crisi nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La radice del male

In questa campagna elettorale specialmente caratterizzata dalla vaghezza dell’offerta politica, sia Beppe Grillo che Silvio Berlusconi hanno flirtato con i temi del sovranit√† economica e monetaria. A un primo livello, pi√Ļ superficiale, ammiccando ai sostenitori dell’uscita dall’euro; a un secondo livello, meno evidente, suggerendo la possibilit√† di rivedere l’attuale posizionamento geopolitico dell’Italia; e a un terzo livello, quasi occulto, dando l’impressione di dare credito alla stravagante teoria del signoraggio bancario‚ĄĘ.¬†Flirtare, ammiccare, suggerire, dare l’impressione: tutto sta nel formulare enunciati che siano interpretati in maniera diversa secondo l’interlocutore, impiegando metafore che alcuni leggeranno¬†sub ¬†figura e altri in veritate. Perch√© i cospirazionisti fanno comodo fino a un certo punto, per√≤ a dargli troppa corda si rischia anche di perdere credibilit√†. Ancora una volta tutto √® nella vaghezza. Mentre andava in onda una campagna elettorale ufficiale si stava svolgendo un’altra campagna elettorale, non-detta ma perennemente evocata, a base di allucinazioni e semplificazioni.

Prendiamo appunto il signoraggio: una truffa di cui siamo vittima da millenni, anzi no da secoli, o magari solo dal 1971, truffa per cui ci troviamo tra le mani delle banconote da dieci, venti o cinquanta euro che per√≤¬†valgono solo pochi centesimi, perch√© se ci pensate sono solo pezzi di carta, e cos√¨¬†i banchieri ci fregano la differenza tra valore nominale e costo di produzione! C’√® da dire che l’argomentazione fa acqua, come spiega bene Thomas Morton. Persino¬†Paolo Attivissimo, dal pulpito di uno che confuta ufologi e apparizioni mariane, rifiuta di occuparsi di signoraggio¬†col pretesto che √© una scemenza. Questo non ha impedito alla teoria di diffondersi, entro e fuori Internet, grazie anche agli improbabili spot di¬†Alfonso Luigi Marra — alla cui diffusione abbiamo contribuito tutti noi, forse lasciandoci un po’ scappare la burla di mano.

Il successo (crescente) della teoria del complotto sul signoraggio non insegna forse nulla di sensato sull’economia monetaria, ma racconta molto della nostra societ√†. Quella del movimento anti-signoraggio √© una storia italiana, vero orgoglio del made in Italy. Emerge in superficie a met√† degli anni Novanta con la proposta del giurista¬†Giacinto Auriti di azzerare il reddito da signoraggio, ovvero il profitto ottenuto dalla banca centrale che emette la moneta. Auriti, animatore fin dal 1971 di un circolo di studi politici ed economici, si √® ispirato alle teorie del poeta fascista Ezra Pound che vedeva nella moneta, come fonte del debito e dell’usura, la radice di tutte le disfunzioni economiche. Sono proprio queste idee ad ispirare nel 2003 la fondazione di un movimento chiamato, appunto,¬†CasaPound. Ma √® tutto il mondo della piccola imprenditoria ad essere sensibile alla critica delle banche “usuraie”, e tanto pi√Ļ sensibile quanto l’accesso al credito si fa difficile.

A rendere popolari le idee di Auriti non √® tuttavia un movimento politico bens√¨ un comico di cui si parla molto ultimamente… Nel 1998 Beppe Grillo collabora con¬†l’anziano giurista per lo spettacolo Apocalisse Morbida, nel quale descrive il meccanismo di “stampa e prestito” del denaro e il “sistema del debito” come una truffa ai danni dei cittadini ordita dalle “banche private”. Accortamente Grillo non usa mai la parola “signoraggio” — a rischio di essere confutato — e per questo oggi ancora alcuni¬†accusano di essere “amico dei banchieri”, sottovalutando in maniera ingiusta il suo contributo alla causa. Non √® forse anche merito della sua influenza se nel 2011 Antonio di Pietro (che all’epoca si faceva dettare la linea da Gianroberto Casaleggio) credette¬†opportuno presentare un’interrogazione parlamentare sul signoraggio, suscitando un certo sconcerto?

Se Grillo diffonde un certo frame intepretativo (come direbbe Giuliano Santoro) capace di accogliere in s√© il concetto per rispondere a una domanda politica ancora latente, la parola “signoraggio” sale alla ribalta nel 2005, con un’incredibile¬†sentenza che accoglie una domanda di risarcimento “derivante dalla sottrazione del reddito di signoraggio”, intentata da un’associazione di consumatori. Il risarcimento, per un totale di 87 euro, equivale a una quota individuale sul totale di cinque milioni di euro che sarebbero stati indebitamente accumulati da Bankitalia tra il 1996 e il 2003. In seguito alla sentenza (diffusa massicciamente su Internet) Bankitalia si √® vista recapitare numerose domande di risarcimento, prontamente rimandate al mittente. Per chiudere la questione, il 21 luglio 2006 la¬†Corte Suprema di Cassazione ha stabilito che sussiste difetto assoluto di giurisdizione in ordine a simili pretese in quanto ‚Äúal giudice non compete sindacare il modo in cui lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria, di adesione a trattati internazionali e di partecipazione ad organismi sopranazionali‚ÄĚ. Ma √® troppo tardi: come una palla di neve, la teoria del signoraggio inizia a rotolare e ingrossarsi, assorbendo frammenti di altre teorie economiche e fantaeconomiche…

Il signoraggio √® ancora un guscio vuoto, o semi-vuoto, fino all’esplosione della bolla americana dei subprimes nel 2008. D’un tratto, l’onda d’urto del terremoto nella finanza americana lo trasforma in un concetto economico capace di spiegare in maniera semplice la crisi: la finanza √® una truffa, il denaro √® un inganno, la cartamoneta √® un furto. La crisi non esiste. O meglio esiste soltanto come simulazione, come realt√† virtuale che ha preso il posto di un’economia sana: non esistono crisi economiche, esistono soltanto crisi finanziarie. Adesso Grillo non √® pi√Ļ il solo a denunciare i danni del capitalismo finanziario: mentre la sinistra si ostina a credere nelle virt√Ļ miracolose dei rammendi keynesiani, la destra si scopre “antimercatista“. Sei mesi prima che sulle prime pagine dei quotidiani si potesse leggere a caratteri cubitali del fallimento della banca americana¬†Lehman Brothers,¬†Giulio Tremonti pubblicava un libricino di grande successo,¬†La paura e la speranza, che annunciava “la crisi globale che si avvicina”. Tremonti di fatto impost√≤ la campagna elettorale di Berlusconi, che vinse le elezioni legislative del maggio 2008 dimettendo i panni del politico liberale per quelli, oramai pienamente consoni, del leader populista. La diffusione delle idee signoraggiste nell’entourage del cavaliere getta una luce nuova e suggestiva sulle famose “cene eleganti” di Arcore.

Il simultaneo sdoganamento del neo-fascismo, la nuova fortuna dell’anticapitalismo e il crescente euro-scetticismo hanno fatto da terreno fertile alla diffusione delle teorie del complotto sul signoraggio. Nel 2007, le edizioni Macro pubblicano, tra un libro sui rettiliani e l’altro, il saggio¬†Euroschiavi di Marco della Luna e Antonio Miclavez, che deve il suo successo editoriale alla rivelazione dei presunti “segreti del signoraggio”. A questo punto, la storia tipicamente italiana del signoraggio incontra un’altra traiettoria: quella di¬†Zeitgeist: Addendum, secondo capitolo di una serie di documentari cospirazionisti di Peter Joseph visti su YouTube da qualche milione di persone. Dopo un primo Zeitgeist centrato su Ges√Ļ Cristo e l’Undici Settembre, L’Addendum muove da una critica dell’economia monetaria per pubblicizzare l’utopia fricchettona del designer Jacque Fresco. Qui la parola “signoraggio” non viene mai formulata, ma le argomentazioni sul potere delle banche, la moneta come debito e la riserva frazionaria si ritrovano nella dottrina italiana del “signoraggio secondario”. In questo caso per√≤ Ezra Pound non c’entra nulla: i film e il movimento Zeitgeist sembrano piuttosto un’eredit√† sfilacciata della controcultura americana, tra no-global, X-Files e new-age scientista.

Le teorie legate al signoraggio si articolano in varie forme e linguaggi, da sinistra a destra, e possono risultare pi√Ļ o meno ragionevoli: si va dal delirio di tipo semi-patologico (i signoraggisti in senso stretto, che denunciano una “differenza tra valore nominale e costo di produzione del denaro”) a formulazioni vaghe che sembrano conciliabili con modelli economici riconosciuti come legittimi. Nel mezzo si parla di “credito sociale“, “fiscalit√† monetaria“, “reddito di cittadinanza“, “moneta del popolo“, “riserva frazionaria“. Ma come collocare, ad esempio, le opinioni formulate da¬†Luciano Gallino nel suo¬†Finanzcapitalismo, che gode di una certa reputazione tra i lettori di Repubblica? In un certo senso, il capitolo sugli “Effetti perversi della creazione del denaro” nel libro di Gallino non √® altro che una versione ripulita, razionalizzata e socialmente accettabile delle teorie anti-signoraggio. Anche per lui, in un certo senso, la crisi √® soltanto virtuale, o pi√Ļ precisamente una contaminazione del reale da parte del virtuale. La radice di ogni male √® questa zecca impazzita che inonda l’economia di simulacri.

Questo non significa che i signoraggisti dicono le stesse cose del sociologo Luciano Gallino. Significa tuttavia che potremmo considerare alcune loro formulazioni come delle metafore di fenomeni monetari pi√Ļ complessi, cui ricorrono nell’incapacit√† di descriverli pi√Ļ esattamente, o ancora come delle versioni primitive, infantili, di teoria economica. Poetiche, tornando a Ezra Pound. La “differenza tra valore nominale e costo di produzione” sarebbe allora un modo semplice e istintivo, quasi religioso, di rappresentare qualcos’altro: ad esempio lo scarto tra la ricchezza “reale” e i suoi significanti, gli attivi finanziari in generale. Il signoraggio √® una nuova grande narrazione‚ĄĘ¬†che spiega il tracollo dell’economia italian come crisi finanziaria prima che economica, causata da uno scompenso nella rappresentazione del capitale invece che dal calo della produttivit√† del lavoro, dal sottoconsumo, dalla caduta del saggio di profitto o da altri fattori economici strutturali.

In fin dei conti tutte le teorie cospirazioniste possono essere considerate come delle metafore, o personificazioni, metonimie, amplificazioni. Con questa dimensione metaforica e poetica della politica √® necessario fare i conti: e nell’impossibilit√† di educare il maggior numero ad abbandonarla, anzi nell’impossibilit√† di pensare una politica che non sia fondata sulla retorica, sarebbe opportuno perlomeno lavorare a costruire metafore migliori.



La pietra filosofale

Nell’attuale processo di riproduzione del capitale, il consumatore va considerato alla stregua di un fattore produttivo: non tanto perch√© ¬ęlavora senza saperlo¬Ľ quando gioca su Internet (come dice¬†Wu Ming)¬†quanto piuttosto perch√© il plusvalore si realizza soltanto quando la merce viene comprata e cos√¨ compiuto il ciclo denaro-merce-denaro. Come per reazione alchemica, bisogna disporre la merce a contatto con il consumatore perch√© dalle sue tasche erompa moneta sonante. Solo in questo modo il capitale investito si trasforma in profitto.¬†Ecco dunque la vera pietra filosofale, che trasforma la merce vile in oro! E su questa pietra fonder√≤ la mia Chiesa…

Si dice che l’economia sia la disciplina che studia l’allocazione delle risorse scarse. Oggi, di tutta evidenza, si deve o rovesciare la definizione — il vero problema √® l’abbondanza, non la scarsit√† — o includere il consumatore tra queste risorse scarse. Il problema fondamentale dell’economia capitalistica √® riuscire a ricavare questa risorsa, individuando nuovi giacimenti e nuove tecniche di estrazione, o addirittura fabbricandola artificialmente.¬†Nel romanzo Al Paradiso delle signore di Emile Zola, quando l’imprenditore Octave Mouret si rivolge al barone Hartmann per finanziare l’ambizioso ampliamento del suo centro commerciale, questi lo interroga:

- Capisco: voi vendete a buon mercato per vendere molto, e vendete molto per vendere a buon mercato… Eppure bisogna vendere, e torno dunque alla mia domanda: a chi venderete? In che modo sosterrete un volume di vendita tanto colossale?

Per convincere il barone, a Mouret baster√† indicare un gruppo di borghesi parigine: eccole l√¨, con la loro civetteria e il loro gusto per lo spreco vistoso, la vera materia prima di tutto il processo. A garantire il profitto sar√† lo ¬ęsfruttamento della donna¬Ľ, la consumatrice, prima ancora dello¬†sfruttamento¬†dei produttori. Rivoluzione copernicana. Tutto nei grands magasins √® concepito per indurre la donna in tentazione ed estrarre da lei il plusvalore.¬†Da parte sua, Hartmann capisce che l’ambizione di Mouret incontrer√† comunque, prima o poi, le sue colonne d’Ercole ovvero il punto in cui l’offerta colossale non potr√† pi√Ļ essere assorbita dalla domanda: ¬ęAllora finirete per inghiottire tutto il denaro di Parigi, come si beve un bicchiere d’acqua?¬Ľ.

In assenza di consumatori √® impossibile generare profitto, proprio come non si possono fabbricare salsicce senza carne.¬†Lo sanno bene i moderni esperti di Customer relationship management, per i quali i clienti si estimano, si acquistano, si coltivano e si fidelizzano. Proprio come ogni altro fattore produttivo, il consumatore ha un costo:¬†ma naturalmente il costo dei fattori produttivi non pu√≤ eccedere il valore realizzato sul lungo termine. Nel capitalismo keynesiano, questo costo √® parzialmente preso in carico dallo Stato, che preleva quote di plusvalore per sovvenzionare il consumo (in forma di¬†lavoro improduttivo) e generare nuovo plusvalore — fintanto che c’√® acqua nel bicchiere.¬†Al funzionamento di questo meccanismo partecipano inoltre le diverse strategie retoriche impiegate dal marketing culturale 2.0 per promuovere il lavoro improduttivo. Proprio come Mouret faceva belle le signore con guanti e ombrellini perch√© potessero conquistare un buon partito, oggi Apple o Samsung ci aiutanno a esprimere il nostro lato creativo per trovarci una buona posizione da dj, film-maker o scrittore.¬†Certo, sempre fintanto che c‚Äô√® acqua nel bicchiere.

E cosa accade quando il bicchiere si vuota, ovvero quando il giacimento di consumatori si esaurisce?¬†Nello ¬†schema denaro-merce-denaro, la merce invenduta non ha valore. Non √® altro che un semilavorato del capitale.¬†Certo si potr√† sempre dire, come fanno i marxisti, che la merce comunque incorpora una certa quantit√† di lavoro e il suo valore √® precisamente la quantit√† di lavoro che incorpora. Ma questa precisazione non cambia la cruda realt√† ovvero che, parafrasando Marx, la presunta ricchezza delle societ√† tardo-capitaliste potrebbe presto presentarsi come un’immensa accumulazione di merci invendibili.



Le colonne d’Ercole

Quando si pu√≤¬†immaginare che la contraddizione¬†giunger√† a un nodo di Gordio,¬†insolubile normalmente, ma¬†domandante l‚Äôintervento di una¬†spada di Alessandro?¬†Quando tutta¬†l‚Äôeconomia mondiale sar√† diventata¬†capitalistica e di un certo grado di¬†sviluppo; quando cio√® la ¬ęfrontiera¬†mobile¬Ľ¬†del mondo economico¬†capitalistico avr√† raggiunto le sue¬†colonne d‚ÄôErcole.
Antonio Gramsci

E cos√¨ Disney e LucasFilm si sono fuse, come pochi giorni prima Random House e Penguin (ora primo gruppo editoriale del mondo), un mese prima Universal e EMI (ora primo gruppo musicale del mondo) e pochi mesi prima Gallimard e Flammarion (ora terzo gruppo editoriale di Francia). L’industria culturale non √® nuova a questi fenomeni di concentrazione — Warner e Time festeggeranno presto le nozze d’argento — ma una simile frenesia non dovrebbe cominciare a preoccuparci?¬†Sarebbe ancora rassicurante se si trattasse soltanto di avidit√† o mania di grandezza, come quella che nel 2000 spinse Jean-Marie Messier a trasformare l’antica¬†compagnia francese di distribuzione dell’acqua in una multinazionale della comunicazione,¬†con gli esiti catastrofici del caso. Ma in gioco c’√® ben altro, ovvero la competitivit√† di questi colossi, letteralmente costretti a crescere a dismisura per non collassare.

Le economie di scala, su scala sempre pi√Ļ imponente, vengono a compensare una tendenza al rendimento decrescente del capitale che deve a Karl Marx un nome altisonante, ¬ęcaduta tendenziale del saggio di profitto¬Ľ, e un articolato tentativo di spiegazione. Marx considera che gli aumenti di produttivit√† legati all’innovazione tecnologica (capitale costante) non generano profitto, poich√© il solo profitto √® quello estorto al lavoratore (capitale variabile): ma poich√© inoltre l’innovazione provoca una diminuzione della parte variabile nella composizione organica del capitale, allora anche il profitto estorto (il plusvalore) tende a diminuire. La spiegazione marxiana √® stata oggetto di innumerevoli critiche (oltre che di un recente dibattito) e non √® certo qui la sede per discuterne la validit√†. Non dobbiamo accettare l’intero apparato dell’economia marxiana per ammettere l’esistenza¬†di una forza, gi√† descritta dagli economisti classici, che smorza progressivamente il rendimento del capitale: di fatto, lo misuriamo empiricamente.¬†Per la precisione, misuriamo l’emergenza frenetica di fattori compensativi che stemperano e attutiscono l’impatto di questa tendenza, la mascherano, la nascondono quasi del tutto — e tuttavia la presuppongono.¬†Pu√≤ anche darsi che la teoria della caduta tendenziale sia del tutto scorretta, eppure √® in grado di collegare una serie impressionante di fenomeni storici.

Elenchiamoli pure.

  • Innanzitutto, la propensione del sistema a inciampare in periodiche crisi di sovrapproduzione (o di sotto-consumo?) per inseguire le economie di scala necessarie a generare profitto.
  • Secondo, l’aumento del cosiddetto tasso di sfruttamento (compressione dei salari, prolungamento degli orari, intensificazione del lavoro)¬†per compensare la diminuzione del saggio di profitto: tendenza misurabile e misurata negli ultimi trenta-quarant’anni di crisi a bassa intensit√†.
  • Terzo, la tentazione dell’imperialismo, commerciale o militare, per trovare sbocchi alla sovrapproduzione su nuovi mercati: straordinaria visione hegeliana nella Filosofia del Diritto (¬ęla societ√† civile malgrado il suo eccesso di ricchezza non √® ricca abbastanza (…), la sua dialettica interna la porta a spingersi oltre i propri limiti e cercare nuovi mercati¬Ľ), forse ispirata dalla lettura di¬†Sismondi,¬†ripresa da¬†Rosa Luxemburg e poi da Lenin. Sono queste frontiere le colonne d’Ercole di cui parlava Gramsci nel passo sopracitato, presagendo il loro naturale esaurimento.
  • Quarto, la creazione di nuovi mercati attraverso la trasformazione dei rapporti sociali e la distruzione di altre colonne d’Ercole, etiche e culturali questa volta, come accadde col¬†Sessantotto. Nulla di male in ci√≤ se il mercato riesce a sostituire efficacemente, e in maniera sostenibile, il sistema tradizionale: ma sembra non essere sempre il caso.
  • Quinto, come¬†argomentava¬†Malthus affrontando prima di Marx il problema del sottoconsumo, la dipendenza del sistema da una classe di rentiers impegnati a consumare il surplus prodotto: rappresentata oggi da quei semi-rentiers impoveriti che sono i prosumer culturali.
  • Sesto, la finanziarizzazione che permette di valorizzare gli attivi nell’attesa (campa cavallo…) di produrre profitti reali sul mercato, nonch√© di erogare titoli di credito per stimolare il consumo.
  • Settimo, lo sviluppo ipertrofico dello Stato e le cure palliative keynesiane in generale.
  • Infine ottavo, la tendenza del capitale a concentrarsi sempre di pi√Ļ, per mezzo di continue fusioni, al fine di recuperare il massimo di briciole sulle code lunghe del mercato — come scriveva¬†Lenin, code lunghe a parte, ne L’imperialismo, fase suprema del capitalismo.

Questi diversi fenomeni sono i fattori compensativi che hanno permesso all’economia capitalista di crescere malgrado tutto, superando ogni crisi con maggiore ottimismo. Come notava Piero Sraffa,¬†¬ęla caduta tendenziale del saggio di profitto costringe i capitalisti a continue rivoluzioni tecniche per evitare la caduta tendenziale del saggio di profitto¬Ľ ed essa si manifesterebbe concretamente soltanto a condizione¬†che altre forze non operino. Questa possibilit√† ha iniziato a concretizzarsi negli ultimi trenta-quarant’anni.¬†Oggi sembriamo molto vicini all’ultima ¬ęfrontiera¬†mobile¬Ľ¬†di cui parlava Gramsci: geograficamente, eticamente e culturalmente resta poco da conquistare.¬†Per tutte queste ragioni, mi vedo costretto a dare ragione a Marx quando afferma che la caduta tendenziale del saggio di profitto √® ¬ęla legge economica fondamentale¬Ľ — in grado di fornire un quadro interpretativo anche per le grandi trasformazioni culturali che racconto su questo blog. Per il resto, poteva anche spiegarla per mezzo di marmotte che incartano il cioccolato: anything goes.