento del neo-fascismo, la nuova fortuna dell’anticapitalismo e il crescente euro-scetticismo hanno fatto da terreno fertile alla diffusione delle teorie del complotto sul signoraggio. Nel 2007, le edizioni Macro pubblicano, tra un libro sui rettiliani e l’altro, il saggio¬†Euroschiavi di Marco della Luna e Antonio Miclavez, che deve il suo successo editoriale alla rivelazione dei presunti “segreti del signoraggio”. A questo punto, la storia tipicamente italiana del signoraggio incontra un’altra traiettoria: quella di¬†Zeitgeist: Addendum, secondo capitolo di una serie di documentari cospirazionisti di Peter Joseph visti su YouTube da qualche milione di persone. Dopo un primo Zeitgeist centrato su Ges√Ļ Cristo e l’Undici Settembre, L’Addendum muove da una critica dell’economia monetaria per pubblicizzare l’utopia fricchettona del designer Jacque Fresco. Qui la parola “signoraggio” non viene mai formulata, ma le argomentazioni sul potere delle banche, la moneta come debito e la riserva frazionaria si ritrovano nella dottrina italiana del “signoraggio secondario”. In questo caso per√≤ Ezra Pound non c’entra nulla: i film e il movimento Zeitgeist sembrano piuttosto un’eredit√† sfilacciata della controcultura americana, tra no-global, X-Files e new-age scientista.

Le teorie legate al signoraggio si articolano in varie forme e linguaggi, da sinistra a destra, e possono risultare pi√Ļ o meno ragionevoli: si va dal delirio di tipo semi-patologico (i signoraggisti in senso stretto, che denunciano una “differenza tra valore nominale e costo di produzione del denaro”) a formulazioni vaghe che sembrano conciliabili con modelli economici riconosciuti come legittimi. Nel mezzo si parla di “credito sociale“, “fiscalit√† monetaria“, “reddito di cittadinanza“, “moneta del popolo“, “riserva frazionaria“. Ma come collocare, ad esempio, le opinioni formulate da¬†Luciano Gallino nel suo¬†Finanzcapitalismo, che gode di una certa reputazione tra i lettori di Repubblica? In un certo senso, il capitolo sugli “Effetti perversi della creazione del denaro” nel libro di Gallino non √® altro che una versione ripulita, razionalizzata e socialmente accettabile delle teorie anti-signoraggio. Anche per lui, in un certo senso, la crisi √® soltanto virtuale, o pi√Ļ precisamente una contaminazione del reale da parte del virtuale. La radice di ogni male √® questa zecca impazzita che inonda l’economia di simulacri.

Questo non significa che i signoraggisti dicono le stesse cose del sociologo Luciano Gallino. Significa tuttavia che potremmo considerare alcune loro formulazioni come delle metafore di fenomeni monetari pi√Ļ complessi, cui ricorrono nell’incapacit√† di descriverli pi√Ļ esattamente, o ancora come delle versioni primitive, infantili, di teoria economica. Poetiche, tornando a Ezra Pound. La “differenza tra valore nominale e costo di produzione” sarebbe allora un modo semplice e istintivo, quasi religioso, di rappresentare qualcos’altro: ad esempio lo scarto tra la ricchezza “reale” e i suoi significanti, gli attivi finanziari in generale. Il signoraggio √® una nuova grande narrazione‚ĄĘ¬†che spiega il tracollo dell’economia italian come crisi finanziaria prima che economica, causata da uno scompenso nella rappresentazione del capitale invece che dal calo della produttivit√† del lavoro, dal sottoconsumo, dalla caduta del saggio di profitto o da altri fattori economici strutturali.

In fin dei conti tutte le teorie cospirazioniste possono essere considerate come delle metafore, o personificazioni, metonimie, amplificazioni. Con questa dimensione metaforica e poetica della politica √® necessario fare i conti: e nell’impossibilit√† di educare il maggior numero ad abbandonarla, anzi nell’impossibilit√† di pensare una politica che non sia fondata sulla retorica, sarebbe opportuno perlomeno lavorare a costruire metafore migliori.



La scienza del nemico (gdclm/vii)

L‚Äôaspetto forse pi√Ļ debole del pensiero di Guy Debord √® la teoria del segreto generalizzato, che presuppone un funzionamento perlomeno efficace, anche se nocivo, della macchina spettacolare. Forte di questa convinzione Debord¬†ader√¨ negli anni a varie ipotesi dietrologiche, cos√¨ guadagnandosi la fama di Grande Paranoico. Nella prefazione del 1979 alla quarta edizione italiana de La Societ√† dello Spettacolo, Debord si diceva convinto che le Brigate Rosse fossero una creazione dei servizi segreti italiani; e precisava — qui c’√® del genio — come la sigla¬†SIM, Stato Imperialista delle Multinazionali, evocasse in verit√†¬†i¬†Servizi d’Informazione Militare, ovvero l’intelligence fascista, per via d’un ¬ęlapsus del computer con cui era stata programmata la dottrina¬Ľ.

Nessuno oggi pu√≤ dubitare del coinvolgimento dei servizi segreti nelle vicende degli anni di piombo. Fino a qualche anno fa (e ancora mi pento di non avere fatto uno screenshot) il sito ufficiale dei servizi ammetteva candidamente che nella loro storia ¬ęsi sono a volte verificati gravi comportamenti divergenti e in contrasto con i fini istituzionali dei Servizi¬Ľ. Ma davvero erano capaci di programmare terroristi col computer? Questo pare pi√Ļ difficile: si tratta pur sempre di carabinieri.¬†In verit√†, come hanno dimostrato i casi recenti di¬†Mohamed Merah o di¬†Anonymous, l’eventuale ruolo dei servizi segreti nella produzione di atti terroristici √® molto meno lineare, imprevedibile e perfettamente disfunzionale.

Ovviamente quella del computer era una metafora, peraltro stupenda: la macchina economico-burocratica sarebbe assimilabile a un calcolatore perch√© interamente automatizzata nei metodi e nelle procedure.¬†Il problema di Debord √® che ha preso alla lettera tutti quei libri e documenti — come The Managerial Revolution — nei quali i tecnocrati si vantavano di essere in grado di controllare la societ√†. Ovvero¬†si candidavano a dirigerla, sparandole magari un po’ grosse. Debord si beve tutto:

La scienza specializzata della dominazione si specializza a sua volta: si parcellizza in sociologia, psicotecnica, cibernetica, semiologia, eccetera, vegliando all’autoregolazione dei vari livelli del processo.

Cinquant’anni pi√Ļ tardi, c’√® ancora chi prende¬†sul serio quella propaganda. Nel 2001 la rivista Tiqqun, organo del sedicente Partito Invisibile, dedic√≤ un lungo articolo alla cosidetta ¬ęIpotesi cibernetica¬Ľ, all’idea cio√®¬†che esista una ¬ętecnologia di governo che federa e associa tanto la disciplina quanto la biopolitica, la polizia come la pubblicit√†¬Ľ. Il che sarebbe, in fin dei conti, piuttosto rassicurante: noi che pensavamo che nella cabina di pilotaggio ci fosse al massimo una scimmia, come nella barzelletta.

Prendiamo ancora la questione urbanistica: nel 1967, Debord considerava che ¬ęl’urbanismo √® il compimento moderno di un dispositivo necessario a salvaguardare il potere della classe dominante¬Ľ. Insomma l’architettura delle banlieues sarebbe ottimale, secondo Debord, al fine di amministrare l’esistenza e i consumi dei proletari. Questa √® probabilmente la stessa cosa che i progettisti, in termini vagamente meno diabolici, solevano dichiarare. Ebbene, √® oggi evidente che questi ¬ęmaledetti architetti¬Ľ (come direbbe Tom Wolfe) erano semplicemente, e banalmente, degli incompetenti vanagloriosi. Vale per loro, come per gli addetti marketing delle grandi aziende, gli analisti del rischio finanziario e i funzionari che infiltrano cellule terroristiche, il famigerato Principio d’Incompetenza di Laurence Peter.

In Guy Debord, son art et son temps, il profeta del segreto generalizzato finalmente ammetteva:

Si è creduto che l’economia fosse una scienza; evidentemente ci si sbagliava. D’altronde è ormai sotto gli occhi di tutti che non si tratta né della prima, né dell’ultima delle scienze del nemico ad essersi rivelata fallace.

Pochi mesi prima di alzare la mano su di s√©, Debord realizza che il progetto politico moderno √® fallito¬†e¬†noi viviamo nel suo fallimento.¬†All’ultimo viene meno l’incrollabile fiducia nell’ordine dello Spettacolo. La sua¬†nocivit√† √® un difetto strutturale, non uno scopo perseguito.¬†Uno pu√≤ fare tutte le ipotesi cibernetiche che vuole: il controllo totale, l’ologramma perfetto. Poi scopre che la regina delle poderose tecnologie cui ricorrono i persuasori occulti non √® altro che…¬†Microsoft Powerpoint. Ogni calcolo, diagramma o simulazione, anche ammettendo che non contenga errori, viene comunicato ai decisori per mezzo di uno strumento¬†tragicamente inadeguato. Oggi, uno smisurato numero di competenze disciplinari sono messe al servizio di decisioni del tutto aleatorie.¬†I presunti esperti sono incapaci di gestire il fattore umano e altri¬†cigni neri. Gli inconfessabili segreti¬†grondano da tutti i pori della macchina. E intanto il Partito Invisibile annuncia l’insurrezione. Ma contro chi? (continua)



Il complotto antisemita

…se diamo una mano a crearli, questa storia non finir√† pi√Ļ, far√† altre vittime… (Leonardo Sciascia, Il cavaliere e la morte)

Avendo scritto dell’ossessione cospirazionista per¬†ebrei e¬†massoni,¬†e tentato di darne una spiegazione storica e politica, non posso esimermi dal recensire una terza ed ultima ossessione, inversa e speculare alla prima: quella per gli antisemiti. Non bastassero¬†coloro che ovunque vedono le tracce d’un complotto ebraico, vi sono coloro che vedono ovunque un complotto antisemita. Alcuni ne fanno addirittura una professione, come¬†Marco Pasqua della Repubblica, che se l’era presa un paio di anni fa con il nostro acerrimo nemico Antonio Caracciolo e che ora denuncia una blogger e professoressa milanese.

Sull’argomento √® uscito da poco il pamphlet L’antis√©mitisme partout – Aujourd’hui en France, firmato da Alain Badiou e Eric Hazan. Sebbene Badiou si fosse gi√† distinto per una riflessione sull’ebraismo piuttosto contestabile (che tuttavia non mi azzarderei a definire¬†antisemita), questo libricino ha il merito di attirare l’attenzione sull’uso, l’abuso e il sostrato dell’accusa di antisemitismo a partire dal 2002 — ovvero dopo l’undici settembre 2001. Questa data √® importante, perch√© in effetti segna l’apparizione di un nuovo antisemitismo nel dibattito pubblico, designando anche un colpevole perfetto: i musulmani. Nel contesto dello Scontro di Civilt√† propagandato dai neo-conservative, i musulmani dovevano apparire come i nuovi nazisti — e tutti diventammo genealogisti del Gran Muft√¨ di Gerusalemme, nonch√© conoscitori della storia editoriale dei Protocolli dei Savi di Sion.

L’associazione tra Islam e antisemitismo √® per noi oramai un riflesso condizionato. Non senza solidi e preoccupanti riscontri nella realt√†, che Badiou e Hazan fanno malissimo a minimizzare. Eppure questo riflesso lo abbiamo acquisito:¬†come ogni riflesso ideologico, indipendentemente dalla sua validit√†. Molti di noi, come testimonia¬†un mio post dell’epoca, scoprirono l’antisemitismo musulmano, o arabo, con la pubblicazione del rapporto 2003 del Centro della UE per il monitoraggio del razzismo e della xenofobia e la sua furba¬†mediatizzazione. “Archiviato”, “sparito”, “congelato”, “insabbiato”: tutto il lessico della cospirazione era stato utilizzato per suggerire che vi fossero state forti pressioni politiche per non rivelare che i protagonisti della nuova ondata antisemita, e dunque i nuovi fascisti, erano “islamici radicali o giovani musulmani di famiglia araba”.

Come scrivevo a proposito dei massoni, la costruzione e l’amplificazione paranoica della minaccia rappresentata da una minoranza “contro-rivoluzionaria” o “anti-repubblicana” √® consustanziale al concetto di Repubblica istituito nel 1789, che vive di questa esclusione. I musulmani — appunto stigmatizzati come nemici della democrazia, anche¬†in quanto antisemiti — tengono oggi questo ruolo fondamentale nel dibattito pubblico francese. La loro marginalizzazione urbanistica viene cos√¨ giustificata ex post dalla loro propensione a sabotare il contratto sociale, rifiutandosi all’assimilazione. Un partito come il Fronte Nazionale pu√≤ dunque oggi mascherare le sue posizioni islamofobe¬†con gli ideali repubblicani, come altri mascherano le proprie posizioni antisemite con gli ideali anti-capitalisti.

La diffusione di opinioni e comportamenti antisemiti tra gli immigrati arabi nelle periferie europee √® senza dubbio preoccupante¬†come anche le difese d’ufficio di questi comportamenti da parte di alcuni intellettuali di sinistra.¬†Ma l’effetto della strategia di amplificazione mediatica della minaccia antisemita pu√≤ essere, anche in questo caso, la retroazione positiva: ovvero il consolidamento di un fronte antisemita. Il principale effetto dell’abuso della parola “antisemitismo” √® di produrre l’indistinzione tra opinioni innocue e opinioni pericolose, opinioni stupide e opinioni odiose, ideologia e pura violenza.¬†In questo senso, chi evoca l’antisemitismo a parole rischia di evocarlo effettivamente, come si dice d’un apprendista stregone che evoca il demonio. Di zeugmi (ovvero di ponti e di canali che collegano le ideologie, e che permettono di costituire delle catene di equivalenza, e dunque dei nuovi soggetti politici) ne esistono ovunque. Ma √® davvero opportuno ignorare il precetto strategico che¬†Mao impara da Sun Tzu — “bisogna dividere il nemico” — e fare esattamente il contrario? Meglio di no: a meno che lo scopo non sia di sconfiggere il nemico, il nostro utilissimo nemico, ma di mantenerlo in salute.

Si dice spesso che “non bisogna minimizzare”. E se invece minimizzare fosse proprio la strategia migliore?



La contro-rivoluzione permanente

Oltre che per gli ebrei, i francesi hanno un’altra ossessione — meno inconfessabile — che affiora con cadenza serrata e regolare sulle copertine dei settimanali: quella per i massoni.

Tratto poco noto dell’ideologia francese, il cospirazionismo dice molto della Francia e moltissimo della democrazia moderna.¬†In effetti, la Repubblica nasce paranoica. Basta leggere ci√≤ che scrive l’abate Siey√®s a proposito del Terzo Stato. Portando Rousseau alla sua logica conclusione, Siey√®s identifica il Terzo Stato con la Nazione, amputando da questa gli “ordini privilegiati” colpevoli di non condividere la volont√† generale e di agire contro di essa. Scindendo la popolazione tra popolo e nemici del popolo, scrive Pierre Nora, “la frontiera si trasferisce all’interno della comunit√† nazionale”. E aggiunge:

L’idea avr√† un enorme successo, ma¬†introdurr√† inoltre¬†un seme di esclusione nel concetto stesso di Nazione, legittimer√† d’anticipo la guerra civile e, creando la Nazione, creer√† la patologia della Nazione.

Questo “seme di esclusione” metter√† pochissimo tempo a trasformarsi in pura e semplice paranoia. Fin dal 1789 si diffonde l’idea che la Rivoluzione √® minacciata da un complotto aristocratico, e il Terrore non √® altro che il regime emergenziale in carica di amministrare la minaccia della contro-rivoluzione. Certo questa minaccia √® anche reale. Ma √® soprattutto una necessit√† concettuale, perch√© la democrazia ha bisogno del complotto.¬†Ne ha bisogno per legittimarsi e per giustificare il proprio continuo fallimento. Ne ha bisogno per mantenere la finzione di una volont√† generale, di un monotelismo impossibile. Come scrive Fran√ßois Furet, la Rivoluzione

ha vissuto fin dal 1789 sull’idea di una nuova sovranit√† assoluta e indivisible, che esclude il pluralismo della rappresentazione, poich√© postula l’unit√† del popolo. Tuttavia poich√© questa unit√† non esiste — e il federalismo girondino ha mostrato che le fazioni non cessano mai di cospirare nell’ombra — il Terrore ha la funzione (…) di ristabilirla continuamente.

Nemici del popolo possono essere i nobili, i cattolici, gli ebrei, i musulmani o i massoni, secondo il gusto dell’epoca. Per i nazisti, che portarono Rousseau e Siey√®s all’estremo, erano appunto gli ebrei. Pi√Ļ inoffensiva, l’ossessione francese per i complotti giudaici e massonici √® quantomeno interessante perch√© permette di osservare il cuore oscuro dell’ideale democratico.



Sound and fury

Una cospirazione piccola, meschina, insignificante è ciò che si merita una cultura piccola, meschina, insignificante. Questo non è un collasso etico, è un collasso estetico. Per forza che uno poi si sfoga inventando fantasmagorici complotti, e sogna disegni intelligenti dietro tutta la poltiglia. [In tema, Rocca segnala la pagina di Amazon sui most popular items in Conspiracy Theories]



L’interpretazione della storia

Abbiamo scelto d’impiegare la parola STORIA per descrivere le vicende dell’umanit√†, e dunque non sar√† il caso di lamentarci se poi tutto sembra cos√¨ ordinato. Prima c’era persino un grande architetto, che componeva ogni cosa e soprattutto Adamo ed Eva. Il mondo era un testo, e come tale andava interpretato. A garantire l’universale ed inesauribile interpretabilit√† di ogni cosa dell‚Äôuniverso, evento metereologico, storico, chimico – a garantire una fiduciosa paranoia – c’√® sempre Lui, o chi per lui. L’importante √® scorgere il volto umano, la mano invisibile. Il credente non √® altro che un cospirazionista, per il quale ogni cosa ha un significato. O pi√Ļ di uno. E il cospirazionista non √® altro che un interprete, che vede strategie testuali l√† dove (forse) vi sono soltanto fenomeni casuali.

La sovrainterpretazione √® il primo segno di paranoia: dalla critica letteraria pi√Ļ spericolata all‚Äôermeneutica biblica, fino al sano vecchio cospirazionismo, il rischio √® sempre di produrre un’aspettativa di senso eccessiva. E per√≤, alcuni testi esigono la loro giusta dose di paranoia. Accettare soltanto una lettura storico-letterale della Bibbia significa perdersi gli infiniti sensi allegorico anagogico morale, e magari qualche profezia. E decifrare un’opera come il Finnegans Wake (per chi ne avr√† il coraggio) come se ci fosse un solo e unico piano semantico, e le sue parole avessero un solo e unico significato, sarebbe altrettanto sterile. L√¨ Joyce agglutinava parole per comporre il suo hundredlettered word, che sovrapponeva le immagini di ogni cosa. Pi√Ļ in generale, non coglieremmo le figure retoriche (ad esempio l’ironia) senza cogliere ad un tempo due o pi√Ļ strati di significato, coesistenti nello stesso testo in maniera intenzionale. Se io fossi Dio, la disposizione stessa di queste mie parole avrebbe senso fin dentro la frequenza delle lettere che impiego, la forma dei caratteri, i sensi possibili ed eventuali delle mie figure. Se io fossi il Grande Vecchio che ordisce il gigantesco complotto nel quale vi affannate come comparse, riuscireste senza dubbio a ricollegare ogni cosa e prevedere i moti futuri della storia.

Per√≤ meglio non esagerare. Prima, stabilire se ci√≤ che si ha di fronte √® effettivamente un testo, ovvero un sistema teleologico (valga come definizione biunivoca: un sistema teleologico, ovvero un testo). Poi, valutare il livello di ordine intrinseco al testo, valutarne per cos√¨ dire la profondit√†. Quanti significati possono essere stati intenzionalmente riposti nel testo? E cosa significa d’altronde intenzionale? Davvero ogni elemento √® sotto controllo, nell’atto della significazione? E quale valore hanno i piani semantici non intenzionali, o semi-intenzionali, o mancati, o sussurrati? Queste domande sanciscono il limite tra l’interpretazione e la sovrainterpretazione, tra economia e paranoia.

Tornando al problema iniziale, possiamo riformularlo come segue: quanto valgono i modelli teleologici in Storia? In verit√†, che in ogni attimo si scrivano sceneggiature per lo svolgersi della Storia – certo discordi e contrastanti – sembra accettabile. Sono programmi politici, piani terroristici, dottrine pubbliche o segrete, progetti, idee. Volti umani, mani invisibili ovunque. Fini e mezzi, interferenze. E se queste sceneggiature fossero profonde e polisemiche come un’opera d’arte? Per questo, la Storia avrebbe bisogno di critici letterari. E non soltanto per definirne un’estetica. Si tratta di valutare sceneggiature che vengono rappresentate con copiose dosi di sangue; di disporre gerarchicamente le strategie testuali; prevederne le svolte e i colpi di scena. Critica necessaria perch√© essa sola pu√≤ rendere conto di una scrittura storica razionale, dettagliata, simbolica e polisemica (com‚Äô√® – ad esempio – quella dei profeti del nuovo ordine mondiale armati di fucile e Corano). Applicare gli stessi strumenti di lettura che si usano per Joyce; perch√© taluni scrivono la Storia come fosse il Finnegans Wake.



Il maneggio dei falsi

Come da morale del Pendolo, sognare una cospirazione √® q. b. a¬†renderla reale – come sognare una nazione basta a edificarla: √® il destino straordinario delle rappresentazioni collettive. La congettura iniziatica, delirio rinascimentale¬†e¬† ur-fascista (ancora Eco), ci mette un attimo a diventare ipotesi perfettamente sostenibile (ma quindi siamo ur-fascisti anche noi?). La sapienza delle origini, la prisca theologia che sussurra verit√† segrete¬†rimbalzate tra babilonesi iranici egizi gi√Ļ fino alle vostre cosmogonie predilette,¬†da Ermete¬†Trismegisto a Mos√© e Pitagora e Platone, a Ges√Ļ Cristo, popoli antichissimi e personaggi perlopi√Ļ immaginati – questo maneggio di falsi e costruzioni anacronistiche¬†dovremmo prenderlo per buono. Non √® un condizionale, √® un futuro: le¬†due emme sono il segno fonetico di una tranquilla rassegnazione.¬† Buono perch√© bastano due persone convinte di questa idiozia¬†perch√® sia effettivamente vera (e quindi, ahim√®,¬†non pi√Ļ tanto idiota): in particolare se le due persone sono Mos√© e Ges√Ļ Cristo. Ma vanno bene anche Filone di Alessandria, Giamblico,¬†Jacob Boehme, Guillaume Postel, Francesco Patrizi, Cornelio Agrippa, ecc. E buono, soprattutto, perch√© la storiografia costruisce contesti per interpretare dei¬†testi, e non si tratta poi di sapere come sono andate le cose, ma quali rappresentazioni hanno prodotto le rappresentazioni successive, e infine quelle in cui sguazziamo noi. Perch√© dalle cose nude, sterili grumi¬†di materia nello spazio e nel tempo, non nasce nulla. Se ne occupi la fisica, mica la storia.

A tale proposito, le vite parallele dei bugiardi Cagliostro e Johann Valentin Andreae, secondo Lorem.



Trame e complotti

Arch

Continua la feuilletonesca inchiesta di Repubblica sul caso Telekom Serbia, la cui bellezza letteraria √® innegabile. Innanzitutto spunta Licio Gelli, e questo gi√† commuove: √® lui che avrebbe infiltrato nei servizi segreti un direttore occulto a scrivere la trama della cospirazione. Cospirazione! In prima pagina di Repubblica! Meraviglioso. Poi ce n’√® un altro, sempre nei servizi segreti e perdipi√Ļ frammassone, specializzato nel ramo disinformazione:

Muove lui, dunque, le fila di un affaire che, di giorno in giorno, ravviva il suo disegno, portandone alla luce il canovaccio, gli interpreti, gli sceneggiatori, le variazioni falsarie che ne truccano la genesi e ne confondono il percorso.

Nell’articolo si parla di intelligence fangosa e personaggi dall’opaco passato, e questo √® solo il primo paragrafo (ci sono tre altre paginone intere). Un evento epocale: lo sdogamanento del cospirazionismo. E si delinea una figura affascinante: quella dello sceneggiatore di realt√†, che incide le sue trame sul corpo caldo della Storia. Magari coinvolto con l’occulto, a met√† strada tra tornaconti politici e allucinanti visioni del destino universale. Ho trovato cosa voglio fare da grande.