denaro nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La zecca più pazza del mondo

Oggi mi rivolgo agli amici del signoraggio: secondo loro il denaro — essendo fatto di mera carta — sarebbe una truffa ai danni dei cittadini. Ho già scritto su questo argomento e proposto l’ipotesi che il signoraggio sia soprattutto una metafora sfuggita di mano. Però devo confessare: trovo che sia una bella metafora, e forse ho trovato un modo di usarla. Per spiegare l’Arte Contemporanea™.

La teoria del signoraggio bancario attira l’attenzione sul fatto che il denaro è un segno convenzionale e pone la questione della concreta convertibilità tra significati e significanti. Insomma parlando di signoraggio interroghiamo la verità del denaro, una faccenda quasi metafisica. Ma come poi spesso accade, le metafore finiscono per essere prese alla lettera. Su di esse si addensano superstizioni, errori, bugie — e ancora isterie, rivendicazioni, populismi. È facile confutare tutte queste articolazioni: ma come si confuta la metafora?

Nel 2007 la crisi dei mutui subprime sembrò addirittura corroborarla, rivelando che nella pancia delle banche e dei fondi d’investimento una parte della ricchezza rappresentata, iscritta su titoli di credito, non corrispondeva ad alcuna reale ricchezza che potesse essere riscossa. Chi ha emesso questi titoli dal nulla, ovvero da semplici promesse, ha incassato denaro sonante in cambio di carta straccia: proprio come, nella narrazione signoraggista, farebbero le banche centrali stampando moneta. In questo senso, il signoraggio è una versione romanzata e fantasmatica della crisi — sta all’economia come la teoria della cicogna alla riproduzione, o Adamo all’evoluzione.

Perciò a me la metafora del signoraggio piace: come finzione speculativa e grande feuilleton fantaeconomico. E allora agli amici del signoraggio voglio regalare un contributo, e non mi riferisco alle belle magliette che trovate in vendita sull’eschaton shop in cambio di pochi pezzi di carta senza valore. No, voglio proporre l’uso della metafora del signoraggio in un contesto particolare: il sistema dell’Arte Contemporanea™, inteso come gigantesca zecca clandestina che emette discrezionalmente dei titoli di credito che prendono il nome di «opere». Come dice anche Aude de Kerros in L’art caché : Les dissidents de l’art contemporain, un libro che sentiamo di condividere dalla prima all’ultima riga, «lanciare un artista equivale a un’emissione paramonetaria».

Il problema della moneta, dicono i signoraggisti, è lo scarto tra costo di produzione e valore nominale. Secondo loro, l’intera differenza sarebbe intascata da una casta di avidi banchieri. Questo è evidentemente falso: la differenza esiste in teoria, ma nessuno la intasca. Tutt’al contrario sul mercato dell’arte, dove lo scarto tra costo di produzione e prezzo di mercato può raggiungere svariati milioni. La firma di un artista come Damien Hirst su una stampa numerata costituisce una garanzia simile a quella fornita dal banchiere centrale quando firma le banconote. Eccolo qua, il vero signoraggio! E come al solito, Gummo aveva anticipato tutto.

Se ai tempi di John Ruskin il prezzo di un’opera si limitava a dare «la misura del desiderio che i ricchi del paese hanno di possederla», oggi il prezzo misura esigenze d’immobilizzazione e investimento del capitale. L’arte non è più soltanto un bene di lusso da collezionare o esibire: è un attivo finanziario. Il suo valore viene stabilito per convenzione, prodotto ex nihilo attraverso la «trasfigurazione del banale» opera da una ristretta cerchia di critici — una specie di Gruppo Bilderberg, ma molto più noioso. A margine della metafora fantaeconomica, possiamo porre una domanda inquietante: le opere d’Arte Contemporanea™ sono dei titoli spazzatura? Questo concetto è formulato in maniera sintetica su un’altra maglietta, semplice ed elegante, attualmente in promozione.

A proposito di “metamorfosi delle opere in titoli derivati” e di rischio d’implosione della bolla, Alessandro Montesi ha scritto un bell’articolo su Linkiesta. Montesi, che è meno fantasioso e molto più preparato di me, non parla delle conseguenze sistemiche di questo rischio. Eppure banche, fondi d’investimento, gruppi finanziari e Stati detengono una parte del loro capitale sotto forma di opere d’arte, anche per via dei rendimenti piuttosto interessanti (mediamente tra il 14 e il 17%) per non parlare degli sgravi fiscali. L’unico difetto sono le delicate condizioni di liquidabilità delle opere, che poggiano su convenzioni culturali ed estetiche che potrebbero improvvisamente cambiare. Ma il mercato non se ne cura: l’Arte Contemporanea™ sarebbe universale e «too big to fail».

Forse è così. Chi aveva previsto lo scoppio della bolla nel 2008 (ad esempio, ehm, me) è stato costretto a rimandare la profezia. D’altronde si tratta solo di fantaeconomia…



Il denaro come menzogna

La nascita della moneta in Occidente si colloca attorno ai secoli ottavo e settimo prima di Cristo; in quei secoli, in Grecia, sorgeva la polis, cui associamo il fiorire della democrazia, del diritto, della filosofia, della scienza. Qualcosa accomuna i diversi fenomeni, qualcosa li lega indissolubilmente – se non nella realtà, perlomeno nel racconto che facciamo di essa – come se non potessero sussistere l’uno in assenza degli altri; come fondandosi reciprocamente. Le nuove forme di società e di economia che vediamo sorgere sono manifestazioni del Logos: ovvero di un pensiero per universali. Gli universali sostituiscono le cose, ne fanno segni ad uso degli uomini. Concetti, leggi, valori.

Il denaro è un momento di questo processo di astrazione simbolica, che permette di coagulare l’abbondanza del reale in un numero limitato di oggetti linguistici. Forse per questo – e non per la loro forma simile all’ostia – le monete nel Medio Evo venivano chiamate species. Di come e perché dal baratto nacque il denaro, quando ancora l’economia era prevalentemente legata all’allevamento di bestiame, le etimologie narrano innumerevoli storie: dal gregge (pecus) la pecunia, dai capi (capita) il capitale. Accadde che ai beni si sostituissero i loro significanti: alle cose le parole. Così come nel concetto di “cavallo” si sussume ogni cavallo, e lo si esprime nel segno linguistico, nel valore si sussume ogni bene definito di tale valore, e lo si esprime nella moneta.

Possiamo comprendere il denaro intendendolo come linguaggio, e viceversa intendere il linguaggio alla luce del denaro. Origine monetaria del linguaggio, origine teologico-politica del denaro (vedi Atanasio, Oratio III contra Arianos, 5). Possiamo considerare la questione senso/significato o delle modalità del riferimento (diretto o indiretta) secondo le modalità di uno scambio economico.

Lo scambio monetario è scambio linguistico, e forse qualcosa in più: magico, diciamo performativo - in virtù della reversibilità dei significanti in significati, attraverso la trasmutazione dei primi nei secondi. Un tempo queste espressioni linguistiche erano ancorate alle riservee auree che denotavano, con la tenacia di un linguaggio perfetto. Reversibilità (espressa nell’etimologia francese, argent, o tedesca, geld) venendo a mancare la quale cessa ogni rapporto di significazione: la moneta che non compra più nulla non significa nulla. Ma ecco il problema: questo rapporto significativo é sempre sul punto di rompersi. La critica poundiana all’economia monetaria sta tutta in questo rifiuto metafisico, nell’orrore del poeta fascio-moralista di fronte all’erosione del significato, di fronte a pagine e pagine non rilegate di promesse ingannevoli.

Regina Pecunia

Ma non è prerogativa del linguaggio fornire all’uomo la capacità di mentire? Soltanto a questo serve: fraintederci e fantasticare. L’idea di un linguaggio perfetto non è soltanto un sogno impossibile; è anche un travisamento totale di ciò che il linguaggio è. Il linguaggio non permette la perfezione, poiché perfezione significa verità, adeguazione alla realtà delle cose, ma le cose già ci sono, perché replicarle? Gli specchi sono abominevoli, si sa. Il linguaggio è lo strumento che l’uomo ha costruito per inventare altri mondi. Quando l’uomo mente, realizza pienamente la sua lingua: e in quanto tale realizza pienamente sé stesso. L’uomo, animale mentitore. Se per dire il vero, tanto vale tacere.

E se il denaro è linguaggio, non è forse per essenza mentitore? Non è forse per mentire che abbiamo inventato il denaro? E mica per caso: a questo ci serve.

Tuttavia l’invenzione ha i suoi effetti collaterali: ma poiché tornano ciclicamente, più che parlare di crisi dovremmo dire: il sistema ha le sue cose. La cosiddetta bolla é un segno che a furia di significare troppo non significa più nulla. Coloro che progettano un’economia monetaria veritiera assomigliano a quei logici che si ostinano a immaginare inutili lingue nelle quali sia impossibile dire cose false, senza accorgersi che la loro aspirazione é vana.

[Pound economista? Allora anch'io! Ecco pronta una categoria che raduna tutti i miei post sull'argomento]



Pagheremo caro pagheremo tutto

La parola d’ordine del momento, pare, è “non pagheremo noi la vostra crisi” (34.800 risultati su google) o le varianti “non pagheremo la vostra crisi” (2.800), “non pagheremo noi la crisi” (1.480), “non pagheremo la crisi” (846). Sebbene io non abbia verificato uno per uno i risultati, che oggi sono 39.926, suppongo che nella stragrande maggioranza dei casi si stia parlando della crisi finanziaria e dei tagli che da essa dipendono. In particolare, lo slogan viene ampiamente usato dagli studenti italiani, al momento impegnati in una incestuosa battaglia per difendere il sistema universitario. La diffusione di questa parola d’ordine, sui muri e sui manifesti, evidenzia però un equivoco di fondo: ovvero l’idea che la crisi sia un incidente di percorso, dovuto all’avidità di alcuni avidi signori con la cravatta. Ma di tutta evidenza la disponibilità di risorse che lo stato sociale ridistribuiva, e quindi anche le risorse dell’università, dipendevano dalla ricchezza prodotta (o rappresentata) dal sistema capitalista stesso. Ciò che è accaduto è che la festa è finita. Alla fine del banchetto, e per quanto lo si prolunghi, giunge sempre il momento di pagare il conto. Possiamo fare finta di nulla, raccontandoci la storia dei milioni di miliardi “bruciati”, come se prima questa ricchezza ci fosse stata, e poi d’un tratto – puf – fosse sparita in qualche tasca metafisica. Di tutta evidenza non è così, e il prezzo da pagare non è quello della crisi, ma quello del benessere.



Come sopravvivere alla crisi

Cat-06

Stupidamente, mi sono chiesto quale fosse il bene più utile da accumulare, nel caso quei pezzi di carta e quelle cifre perdessero ogni valore. Ipotesi caricaturale, che porta all’estremo il meccanismo semiotico dell’inflazione: la progressiva erosione del significato dei significanti monetari. Quali criteri seguire, dunque, per un’accumulazione razionale della ricchezza? Gli stessi per cui avevamo inventato il denaro: massima utilità, minore deperibilità, minore consumo di spazio. Prima ipotesi: scatolette di tonno. Ma tra un mese sono da capo, e sull’orlo del suicidio. Seconda ipotesi: armi e munizioni. Ma non mi farà durare di più. Terza ipotesi: il sapere. Massima utilità, minore deperibilità, minore consumo di spazio. E resterebbe un sacco di spazio vuoto, nella mia casa vuota, per accogliere il Signore. Amen!



Il settimo sigillo

A proposito, non avete come l’impressione che una mano invisibile vi stia prendendo a schiaffi?

Orsù, radunatevi per il gran pasto di Dio, dove carne di re mangerete, carne di capitani e d’eroi, carne di cavalli e dei loro cavalieri, carne di uomini di ogni condizione, liberi o schiavi, piccoli o grandi!

Ap 19, 17.

Stupidamente, ci troviamo a carezzare l’idea della catastrofe con una certa ebbrezza. E finalmente ci pare di comprendere il sublime kantiano: ritti sullo scoglio, mentre infuria la tempesta, e finché non c’inghiotte. In fondo, a nessuno sembra spiacere sul serio l’ipotesi della fine del capitalismo, pardon, del mercatismo. Sono soltanto parole, non vorrà mica dire che sta per finire il nostro benessere, o si? Al massimo saremo un po’ più sobri, tranquillamente decresceremo. O no? Intanto però i governi proclamano: “Disciplinare le forze dell’economia e adeguarle alle necessità della nazione” (B. Mussolini, 1933). Ma che importa. Chi sta bene si crede al sicuro. Chi sta male spera che le carte si rimescolino. E chi sta così-così si annoia, per cui va bene tutto. Insomma, godiamoci la catastrofe. E intanto alleniamoci a salire sul carro del vincitore. Hop, hop, un, due, tre.

Caspar-David-Friedrich-Der-Wanderer-Im-Nebelmeer-166729

Stupidamente, ho le idee piuttosto chiare su ciò che sta accadendo. Per esempio sapevo che sarebbe accaduto. Non ero l’unico; in verità lo sapevamo tutti. Ma non conoscevamo il giorno e l’ora (Mt 24, 36). Sapevamo che a furia di bluffare sarebbe giunto il momento di mostrare le carte, e le carte non sarebbero state un bello spettacolo: com’è che ci sono tutti quegli assi? Ed eccola, la nostra tremenda rivelazione. Credevamo che sarebbe accaduto in un futuro indefinito, ovvero mai, e comunque – diceva Keynesin the long run we’re all dead. Confusione comune, quella tra il futuro ed il mai, che fecero anche i cristiani alle soglie del Medioevo, pur sapendo che in the longer run, we’re all resurrected. But how much longer? Ai tempi di Paolo credevano che il Signore sarebbe tornato entro breve, per cui se ne stavano lì ad aspettare, sempre impeccabili, con i nervi a fior di pelle. In seguito, ai tempi di Agostino, avevano iniziato a sospettare che fosse il caso di mettersi comodi. E si misero comodissimi, e si rilassarono, e dimenticarono che in ogni attimo tutto avrebbe potuto finire. Il futuro era stato proiettato oltre la Storia. Ci sarebbe stato tempo prima della catastrofe, pensavano, per pettinarsi e fare il nodo alla cravatta, e in fretta e furia spuntare in prima fila all’apertura del settimo sigillo (Ap 5, 8).

Stupidamente, dicevo, o forse necessariamente, abbiamo preferito dimenticare che il denaro per sua essenza mente. E mica per caso: a questo ci serve. Le risorse sono scarse, e naturalmente tendiamo ad accumularle. Ma se le accumuliamo senza consumarle, le sottraiamo al consumo degli altri. E questo avvelena la vita a tutti. Così inventiamo il denaro, ovvero un sistema di sostituzione della ricchezza, un sistema di segni da portare con sé, per non essere “costretti a portare sulla schiena un gran carico di oggetti” (Swift).

Tuttavia, questo sistema ha un segreto: la ricchezza che rappresenta è complessivamente superiore alla ricchezza disponibile in ogni dato momento. Fingendo che ci sia una quantità di ricchezza complessiva superiore a quella realmente disponibile, questa ricchezza reale può essere interamente allocata per esigenze di consumo. Il fatto è che in una situazione normale nessuno vorrà convertire tutto il proprio denaro in ricchezza, né consumare tutta la ricchezza esistente.

Per cui, il gioco ha cominciato a piacerci. Ci siamo accorti che più mentiamo sulla ricchezza complessiva in gioco, e cooperando nell’illusione, più ci guadagniamo. Inventiamo mille tortuosi meccanismi per vincolarci a questa illusione, per alimentarla e rimandare il risveglio, per comprarci le case senza potercelo permettere. Ma di tutta evidenza la ricchezza che c’illudiamo di possedere non esiste. E prima o poi giunge il momento di aprire il settimo sigillo, ed accogliere la Rivelazione, e conoscere l’Apocalisse.



Gummo artista engagé sfida la mala di New York

Quando presero a germogliargli nella mente le dispendiose nefandezze che lo avrebbero reso celebre, il povero Gummo Vuccellato si trovava senza il becco di un quattrino. Ad esempio: aveva progettato nei minimi dettagli un piano per sciogliere le calotte polari. Ma per fare questo aveva bisogno di un cavatappi. Ma per comprare un cavatappi aveva bisogno di circa otto dollari. Ma questi dollari Gummo non li aveva. Così decise di diventare ricco. E lo diventò. Poi si comprò il cavatappi e scoprì che il piano non funzionava; ma questa è un’altra storia.

Gummo fece i soldi con l’arte contemporanea. Fu decisivo il suo incontro con Andy Warhol, alla fine degli anni Sessanta. In quel periodo, Gummo si era fatto conoscere come un lezioso collezionista di cartoline di opere di Vermeer. L’ultima che mancava alla sua collezione – “Il giovane con la mantellina in velluto” – la trovò in un’edicola dell’aeroporto di Tangeri, ma era appena stata acquistata proprio da Andy Warhol. L’artista americano si rifiutò di cederla con il pretesto che doveva mandare una cartolina alla madre, e Gummo per ripicca fece uccidere la signora Warhol. Così Andy e Gummo presero a frequentarsi, e il nostro eroe abbandonò il vecchio Vermeer per nuovi arditi canoni estetici.

La sua grande idea fu di mettere l’arte al servizio del riciclaggio dei proventi di attività criminose. Gummo aprì una galleria d’arte nel centro di New York. Era un vecchio scannatoio, occupato da scatole per scarpe – vuotate dalle scarpe ma piene di banconote – che erano poi le opere. Il suo primo capolavoro s’intitolava “2.000.000”, e consisteva in una mazzetta di due milioni di dollari venduta con una maggiorazione del 15%. La percentuale dimezzava la quota standard applicata al riciclaggio, che si aggira abitualmente attorno al trenta: così il collezionista otteneva due milioni puliti, mentre da parte sua Gummo incassava un margine di 300.000 dollari per la pulitura. Gummo fatturava regolarmente e pagava le tasse, e nella piena legalità offriva un servizio utilissimo a chiunque avesse denaro ottenuto secondo modalità non previste dalle leggi federali. Il denaro diventava opera, l’opera diventava denaro, in un ciclo infinito e virtuoso, la cui integrità estetica veniva certificata da critici prezzolati. Senza troppa fantasia, la battezzarono Money Art.

La prima opera ebbe un considerevole successo, e venne serializzata in trecento copie firmate dall’artista, con un pennarellone sulla scatola. Seguirono “5.000.000” (50 copie), “20.000.000” (100 copie), e quello che forse è il suo capolavoro, un pezzo unico: “50.000.000”. Tutti volevano un Gummo originale da esporre nelle loro ville: i narcotrafficanti, quelli del racket, gli italiani e i negri di Harlem. Il successo era tale che le sue quotazioni presero a levitare furiosamente: “2.000.000”, che nel 1972 valeva 2.300.000, nel 1973 ne valeva già 3.000.000 e nel 1974 quasi il doppio. La Money Art non era più soltanto un modo poco dispendioso per riciclare, era addirittura un investimento. Un simbolo sociale, culturale, economico, ambito dalle celebrità e dalla borghesia; un pezzo che non doveva mancare in nessun loft di Soho, bene in vista. Gummo pensò anche ai pesci piccoli, ai cavalli e alle puttane, alle marchette di Central Park, ma soprattutto ai bambini, e lanciò una serie di finti falsi a buon mercato, come i “50” venduti a sessanta dollari, e poi i “10”, i “5” e addirittura gli “1”. I ragazzini più svegli diventavano collezionisti prima dei tredici anni, e Gummo raccoglieva. Tutto andava per il meglio, finché il meccanismo non s’inceppò. E nel momento in cui s’inceppava, Gummo Vuccellato era già in volo per l’Europa, mentre due hostess gli facevano uno shampoo col Martini. Una cosa che poi avrebbe sconsigliato a chiunque, perché ti restano i capelli appiccicosi.

I giornali lo chiamarono overboxing. Per farla breve, in tutto lo stato di New York non c‘era più una banconota che non fosse stata incorporata in un’opera di Gummo. Certo, la si poteva tirare fuori dalla scatola, ma avrebbe perso valore e quindi nessuno osava farlo: cinquecento dollari, inscatolati da Gummo, erano arrivati a valerne duemila. I newyorkesi sopravvissero per diverse settimane barattando le opere di Gummo, usando cioè le scatole come moneta corrente. L’unico inconveniente era di ordine pratico, giacché si trattava di uscire di casa ogni giorno con decine di scatole, pagare ogni spesa con scatole e ricevere il resto in ulteriori scatole, e solitamente tornare a casa con molte più scatole di quelle con cui si era usciti, di taglia identica ma taglio inferiore. La cosa sarebbe andata avanti molto a lungo, perché tutto sommato divertente. Ma un giorno un rompiscatole osò sbirciare in una scatola, sollevandone timidamente il coperchio, e si accorse che era vuota. In effetti, si scoprì con disappunto, erano tutte vuote. Curiosamente nessuno – né compratore, né critico, né lettore – si era mai permesso di dubitare della farcitura delle dispendiose opere gummesche. E il denaro allora? Ce l’aveva tutto Gummo, che sembrava tanto una brava persona.



Il baratto e i limiti del linguaggio

“Visto che le parole sono soltanto nomi di cose, sarebbe assai più naturale che ognuno portasse con sé le cose che gli servono per esprimere le faccende di cui intende parlare”,

ironizza Jonathan Swift nei Viaggi di Gulliver. E prosegue:

“Molti tra i più dotti e saggi hanno adottato il nuovo sistema di esprimersi attraverso le cose, il cui solo inconveniente è che, se si debbono trattare affari complessi e di genere diverso, si è costretti a portare sulla schiena un gran carico di oggetti, a meno che non si possa disporre di due gagliardi servitori”.

A questa paradossale rifondazione del linguaggio potrebbe fare seguito una rifondazione dell’economia: poiché il denaro significa un valore, sarebbe assai più naturale che lo scambio avvenisse direttamente tra beni materiali – con lo stesso unico inconveniente del gran carico di oggetti che si deve portare con sé. Questa rifondazione è piuttosto la dimensione genetica dello scambio economico: il baratto.



Gli gnostici e i plutocrati

Mi trovavo coinvolto in una guerra antica, una guerra che veniva combattuta senza sosta da duemila anni. I nomi erano cambiati, così come lo erano i volti, ma gli avversari rimanevano una costante permanente. L’impero degli schiavi contro coloro che lottavano per la giustizia e la verità […]. Non ero io che mi ritrovavo nel mondo antico, piuttosto era Roma che si era rivelata come la realtà latente del nostro mondo attuale […]. L’odio che provavo per Roma era grande […]. Roma era dappertutto, in ogni epoca, un gigante smisurato che si estendeva in un immenso arco cronologico […]. Quello era il corpus malus, il corpo malvagio; ma dentro e dietro di esso esisteva uno spirito maligno che aveva reso l’impero ciò che era.
(Philip K. Dick, Radio Libera Albemuth)

Contro Roma

Torniamo sul luogo del delitto, poco dopo il delitto: la Palestina degli anni successivi alla morte di Cristo. Leggiamo gli Atti degli Apostoli. La morale cristiana, prima di allearsi e deformarsi nell’unione con il potere politico, ancora esibiva la sua natura essenzialmente antimoderna, come diremmo noi. Nulla a che vedere con l’antimodernismo omeopatico, strategico, della ierocrazia che sarà la Chiesa Cattolica: bensì un’ideologia che mina i fondamenti economici e politici del mondo antico.

Saulo sta per essere folgorato, intanto perseguita. Questa è la prima generazione di cristiani, e ne seguiranno altre di perseguitati, di schiavi, di martiri. Ma se nei Vangeli il conflitto è con gli ebrei, e ancora negli Atti così pare, via via si palesa un diverso progetto politico. Accade questa rottura misteriosa, tra il mito fondatore e la storia. Mentre sulla carta della leggenda si simula un rapporto dialettico con la religione ebraica (esplicitato nel tema del superamento della Legge), in verità l’interlocutore storico del cristianesimo che va insediandosi è la società romana. Qui emerge il correlativo dell’antimodernismo del cristianesimo delle origini: Roma, archetipo della modernità.

La struttura sociale che i cristiani mettevano in questione ha diversi caratteri comuni con ciò che chiamiamo modernità. Si tratta di una società aperta (in senso popperiano), liberale nell’intero arco semantico delle sue accezioni, borghese, individualista, e soprattutto fondata sul denaro.

Torniamo sul luogo del delitto: e facciamolo leggendo un racconto di Tolstòj, ambientato in quegli anni e in quei luoghi (“Camminate nella luce finché avete la luce”,1887). Qui Tolstòj, reduce dalla sua violenta crisi mistica, confronta l’insoddisfazione di un ricco mercante romano con l’umile beatitudine dei primi cristiani. In questo racconto si definiscono con chiarezza vagamente agghiacciante i caratteri della società ideale che Tolstòj vede incarnata dal cristianesimo delle origini: la vita comunitaria e il rifiuto del sistema economico vigente, e della sua etica proto-capitalista (il cosidetto “capitalismo antico”). Tolstòj era convinto di potere applicare una radicale riforma cristiana alla sua società, che condivideva gli stessi vizi di quella romana. (Roma era dappertutto, in ogni epoca, un gigante smisurato che si estendeva in un immenso arco cronologico). Il che c’induce a considerare la fondatezza dell’affermazione di Henry Gifford nella sua biografia intellettuale dello scrittore russo: “Tolstòj è antimoderno e la base delle sue convinzioni, che nessuna logica può minare, è reazionaria”.

Il denaro come menzogna

Reazionaria, poiché Roma non rappresenta un tipo di economia, ma un sistema nel quale un determinato tipo di economia è parte integrante. Reazionaria poiché la messa in questione del singolo aspetto emerge da una posizione politica complessiva. Massimo Fini, nella sua requisitoria contro il denaro (“sterco del demonio”), capisce bene la necessità di porlo in relazione con l’apparizione della filosofia, della scienza, della polis, della democrazia e dell’individualità. Il suo rifiuto del denaro è un rifiuto di tutte queste sue implicazioni. E una rivendicazione (programmaticamente reazionaria) del paradigma dell’antimodernità: il Medioevo. Il lungo millennio cristiano. Roma rovesciata.

Per quasi mille anni il denaro scomparve, e con esso un certo tipo di società. Non si tratta di un effetto collaterale, ma di una conseguenza essenzialmente implicita dell’ideologia antimoderna propugnata dal cristianesimo. Poiché la critica di una categoria come la modernità non è la messa in crisi di determinate istituzioni, ma una rivolta metafisica contro il suo tessuto ideologico. (Roma era dappertutto, in ogni epoca, un gigante smisurato che si estendeva in un immenso arco cronologico) I primi cristiani intesero operare una trasvalutazione, che travolgesse i valori della modernità per porne di nuovi: il risultato dell’operazione può indurre qualche dubbio sull’opportunità del baratto. Più recenti pulsioni antimoderne del pensiero occidentale hanno messo in scena un simile baratto, aprendo la strada a inquietanti sviluppi politici.

Attorno al denaro si è sviluppato un discorso irrazionale, che trova il suo archetipo nel dualismo gnostico e nel rifiuto della materialità. Il denaro compra la realtà: non nel senso banale dell’accumulo di sue porzioni fisiche, ma piuttosto in quanto la sua infinita potenza permette di sovvertire l’ordine delle cose. Il denaro sofistica il vero, snatura il naturale. In un passo dei Manoscritti del 1844, Marx nota questo aspetto mistificatorio del denaro: “Io, mediante il denaro, posso tutto ciò che il cuore desidera e possiedo ogni umano potere: il denaro non tramuta le mie impotenze nel loro contrario?”. Io posso, quindi, annullare la manifestazione di fenomeni reali (la disonestà, la bruttezza, la stupidità…) e sostituirli con fenomeni “falsi”, ovvero slegati dal valore effettivo della fonte presunta: “Io sono, nel fisico, uno storpio ma il denaro mi dà ventiquattro gambe e storpio non lo sono più″. Il denaro può sovvenzionare l’errore, difendere il male, disegnare maschere gradevoli ad ogni abiezione: trasforma ogni cosa “in qualche cosa che non è, nel suo contrario”, nota ancora Marx. “Forza davvero creatrice”, il denaro è il demiurgo di un universo sbagliato, l’anima del mondo realmente rovesciato di debordiana memoria, nel quale il vero è momento del falso. Non solo il denaro è prostituta universale, ma inoltre prostituisce la verità del mondo, baratta il falso con il vero.

La creazione di questo demiurgo malvagio è un mondo mostrificato in cui nulla è come realmente è, al di là dell’allucinazione collettiva che induce. Scrive Petrarca (Epistulae de rebus familiaribus, citata da Fini): “L’oro riduce schiavo chi è libero e liberi gli schiavi, assolve i rei, gli innocenti condanna, fa i muti facondi, riduce ogni eloquenza a silenzio. Per esso principi i servi, e servi i principi, audaci i timidi, paurosi gli arditi, solleciti i pigri… asciuga i fiumi, feconda i campi, sconvolge i mari, adegua ai piani i monti, rompe ogni chiusa, assalta ed espugna fortezze, abbatte castelli…”

In termini simili Marx: “I soldi trasformano la fedeltà in infedeltà, l’amore in odio, lo schiavo in padrone, il padrone in schiavo, l’idiozia in intelligenza, l’intelligenza in idiozia”.

Il denaro è la droga malvagia che tiene il mondo prigioniero in un terribile incubo, a testa in giù: come in uno specchio, secondo il motto paolino. Questo discorso a malapena cela il vizio metafisico che lo fonda: l’idea che vi sia una realtà da sovvertire, una natura da snaturare. A malapena cela il dualismo gnostico (o platonico), e la sua inconscia retorica del rovesciamento (in Marx: “contrario”, “pervertimento”, “rovescia”, “confusione”, “inversione”, “sovvertito”).

La diade gnostica

Nella forma del confronto tra Dio e Demonio, ritroviamo la diade gnostica, e l’idea del denaro come principe dell’inganno, anche nelle parole di Martin Lutero: “Il denaro è la parola del diavolo, per mezzo della quale egli crea ogni cosa nel mondo, proprio come Dio crea attraverso la parola di verità“. Si scava un confronto tra il mondo falso – il mondo in cui viviamo, il mondo della materia e delle apparenze – e il mondo reale, ideale, che da qualche parte aspetta la nostra rivolta interiore. Ritroviamo lo schema della Caduta, come ribaltamento del vero nel falso e del giusto nello sbagliato. Il peccato originale, in questo caso, è il conio della prima moneta, replicatasi furiosamente fino al definitivo contagio di ogni aspetto della realtà: rovesciata, confusa, sovvertita.

Ma il reale contagio è piuttosto quello del paradigma gnostico, filigrana di ogni discorso metafisico sul denaro. In effetti la denuncia del denaro finisce per confondersi con l’ossessione della materia, a sua volta confusa con il male. In primo luogo, il denaro è il medio della soddisfazione dei bisogni, cioè di esigenze corporee. Nessuna verità spirituale può essere barattata con il denaro: ovvero nessuna verità, ma solo menzogne. Il borghese accumula denaro per garantirsi agi superflui e soddisfazioni materiali, senza curarsi della propria anima. Il denaro invoca la merce, ovvero pura superficie scrostata via dalla realtà del proprio oggetto: il prodotto isolato dalle dinamiche di produzione, come pura consumabilità. In secondo luogo, il denaro rimanda a una dimensione di potenzialità, altro carattere precipuo della materia: può diventare ogni cosa (nei limiti del suo valore di scambio), ma non è nessuna. Seguendo la definizione aristotelica, la forma è il determinato e il qualitativo; viceversa la materia, come il denaro, è indeterminata e quantitativa. Il denaro è chora, ricettacolo senza volto, che attende l’incontro con un principio formale, la luce del Logos.

Infine il paradigma gnostico assume un ultimo, inquietante volto: quello dell’antisemitismo. La lettura gnostica della Bibbia volle sanare le contraddizioni tra il Dio dell’Antico e quello del Nuovo Testamento, identificando nel primo, antropomorfo e severo, il Demiurgo malvagio e nel secondo il vero Dio. Da ciò consegue che gli ebrei onorano la divinità del falso, il creatore della materia e del male. Divinità che nello stereotipo antisemita finirà per essere sostituita tout court dal Denaro: poiché d’altronde la ferita del Dio venduto per trenta denari il cristiano ancora non può perdonare. Marx stesso afferma testualmente il dio dell’ebreo essere il denaro, ribadendo: “Qual è il fondo profano del giudaismo? Il bisogno pratico, l’interesse personale”.

L’antisemitismo è una declinazione razziale del pensiero gnostico. La retorica antimaterialista finisce agilmente riciclata sull’ebreo, reso paradigma dell’uomo sensuale, legato agli istinti sensuali più bassi. Otto Weininger, ebreo suicida metafisico, nel capitolo “Ebraismo e odio di sé” di Sesso e carattere (1903) – scintilla, se mai necessaria, dell’antisemitismo novecentesco – scrive infatti del “poter-divenire-tutto dell’ebreo” (il suo essere pura materia, potenza), e di “esagerata accentuazione dell’empirico”. L’incarnazione nell’ebreo dei caratteri “materiali” porta al il riciclo delle categorie socialiste, che porta all’dentificazione del plutocrate in un tipo raziale (si pensi alla totale convertibilità del discorso socialista wagneriano in un discorso nazista): dando corpo antisemita al pensiero antimoderno del primo novecento. Tanto che Weininger giunge a dire: “Ebraico è lo spirito della modernità“.

Sarebbe più opportuno dire che antimoderno è lo spirito della modernità, che ogni modernità produce le pulsioni del suo annientamento: come avvenne all’impero romano, sedotto dalla favola cristiana, ogni modernità desidera il tracollo.