crisi economica nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Mark Zuckerberg e l’eredità di Ibn Khaldun

L’idea geniale del filosofo maghrebino fu di applicare ai fenomeni sociali gli studi di Aristotele sulla generazione e corruzione delle forme di vita. Secondo Ibn Khaldun, ogni ciclo storico è composto da una fase di ascesa, caratterizzata dall’accumulazione di ricchezza e dai valori tradizionali, e da una fase di decadenza, caratterizzata dalla perversione dei costumi, da una tassazione sempre più elevata e dal lusso. La generazione ha in sé i semi della degenerazione, la degenerazione ha in sé i semi della successiva generazione. Il punto apicale dello sviluppo coincide con l’inizio della corruzione. In questa fase proliferano le scienze speculative e le arti, finanziate con il surplus accumulato nella fase precedente. Ibn Khaldun era insomma ben consapevole di essere, lui stesso in quanto intellettuale, contemporaneamente un prodotto del boom economico e un segnale della decadenza.

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Teoria della Classe Disagiata



Abbasso la scuola (e anche i blog)

Il tempo è poco, e forse la forma-blog non è più adatta a quello che cerco di fare. Per le segnalazioni, gli aforismi, gli appunti, le battute, bastano i social network. E per riflessioni approfondite, c’è bisogno di più spazio e anche più disciplina. Ultimamente la forma-articolo mi sta dando qualche soddisfazione, una ventina di pagine a botta sono un buon modo di mettere giù le idee in maniera non troppo frammentaria. E allora cominciamo con questo Abbasso la scuola: effetti perversi di un’utopia democratica, un primo tentativo di mettere ordine nelle cose che ci siamo detti negli ultimi quattro, cinque anni; un primo tassello di quella “teoria della classe disagiata” che sto scrivendo poco a poco. Grazie ad Antonio Vigilante aka Naciketas, vecchia conoscenza dei tempi di splinder, per aver voluto rischiare la sua reputazione pubblicandolo sulla rivista Educazione Democratica.



Il dilemma del vitellone

Periodicamente un politico incauto lancia una sparata sui giovani fannulloni, così scatenando il subbuglio di mille code di paglia — «Ho sette lauree, vacci tu a raccogliere i pomodori!» – accompagnato da dotte considerazioni keynesiane sulla natura sempre involontaria della disoccupazione. Ma come si concilia, al di là di ogni giudizio morale, la teoria della disoccupazione involontaria con la realtà di un mercato che nondimeno richiede un certo tipo di manodopera e la soddisfa dislocando milioni di lavoratori da una parte del mondo all’altra? Cosa determina le nostre traiettorie formative e professionali, talvolta demenziali, se non delle scelte deliberate e delle preferenze soggettive?

La tanto vituperata teoria neoclassica della disoccupazione volontaria ha il vantaggio di porre la questione del lavoro in termini di razionalità individuale e può essere utile per capire cosa accade alla classe media occidentale, e italiana in generale. In effetti per chi dispone delle risorse sufficienti è razionale prolungare gli studi universitari, perfezionare un proprio talento o accumulare relazioni, persino andare in tivù da Andrea Diprè, piuttosto che andare a raccogliere pomodori: in questo modo aumenteranno le probabilità di ottenere il successo nel proprio campo, anche se dopo cinque o dieci anni vissuti come I vitelloni di Fellini. Un esempio di questo tipo di strategia è Richard Katz nel romanzo Libertà (2010) di Jonathan Franzen: cantante in uno sconosciuto gruppo rock fino all’alba dei quarant’anni, barcamenandosi tra vari proverbiali «lavoretti», d’un tratto diventa famoso e passa istantaneamente da sfigato a idolo delle folle. Questo tipo di percorso professionale imprevedibile, caratteristico dei mestieri qualificati e delle attività creative, è analizzato bene da Nassim Nicholas Taleb nel suo Cigno Nero (2007).

Un problema sorge tuttavia quando tutti gli agenti ricorrono a questa strategia e si configura un vero e proprio dilemma del vitellone, una «situazione lose-lose» prodotta dal gioco autodistruttivo delle razionalità individuali. Poiché tutti fanno i proverbiali sacrifici per rendersi appetibili sul mercato del lavoro, sono necessari sacrifici sempre più ingenti: si ritarda l’entrata nella vita attiva, si pagano costose formazioni, si lavora gratis o quasi. In un saggio recente sul mondo del lavoro, per definire questo meccanismo si parlava ancora di «efficienza dell’incertezza» diretta a «regolare le fasi iniziali delle carriere professionali dei knowledge workers destinate a sfociare in lavoro dipendente a tempo indeterminato»: beato ottimismo. In verità l’esito sub-ottimale di questa competizione fratricida è il Declassamento Mutuo Assicurato, versione 2.0 della più celebre Mutual Assured Destruction (MAD) che minacciava il mondo durante la guerra fredda. Una corsa all’armamento formativo che non scatenerà nessuna apocalisse atomica, ma che prosciuga i patrimoni e abbassa il costo del lavoro. Naturalmente i primi a soccombere sono coloro che dispongono di meno risorse, ai quali si è lasciato credere — come ad Alberto Sordi ne Lo scopone scientifico (1972) di Luigi Comencini — che fosse possibile vincere al gioco contando soltanto sul talento e la determinazione.

Ma come siamo finiti in questo pasticcio? Se le cose hanno smesso di funzionare, quando è accaduto? La maggior parte delle analisi attribuisce alla famigerata «crisi» l’origine dell’anomalia, se non addirittura a una «precisa scelta politica». Invece sarebbe opportuno rovesciare l’analisi e chiedersi se il difetto di domanda (non c’è lavoro qualificato) non sia piuttosto un eccesso di offerta (siamo troppi e troppo qualificati). La crisi sarebbe dunque l’effetto di un allargamento sovrabbondante della classe media per effetto di fattori politici, economici e demografici — un allargamento che sembrava cosa buona e giusta in quanto faceva girare i consumi, ma di cui nessuno voleva interrogare il limite. Come mostrava in maniera limpida Thomas Mann nei Buddenbrook (1901), la borghesia racchiude in sé i germi del proprio esaurimento. Da questo punto di vista, vagamente schumpeteriano, il meccanismo di declassamento svolge una funzione di regolazione che restituisce la classe a una dimensione sostenibile. La classe media occidentale deve fallire per sopravvivere. Ma come appunto segnalava Joseph Schumpeter, le crisi periodiche possono avere conseguenze imprevedibili…

L’economista austriaco ha avuto modo di verificare empiricamente gli effetti della sua teoria, assistendo all’ascesa del nazionalsocialismo: conseguenza politica di una crisi economica. Inoltre Schumpeter fu esponente di quella diaspora germanica verso l’America che possiamo, a questo punto, considerare come un caso esemplare di sovrabbondanza dell’offerta di forza-lavoro cognitiva. Non fu soltanto la persecuzione nazista a cacciare gli intellettuali dall’Europa, ma prima ancora la crisi: bisogna contarli, metterli in fila uno per uno questi scienziati, artisti e pensatori per rendersi conto che non sarebbe mai stato possibile per tutti quanti «trovare lavoro» in quello spazio tanto piccolo. Erano troppi, ecco tutto. Ed erano essi stessi il segno vivente della crisi, i Christian Buddenbrook per mezzo dei quali la borghesia germanica aveva dissipato il capitale accumulato per generazioni.

Schumpeter distingueva tra crisi normali e crisi patologiche. Sfortunatamente le crisi normali esistono soltanto in teoria, mentre le crisi reali hanno sempre degli aspetti patologici. È patologico, ad esempio, scartare tutte le soluzioni cooperative che permetterebbero di minimizzare il danno e garantirebbero la massima efficienza allocativa delle risorse. È disastroso partecipare a una sfida persa in partenza. Di fronte alla minaccia del declassamento, gli individui iniziano ad assumere comportamenti irrazionali, influenzati da riflessi di classe tenacissimi che rendono ancora più dolorosa la rovina. Così, ad esempio, nelle commedie di Goldoni la borghesia decaduta consuma interamente il proprio patrimonio, ed eventualmente s’indebita, perché incapace di fare altro. Oggi i figli della borghesia, convinti di essere «di sinistra», scendono in strada per rivendicare finanziamenti a musei e orchestre. Nel film Il boom di De Sica (1963) ritroviamo Alberto Sordi che mette in vendita un occhio, letteralmente, per salvare il proprio stile di vita. Ancora più assurdo, un giovane dottorando si sarebbe tolto la vita qualche anno fa perché costretto a mantenersi facendo il bagnino invece che il filosofo. Come raccontava Thomas Malthus nel Saggio sui principi della popolazione: «I contadini del Sud dell’Inghilterra sono così abituati al loro raffinato pane di frumento che si lascerebbero quasi morire di fame piuttosto di vivere come i braccianti scozzesi».

In generale nel modello malthusiano c’è poco spazio per le considerazioni sul sapore del pane: l’incremento demografico è legato principalmente alla produzione agricola e alla soddisfazione dei bisogni primari. Eppure Malthus, nella sua lista dei «freni preventivi» alla crescita della popolazione, menzionava le seguenti domande che un uomo potrebbe porsi prima di fondare una famiglia:

Non corre il rischio di perdere il proprio rango, ed essere costretto a rinunciare alle abitudini che gli sono care? Quale occupazione o mestiere sarà alla sua portata? Non dovrà imporsi un lavoro più gravoso di quello confacente alla sua attuale condizione? E se fosse impossibile garantire ai suoi figli i vantaggi dell’educazione di cui egli ha potuto godere?

Sono considerazioni familiari per la nostra classe media, la quale effettivamente si lascerebbe quasi morire di fame — e all’occasione si ammazza sul serio — piuttosto di finire a vivere come i braccianti negri. Le nostre strategie demografiche non sono allineate alle condizioni di sussistenza (ovvero i bisogni primari) ma alle condizioni di permanenza entro la classe d’origine (ovvero i bisogni secondari). Ed è perciò che, malthusianamente, ci estinguiamo. Non senza aver prima tentato di trascinare tutta la società nel nostro tracollo.

Questa è la tragedia di una classe ricca ma non ricca abbastanza. Come ancora notava Malthus: «Discendere uno o due gradini, a quel punto ove la distinzione finisce e la rozzezza comincia, è un male ben reale agli occhi di coloro che lo provano o che ne sono semplicemente minacciati».

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Choosy

It’s important to have a job that makes a difference, boys. That’s why I manually masturbate caged animals for artificial insemination. (Clerks)

Il ministro Elsa Fornero sbaglia nella forma ovviamente, ma anche sul fondo, puntando il dito contro i giovani « schizzinosi » di fronte al mercato del lavoro. Se l’inesorabile destino di molti figli del ceto medio è il declassamento, e trattandosi di un destino piuttosto infausto, non si capisce perché questi dovrebbero accettarlo col sorriso. Sull’argomento ho detto tutto quello che avevo da dire in una serie di post che inizia qui. Nel caso del ministro, l’errore sta nel credere che una classe disperata, composta da individui disperati, sia in grado di produrre comportamenti razionali quali smettere di combattere una guerra già persa. E che si possa dunque spronarli in tal senso, invitandoli alla rassegnazione con la sola forza degli anglicismi. Al contrario, la crisi del mercato del lavoro italiano è il risultato di una serie ostinata di scelte (innanzitutto formative) irrazionali, e tanto più irrazionali quanto più la crisi si aggravava. Il tumblr Choosy sarai tu è uno straordinario florilegio di scelte di vita assurde, inspiegabili, controproducenti, che spiegano un pezzetto di crisi:

• Quelli che “Ho tre lauree (…) Sto ancora pagando i debiti dell’università” (genio)
• Quelli che si vantano di avere dato esami quando erano in Erasmus (eroe)
• Quelli che lavorano gratis o quasi, gli viene il sospetto che qualcosa non quadri, ma continuano a farlo
• Quello che scarica cassette della frutta sei volte al mese per una paga mensile di 50 € e quell’altra che raccoglie rape nel campo del nonno (allora forse il problema non è che i giovani sono schizzinosi: ma che non lo sono abbastanza)
• Quello che s’indigna perché ha dovuto fare l’assistente fotografo (assistente fotografo! ma nemmeno gli albanesi!) e quella che fa la segretaria ma ciò la “avvilisce come persona e come professionista“.
• Le vittime di una cospirazione
• Quelli che hanno messo dieci anni a laurearsi
• Quella che sottolinea due volte “pulisco e sbuccio la frutta” e quello che scrive con paint visto che non ha la webcam (chissà se fa con paint anche i curriculum)

Nel frattempo prosegue la campagna Unemployee of the year di Benetton, con i suoi fantastici progetti: combattere la camorra insegnando le arti visive ai ragazzini, creare momenti di armonia giocando con zucchero, uova e cioccolato, eccetera.



Il falò delle vanità

Talvolta davanti ai miei occhi sfilano terribili visioni del futuro: miseria, malattia, violenza, distruzione, morte. Allora per tranquillizzarmi penso alla Decrescita Serena. Nel mio sogno Serge Latouche e Beppe Grillo riescono a convincere abbastanza persone che la povertà è una cosa fantastica: via il superfluo e sarà tutti i giorni slow food. Adorabile Grillo, che invita a “fare una lista dello stretto necessario ed eliminare il resto” vantando la bellezza del sacrificio, sobrio e austero come un vero finto tweet di Mario Monti. Io temo che prima di “tornare alla sostenibile leggerezza dell’essere” passeremo qualche decennio a sbranarci come cani, ma lasciami stare. Dimmi piuttosto nella lista che ci metti, a parte l’erba del vicino.

La verità è che una simile lista pochi sono disposti a farla davvero, perché la totalità dei nostri consumi — dalla buona e cattiva letteratura agli smartphones — ha finito per appartenere alla sfera dell’indispensabile. Basta vedere l’isteria collettiva scatenata da una legge che limita gli sconti sui libri… Noialtri, ultima o penultima generazione di borghesi occidentali prima dell’estinzione, abbiamo una lista di necessità lunga come il Mahābhārata. Se invece ci chiedi la lista del superfluo, la segneremo su un post-it (che irrimediabilmente perderemo). Siamo i campioni del mondo dell’occultamento dei rapporti di produzione, gli equilibristi della falsa coscienza. Ma piuttosto che rinunciare ai nostri usi e costumi, nemmeno poi tanto lussuosi, ci lasceremmo mangiare dai vermi: come le orde di neo-proletari in Mercedes che fanno la spesa da Lidl, ben descritti da Tommaso Labranca. Più cafoni ancora, noi ci recheremo al discount declamando interi passi di Borges.

Qui mi appaiono di nuovo miseria, malattia, violenza, distruzione, morte, accompagnati da rock indipendente, vernissage e diritti umani. Grillo dice che siamo stati educati a trasgredire i limiti. Dice che i limiti bisogna conoscerli e rispettarli. La tragedia, dico io, é che entro quei limiti non ci stiamo più. La nostra ideologia è semplicemente troppo costosa: verrà il momento di ripiegare su modelli più economici e funzionali, a forma di croce o di mezzaluna. Non ci sarà nessuna decrescita serena, amici. Ma lasciatevi dire che adoro, adoro, l’odore del vostro sangue.

— Allora non è per il tuo piacere che vieni al bordello stasera, disse madame Laura a Des Esseintes. Ma dove diavolo l’hai pescato quello? riprese, non appena il ragazzo si fu ritirato assieme alla bella Ebrea.

— Per strada l’ho pescato, cara mia.

— Mmmmm eppure non sembri ubriaco, mormorò la vecchia signora. Poi, dopo avere riflettuto, aggiunse con un sorriso complice: — Ma che, te lo vuoi fare? Accidenti se ti piacciono belli giovani !

Des Esseintes scosse la spalle. — Non ci sei proprio ; oh ! ma proprio per nulla, fece. La verità è che sto semplicemente costruendo un assassino. Segui bene, ti prego, il mio ragionamento. Questo ragazzo è vergine e ha raggiunto l’età in cui comincia a ribollire il sangue, a sfrigolare l’ormone. Potrebbe rivolgere questo desiderio verso le femmine del suo stato: in questo modo si divertirebbe senza compromettere la propria onestà. Questa è la piccola quota di monotona felicità che la società riserva ai poveri. Invece in questo bordello scoprirà un lusso che non avrebbe mai nemmeno immaginato, e che resterà scolpito per sempre nella sua memoria. Offrendogli un simile privilegio una volta ogni quindici giorni, il ragazzo finirà per abituarsi a piaceri che non può permettersi. Ora ammettiamo che in tre mesi questi piaceri siano divenuti per lui assolutamente necessari, e che la loro frequenza non sia stata sufficiente a saziarlo: ebbene, al termine di questi tre mesi, io cesserò di finanziarlo. E allora lui ruberà, pur di continuare a venire qui! Farà ogni sorta di follia per continuare a rotolarsi su questo divano! E portando le cose all’estremo finirà, io spero, per uccidere qualcuno durante una rapina! E così avrò ottenuto il mio scopo: creare un furfante, un nuovo nemico per questa odiosa società.

J. K. Huysmans, À rebours



Keynes è morto

Oggi siamo costretti a dare contemporaneamente ragione ai keynesiani che ci ripetono che l’austerità sta distruggendo l’Europa e ai contabili che ci segnalano che non è più possibile continuare a indebitarsi. Seguendo la via dei contabili ci rassegniamo alla catastrofe. Dando ascolto ai keynesiani, invece, potremmo rimandarla. Ma di quanto? Sappiamo come rispondeva John Maynard Keynes a chi gli chiedeva della sostenibilità a lungo termine della sua dottrina economica: «Il lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti. A lungo termine siamo tutti morti». Tenendo conto del fatto che effettivamente Keynes è morto nel 1946, viene il sospetto che stiamo vivendo da oltre mezzo secolo nel lungo termine della sua teoria.

Per decenni abbiamo forzato i limiti dello sviluppo, drogando la domanda perché corrispondesse all’offerta, accumulando in questo modo un debito impressionante. Keynes è morto, e anche noi non ci sentiamo molto bene. La garanzia è scaduta e i nodi sono venuti al pettine: spesa colossale, indebitamento fuori controllo, consumismo, inquinamento, tecnocrazia, politiche imperialiste di espansione. La soluzione? Più spesa, più debiti, più bisogni indotti, più inquinamento, più burocrati ed eventualmente più guerre. Keynes scaccia Keynes.

D’altronde non si vede all’orizzonte nessuna soluzione migliore: meglio chiamare il servizio assistenza e tentare di riparare la macchina inceppata, provando a convincere qualcuno con un ultimo grande bluff. E lo staremmo già facendo, se soltanto fossimo riusciti a convincere qualcuno. Il caso dell’Italia, con il suo famigerato spread, è in ciò paradigmatico. I tassi d’interesse applicati ai suoi titoli di stato rispecchiano la sfiducia crescente degli investitori sul ritorno delle navi in porto. Se queste sono le condizioni, come si giustifica l’opportunità di un ulteriore prestito? Forse evocando i «muti sguardi d’amore» di Porzia e la sua immensa ricchezza, ovvero un improbabile jackpot alla portata di chi continua a spendere. Ma così la teoria dei keynesiani comincia ad assomigliare a un’antica religione pagana.

Molte critiche che vengono oggi rivolte al sistema cosiddetto capitalista potrebbero essere direttamente attribuite al paradigma keynesiano, come disperato correttivo delle contraddizioni del capitalismo, vero e proprio quadro generale nel quale trovano spazio anche le deregolamentazioni cosiddette neoliberiste. In cosa consista questo paradigma è presto detto. Keynes rompe con il capitalismo protestante descritto da Max Weber, caratterizzato dall’accumulazione e dalla ritenzione del Capitale, e promuove un nuovo tipo di economia fondata sulla spesa e sul consumo. Secondo Keynes, il risparmio delle famiglie e delle imprese è strutturalmente eccessivo ed è necessario stimolare artificialmente la domanda (anche per mezzo di debiti) al fine di stimolare la crescita. Se la ricchezza è una grossa ciambella, che senso ha tenerla da parte? Bisogna mangiarla tutta. E poi procurarsi un’altra ciambella. Sebbene non sia certo attribuibile ai discepoli di Keynes la deregolamentazione del mercato finanziario che ha portato alla bolla immobiliare, ma anzi ai suoi presunti avversari neoliberisti, è pur vero che l’intero sistema era precariamente fondato sull’illusione — keynesiana — di una domanda e di una crescita che si sarebbero alimentate a vicenda dal nulla, all’infinito. Che, tradotto dal keynesese, come sappiamo significa «finché dura».

Al di là delle questioni di teoria economica, si capisce che la rivoluzione keynesiana è innanzitutto un’epocale trasformazione ideologica. Keynes condanna la «grande congiura» del risparmio, questo «vizio pubblico» causato dalla virtù privata, considerando che una «cronica e tendenziale propensione al risparmio» caratterizza «tutta la Storia umana». La rivoluzione keynesiana si articola nel pensiero del ventesimo secolo seguendo due strade, solo in apparenza conflittuali: la prima mercatista-liberale e la seconda socialista-libertaria. Una vera e propria convergenza «liberale-libertaria», come scrisse Michel Clouscard per definire questo processo di estensione indefinita del mercato e di sollecitazione massiccia della domanda. Una rivoluzione dei costumi cui hanno contributo in ugual modo la propaganda pubblicitaria e la filosofia dei maîtres à penser della sinistra sessantottina, insegnando a «vivere senza tempi morti e godere senza limiti». Le nostre navi non avrebbero retto le onde, ma questo non era certo un problema loro. E così ci siamo indebitati fino al collo, perché ogni cosa ci sembrava necessaria, e in effetti lo era: necessaria e bella, anche se non ce la potevamo permettere — proprio come Porzia.

Nel Mercante di Venezia si capisce che il primo motore della sequenza tragica non è certo l’avidità di Shylock, semplice pretesto drammaturgico, bensì l’incontinenza di Bassanio e di Antonio, la loro incapacità di adattare le loro aspirazioni alle loro risorse. Il primo che accumula debiti e il secondo che lo foraggia senza controllo. E infatti quando Shylock trascina il mercante in tribunale per ottenere la propria libbra di carne, i giudici non trovano argomenti contro l’usuraio: Antonio ha controfirmato il contratto e accettato il rischio.

Simile al processo che oppone Antonio e Shylock sembra il dibattito contemporaneo sulla questione di chi debba «pagare la crisi». I creditori vogliono recuperare il loro prestito e i loro interessi. Ma i debitori, colpo di scena, sostengono di essere stati raggirati. Il debito che hanno contratto potrebbe essere illegittimo ovvero, come si dice in diritto internazionale, «odioso». Certo il prestito è stato formalmente accettato. Ma a che condizioni? Con quali margini di libertà? Celando quali informazioni fondamentali? Alcuni movimenti propongono oggi di rifiutare il debito, integralmente o in parte, denunciando una truffa ai danni del popolo. Secondo questa prospettiva, il debito avrebbe preso il posto del salario come forma principale dell’asservimento degli individui al capitale, nonché come strumento di governance geopolitica mondiale — il debito come nuovo contratto sociale che fonda una società iniqua e oscena. La verità tuttavia è che questa grande illusione collettiva è stata alimentata da più parti, e sembra davvero troppo facile pretendere di non avere mai voluto quel credito sul quale le economie occidentali vivono da venti o trent’anni.

Eppure come mi fa notare acutamente la blogger Olympe de Gouges sarebbe sbagliato, fuori dalla commedia shakesperiana, attribuire all’incontinenza degli uomini la responsabilità di una crisi strutturale. Se Antonio e Bassanio s’indebitano, è perché non possono fare altro. E se il correttivo keynesiano ha avuto tanto successo, è perché si trattava l’unico modo di rimandare il collasso, già previsto in agenda, dell’economia capitalista. Nella finzione di Shakespeare, una sofisticata arguzia giuridica salverà l’incauto debitore dal suo tragico destino, permettendo alla tragedia di finire in commedia. Questo salvataggio artificioso, dovuto all’intervento di Porzia, non deve tuttavia ingannare lo spettatore, che ha potuto assistere a un’illustrazione edificante dei rischi del vivere a credito. E nella realtà? Oggi ci resta da scegliere a che data fissare l’appuntamento con la catastrofe. Ma vediamo il lato positivo: a lungo termine siamo tutti morti. (continua)



Le quattro navi

Da come la raccontavano qualche anno fa, quella del lavoro culturale sembrava una fine piuttosto lieta. L’umanità intera si sarebbe convertita al prosuming come unico stile di vita e avrebbe eventualmente trovato lavoro tra le schiere di Umpa Lumpa che fanno girare la macchina. Il lavoro sarebbe stato ripetitivo e noioso ma si sarebbero tratte innumerevoli gratificazioni dal tempo libero: 15 minuti di celebrità — al giorno! La fine del lavoro culturale doveva essere una commedia, insomma. E invece è una tragedia, poiché a quanto pare non si può fondare un’intera economia sulla monocultura del terziario e sulla sola circolazione di informazioni, simboli e capitale virtuale.

Una tragedia che potrebbe finire come Il mercante di Venezia, anzi peggio. Nel dramma di Shakespeare, il primo motore della potenziale tragedia era l’amore di Bassanio per la bella Porzia, ereditiera di grandi ricchezze e meravigliosamente piena di virtù. Illustri corteggiatori vengono alla sua conquista dai quattro angoli del mondo e si rovinano per offrirle doni lussuosi, ma un uomo soltanto potrà sposarla. Il jackpot è allettante ma poco probabile: una sola donna per migliaia di pretendenti. Quello che Shakespeare non racconta, ma che possiamo immaginare, è che a causa della dolce Musa migliaia di principi e sultani si sono ridotti sul lastrico.

Non c’è nulla di razionale, in termini di probabilità, nella decisione di Bassanio di corteggiare Porzia. Eppure, per via di certi muti sguardi d’amore, il giovane è convinto che si tratti d’un investimento privo di rischi. La sedurrà, si accaserà e così rimborserà il cumulo di debiti contratti nel corso degli anni. Per partecipare alla costosa competizione, tuttavia, Bassanio deve chiedere un grosso prestito al suo amico Antonio. Lui accetta di buon grado, come tante volte in passato, a tasso zero e senza garanzie, come farebbe un padre. C’è tuttavia un piccolo, minuscolo, insignificante inghippo. Antonio è certo ricchissimo, ma le sue sostanze sono al momento tutte impegnate in mare, immobilizzate in forma di navi e di merci, ed egli non dispone di denaro liquido da prestare. Bisognerà perciò rivolgersi a una terza persona, con la quale Antonio si farà da garante. Questa persona è l’usuraio Shylock, nemico giurato di Antonio, ebreo malefico come imponevano le convenzioni teatrali dell’epoca — perfetto capro espiatorio per le colpe dei suoi debitori.

Shylock pone una condizione crudele: in caso di non riscossione del debito, l’usuraio avrà il diritto di asportare una libbra esatta di carne dal corpo del mercante. In effetti Shylock considera «ipotetici» i mezzi finanziari di Antonio: una nave che fa vela per Tripoli, un’altra per le Indie, una terza verso il Messico e una quarta in rotta per l’Inghilterra — tutte lontane da Venezia, tutte minacciate dai pirati, dalle acque, dai venti e dagli scogli.

L’osservazione di Shylock sulla ricchezza ipotetica del mercante è interessante. Non è forse sempre ipotetica la ricchezza di cui crediamo disporre nel futuro? Questa non dipende soltanto dal valore nominale degli attivi, ma dalle condizioni di liquidabilità delle immobilizzazioni, dalla redditività degli investimenti, dall’entità della spesa e dalla solvibilità dei debitori. Da questo punto di vista, un prestito è sempre un rischio, più o meno grande, e il tasso d’interesse remunera questo rischio. Non stupisce dunque che sia proprio l’usuraio a formulare un dubbio radicale sulla ricchezza del mercante, al fine di giustificare l’esorbitante prezzo del prestito. Le navi di Antonio perdute in alto mare sono come il gatto del paradosso di Schrödinger, chiuso in una scatola, del quale non possiamo sapere se è vivo oppure morto: le navi torneranno o non torneranno? E quindi il mercante, mentre attende con impazienza il loro ritorno, possiede virtualmente quattro barche oppure non ne possiede effettivamente nessuna?

Antonio firma il contratto senza pensarci un attimo perché il suo modello di rischio, per così dire, non prevede la perdita di quattro navi su quattro. Eventualmente una, nella peggiore delle ipotesi due: ma quattro? Una simile sfortuna non si è mai vista. Antonio esce di scena pronunciando le classiche ultime parole famose: «Non c’è da preoccuparsi: le mie navi saranno di ritorno un mese avanti la scadenza». Invece le navi tardano. Al secondo atto, gira voce che una sia affondata, e la tensione comincia a salire. Quando poi al terzo atto si scopre che tutte le navi sono colate a picco, ecco che il debito di Antonio è diventato un serio problema, e la commedia rischia di trasformarsi in tragedia. Ma come si è arrivati a un simile pasticcio, per il quale Antonio rischia di finire alleggerito di una libbra di carne e perciò morire dissanguato?

Un debito, per quanto colossale, non è mai un problema in sé, fintanto che si è certi di disporre, al momento opportuno, della somma necessaria per estinguerlo. Questo vale per i mercanti come per gli Stati. Il dibattito sul rifinanziamento del debito e sulla spesa pubblica, negli Stati Uniti e in Europa, non è un banale scontro ideologico tra neoliberisti amanti dell’austerità e keynesiani sostenitori del welfare: più profondamente, confronta diversi punti di vista sulla situazione di quella «economia reale» dalla quale dipende la solvibilità dei debitori. Di quante navi disponiamo? E quante torneranno in porto con il loro carico? Nessuno è in grado di stabilirlo, ma vari indizi portano a sospettare che siano affondate da tempo. Questi indizi si chiamano tasso di crescita del PIL, bilancia commerciale, redditività del capitale o produttività del lavoro. Questi indizi descrivono una situazione effettivamente tragica, nella quale allo stato attuale qualsiasi ulteriore prestito è destinato ad essere inghiottito in un buco nero, interamente consumato da interessi e costi di struttura, incapace di produrre la ricchezza necessaria a ripagarlo.

Il rifinanziamento del debito, in effetti, non è altro che una scommessa sulla crescita. Detto in altri termini, si chiede un prestito solo se si è convinti di poterlo estinguere. E ovviamente lo si ottiene solo convincendo il prestatore della proprio capacità. Hanno sicuramente ragione coloro che affermano che l’austerità porta alla rovina, proprio come la fame porta alla morte. Ma l’austerità non è una scelta ideologica: è una conseguenza dell’incapacità strutturale delle nostre economie post-industriali di produrre abbastanza ricchezza per praticare altre soluzioni. E al cuore di questa incapacità sta l’ostinazione con cui difendiamo il valore, oramai liquefatto, del lavoro culturale. (continua)



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