decrescita nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Il falò delle vanità

Talvolta davanti ai miei occhi sfilano terribili visioni del futuro: miseria, malattia, violenza, distruzione, morte. Allora per tranquillizzarmi penso alla Decrescita Serena. Nel mio sogno Serge Latouche e Beppe Grillo riescono a convincere abbastanza persone che la povertà è una cosa fantastica: via il superfluo e sarà tutti i giorni slow food. Adorabile Grillo, che invita a “fare una lista dello stretto necessario ed eliminare il resto” vantando la bellezza del sacrificio, sobrio e austero come un vero finto tweet di Mario Monti. Io temo che prima di “tornare alla sostenibile leggerezza dell’essere” passeremo qualche decennio a sbranarci come cani, ma lasciami stare. Dimmi piuttosto nella lista che ci metti, a parte l’erba del vicino.

La verità è che una simile lista pochi sono disposti a farla davvero, perché la totalità dei nostri consumi — dalla buona e cattiva letteratura agli smartphones — ha finito per appartenere alla sfera dell’indispensabile. Basta vedere l’isteria collettiva scatenata da una legge che limita gli sconti sui libri… Noialtri, ultima o penultima generazione di borghesi occidentali prima dell’estinzione, abbiamo una lista di necessità lunga come il Mahābhārata. Se invece ci chiedi la lista del superfluo, la segneremo su un post-it (che irrimediabilmente perderemo). Siamo i campioni del mondo dell’occultamento dei rapporti di produzione, gli equilibristi della falsa coscienza. Ma piuttosto che rinunciare ai nostri usi e costumi, nemmeno poi tanto lussuosi, ci lasceremmo mangiare dai vermi: come le orde di neo-proletari in Mercedes che fanno la spesa da Lidl, ben descritti da Tommaso Labranca. Più cafoni ancora, noi ci recheremo al discount declamando interi passi di Borges.

Qui mi appaiono di nuovo miseria, malattia, violenza, distruzione, morte, accompagnati da rock indipendente, vernissage e diritti umani. Grillo dice che siamo stati educati a trasgredire i limiti. Dice che i limiti bisogna conoscerli e rispettarli. La tragedia, dico io, é che entro quei limiti non ci stiamo più. La nostra ideologia è semplicemente troppo costosa: verrà il momento di ripiegare su modelli più economici e funzionali, a forma di croce o di mezzaluna. Non ci sarà nessuna decrescita serena, amici. Ma lasciatevi dire che adoro, adoro, l’odore del vostro sangue.

— Allora non è per il tuo piacere che vieni al bordello stasera, disse madame Laura a Des Esseintes. Ma dove diavolo l’hai pescato quello? riprese, non appena il ragazzo si fu ritirato assieme alla bella Ebrea.

— Per strada l’ho pescato, cara mia.

— Mmmmm eppure non sembri ubriaco, mormorò la vecchia signora. Poi, dopo avere riflettuto, aggiunse con un sorriso complice: — Ma che, te lo vuoi fare? Accidenti se ti piacciono belli giovani !

Des Esseintes scosse la spalle. — Non ci sei proprio ; oh ! ma proprio per nulla, fece. La verità è che sto semplicemente costruendo un assassino. Segui bene, ti prego, il mio ragionamento. Questo ragazzo è vergine e ha raggiunto l’età in cui comincia a ribollire il sangue, a sfrigolare l’ormone. Potrebbe rivolgere questo desiderio verso le femmine del suo stato: in questo modo si divertirebbe senza compromettere la propria onestà. Questa è la piccola quota di monotona felicità che la società riserva ai poveri. Invece in questo bordello scoprirà un lusso che non avrebbe mai nemmeno immaginato, e che resterà scolpito per sempre nella sua memoria. Offrendogli un simile privilegio una volta ogni quindici giorni, il ragazzo finirà per abituarsi a piaceri che non può permettersi. Ora ammettiamo che in tre mesi questi piaceri siano divenuti per lui assolutamente necessari, e che la loro frequenza non sia stata sufficiente a saziarlo: ebbene, al termine di questi tre mesi, io cesserò di finanziarlo. E allora lui ruberà, pur di continuare a venire qui! Farà ogni sorta di follia per continuare a rotolarsi su questo divano! E portando le cose all’estremo finirà, io spero, per uccidere qualcuno durante una rapina! E così avrò ottenuto il mio scopo: creare un furfante, un nuovo nemico per questa odiosa società.

J. K. Huysmans, À rebours



Estinzione

Una mattina, al risveglio da sogni inquieti, mi trovai trasformato in un enorme dodo. Sdraiato nel letto sulla schiena piumata, iniziai a riflettere su come ciò fosse potuto succedere. La sera prima ero ancora uno splendido esemplare di essere umano, colto e raffinato, e d’un tratto ero diventato una specie di pollastro in via d’estinzione. Era forse qualcosa che avevo mangiato? Magari la gustosa frittatina della sera precedente? Volendo respirare una boccata d’aria andai ad aprire la finestra ; e così mi accorsi che la situazione era più seria di quanto pensassi. Giù in strada stavano centinaia, migliaia, milioni di dodo.

Fin dalla metà degli anni Settanta il crollo del tasso di fecondità in Italia é causa di una grave crisi demografica ; solo in parte compensata, a partire dagli anni Novanta, dai tassi molti più vigorosi della popolazione immigrata. In forme meno esorbitanti, questa “demografia a due velocità” caratterizza tutti i paesi sviluppati e può essere interpretata in vari modi. I più fantasiosi parlano d’una guerra demografica pianificata e sferrata dal mondo musulmano ai danni dell’Occidente cristiano o illuminista: é la teoria dell’Eurabia resa popolare da Oriana Fallaci. Attirando tuttavia l’attenzione sulla questione etnica, la paranoia occidentalista maschera innanzitutto la vera anomalia, ovvero quel tasso di fecondità tanto inferiore alla soglia di sostituzione. E maschera inoltre le ragioni strutturali di questa anomalia, che di “etnico” non hanno proprio nulla. Se effettivamente il destino che ci attende è l’estinzione — in senso del tutto concreto — questa estinzione non ci riguarda in quanto nazione, popolo o razza ma in quanto classe.

Prima di tutte le differenze economiche ne sta una fondamentale: quella tra chi possiede qualche cosa e chi non possiede nulla. In altri tempi si sarebbe detto: tra borghesia e proletariato. Proletario, come noto, è colui che ha la prole come unica ricchezza. Al contrario, la classe borghese ha nella prole la più temibile minaccia al proprio patrimonio. Il tasso di fecondità, in effetti, non è altro che il coefficiente divisore del capitale al cambio di generazione. Un tasso di fecondità di tre, ovvero tre figli per ogni coppia, significa che il patrimonio dei genitori verrà diviso in tre parti — un po’ come l’impero carolingio alla morte di Ludovico il Pio. E un tasso di fecondità di cinque, di dieci, di venti? Una divisione eccessiva trascinerebbe gli eredi al di fuori dalla loro classe di provenienza: i figli dei re diventerebbe schiavi, e i figli dei borghesi… proletari. Ma questo non è accettabile.

L’erede borghese, per mantenersi nella propria classe, ha bisogno di un certo “capitale iniziale” ; ed è quindi necessario che la quota ottenuta dalla divisione del capitale ad ogni cambio di generazione non sia inferiore a questa somma. Così naturalmente i tassi di fecondità si allineano e si adattano, e la variabile sulla quale si allineano è la famigerata crescita. Solo se la propria ricchezza aumenta, la classe borghese può permettersi di suddividerla. In assenza di crescita economica, il tasso di fecondità necessario al raggiungimento della soglia di sostituzione — il famigerato due virgola uno — implica un’erosione del capitale trasmesso di generazione in generazione, in questo caso (puramente teorico) del -5%. Ovviamente il proletariato non fa simili calcoli, per la ragione già enunciata che non vi è nessun patrimonio da suddividere o perché conserva dei riflessi di classe. Questi calcoli li fa invece la classe media, su cui pesa concretissima la minaccia della proletarizzazione. Ma non c’è modo che questa minaccia si realizzi davvero, poiché la borghesia occidentale ha preso un’altra strada — l’estinzione appunto. Non moriremo poveri ; noi semplicemente scompariremo.

Pur di continuare a vivere da piccoli o medi borghesi, e a consumare più di quanto produciamo, ci siamo semplicemente dimezzati. Ogni generazione prosegue con più determinazione il movimento di decelerazione demografica. Adesso che toccherebbe a noi figliare, temporeggiamo nell’attesa di accumulare capitale sufficiente per assicurarci che i nostri eredi abbiano una vita degna, ovvero lo “stretto necessario” per sopravvivere entro la loro classe di provenienza. E se non ce l’avranno, allora è tanto meglio che non nascano.



Il debito odioso

ANTONIO — Non c’è da preoccuparsi: le mie navi saranno di ritorno un mese avanti la scadenza. Andiamo.
Shakespeare, Il mercante di Venezia, I, 3.

Avevo forse dieci anni quando un giorno mio padre m’indicò l’orizzonte — i palazzi, i monumenti, le fabbriche, i campi, le montagne — e mi disse, non che un giorno tutto quello sarebbe stato mio, ma al contrario che il nostro paese aveva circa tre fantastiliardi di debiti. La cifra era spaventosa, tuttavia mio padre mi rassicurò: non c’è da preoccuparsi, così va l’economia. O meglio così andava nel secolo ventesimo. Nel frattempo, beh, il meccanismo si è inceppato e oggi ci ritroviamo i creditori sotto casa, come in una commedia di Goldoni. Quel debito, che a lungo era sembrato naturale, oggi è diventato un serio problema.

Di tutta evidenza il problema non è il debito in sé. Il problema è che i creditori hanno iniziato a dubitare che fossimo in grado di restituirlo. Insomma ci troviamo nella situazione del Mercante di Venezia. Nella pièce di Shakespeare, Antonio chiede un prestito di tremila ducati all’usuraio Shylockebreo malefico come imponevano le convenzioni del genere. Il prestito servirà a Bassanio per corteggiare la bella Porzia. All’inizio della commedia, Antonio è piuttosto tranquillo: attende il ritorno di tre sue navi cariche di ricchezze. Ma le navi tardano. Al secondo atto, gira voce che una sia affondata, e la tensione comincia a salire. Quando poi al terzo atto si scopre che tutte le navi sono colate a picco, ecco che il debito di Antonio è diventato un serio problema, e la commedia rischia di trasformarsi in tragedia. Al nostro paese è successo circa questo: abbiamo tre navi disperse in alto mare, e nessuno è in grado di stabilire se e quando arriveranno in porto. Ma la verità è che sono affondate da tempo.

In seguito alla bancarotta di Antonio, il mercante e l’usuraio si affrontano in tribunale per stabilire su chi deve ricadere la perdita (incarnata, alla lettera e per il massimo divertimento del pubblico, da una famigerata “libbra di carne”). Malgrado l’antipatia del personaggio e il pregiudizio etnico della corte, il tribunale non trova alcun argomento contro Shylock. Il contratto era chiaro, e Antonio ha accettato il rischio. Soltanto una sofisticata arguzia salverà l’incauto debitore dal suo tragico destino.

Un simile processo potrebbe avere luogo oggi, tra creditori e debitori, per stabilire chi debba “pagare la crisi“. I primi vogliono, ovviamente, recuperare il loro prestito e i loro interessi. Ma i secondi, colpo di scena, sostengono di essere stati raggirati. Il debito che hanno contratto potrebbe essere illegittimo ovvero, come si dice in diritto internazionale, “odioso“. Certo il prestito è stato formalmente accettato. Ma a che condizioni? Con quali margini di libertà? Celando quali informazioni fondamentali?

Secondo questa prospettiva, il debito ha preso il posto del salario come forma principale dell’asservimento degli individui al capitale, nonché come strumento di governance geopolitica mondiale. Il debito come nuovo contratto sociale che fonda una società iniqua e oscena. Di questa trasformazione del capitalismo la cosiddetta crisi è il momento apocalittico. Questa rivelazione interviene dopo decenni nei quali si è cercato di forzare i limiti dello sviluppo, drogando la domanda perché corrispondesse all’offerta, accumulando in questo modo un impressionante debito pubblico e privato. Questo è forse ciò che i teorici del signoraggio e altri poundiani tentano di evocare con le loro sghembe involontarie metafore, che fanno dell’ebraismo di Shylock un carattere sostanziale ed espiatorio. Ma è anche quanto si capisce leggendo un buon keynesiano come Stiglitz: errori imperdonabili, non sempre in buona fede, sono stati commessi da soggetti che emettevano credito come slot-machines impazzite.

Gli uffici marketing, da parte loro, ci spiegavano che tutto è permesso e che il lusso è un diritto, fintanto che fa girare l’economia. Le nostre navi non avrebbero retto le onde, ma questo non era certo un problema loro. Aveva ragione Guy Debord affermando che non c’è solo un’alienazione nel lavoro ma soprattutto un’alienazione nel tempo libero, ovvero nei consumi. Ma non possiamo fingere di essere stati plagiati: il nostro misero tornaconto lo abbiamo avuto vivendo sopra le nostre possibilità per almeno un decennio o due. Una connivente sincronicità liberale-libertaria si era instaurata tra la domanda e l’offerta, tra gli eredi del Sessantotto e i profeti della deregolamentazione. Abbiamo preso alla lettera le parole d’ordine dei maîtres à penser del nuovo canone occidentale (tra i quali Debord stesso) e reso necessari i nostri lussi: la cultura, il bovarismo, la ribellione, i prodotti di nicchia, la libertà creativa, la conservazione del patrimonio artistico, eccetera. Ed è per tutto questo che ci siamo indebitati fino al collo, in tutta consapevolezza, perché ogni cosa ci sembrava necessaria, ed in effetti lo era — necessaria e bella, anche se non ce la potevamo permettere — proprio come l’amore di Bassanio per Porzia.



Il pasto nudo

Questo articolo di Luca Simonetti non è solo un’inesorabile critica dell’ideologia Slow Food, ma un fotogramma nitido della nostra abitudine di raccontarci favole, confondendo i privilegi delle élites con dei modelli economico-culturali sostenibili, confondendo le forme più elaborate del consumismo con delle pratiche di resistenza (vedi anche questo esilarante seminario di debunking sulla decrescita). Attraverso l’avventura di Carlo Petrini, e con un occhio marxiano sui reali rapporti di produzione e consumo, l’autore mostra il (malo) modo in cui le nicchie di mercato si nascondono dietro l’illusione di essere “indipendenti” e “impegnate”. Da leggere, per ricordarci (anche se non è la tesi dell’autore, piuttosto sviluppista) che in molti casi un mondo migliore non ce lo possiamo permettere.



Allora barbarie

Visto che è di moda, ho iniziato anch’io a riflettere sulla decrescita, ovvero la pianificazione di un’economia sostenibile non fondata sullo sviluppo. Giunto alla conclusione che fosse necessaria, non ho potuto fare a meno di pensare che fosse anche impossibile. Così ho iniziato ad essere pessimista, perché se è vero che “decrescita o barbarie”, e non è vero che decrescita, allora barbarie. Logico e tragico. Ho perciò acquistato e letto l’ultimo libro di Serge Latouche, rassicurato dalla promessa di una serena rivoluzione economica e convinto che l’economista francese fosse uomo di buon senso. Tutto ciò che mi sono sentito dire è che la sfida della decrescita poggia sulla sobrietà dei consumi, l’eliminazione dei vizi e altre proposte surrealiste; come se l’aporia non fosse (appunto) l’essenziale dipendenza del benessere dalla sovrapproduzione, “l’eccesso che genera il necessario”. Sinceramente deluso, ho pensato: stiamo freschi. E dunque: allora barbarie.

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