Don Chisciotte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La mostra delle atrocità

Bisogna partire dall’orrore di Salò: un orrore che va oltre la semplice simulazione dell’orrore. Più che una denuncia del totalitarismo, o del capitalismo, il film sembra la documentazione pornografica di un delirio totalitario. In questa confusione tra realtà e finzione, tra il Pasolini-reale e il Pasolini-personaggio, in questa mostrificazione assoluta da lui stesso orchestrata, tiene forse tutto il segreto della sua vita e quello della sua morte. Tutto converge in Salò.

Se molti spettatori sono colpiti, turbati, disgustati alla visione di Salò, è anche perché nel film di Pier Paolo Pasolini una parte dell’orrore non viene simulato ma direttamente mostrato. Tanto che si potrebbe proiettare il film al rovescio, o nel disordine, o modificando i dialoghi, e suscitare lo stesso identico disgusto. Molti giovani attori non professionisti che parteciparono alle riprese ne uscirono traumatizzati e qualcuno anche lievemente ferito. Anche se la merda mangiata non è vera merda, anche se gli omicidi non sono veri omicidi, molto di quello che sono costretti a fare gli attori — camminare nudi al guinzaglio, mangiare chiodi, ammucchiarsi come bestie, ecc. — verrebbe considerato umiliante in tutt’altro contesto, ad esempio se a ordinarlo fosse un carceriere sadico ad Abu Ghraib. Ma perché appunto percepiamo in maniera diversa queste situazioni che ugualmente producono immagini mostruose? Il consenso che ad Abu Ghraib veniva estorto ai prigionieri con le minacce viene da Pasolini estorto ai figuranti in cambio di un salario — rapporto capitalistico per eccellenza – proprio come faceva il Marchese de Sade al suo tempo. Il paradosso è reale.

È il suo prestigio d’intellettuale, il suo ruolo particolare al cuore della società capitalista, ad avere dato a Pasolini il potere di umiliare degli esseri umani — o se volete, di lasciar loro scegliere di farsi umiliare. Salò o le 120 giornate di Sodoma può dunque valere come corrispettivo di un celebre esperimento di psicologia sociale svolto da Stanley Milgram nel 1961. Lì un uomo doveva infliggere scosse elettriche sempre più forti a un altro uomo. Il primo uomo non sapeva che le scosse erano simulate, eppure continuava a infliggerle se il responsabile dell’esperimento gli diceva di farlo. Rispettando un protocollo avallato dall’autorità scientifica veniva compiuto con poche remore morali un atto altrimenti criminale…

Le scosse elettriche (finte) di Milgram erano assolte dall’autorità della Scienza, come dieci anni più tardi verranno assolti dall’Arte gli abusi psicologici che Pasolini infliggeva sul set di Salò. Quanti e quali crimini accetteremmo di compiere o di subire in nome dell’Arte? Ci metteremmo nudi a quattro zampe, se a chiedercelo fosse un celebre e rispettato regista oppure un autorevole scienziato? Quello che accadde a Villa Aldini, palazzo neoclassico sui colli di Bologna dove venne girato Salò, ma soprattutto quello che non accadde ma che la gente iniziò a immaginare, partecipò probabilmente alla trasformazione di Pasolini nel “mostro” sul quale si accanì una certa stampa e che poi venne abbattuto sulla spiaggia di Ostia.

Nel 1975 Pasolini crea la sua Salò, si rinchiude per centoventi giornate (o quasi) su un set cinematografico del quale è assoluto padrone e nel quale vengono stabiliti criteri di dignità umana assolutamente arbitrari. Con il pretesto di una condanna, l’anarchia del potere è realizzata. Le testimonianze degli attori descrivono una lavorazione molto difficile ma nessuno mette in discussione la professionalità del regista su quel set, che dall’esterno molti immaginavano con un vero luogo di perdizione. Ma per quanto rigore ci mettesse Pasolini, si trattava pur sempre di governare per diversi mesi un simulacro di distopia sadiana. E se volendo denunciare il fascismo, Pasolini fosse incorso lui stesso in un delirio “fascista”? Come può criticare la “mercificazione” e il “capitalismo” un intellettuale abituato a comprare giovani corpi godendo dei suoi privilegi economici e sociali?

Era questa contraddizione, tutto sommato, che la stampa conservatrice esprimeva all’epoca, denunciando l’impunità di un artista che sembrava incarnare nella propria vita, prima ancora che nella propria opera, l’anarchia del potere. Ma da questa contraddizione originaria, coltivata da Pasolini ben oltre la realtà dei comportamenti che gli possono essere attribuiti, germinava poi spontaneamente una pletora d’illazioni, di false accuse, di proiezioni, di leggende nere… Quello stesso Pasolini che sul Corriere della Sera scriveva di rimpiangere il piccolo mondo precapitalistico doveva apparire piuttosto come il principale esponente di quella nuova classe predatrice che aveva dichiarato guerra alla tradizione.

Questa contestualizzazione è necessaria per capire l’esistenza tormentata di Pasolini a partire dalla pubblicazione di Ragazzi di vita nel 1955, che lo consacrò come pederasta più celebre della penisola. “Scomodo” Pasolini, ma scomodo per chi? Del tutto anacronistico sarebbe credere che uno tra i tanti omosessuali, uno tra i tanti comunisti, uno tra i tanti intellettuali che pretendevano di sapere la verità sulla strategia della tensione potesse per queste ragioni essere scomodo per il potere: ad essere disturbante per la morale popolare e piccolo-borghese, e non “per il potere”, era piuttosto l’immagine di un uomo che sembrava vivere al di sopra delle leggi allora vigenti e convocava decine di giovani ragazzi sul set di un film che si annunciava (che lui annunciava) mostruoso.

Si trattava, beninteso, soltanto di una finzione con qualche doppio fine promozionale: ma coltivata con tanta ostinazione — da Pasolini e dai suoi nemici — che l’opinione pubblica l’aveva presa per vera. Durante le riprese di Salò la produzione fece circolare tutte le informazioni necessarie per alimentare lo scandalo e la tensione arrivò al suo apice: “Questo film va talmente al di là dei limiti, che ciò che dicono sempre di me dovranno poi esprimerlo in altri termini”. Nella sua ultima intervista per la televisione francese, il regista raccontò di essere quotidianamente accerchiato da “moralisti” che lo insultavano per strada: questo potrebbe suggerire che Pasolini non fu mai per nessuno un problema politico, semmai un problema di ordine pubblico. Lo stesso malinteso, con conseguenze ugualmente tragiche, si è ripetuto in tempi recenti con il settimanale satirico Charlie Hebdo.

Con Salò il rapporto tra realtà e finzione si rovescia totalmente: quella che doveva essere una semplice opera cinematografica appare invece come la documentazione di un reale rapporto di potere — un’eterotopia: uno spazio isolato nel quale il regista esercita la propria giurisdizione — mentre la vita di Pasolini prende la piega di una parabola letteraria sfuggita al controllo. Tanto che il critico Federico Zeri poté dopo la sua morte affermare: “Secondo me c’è una forte affinità fra la fine di Pasolini e la fine di Caravaggio, perché in tutt’e due mi sembra che questa fine sia stata inventata, sceneggiata, diretta e interpretata da loro stessi.”



Dialettica del bovarismo

«Leggere è il cibo della mente: passaparola! » è lo slogan della nuova campagna promossa dal Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri per invitare gli italiani ad avvicinarsi alla lettura. La campagna, articolata in uno spot video, uno spot radio, pubblicità stampa, web ed affissioni, mira a sensibilizzare i cittadini sull’importanza di promuovere e incentivare la lettura in tutte le sue forme e ad ogni età, quale strumento insostituibile capace di diffondere la conoscenza,  la crescita e lo sviluppo della personalità di ogni individuo ed in particolare  dei bambini e dei ragazzi.*

Arrendetevi all’evidenza: vivete in un regime. La sua propaganda é ovunque, pervasiva. Il suo messaggio é chiaro e inconfutabile: «Leggete di più ». Perché leggere é bello, il libro é il vostro miglior amico, la lettura nobilita l’uomo… Ve lo insegnano fin da piccoli, ve lo ripetono sui blog e nelle petizioni. Questo dogma non si discute. Come i vecchi manifesti sovietici o fascisti, questi esercizi di persuasione raccontano un’ideologia, una visione della società, persino dei rapporti di classe. Mostrano soprattutto il volto dell’uomo nuovo, del borghese perfetto — ed é il volto di Emma Bovary.

Leggete maledetti !

Madame Bovary, c’est nous! Icona tragica e perfetta del consumismo culturale, Emma ha raffinato i suoi gusti ma é rimasta sostanzialmente identica dai tempi di Flaubert. Come don Chisciotte, che ne é il modello, Emma vive in un mondo parallelo, alimentato dalla bibliomania. Non é ironico e paradossale che al cuore del canone romanzesco occidentale — anzi, in ciascuno dei suoi due cuori — vi sia una critica radicale della lettura? Ma il paradosso é presto rimosso: Madame Bovary sarebbe semplicemente una denuncia degli effetti nefasti della «cattiva letteratura ». Ma che cos’é la cattiva letteratura? Dove inizia, dove finisce? La risposta di Flaubert é ovviamente: con Madame Bovary.

Storicamente, l’operazione di Flaubert consisteva nel denunciare una certa letteratura per legittimarne un’altra. Madame Bovary é la dimostrazione per filo e per segno dell’infinita distanza tra due cose che fino ad allora potevano essere confuse. Da una parte, le abiette porcherie che Emma legge. Dall’altra, le pagine sublimi che Gustave scrive. Questa separazione originaria definisce una certa concezione moderna della cultura, che ritroviamo ad esempio nella Dialettica dell’illuminismo. Ma se tutti sono d’accordo per evocare questa separazione tra alto e basso, letterario e para-letterario, ognuno la posiziona diversamente. Ognuno, insomma, trova il modo di non riconoscersi in Emma Bovary. Il marketing culturale ci conforta, convincendoci dell’esistenza di una quantità crescente di capolavori incontornabili — la cui lettura non fa di noi delle squallide Bovaries, ma delle persone di gusto e di cultura.

La separazione tra «buona» e «cattiva letteratura» é insomma l’espediente con il quale Flaubert rimuove il paradosso che sta esibendo, ed evacua la domanda cruciale: Emma Bovary leggerebbe Madame Bovary? La risposta é, molto probabilmente, si. E questo non perché Madame Bovary sia cattiva letteratura, ma perché il problema non é mai stato la cattiva letteratura, ma la letteratura: il nostro rapporto con essa, la sua economia. Potremmo dire che ogni gesto che Emma compie é ispirato dalla lettura di un romanzo firmato da Gustave Flaubert, e intitolato Madame Bovary. O che «Gustave Flaubert» non é altro che il nom de plume di una borghese annoiata, tale Emma Bovary, che occupa le proprie lunghe giornate scrivendo romanzi.

Che la massima aspirazione del borghese occidentale sia d’assomigliare a Emma Bovary, e che a tal fine si mobilitino i più perfezionati strumenti dell’ingegneria sociale, la dice lunga e terribile. Ai pochi rimasti sani (e qui un caro saluto agli amici della Fondazione Spallanzani, che in queste battaglie non ci lasciano mai soli) non resta che impegnarsi nella contro-propaganda.

Leggere ti rende cieco



L’erosione dei codici

Borges nel suo saggio d’inganno “Pierre Ménard, autore del Chisciotte” (1939) racconta di un intero capitolo del Don Chisciotte riscritto nei primi anni del Novecento in Francia, parola per parola. Ma il senso che ne traggono i lettori, a dispetto della perfetta identità dei due testi, è affatto differente: il medesimo significante, riferito ad altro contesto di produzione, risponde a diversi criteri di interpretazione e produce un altro significato. Un’ode alle armi a maleficio delle lettere, che scritta nel 1600 sarebbe stata congruente con lo spirito dei tempi, nelle parole di un letterato del 1919 rivela piuttosto influenze nietzscheane, o una rassegnata ironia. (*)

La conservazione di un significato, di tutta evidenza, non è affidata al supporto materiale, o vi è affidata in proporzione inconsistente. Il significante si limita piuttosto a citare un contenuto depositato nella Lingua (ovvero nella Cultura, nella Storia). Ma poiché questa muta in continuazione – ed è piuttosto un mosaico d’idioletti – la citazione si perde nel vuoto, o colpisce un bersaglio non previsto. Se il testo significante si fissa su di un supporto fisico che bene o male traversa le epoche, i criteri della sua interpretazione sono una realtà immateriale che diventa impossibile arrestare. La restituzione del contenuto semantico si svolge perciò approssimativamente, temporaneamente, localmente; e tanto più approssimativamente che ci si allontana dalle coordinate dell’enunciazione, fino alla totale inintelleggibilità.

George Steiner in Dopo Babele rilevava che la comprensione di un testo si scontra con questo lento (?) slittare dei codici interpretativi e che in effetti il significato originario (l’intentio operis, chimera ermeneutica evocata da Umberto Eco) viene roso dall’inevitabile peso della storia sulle convenzioni d’interpretazione. Ciò non implica che i significati siano destinati a essere irrimediabilmente perduti: ma certo che per riconquistarli è necessario un lavoro complesso e mai finito. Questo stesso lavoro prepara Steiner allorquando sembra rivendicarne l’impossibilità, un lavoro che per secoli è stato una disciplina, dal polveroso nome di filologia. Il cui fine non è tanto ovviare all’erosione dei significanti, curando l’integrità materiale dei testi, quanto piuttosto curarne l’integrità semantica, ricomponendo e conservando i codici necessari all’interpretazione (e perciò davvero, parafrasando il titolo dell’opera di Marziano Cappella, si può parlare di “nozze tra Ermeneutica e Filologia”).

Lo scenario evocato dal racconto di Borges è, portato all’estremo, quello della storia come eterna estenuante ripetizione di testi materialmente identici, che soltanto la ricostruzione dei rispettivi codici interpretativi può restituire ai loro significati differenti. Da ciò si lasciano ingannare i Salomoni, che affermano che nulla vi sia di nuovo sotto al sole: dalla ripetizione superficiale dei segni.



Il pensiero più bislacco

Col senno ormai bell’e spacciato, gli venne in mente pertanto il pensiero più bislacco che mai venisse a pazzo del mondo; e fu che gli parve opportuno e necessario, sia per maggiore onore suo come per utilità da rendere alla sua patria, farsi cavaliere errante, ed andarsene armato, a cavallo, per tutto il mondo in cerca delle avventure e a provarsi in tutto quello che aveva letto essersi provati i cavalieri erranti, spazzando via ogni specie di sopruso, e cacciandosi in frangenti ed in cimenti da cui, superandoli, riscuotesse rinomanza e fama immortale.

Torno lunedì, fate i bravi.