Dante Virgili nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La maschera, il volto

Sintetizzo qui la mia linea su una questione sviluppatasi qua e l√† in vari commenti con¬†IA. Per riassumere, io faccio quello che difende (per ragioni meta-letterarie) un¬†romanzo neo-nazista degli anni 70. Banalmente, la letteratura “funziona” (o funzionava ai suoi primordi, che potrei porre come situazione ideale) quando inganna. Quando credi che √® vero. E perch√© tu creda che sia vero, lo scrittore deve dirti che √® vero, e cio√® mentirti (“ho trovato questo manoscritto…”). Non che per forza uno ci creda davvero, ma diciamo che √® una convenzione che pone le condizioni di possibilit√† della letteratura, come (in s√© scandalosa)¬†menzogna istituzionalizzata. Quando parlo di letteratura moderna, parlo di una letteratura che non mente pi√Ļ, quindi non inganna pi√Ļ, quindi non funziona pi√Ļ (con tutto il bene che posso volere a¬†Joyce).

Ecco: la mia tesi (qui e nella¬†rece a¬†Virgili) √® che la letteratura “postmoderna” (uso questo termine sgradevole pensando all’uso che ne fece¬†John Barth) riesce di nuovo a mentire, cio√® simulare la verit√† dell’oggetto “artifiziale”: e quindi in un certo senso non sia pi√Ļ letteratura (la letteratura √® realmente tale quando si nega) ma realt√† illusoria (e quindi vera letteratura, leggenda, mitopoiesi). Cos√¨ il libro di Virgili: non fruitelo come letteratura, ci viene detto, fruitelo come se fosse un oggetto reale, un documento (stessa premessa del¬†Don Quisciotte). E riuscendo a ristabilire questa meccanica di lettura, ristabiliamo l’ingenuit√† originaria che fonda le basi della letteratura. In questo senso la maschera (una sorta di distanza ironica stabilita tra testo/autore/lettore) √® necessaria per ristabilire delle condizioni di fruibilit√† “spontanee”, e non viceversa.

Ma la maschera ha senso solo in quanto percepita come volto: la menzogna √® simulazione di verit√†, non esplicitazione del suo essere menzogna. Che poi una lettura spontanea (cio√® non inquinata dalla consapevolezza moderna) ponga molti pi√Ļ problemi meta-letterari √® ovvio, ma la profonda leggibilit√† ed il successo commerciale di un autore come¬†Eco¬†(o Barth) sono la prova che la vera letteratura postmoderna, aumentando i filtri (rappresentazioni di rappresentazioni, all’infinito) riesce a ristabilire un rapporto immediato. In questo senso, l’ipermediatezza consapevole della scrittura permette un’immeditatezza della lettura.



La distruzione di Giuseppe Genna

Continua la degradante serie di vignette in esclusiva per VUE

Tutto vero: Genna Luther Blissett lo trovate qui, Genna Melissa P. la trovate qui, la vita sessuale di Genna la trovate qui, la precedente vignetta la trovate qui, la mia recensione del romanzo in questione la trovate qui



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La distruzione

C’√®¬†hype¬†e¬†hype. L’idea che si possa isolare il testo dal suo contesto √® semplicemente ridicola: per questo la creazione dell’opera √® tanto nell’opera stessa quanto nel modo in cui la si colloca nella realt√†. Nel modo, in altri termini, in cui si costruisce una¬†situazione, agendo sulla realt√† come se fosse un qualsiasi supporto: una tela, un foglio bianco. A questo punto √® ontologicamente impossibile separare la fruizione dell’opera dalla fruizione della situazione: esse sono una cosa sola. Ci sono poi¬†situazioni¬†geniali e¬†situazioni¬†banali, spudorate operazioni di marketing e visionarie operazioni di terrorismo cognitivo. Il loro oggetto √® lo stesso (delimitare uno spazio nella realt√† per opere di finzione), ma la differenza √® la stessa che passa tra un bel libro ed uno brutto, se questa distinzione ha un senso.

La situazione all’interno della quale √® stato e sar√† letto¬†La Distruzione di¬†Dante Virgili¬†√® una di quelle creazioni (senza un vero ed unico autore) che conclude e compie anni di torbide strategie commerciali, di adolescenti pornografiche, di scrittori che amano travestirsi da donna, ecc. Eppure, grazie o malgrado il marketing, ci riporta ad una fruizione originaria dell’oggetto letterario, quando la menzogna doveva ancora essere giustificata, e la letteratura porre le proprie condizioni di possibilit√†.

Non √® infatti molto diversa la storia di questo libro perduto e anomalo, tirato fuori dall’oblio e pubblicato premettendovi pi√Ļ o meno direttamente la non adesione, dalle tradizionali vicende del polveroso manoscritto trovato chiss√† dove (valga su tutti il¬†Don Quisciotte). Una fruizione immediata, che poteva farsi sognare come rappresentazione veritiera, divenuta impossibile tanto pi√Ļ che la letteratura diventava consapevole di s√© stessa, fino a non dover neanche pi√Ļ giustificare lo scandalo della menzogna che si fa spazio nella realt√†: Joyce non ci mente dicendoci che ci√≤ che scrive √® veritiero, non tenta d’illuderci – sappiamo ormai tutti cos’√® un romanzo, sappiamo cosa aspettarci e cosa non aspettarci.

Sarebbe stata cos√¨, disillusa, la lettura di questo libro (al di fuori dalla situazione nella quale, invece, l’ho letto): la terrificante, geniale, descrizione della mente di uno psicopatico. Sarebbe rimasta letteratura: e la letteratura che resta letteratura, che non riesce ad irrompere come un’allucinazione nel mondo delle cose, dimentica della sua origine menzognera (la menzogna √® sempre un modo di fare intervenire la finzione nella realt√†), √® sterile esercizio: non sar√† mai leggenda. E invece tutt’altra cosa quando si sottolinea ripetutamente che Virgili era davvero nazista, che la sua opera non rappresenta ma √®:¬†me la si prospetta come “¬†vera”, con la stessa menzogna di¬†Cervantes¬†che afferma che il manoscritto che traduce √® “¬†vero”. Ed √® menzogna (seppur virtuale) perch√© il romanzo di Virgili √® troppo patologico, troppo malato, e nello stesso tempo troppo scritto bene, per non¬†apparirepalesemente “¬†falso”.

Il problema qui non √® pi√Ļ se Virgili esista o meno, se sia nazista o meno: fatto sta che inserendolo nel contesto in cui sta per affrontare la sua nuova, probabilmente fortunata, vita editoriale si √® riusciti a tramutare un romanzo qualsiasi (come¬†dice Franchini, non un grande romanzo, ma un romanzo) nell’elemento centrale di una grande messa in scena letteraria. Che ha il merito di ripiombare il lettore in un’ingenuit√† primitiva in cui essere di nuovo, meravigliosamente, ingannato.



La sterile regola del postmoderno

Giuseppe Genna, tra un accenno di dietrologia e l’ altro, trova il tempo di postare un articolo del 1979 su Thomas Pynchon e la simbologia degli alligatori in V, un argomento molto controverso come potete immaginare, sul quale finalmente qualcuno ha il coraggio di gridare la scomoda verit√†. E ribadisce l’assoluta necessit√† che io vada a comprarmi La Distruzione di Dante Virgili, anche perch√© mi pare di aver capito che non si possa avere un blog senza avere letto il libro in questione. In proposito mi √® piaciuta la glossa di Intelligenza Artifiziale a proposito della letteratura postmoderna, della quale viene data una perfetta definizione:

La sterile regola del postmoderno è che siamo troppo intelligenti e troppo vecchi per dire certe cose, quindi abbisogniamo di una maschera cui mettere in bocca quelle stesse parole

Mi viene il dubbio che l’abbia copiata da Eco, ma che importa, sono troppo intelligente per andare a verificare. La fase delineata √® una sorta di post-post-moderno, caratterizzata dal fatto che siamo troppo intelligenti e troppo vecchi per far dire certe cose ad una maschera. Quindi rimane il silenzio mistico, perch√© siamo troppo intelligenti e troppo vecchi un po’ per tutto.

Per√≤ un passo oltre Borges (sempre presupponendolo per√≤) lo si √® fatto: il finto autore finto √® un’idea graziosa. A qualcuno quest’attenzione al contesto, fuori dalla pagina scritta, pu√≤ sembrare una sottomissione alle regole della pubblicit√† (che comunque Warhol, e prima ancora le avanguardie, avevano compreso come parte integrante dell’opera) a scapito della “buona letteratura”. Ma una cosa √® l’attaccamento morboso alle abitudini pseudo-trasgressive di scrittori alla moda, altro lo scavare nella realt√† un’allucinazione che possa proseguire nella pagina scritta, e viceversa; e altro ancora tentare di farlo ripetendo senza fantasia vecchi topoi del postmoderno.