democrazia nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Sarete assimilati? Due riflessioni sulla sovranit√† dello Stato e l’amministrazione delle periferie

I

Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro della banlieue. Catastrofe finale dell’entropia migratoria, paradigma dello “stato di eccezione” o rompicapo amministrativo, scenario post-atomico senza la deflagrazione d’alcuna bomba, la periferia francese √® diventata un luogo cruciale del nostro immaginario politico. Mito ma anche concetto, paura irrazionale e profezia ragionevole. Il disaccordo sulle cause — tsunami demografico, delirio urbanistico, ideologia comunitarista, capitalismo selvaggio, ecc. — non serve a nascondere che qualcosa di terribile sta accadendo nella polis occidentale. Il ministro leghista che evoca per l’Italia un “rischio banlieue” non dice nulla di scandaloso e peraltro ripete ci√≤ che disse il leader del centro-sinistra cinque anni fa: “Noi abbiamo le peggiori periferie in Europa. Non credo che le cose siano molto diverse rispetto a Parigi. √ą solo questione di tempo.” Bene, anzi male, ma tempo per cosa?

Il “rischio banlieue” non evoca semplicemente in un generale disfacimento della periferia — aumento della criminalit√†, deterioramento delle condizioni economiche, accentuazione dei conflitti comunitari: che sarebbero un rischio soltanto per chi vive — ma un fenomeno politico cruciale, ovvero la costituzione di spazi autonomi dalla giurisdizione statale. Ovviamente, chi evoca un “rischio banlieue” in Italia sottace il fatto che questo rischio √® gi√† effettivamente realizzato in alcune parti del paese, e capita dunque che in Francia, per profetizzare il destino catastrofico delle banlieues, si parli di… “rischio Gomorra“. Il mito ha luogo sempre altrove. E i napoletani Cosang sfottono: “la Francia si atteggia ma l√¨ non esiste sistema”.

Nella banlieue proprio come in certi spazi governati dalle cosiddette mafie, le istituzioni e i rappresentanti dello Stato sono considerati illegittimi e rinunciano all’esercizio della sovranit√†. In effetti si potrebbe dire che, in base a un calcolo puramente economico, la banlieue √® lo spazio in cui la rinuncia alla sovranit√† rende di pi√Ļ di quanto costa.¬†Ma se la banlieue √® consustanziale al benessere a basso costo che partecipa a produrre (e questo Saviano lo ha scritto benissimo), la sua “extra-territorialit√†” rappresenta anche una minaccia. Salendo i gradini di una “scala della delinquenza” fino all’aperta sedizione, la banlieue rischia di costituirsi come soggetto politico ostile. Per amministrare questo rischio, lo Stato interviene puntualmente esercitando una pseudo-sovranit√† di tipo coloniale e ricorrendo a una forza pressoch√© militare.

Rispetto alla situazione italiana — radicata nella guerra di unificazione — quella francese stupisce per la sua rapida maturazione, e attira ovviamente la nostra attenzione come fallimentare (o¬†doloso) modello d’integrazione dei flussi migratori. Alla banlieue accade ci√≤ che avrebbe dovuto accadere al proletariato secondo Karl Marx: acquisendo l’autocoscienza, un insieme di individui si costituisce come soggetto politico. Marx aveva torto, perch√© una classe — proprio come un pezzo di legno — non pu√≤ raggiungere l’autocoscienza in mancanza di un sostrato.¬†Le recenti vicende francesi suggeriscono per√≤ che le segmentazioni etniche, religiose e linguistiche — se pure non determinano naturalmente l’aggregazione — svolgono bene la funzione di sostrato alla soggettivazione politica, dando un contenuto alla fantomatica “coscienza di classe”. E cos√¨, tra gli osanna dei cosiddetti islamo-gauchistes √® avvenuta una etnicizzazione della lotta di classe. Gli orfani del socialismo si consolano con il nazional-socialismo, gli orfani del comunismo con il comunitarismo.

Non c’√® in questo mito¬†alcuna posizione da prendere, perch√© ci √® gi√† data: l’entit√† nemica che ci minaccia l’abbiamo costruita per nostra necessit√†, e ne godremo finch√© non saremo annientati. Nessuno d’altronde ha bisogno d’una soluzione, fintanto che la banlieue continuer√† a rendere pi√Ļ di quanto costa. E quando i costi avranno definitivamente superato il benefici, sar√† ovviamente troppo tardi per tornare indietro.

II

A quale titolo chiedete l’emancipazione? In considerazione della vostra religione? Ma essa √® nemica mortale della religione dello Stato.*

Tra le numerose razze extraterrestri che minacciano la Federazione dei Pianeti Uniti, il motto pi√Ļ suggestivo appartiene senza dubbio ai Borg: “Voi sarete assimilati, la resistenza √® inutile”. Essere assimilati dai Borg — cio√® diventare simili ai Borg — √® terrificante perch√© significa rinunciare alla propria identit√† ; tanto vale essere completamente annichiliti. E tuttavia non sarebbe pi√Ļ pacifico un’universo di soli Borg — una pacifica borghesia? Ecco la questione. Das ist hier die Frage.

Der Judenfrage, per esempio.¬†Quando verso la met√† dell’Ottocento gli ebrei cominciano a uscire dai ghetti, gli si chiede innanzitutto di assimilarsi — ovvero di rinunciare a ci√≤ che li rende ebrei per accomodarsi alla societ√† in cui vivono.¬†Bruno Bauer, che leggiamo attraverso Karl Marx, pone la condizione: che l’uomo rinunci alla religione per essere emancipato¬†civilmente. La resistenza √® inutile. Voi sarete assimilati. O annichiliti.

La questione ebraica di Bauer e Marx √® simile ad altre questioni, dalla¬†questione nativo-americana alla questione islamica che tormenta le periferie occidentali. Ovviamente oggi non si parla pi√Ļ¬†di assimilazione, perch√© nessuno ci tiene a passare per un Borg, ma piuttosto d’un “Islam moderato” che conservi, delle proprie caratteristiche, solo quelle solubili nella societ√† democratica. Magari con l’aiuto di qualche sanzione amministrativa. Sfortunatamente la Storia non √® in pendenza, e invece di rotolare tutti docilmente verso l’assimilazione, qualcuno ¬†– cui la pace Borg non conviene — prende la strada opposta della dissimilazione.

Curve di solubilità per sistemi a solubilità diretta e inversa,
dalle quali si deduce che la temperatura della Storia non è costante.

Se lo Stato √® naturalmente assimilazionista, la pratica dissimilazionista serve bene a ogni tentativo di sottrarsi alla giursidizione statale e dare forma a entit√† politiche autonome. Per questo la banlieue — come luogo da assimilare e luogo che si sottrae all’assimilazione — √© la figura centrale per comprendere negativamente la posta in gioco del politico. Lo Stato moderno sorge da un duplice processo di centralizzazione e assimilazione, artificiosamente incarnato nella forma mitica della¬†Nazione. I nazionalismi necessariamente perseguono¬†l’assimilazione (pi√Ļ o meno forzata) delle minoranze etniche, linguistiche e religiose: in Francia, in Italia, in Turchia, in Egitto, in Cina, eccetera.

L’assimilazione consiste in una sola cosa, ovvero che tutti s’impegnino a rispettare la stessa Legge, poich√© lo Stato moderno consiste nell’esercizio uniforme di una sola Legge. Ma questo √® tutt’altro che semplice o banale, perch√© noi siamo la Legge che ci siamo impegnati a rispettare. Come possiamo allora rinunciare a ci√≤ che siamo? In questo contesto prendono piede le forze centrifughe della dissimilazione, la resistenza inutile delle periferie, dei clan e delle chiese. Di questo, anche di questo, sempre di questo, ci parla il Leviatano di Thomas Hobbes. Perch√© gli uomini non piombino nella guerra civile, un solo potere deve regnare, una sola Legge, una sola violenza, un solo Dio in terra.

Lo Stato √® una divinit√† gelosa, che non disdegna il fumo degli olocausti. Ma se non fosse altro che un idolo osceno? Ebrei e cristiani lo pensavano dell’imperatore romano. I cattolici inglesi della Regina, i cattolici francesi della Rivoluzione. Oggi, musulmani radicali contestano che la sovranit√† possa appartenere ad altri che Allah: quando le folle adorano come un idolo la Nazione, argomentava Sayyid Qutb, regna l’Iniquit√†. Questo monoteismo militante non √® una superstizione irrazionale, bens√¨ un ragionevolissimo strumento di lotta politica, sviluppatosi a partire dagli anni Trenta in Egitto, in Pakistan, in Iran. Ragionevolissima √® la strategia della dissimilazione, l√† dove si vogliono conservare o instaurare leggi e poteri locali, piccoli feudi, riserve e fortezze. Ragionevolissima √© allora la risposta degli stati, ragionevolissimi i genocidi culturali, ragionevolissima l’islamofobia mascherata da laicit√†. Ecco tutti gli ingredienti per una tragedia.

Contrariamente a ci√≤ che si pensava, l’assimilazione non √® un destino necessario. In effetti, se i Borg ripetono da trent’anni che la resistenza √® inutile, √® anche vero che continuano ad essere sconfitti.



Il complotto antisemita

…se diamo una mano a crearli, questa storia non finir√† pi√Ļ, far√† altre vittime… (Leonardo Sciascia, Il cavaliere e la morte)

Avendo scritto dell’ossessione cospirazionista per¬†ebrei e¬†massoni,¬†e tentato di darne una spiegazione storica e politica, non posso esimermi dal recensire una terza ed ultima ossessione, inversa e speculare alla prima: quella per gli antisemiti. Non bastassero¬†coloro che ovunque vedono le tracce d’un complotto ebraico, vi sono coloro che vedono ovunque un complotto antisemita. Alcuni ne fanno addirittura una professione, come¬†Marco Pasqua della Repubblica, che se l’era presa un paio di anni fa con il nostro acerrimo nemico Antonio Caracciolo e che ora denuncia una blogger e professoressa milanese.

Sull’argomento √® uscito da poco il pamphlet L’antis√©mitisme partout – Aujourd’hui en France, firmato da Alain Badiou e Eric Hazan. Sebbene Badiou si fosse gi√† distinto per una riflessione sull’ebraismo piuttosto contestabile (che tuttavia non mi azzarderei a definire¬†antisemita), questo libricino ha il merito di attirare l’attenzione sull’uso, l’abuso e il sostrato dell’accusa di antisemitismo a partire dal 2002 — ovvero dopo l’undici settembre 2001. Questa data √® importante, perch√© in effetti segna l’apparizione di un nuovo antisemitismo nel dibattito pubblico, designando anche un colpevole perfetto: i musulmani. Nel contesto dello Scontro di Civilt√† propagandato dai neo-conservative, i musulmani dovevano apparire come i nuovi nazisti — e tutti diventammo genealogisti del Gran Muft√¨ di Gerusalemme, nonch√© conoscitori della storia editoriale dei Protocolli dei Savi di Sion.

L’associazione tra Islam e antisemitismo √® per noi oramai un riflesso condizionato. Non senza solidi e preoccupanti riscontri nella realt√†, che Badiou e Hazan fanno malissimo a minimizzare. Eppure questo riflesso lo abbiamo acquisito:¬†come ogni riflesso ideologico, indipendentemente dalla sua validit√†. Molti di noi, come testimonia¬†un mio post dell’epoca, scoprirono l’antisemitismo musulmano, o arabo, con la pubblicazione del rapporto 2003 del Centro della UE per il monitoraggio del razzismo e della xenofobia e la sua furba¬†mediatizzazione. “Archiviato”, “sparito”, “congelato”, “insabbiato”: tutto il lessico della cospirazione era stato utilizzato per suggerire che vi fossero state forti pressioni politiche per non rivelare che i protagonisti della nuova ondata antisemita, e dunque i nuovi fascisti, erano “islamici radicali o giovani musulmani di famiglia araba”.

Come scrivevo a proposito dei massoni, la costruzione e l’amplificazione paranoica della minaccia rappresentata da una minoranza “contro-rivoluzionaria” o “anti-repubblicana” √® consustanziale al concetto di Repubblica istituito nel 1789, che vive di questa esclusione. I musulmani — appunto stigmatizzati come nemici della democrazia, anche¬†in quanto antisemiti — tengono oggi questo ruolo fondamentale nel dibattito pubblico francese. La loro marginalizzazione urbanistica viene cos√¨ giustificata ex post dalla loro propensione a sabotare il contratto sociale, rifiutandosi all’assimilazione. Un partito come il Fronte Nazionale pu√≤ dunque oggi mascherare le sue posizioni islamofobe¬†con gli ideali repubblicani, come altri mascherano le proprie posizioni antisemite con gli ideali anti-capitalisti.

La diffusione di opinioni e comportamenti antisemiti tra gli immigrati arabi nelle periferie europee √® senza dubbio preoccupante¬†come anche le difese d’ufficio di questi comportamenti da parte di alcuni intellettuali di sinistra.¬†Ma l’effetto della strategia di amplificazione mediatica della minaccia antisemita pu√≤ essere, anche in questo caso, la retroazione positiva: ovvero il consolidamento di un fronte antisemita. Il principale effetto dell’abuso della parola “antisemitismo” √® di produrre l’indistinzione tra opinioni innocue e opinioni pericolose, opinioni stupide e opinioni odiose, ideologia e pura violenza.¬†In questo senso, chi evoca l’antisemitismo a parole rischia di evocarlo effettivamente, come si dice d’un apprendista stregone che evoca il demonio. Di zeugmi (ovvero di ponti e di canali che collegano le ideologie, e che permettono di costituire delle catene di equivalenza, e dunque dei nuovi soggetti politici) ne esistono ovunque. Ma √® davvero opportuno ignorare il precetto strategico che¬†Mao impara da Sun Tzu — “bisogna dividere il nemico” — e fare esattamente il contrario? Meglio di no: a meno che lo scopo non sia di sconfiggere il nemico, il nostro utilissimo nemico, ma di mantenerlo in salute.

Si dice spesso che “non bisogna minimizzare”. E se invece minimizzare fosse proprio la strategia migliore?



La contro-rivoluzione permanente

Oltre che per gli ebrei, i francesi hanno un’altra ossessione — meno inconfessabile — che affiora con cadenza serrata e regolare sulle copertine dei settimanali: quella per i massoni.

Tratto poco noto dell’ideologia francese, il cospirazionismo dice molto della Francia e moltissimo della democrazia moderna.¬†In effetti, la Repubblica nasce paranoica. Basta leggere ci√≤ che scrive l’abate Siey√®s a proposito del Terzo Stato. Portando Rousseau alla sua logica conclusione, Siey√®s identifica il Terzo Stato con la Nazione, amputando da questa gli “ordini privilegiati” colpevoli di non condividere la volont√† generale e di agire contro di essa. Scindendo la popolazione tra popolo e nemici del popolo, scrive Pierre Nora, “la frontiera si trasferisce all’interno della comunit√† nazionale”. E aggiunge:

L’idea avr√† un enorme successo, ma¬†introdurr√† inoltre¬†un seme di esclusione nel concetto stesso di Nazione, legittimer√† d’anticipo la guerra civile e, creando la Nazione, creer√† la patologia della Nazione.

Questo “seme di esclusione” metter√† pochissimo tempo a trasformarsi in pura e semplice paranoia. Fin dal 1789 si diffonde l’idea che la Rivoluzione √® minacciata da un complotto aristocratico, e il Terrore non √® altro che il regime emergenziale in carica di amministrare la minaccia della contro-rivoluzione. Certo questa minaccia √® anche reale. Ma √® soprattutto una necessit√† concettuale, perch√© la democrazia ha bisogno del complotto.¬†Ne ha bisogno per legittimarsi e per giustificare il proprio continuo fallimento. Ne ha bisogno per mantenere la finzione di una volont√† generale, di un monotelismo impossibile. Come scrive Fran√ßois Furet, la Rivoluzione

ha vissuto fin dal 1789 sull’idea di una nuova sovranit√† assoluta e indivisible, che esclude il pluralismo della rappresentazione, poich√© postula l’unit√† del popolo. Tuttavia poich√© questa unit√† non esiste — e il federalismo girondino ha mostrato che le fazioni non cessano mai di cospirare nell’ombra — il Terrore ha la funzione (…) di ristabilirla continuamente.

Nemici del popolo possono essere i nobili, i cattolici, gli ebrei, i musulmani o i massoni, secondo il gusto dell’epoca. Per i nazisti, che portarono Rousseau e Siey√®s all’estremo, erano appunto gli ebrei. Pi√Ļ inoffensiva, l’ossessione francese per i complotti giudaici e massonici √® quantomeno interessante perch√© permette di osservare il cuore oscuro dell’ideale democratico.



La resistenza inutile

A quale titolo chiedete l’emancipazione? In considerazione della vostra religione? Ma essa √® nemica mortale della religione dello Stato.*

Tra le numerose razze extraterrestri che minacciano la Federazione dei Pianeti Uniti, il motto pi√Ļ suggestivo appartiene senza dubbio ai Borg: “Voi sarete assimilati, la resistenza √® inutile”. Essere assimilati dai Borg — cio√® diventare simili ai Borg — √® terrificante perch√© significa rinunciare alla propria identit√† ; tanto vale essere completamente annichiliti. E tuttavia non sarebbe pi√Ļ pacifico un’universo di soli Borg — una pacifica borghesia? Ecco la questione. Das ist hier die Frage.

Der Judenfrage, per esempio.¬†Quando verso la met√† dell’Ottocento gli ebrei cominciano a uscire dai ghetti, gli si chiede innanzitutto di assimilarsi — ovvero di rinunciare a ci√≤ che li rende ebrei per accomodarsi alla societ√† in cui vivono.¬†Bruno Bauer, che leggiamo attraverso Karl Marx, pone la condizione: che l’uomo rinunci alla religione per essere emancipato¬†civilmente. La resistenza √® inutile. Voi sarete assimilati. O annichiliti.

La questione ebraica di Bauer e Marx √® simile ad altre questioni, dalla¬†questione nativo-americana alla questione islamica che tormenta le periferie occidentali. Ovviamente oggi non si parla pi√Ļ¬†di assimilazione, perch√© nessuno ci tiene a passare per un Borg, ma piuttosto d’un “Islam moderato” che conservi, delle proprie caratteristiche, solo quelle solubili nella societ√† democratica. Magari con l’aiuto di qualche sanzione amministrativa. Sfortunatamente la Storia non √® in pendenza, e invece di rotolare tutti docilmente verso l’assimilazione, qualcuno ¬†– cui la pace Borg non conviene — prende la strada opposta della dissimilazione.

Curve di solubilità per sistemi a solubilità diretta e inversa,
dalle quali si deduce che la temperatura della Storia non è costante.

Se lo Stato √® naturalmente assimilazionista, la pratica dissimilazionista serve bene a ogni tentativo di sottrarsi alla giursidizione statale e dare forma a entit√† politiche autonome. Per questo la banlieue — come luogo da assimilare e luogo che si sottrae all’assimilazione — √© la figura centrale per comprendere negativamente la posta in gioco del politico. Lo Stato moderno sorge da un duplice processo di centralizzazione e assimilazione, artificiosamente incarnato nella forma mitica della¬†Nazione. I nazionalismi necessariamente perseguono¬†l’assimilazione (pi√Ļ o meno forzata) delle minoranze etniche, linguistiche e religiose: in Francia, in Italia, in Turchia, in Egitto, in Cina, eccetera.

L’assimilazione consiste in una sola cosa, ovvero che tutti s’impegnino a rispettare la stessa Legge, poich√© lo Stato moderno consiste nell’esercizio uniforme di una sola Legge. Ma questo √® tutt’altro che semplice o banale, perch√© noi siamo la Legge che ci siamo impegnati a rispettare. Come possiamo allora rinunciare a ci√≤ che siamo? In questo contesto prendono piede le forze centrifughe della dissimilazione, la resistenza inutile delle periferie, dei clan e delle chiese. Di questo, anche di questo, sempre di questo, ci parla il Leviatano di Thomas Hobbes. Perch√© gli uomini non piombino nella guerra civile, un solo potere deve regnare, una sola Legge, una sola violenza, un solo Dio in terra.

Lo Stato √® una divinit√† gelosa, che non disdegna il fumo degli olocausti. Ma se non fosse altro che un idolo osceno? Ebrei e cristiani lo pensavano dell’imperatore romano. I cattolici inglesi della Regina, i cattolici francesi della Rivoluzione. Oggi, musulmani radicali contestano che la sovranit√† possa appartenere ad altri che Allah: quando le folle adorano come un idolo la Nazione, argomentava Sayyid Qutb, regna l’Iniquit√†. Questo monoteismo militante non √® una superstizione irrazionale, bens√¨ un ragionevolissimo strumento di lotta politica, sviluppatosi a partire dagli anni Trenta in Egitto, in Pakistan, in Iran. Ragionevolissima √® la strategia della dissimilazione, l√† dove si vogliono conservare o instaurare leggi e poteri locali, piccoli feudi, riserve e fortezze. Ragionevolissima √© allora la risposta degli stati, ragionevolissimi i genocidi culturali, ragionevolissima l’islamofobia mascherata da laicit√†. Ecco tutti gli ingredienti per una tragedia.

Contrariamente a ci√≤ che si pensava, l’assimilazione non √® un destino necessario. In effetti, se i Borg ripetono da trent’anni che la resistenza √® inutile, √® anche vero che continuano ad essere sconfitti.


Rot and assimilate.
Hot to annihilate.



L’unico argine

1. Citazione

Anch’io sono contro l’ora legale perch√© rappresenta un’altra forma d’intervento e coercizione statale. Io non faccio questione di politica, di nazionalismo o di utilit√†: parto dall’individuo e punto contro lo Stato. Il numero degli individui che sono in potenziale rivolta contro lo Stato, non gi√† contro questo o quello Stato, ma contro lo Stato in s√©, sono una minoranza che non ignora il suo destino, ma esistono.

Lo Stato, colla sua enorme macchina burocratica, d√† il senso dell’asfissia. Lo Stato era sopportabile, dall’individuo, sino a quando si limitava a fare il soldato e il poliziotto: ma oggi lo Stato fa tutto: fa il banchiere, fa l’usuraio, fa il biscazziere, il navigatore, il ruffiano, l’assicuratore, il postino, il ferroviere, l’imprenditore, l’industriale, il maestro, il professore, il tabaccaio, e innumerevoli altre cose, oltre a fare, come sempre, il poliziotto, il giudice, il carceriere e l’agente delle imposte. Leggere il seguito »



La rivolta ermeneutica

CALIBANO: Perciò ti colga la peste bubbonica per avermi insegnato il tuo linguaggio!
W. Shakespeare, La tempesta

√ą nella lingua di Prospero che Calibano √® schiavo, e per questo lo maledice. Ha perduto l’isola della quale era padrone e unico abitante, ha perduto la libert√†. Le arti magiche lo hanno sopraffatto. Raffinata metafora del colonialismo, e sembra una banalit√†: per dominare bisogna innanzitutto condividere la lingua nella quale dare gli ordini. Insegnare allo schiavo il linguaggio del padrone, perch√© la colonizzazione culturale e linguistica accompagna la sudditanza politica ed economica. Hegel noterebbe forse che questa √® la forza stessa dello schiavo, che in realt√† √® sua la vera vittoria. Perch√© il padrone, in fondo, guadagna molto meno di ci√≤ che dona. Il padrone parla una sola lingua. Ma Calibano non comprende: “l’unico vantaggio ch’io ne traggo √® questo: che ora posso maledire”. E ti sembra poco?

La condivisione di una lingua √® condizione fondamentale per stabilire dei legami di dominazione. Per questo le fluttuazioni del linguaggio sono relative fluttazioni del potere. Due sono le forme di anarchia: l’arbitrio del padrone, che agisce senza regole, e l’arbitrio dello schiavo, che non rispetta gli ordini. Da parte sua, il potere – ordine, ordinare, ordinamento – si manifesta compiutamente nella forma del linguaggio perfetto. Ovvero un linguaggio nel quale non esista polisemia. Nel quale il significante sia chiaramente accordato al relativo significato. Una lingua condivisa nella quale non sia possibile fraintendere o interpretare. L’interpretazione √® un margine di libert√†, un presagio di rivolta. La certezza della specularit√† tra realt√† e linguaggio, la possibilit√† di una loro intercambiabilit√† non arbitraria ma ben definita, fonda la stabilit√† di un rapporto di potere.

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Grammatica elementare

Ammettiamo che sia giusto che una marea di cretini siano rappresentati in parlamento da una giusta percentuale di cretini. Tuttavia, una sana democrazia parlamentare dovrebbe disporre di adeguati strumenti per rendere inoffensivi questi rappresentanti cretini, sottomettendoli al rispetto di una schiera paralizzante di leggi, regole e norme, che anche scoraggi gran parte di loro dall’intraprendere una carriera politica. L’idea di democrazia che si sta diffondendo in Italia √® invece tutt’altra, ovvero che ai rappresentanti sia concesso di dire e fare qualsiasi cosa, anteponendo una specie di mandato popolare “in bianco” al rispetto della legalit√†, delle consuetudine, della decenza, della competenza. Ebbene, cos√¨ non funziona. Va bene la rappresentanza, necessario fondamento metafisico della legittimit√† democratica, ma diamine che resti una finzione, un pretesto, e si sottometta al pi√Ļ presto ogni cretino ai vincoli della razionalit√† procedurale dell’ordinamento statale, alla sua grammatica elementare. Basta parole in libert√†, che vengano processati questi ministri e questi parlamentari e questi amministratori locali, gli si metta almeno una multa sul parabrezza.



Romanticismo politico

Ce n’√® sempre uno con qualche talento letterario che vuole fare lo spiritoso su quanto poco divergano le fazioni nelle democrazie parlamentari bipolari. Va bene scherzare ma, ehi, questa non l’ho gi√† sentita? Non l’ho gi√† sentita troppo? Ebbene bisogna smetterla con questa storia, e accordarci su cosa significhi fare una scelta politica, altrimenti ci condanniamo all’eterna nostalgia di qualcosa che non √® mai esistito. Lo so, brullo, tutti preferiremmo che a Porta a Porta ci fossero dei tornei di kick-boxing tra dei cyborg nazi-maoisti che promuovono la clonazione e dei preti transessuali stirneriani, ma non √® detto che la politica debba essere divertente. E allora si, i leader dei due maggiori partiti italiani si accordano sul fatto che non si deve mangiare la carne umana n√© sterminare i mimi n√© andare in giro senza pantaloni. Va bene, si accordano anche su decine di altre cose. Ma il punto √® che quelli che a te sembrano dettagli un po’ noiosi – a chi vendiamo Alitalia? quale categoria professionale sgraviamo fiscalmente – ebbene queste sono posizioni politiche, perch√© manifestano gli interessi economici di una parte della popolazione, con una lunga coda di conseguenze culturali.

Il tuo errore, secondo me, ed √® un errore molto diffuso, √® tentare di comprendere le posizioni sul piano dottrinale, come un insieme di credenze, e dimenticare che le credenze sono vincolate alle strutture sociali, alle istituzioni, ai sistemi di produzione e distribuzione della ricchezza. Quando il Candidato B proclama “Anch‚Äôio appartengo a un ceto economico e sociale elevato (bench√© di estrazione differente)”, quella parentesi √® tutt’altro che superflua, se con estrazione intendi dire il milieu socio-professionale incarnato dal Candidato. Sviluppando quella parentesi, scopriremmo ci√≤ che effettivamente distingue i due candidati; e non √® poco. Ad esempio in Italia le cose vanno cos√¨: c’√® un candidato dei funzionari statali e un candidato di chi ha la partita IVA.

Lo spazio politico √® necessariamente delimitato, ed √® all’interno di questi limiti che bisogna aguzzare la vista per cogliere le differenze: non sar√† divertente come discutere della Legione dell’Arcangelo Michele, ma pu√≤ servire a fare delle scelte. O a non farle.



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