destra nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Romanticismo politico

Ce n’è sempre uno con qualche talento letterario che vuole fare lo spiritoso su quanto poco divergano le fazioni nelle democrazie parlamentari bipolari. Va bene scherzare ma, ehi, questa non l’ho già sentita? Non l’ho già sentita troppo? Ebbene bisogna smetterla con questa storia, e accordarci su cosa significhi fare una scelta politica, altrimenti ci condanniamo all’eterna nostalgia di qualcosa che non è mai esistito. Lo so, brullo, tutti preferiremmo che a Porta a Porta ci fossero dei tornei di kick-boxing tra dei cyborg nazi-maoisti che promuovono la clonazione e dei preti transessuali stirneriani, ma non è detto che la politica debba essere divertente. E allora si, i leader dei due maggiori partiti italiani si accordano sul fatto che non si deve mangiare la carne umana né sterminare i mimi né andare in giro senza pantaloni. Va bene, si accordano anche su decine di altre cose. Ma il punto è che quelli che a te sembrano dettagli un po’ noiosi – a chi vendiamo Alitalia? quale categoria professionale sgraviamo fiscalmente – ebbene queste sono posizioni politiche, perché manifestano gli interessi economici di una parte della popolazione, con una lunga coda di conseguenze culturali.

Il tuo errore, secondo me, ed è un errore molto diffuso, è tentare di comprendere le posizioni sul piano dottrinale, come un insieme di credenze, e dimenticare che le credenze sono vincolate alle strutture sociali, alle istituzioni, ai sistemi di produzione e distribuzione della ricchezza. Quando il Candidato B proclama “Anch’io appartengo a un ceto economico e sociale elevato (benché di estrazione differente)”, quella parentesi è tutt’altro che superflua, se con estrazione intendi dire il milieu socio-professionale incarnato dal Candidato. Sviluppando quella parentesi, scopriremmo ciò che effettivamente distingue i due candidati; e non è poco. Ad esempio in Italia le cose vanno così: c’è un candidato dei funzionari statali e un candidato di chi ha la partita IVA.

Lo spazio politico è necessariamente delimitato, ed è all’interno di questi limiti che bisogna aguzzare la vista per cogliere le differenze: non sarà divertente come discutere della Legione dell’Arcangelo Michele, ma può servire a fare delle scelte. O a non farle.



Virgolette, prego

La prima volta che ho fatto caso a Slavoj Zizek fu quando uscì Il soggetto scabroso, e lui venne a Milano a dire cose piuttosto strambe sul cinema di David Lynch. Da quel momento, dello psicanalista sloveno si sarebbe parlato sempre di più, e soprattutto pubblicato. Dal 2003 ad oggi in Italia sono stati tradotti almeno sedici libri. La sua presenza è costante nei giornali e nelle riviste – di sinistra, perdonate la semplificazione – e nel dibattito filosofico (soprattutto all’estero). Slavoj Zizek, studioso di Lacan, di Althusser e di tutto il bagaglio strutturalista e marxista degli anni Sessanta, è probabilmente il nome più importante della filosofia continentale contemporanea, in termini di vendite e di citazioni, e non soltanto per la sua scrittura spudoratamente pop. Le lettere Z I Z E K sono le coordinate di qualcosa che è accaduto nel campo ideologico, qualcosa che va compreso (e suppongo sia per questa ragione che Massimo Adinolfi non perde occasione di riflettervi, tenendo ferma la distanza che lo separa dal suo pensiero). Tra l’altro, ora che ci penso, il 2003 è anche l’anno in cui ho fatto caso per la prima volta a Massimo Fini, per via della sua partecipazione a una “storica” puntata di Otto e mezzo, nella quale esponeva – da destra, perdonate la semplificazione – le sue critiche sull’occidentalismo e l’universalismo. L’anno successivo, il suo Il vizio oscuro dell’Occidente fu un successo editoriale.

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Cos’è successo, dunque nel 2003? Cosa significa questo ricordo, questo doppio ricordo, questo accostamento tra Zizek e Fini? Ebbene, il fatto che i due autori hanno molto in comune, o meglio hanno pochissimo in comune eppure finiscono per essere leggibili come se dicessero la stessa cosa. L’Occidente non è la verità, la Modernità non è la verità, i diritti umani non sono la verità, l’ideologia liberale non è la verità e nemmeno il parlamentarismo, e forse nemmeno la democrazia. Il primo lo dice da “destra”, il secondo da “sinistra”, ma ormai – è appunto ciò che ci dicono Zizek e Fini – queste parole siamo costretti a metterle tra virgolette. Proprio come la letteratura postmoderna, costretta a mettere tra virgolette tutto ciò che non può più essere detto sul serio. Qualcuno iniziò a parlare – proprio in quel 2003, ma senza collegare i due casi editoriali – di una convergenza tra destra e sinistra, e in un esercizio giornalistico avventato e aggressivo, diffamatorio sul piano dei fatti, ma tutto sommato profetico sul piano simbolico: Magdi Allam, sul Corriere, scrisse di un’internazionale dell’estremismo nella quale convergevano estrema destra ed estrema sinistra. Due mesi dopo, Giuliano Ferrara a Otto e Mezzo radunava un socialista nazionale, un vecchio comunista e un anti-imperialista per indagare le ragioni del loro paradossale accordo sul destino dell’Occidente.

In quel 2003, dunque, divenne ancora più chiaro che stava accadendo qualcosa sul piano ideologico: era in un certo senso l’onda d’urto del 2001, ma era anche la reazione in diretta a un altro evento contemporaneo, nel marzo di quell’anno, ovvero l’aggressione statunitense all’Iraq, attorno alla quale si mobilitò sciaguratamente il meglio (o il peggio) dell’ideologia universalista e occidentalista. In un certo senso la si bruciò definitivamente, la si mostrò dal suo profilo più orrendo, la si stuprò come non si era riusciti a fare nel 1999 con le bombe su Belgrado: retrospettivamente c’è da chiedersi se non fosse questa la strategia dei dirottatori dell’undici Settembre, che proprio come i terroristi rossi degli anni Settanta intendevano costringere lo Stato borghese a svelare la sua vera natura fascista. Altri, proprio in quel periodo, iniziarono a sospettare che dietro gli aerei dirottati ci fosse un gigantesco complotto, e qualcuno addirittura sostenne che l’undici Settembre non fosse mai avvenuto: si era passati direttamente dal dieci al dodici. Ma nel frattempo sembrava realizzarsi la profezia di Osama Bin Laden (Raccomandazioni tattiche, 2002): “Il mito della democrazia è crollato!”

L’Occidente prese a dubitare di sé stesso come non aveva fatto mai, mentre autori radicali come Zizek e Fini invitavano a rileggere la realtà storica con nuove lenti. Le loro idee provocatorie presero a nutrire il tarlo del dubbio di molti occidentali, gettando una nuova luce su dogmi che sembravano assoluti. In un certo senso, e in modo più o meno consapevole, i due autori raccolgono l’eredità di Carl Schmitt, il giurista del Reich che influenzò intellettuali di destra e di sinistra, e persino il Sessantotto (come raccontato benissimo in un libro recente di Jan-Werner Muller). Prese ad andare di moda il vecchio motto di Proudhon: Chi dice umanità vuole fregarvi. Fini racconta le conseguenze nefaste dell’universalismo e Zizek scrive un testo come Contro i diritti umani, che la quarta di copertina presenta come segue:

Nati come costruzione ideologica a salvaguardia del privilegio, i diritti umani coprono e legittimano l’imperialismo occidentale, gli interventi militari, la sacralizzazione del mercato, l’ossessione del politically correct.

L’anno seguente (l’anno in cui furono rese pubbliche le oscene immagini del carcere di Abu Ghraib), un altro dettaglio che, modestamente, non è sfuggito alla mia attenzione. Un gruppo di studiosi, uniti sotto il vessillo dell’eurasiatismo dall’interesse per tematiche e autori della destra radicale (Evola, De Benoist, Thiriart), escono dall’ombra – ovvero dalla galassia delle pubblicazioni “impresentabili” – con un progetto editoriale apparentemente apolitico, la Rivista Eurasia. Nell’epoca in cui le mappe dei conflitti ricominciano a mettere in primi piano i fattori etnici (pur sovrapponendoli a quelli economici, in una perfetta sintesi tra visioni di “destra” e di “sinistra”), la geopolitica viene ricollegata al suo inconfessabile significato originario. Sdoganamento pieno e, mi pare di capire, un certo successo editoriale, visto che la rivista procede a gonfie vele. Sulla rivista – e veniamo al punto – assieme a vari “bei fascistoni” iniziano ad apparire contributi di personaggi che con la destra non hanno nulla a che fare: professori universitari come Danilo Zolo, veterani del comunismo come Costanzo Preve, e persino Sergio Romano. Proprio Preve si fa notare come il più impegnato sdoganatore di destre, il più radicale ripensatore del marxismo, e il più acrobatico superatore della dicotomia destra/sinistra. Accanto a lui, altri come Gianfranco La Grassa propongono la necessità di “ripensare Marx” fino a sfociare anch’essi nell’eurasiatismo.

Tante cose sono cambiate in questi anni, nel modo in cui pensiamo, ed è difficile rendersene conto senza tenere nota dei dettagli, delle coincidenze. Ogni tanto, un piccolo evento ci fa capire quanta acqua sia passata sotto i ponti. L’ultimo si trova – forse – sul numero di Settembre 2008 del Monde Diplomatique, mensile di riferimento della “sinistra” europea, che pubblica spesso testi di Zizek. Al suo interno, un dossier durissimo contro l’umanitarismo che ricorda le argomentazioni sopra citate contro l’universalità dei diritti umani, che ne critica l’ambizione colonialista. Suona la campana a morto degli ideali di cooperazione internazionale che caratterizzavano la sinistra degli ultimi decenni. Io non sottovaluto la durezza di questo articolo, anche se non voglio sopravvalutare la sua novità: sappiamo tutti che la critica della Modernità faceva parte di un certo Sessantotto, quello di Marcuse ad esempio, sappiamo che Heidegger e Schmitt sono sdoganati da decenni, sappiamo che il parlamentarismo è sempre stato visto male da sinistra, che l’America non è mai stata un modello per i marxisti, che la dialettica East-West è nel DNA del Novecento. Per cui potrebbe non essere cambiato nulla. Tuttavia.

Tuttavia io ricordo le scosse di quel 2003. E percepisco la scossa di questa presa di posizione diretta e decisa contro l’ideologia umanitarista, questa linea tracciata che dice: non si torna indietro. Tuttavia abbiamo necessità di punti fermi per scaglionare il divenire ideologico, e allora oggi, nel Settembre 2008, io capisco che la sinistra non esiste più, non ha più ragione di esistere, non ha più sangue che le scorre dentro, e questa volta per davvero. Virgolette, prego: ne avremmo bisogno.



Violenza senza fine

I saggi, i forti e puri “uomini della Tradizione”, praticano l’apolitìa; quelli meno saggi, meno forti e puri, possono leggittimamente dedicarsi all’attivismo [...], “senza però cedere interiormente” all’illusione di poter “agire su processi che ormai, dopo gli ultimi crolli, hanno un’irrefrenato corso” [Evola].

Ma in cosa può consistere la legittimità dell’attivismo [...] se tanto non serve a niente?

Per rispondere a questo interrogativo bisogna considerare innanzitutto una cosa: lo schema antropologico proposto dall’ultimo Evola è ricalcato esattamente su quello consueto a innumerevoli dottrine iniziatiche. Vi sono due classi di persone: quella di coloro che giungono al secondo e più alto grado dell’iniziazione, e quella di coloro che, non potendo o non volendo staccarsi dal mondo, restano ad un primo grado di iniziazione. Il comportamento di questi ultimi non può essere forte e puro e privo di illusioni quanto basta; occorre quindi che gli iniziati di grado superiore, i saggi, orientino gli iniziati di grado inferiore verso il raggiungimento di obiettivi mondani [...] che di per sé sono vani, privi di qualsiasi utilità, ma che hanno una preziosa funzione didattica. A forza di perseguire per disciplina degli obiettivi vani, e di insistere al tempo stesso nella difesa della propria interiorità minacciata dal contatto col mondo, anche gli iniziati di grado inferiore, per ora troppo poco forti e puri, si faranno le ossa, diventeranno un giorno sufficientemente forti e puri da potere accedere al grado superiore. In questo caso, il processo di perfezionamento, promosso da un’appropriata didattica del compito inutile, può richiedere molto più della vita di un individuo: ma qui si punta sulla razza [...].

[...] La nostra impressione è che queste farneticazioni abbiano una parte non trascurabile nelle attività terroristiche degli ultimi anni.

F. Jesi, “Uno studio sul neofascismo e sulla cultura di destra: il linguaggio delle idee senza parole”, in Comunità, n. 175, p. 67-68.

Furio Jesi era giovane eppure quasi morto, aveva cioè poco più di trent’anni e cinque lo separavano dalla fine, che su Comunità iniziarono ad apparire suoi lunghi saggi. Talmente lunghi che qualcuno fu poi pubblicato come libro. Per diversi numeri, in ogni numero; un ritmo impressionante. Secondo i canoni consueti Furio Jesi sarebbe scrittore di destra (studioso di Eliade, di Bachofen, di Spengler, di esoterismo, di mito…) – se non si fosse dedicato a smentirlo continuamente, da sociologo della cultura e testimone della storia, lavorando alla decostruzione dell’ideologia di destra. Un’opera necessaria di classificazione, che limpidamente traccia le distanze che lo separano dal supermarket dell’eroismo evoliano, dalla merda che riempie i scaffali delle librerie esoteriche, dalle cave buie dell’eversione. Chi ha parlato di una legittimazione di facciata di fronte alla cultura dominante, una sorta di entrismo “adelphiano” mediato dall’abiura solenne, probabilmente non ha nemmeno aperto una pagina di Jesi.

Qui m’interessa piuttosto confrontare il passo di Jesi citato con un altro. Dapprima in effetti la sua interpretazione della violenza terroristica mi era parsa troppo teorica e troppo irresponsabile per potere essere davvero una spiegazione. Teorica, nel senso che raramente la realtà sociale risponde alle teorie filosofiche che vorrebbero governarla: nessuno, insomma, sarebbe così folle da cadere in questa trappola iniziatica. Irresponsabile, nel senso che mi riesce difficile immaginare un pensiero che legittimi la violenza non come mezzo politico, ma come fine spirituale. In realtà un pensiero del genere esisteva già, ben prima di Evola, di Junger, o di chissà quale altro sanguinario nazista. Georges Sorel aveva teorizzato la stessa “didattica del compito inutile”, la stessa pedagogia della violenza, nella sua filosofia del sindacalismo rivoluzionario. Sorel, pensatore del mito e della violenza, pensatore ambiguo e scomodo, in cui si confondono destra e sinistra. Anche in Sorel si trova l’idea di una violenza senza fine, valida in quanto tale. Una tale idea rappresenta il lato oscuro, sepolto, dell’intera storia del pensiero politico occidentale, che ha isolato la violenza nella sua necessità strumentale. Ed ecco quindi la citazione, dall’introduzione di Roberto Vivarelli agli scritti politici UTET, da pagina 27 in poi:

Qui con grande evidenza si fa luce la preoccupazione moralistica di Sorel, la guerra come la violenza proletaria viste in funzione educativa, di fronte al quale il successo materiale del proletariato, i problemi tattici per ragiungerlo, non contano nulla. [...]

L’accento è posto tutto sulla funzione moralizzatrice della lotta. [...] Il problema di una società più giusta, o almeno meno ingiusta, è totalmente eluso nella rivoluzione permanente teorizzata da Georges Sorel.



Divisione del lavoro e alienazione

Ogni rivista mondana che si rispetti ha una rubrica (titolata “separati alla nascita” o “gocce d’acqua” o “affinità elettive”) nella quale vengono confrontate le foto di due più o meno celebri personalità dello spettacolo a volerne esibire la stupefacente somiglianza. Non poteva essere da meno questo blog, che della sua ineccepibile mondanità si fa vanto. La morale, ovviamente, la trarrà il lettore. Ma tra questi due testi più delle somiglianze sono interessanti le differenze. Cosa fa, a parità di socialismo, del primo un testo “reazionario” e del secondo un testo ” rivoluzionario“, del primo un antimoderno e del secondo un progressista? Ai posteri (cioè noi) l’ardua sentenza.

Attenzione a quel “c’era forse più libertà nel periodo feudale di quanta ce ne sia ora“: il fascino discreto di un medioevo sostenibile come altenativa al capitalismo… Ma non si ravvisa un tono nostalgico anche nell’evocazionedella società feodale nel Manifesto del Partito Comunista?


John Ruskin, 1853

Di questo essere vivente potete fare un uomo o uno strumento, non entrambe le cose. Gli uomini non sono fatti per lavorare con l’accuratezza degli strumenti, per essere precisi e perfetti in ogni loro azione; se volete ottenere da loro una simile precisione, se volete che le loro dita misurino gradi come ruote dentate, che le loro braccia traccino curve come compassi, allora dovete renderli disumani.

Tutta l’energia delle loro anime deve essere finalizzata a farne degli ingranaggi e dei compassi; tutta la loro capacità di concentrazione, tutto il vigore, devono tendere al compimento di un atto banale. Gli occhi della mente devono essere puntati sul moto delle dita, la loro energia deve essere concentrata su tutti gli invisibili nervi che, dieci ore al giorno, le guidano e le costringono a non allontanarsi mai da un’esattezza inflessibile; così mente e vista vengono annullate e l’integrità dell’essere umano alla fine si smarrisce: un mucchio di segatura, ecco a che cosa si riduce il suo lavoro intellettuale in un mondo siffatto.

L’uomo può essere picchiato, incatenato, torturato, aggiogato come un animale, massacrato come gli insetti nocivi, e ancora rimanere in un certo senso – nel senso migliore – libero. Ma soffocare lo spirito che arde dentro di lui, distruggere e ridurre in putridi frantumi i germogli vitali della sua intelligenza, aggiogare ad una macchina, con corregge di cuoio, un corpo vivo, che dopo la morte e il lavorio dei vermi è destinato a vedere Dio, anche questo significa rendere schiavo l’uomo; e in Inghilterra c’era forse più libertà nel periodo feudale di quanta ce ne sia ora, che la vitalità della popolazione viene sfruttata come combustibile per alimentare il fumo delle fabbriche.

Karl Marx, 1844

L’operaio diventa merce tanto più vile quanto più grande è la quantità di merce che esso produce. La svalorizzazione del mondo cresce in rapporto diretto con la valorizzazione del mondo delle cose. Il lavoro non produce solo merci; produce se stesso e l’operaio come merce e proprio nella stessa proporzione in cui produce in generale le merci.

Sostituendo il lavoro con delle macchine, si getta una parte degli operai in un lavoro barbaro e si trasforma l’altra parte in macchine. Si trasforma l’operaio in bestia e lo si rincretinisce.

In cosa consiste l’alienazione del lavoro? Innanzitutto nel fatto che il lavoro è estraneo all’operaio, vale a dire che non appartiene alla sua essenza, che dunque, nel suo lavoro, l’operaio non si afferma ma si nega.

Ne viene come conseguenza che l’uomo (l’operaio) si sente libero soltanto nelle sue funzioni animali, come il mangiare, il bere, il procreare, e tutt’al più ancora l’abitare una casa e il vestirsi, e invece si sente nulla più che una bestia nelle sue funzioni umane. Ciò che è animale diventa umano, e ciò che è umano diventa animale.

Il lavoro diventa un’attività estranea all’operaio, un’attività che è passività, una forza che è impotenza, una procreazione che è castrazione. L’energia fisica e intellettuale dell’operaio, la sua vita, è trasformata in . attività diretta contro di sé, indipendente da lui, estranea



il popolo? in fondo a destra

Che il concetto di Popolo sia proprietà esclusiva delle forze progressiste è un colossale fraintendimento. Il Popolo è essenzialmente un concetto reazionario. Di più: una, o meglio LA forza della reazione. Il Popolo è quel Volk del quale sproloquiava Hitler: e non, come sarebbe bello credere, per pura demagogia – ma intrinsecamente ad una lunga tradizione politica irrazionalista. A volere mettere in scena la spuria dicotomia tra queste due opposte concezioni, si può fare riferimento al radicale scontro ideologico che negli anni della Restaurazione oppose gli ultimi sussulti di giusnaturalismo alla scuola storica, una sorta di storicismo irrazionalista che esaltava la tradizione contro la ragione, il costume contro la volontà razionale della legge, la riesumazione del passato preferita alla comprensione del presente. Ora, e qui sorgono i classici nodi al pettine, il nucleo concettuale della scuola storica è appunto il concetto (romantico) di Volkgeist, lo spirito del Popolo. In pratica significa affermare la supremazia del diritto che sorge spontaneamente dal popolo, cioè il diritto consuetudinario (la tradizione), rispetto a quello prodotto artificialmente dagli organi legislativi come mediazione dei bisogni individuali.

C’è tutta una retorica, del Popolo, retorica da camicie brune, retorica della tradizione e del sangue, e retorica romantica dell’irrazionalismo. Il problema è evidentemente che il Popolo rimane l’astrazione di una forza compatta, metafisicamente armoniosa, diametralmente opposta a un’idea di società come luogo di conflitti insanabili – i quali l’ipotesi contrattualistica codifica e tenta di risolvere. Hegel tenta di superare l’irrazionalismo reazionario e nazional-socialistoide ereditato dalla scuola storica considerando il Volkgeist come contenente simbolico di una volontà razionale, effettuando così la sintesi tra romanticismo e giusnaturalismo. Ma fallisce perché pone come superamento dell’irrazionalismo il suo stesso principio implicito: non tanto negare la ragione, ma anteporle una ragione superiore che – guarda caso – di ragionevole in apparenza non ha nulla. Ragione che abita la storia e i fenomeni sociali ma che al fallibile occhio nudo sembra non esserci. Lo sarà per principio. La dirompente conseguenza è che ovviamente questo Volkgeist puro, astratto e compatto, indeterminabile razionalmente, necessita di un interprete (o un significante): il Napoleone di Hegel giù fino a Fuhrer vari. Il che è ben diverso dalla mediazione democratica dei bisogni particolari, sia rappresentativa che diretta. Per questo Mussolini era contro lo Stato. Non a caso a volere sostituire la democrazia, per sua essenza “compromissoria”, con la “violenza proletaria” è il socialista Georges Sorel, che sedusse Mussolini e le varie destre sociali: tanto che senza mezzi termini Sartre lo trattò dé più né meno che di fascista. E il cerchio si chiude.



Chi di sito critico ferisce

Mi stavo impantanando in ricerche, peraltro illuminanti, su destre radicali varie, mentre ancora langue la conclusione dell’inchiesta sull’ontopsicologia, quando le due cose si sono, come dire, toccate. Avevo da subito messo le mani avanti in ciò che riguarda le crociate cattoliche contro sette e pseudo-sette. Colgo dunque una graziosa simmetria nel fatto che il Centro di Ricerca sulle Nuove Religioni di Massimo Introvigne (CESNUR), attendibile fonte del sito critico dell’Ontopsicologia, abbia egli stesso un sito critico molto completo. Nel quale si mettono in luce i legami di Introvigne e della sua associazione con l’area del tradizionalismo cattolico, e precisamente Alleanza Cattolica (qui la scheda di Misteri d’Italia). Ma la catena non finisce certo qui: in un perpetuo e dialettico gioco al massacro bisognerebbe dire qualcosa di chi questo ulteriore sito critico anima, cioè Miguel Martinez, curatore del sito Kelebekler e addirittura messo nel sacco dei fascisti rossi da Corriere, Foglio e altri teorici dell’estremismo trasversale – trovando invero qualche spunto dal suo essere “del giro” del Campo Anti Imperialista e passato collaboratore della rivista di estrema destra Orion, in un crescendo di ambiguità incrociate paludose. A difendere Martinez ci pensa Giuseppe Genna (da poco “sdoganato” e assolto dal misericordioso Wu Ming) che oggi non a caso parla di popolo, di lotta di classe, di ottocento e di proto-sindacalismo.
M. Martinez precisa un paio di cose:

Non scrivo per Orion – qualche pubblicazione vicina a Orion ha ripreso dei miei scritti, cosa perfettamente lecita visto che sul mio sito preciso che chiunque è libero di farlo purché citi la fonte. A volte trovo i miei testi nei posti più improbabili. Non mi sento paludosamente ambiguo :-)) Ho vissuto con i Rom e nel mondo arabo, e mi è venuta una rabbia mostruosa contro tutti coloro che impongono il dominio in nome di fantasie di “scontro di civiltà“. Per questo, mi oppongo agli Introvigne, come mi oppongo a ogni forma di imperialismo. Un fatto istintivo, direi.



Destre sinistre

La notizia della presunta censura a Massimo Fini è un po’ vecchia, ma non posso fare a meno di pensare che forse non gli è andata così male, se per fare una trasmissione culturale in piena notte sulle reti pubbliche ti devi travestire da Cyrano de Bergerac.

Divertente che si sia discusso del fatto che ad essere colpito fosse un intellettuale definito “di destra”. Innanzitutto perché “la destra” al governo fatica a costruirsi un bacino culturale di riferimento, barcamenandosi tra facili slogan (l’anticomunismo, la libertà) e qualche sgraziata manovra editoriale (il Domenicale), per comporre due tendenze abbastanza distanti, tra il nero e l’azzurro. E poi che fa? Si fa intimorire dal primo intellettuale “di destra” che segue sul serio la definizione (molto autoindulgente) che ne dava Marcello Veneziani: ovvero la non-corporatività e quindi l’imprevedibilità.

Forse semplicemente “la destra” di Fini e quella del Presidente del Consiglio sono tutt’altra cosa, e facciamo bene ad usare le virgolette. Recentemente proprio Fini è stato protagonista dello sdoganamento del relativismo culturale, un pensiero anti-umanitario che cozza non soltanto con quello della “sinistra”, ma inoltre di quella sinistra interventista che oggi ha preso nome di neo-conservative, e che ama appoggiare i governi “di destra”. Una gran confusione, che promette scintille nei prossimi anni.

Comunque niente paura: se per caso avete in casa Destra e Sinistra di Norberto Bobbio non dovete buttarlo. Vi basterà correggerlo sostituendo “sinistra” con “destra” e viceversa. No, scherzo: buttatelo.