Elia Spallanzani nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



The counterfeit kingdom

Political issues of the representation of speech acts in Renaissance theatre. [De spectaculis, II]

At his fall, Satan instituted a counterfeit kingdom to parallel God’s kingdom and challenge His authority. Satan is a usurper, claiming kingship and seeking the exercise of his authority over an earthly kingdom. [1]

A Prologue

In the philosophical fable “The End of the Kingdom” (in Altri Crocevia, 1969)[2], the Italian writer Elia Spallanzani develops a fascinating metaphor about the relationship between theatre and power. The story is about an evil tyrant, oppressing his kingdom with unfair laws. The king was excited by his own cruelty, but what he loved most of all was the theatre. He used to spend all his time watching performances, and didn’t care about the real world. One day the senators came to him asking to close the playhouses, which were a great source of confusion for the enforcement of the law. An actor promised himself in marriage to an actress, as written in the play, and then the woman asked to be married in real life. Another one had to be beheaded because he was interpreting the role of the king on the stage, and so had broken the law on usurpation. The laws of the kingdom were so strict that for every play, at least one actor had to be condemned for his words, his acts, his costumes: so, in short there would be no more actors. The king laughed. The solution, he thought, was easy: “Just make a law saying that no law of the kingdom is to be applied on what happens on a stage”. The law was enacted, and the king came back to his delights. The next morning, he was awaken by sounds and music coming from outside, as if there was a feast – which was, in fact, illegal. He looked out of the window: the kingdom was different, but he didn’t understand what had happened. So he went out of the palace, as he never did. He gave the order to stop the confusion, but no one listened to him. Then he saw, and what he saw was incredible: all the kingdom had been raised. It had only taken a night for building up a stage over all the kingdom, and there was no law any longer. The king kept giving orders, but no one was paying attention to him.

We can draw a morality from this story: that theatre is a kind of gap in reality, enforcing legal exception. And because of its exceptionality, theatre is a circumscribed land of freedom: thus, to widen the boundaries of representation is to reduce the space of authority. Here will follow an enquiry into the relationship between authority and theatre, from the point of view of authority and its measures against theatre, and from the point of view of theatre and its tackling of authority. These two segments intersect in a paradoxical kind of performances, in which the simulated act can be indistinguishable from the act really perpetrated. Usually we intend a representation as an event simulating another event, without being the same event. But this isn’t true for linguistic expressions. “Performing an utterance” might mean either that we’re just speaking, or that we’re acting: anyway, we produced the same sound. Moreover, utterances may be acts, namely speech acts: “verbal actions happening into the world”[3]. As they are actions, speech acts display the necessity to be subjected to the law. Leggere il seguito »



Manifesta assenza

Sulla soglia di trasformarmi in artista contemporaneo, e ritardando indefinitamente questa trasformazione, e facendo di questo ritardo (ma è un segreto, mi raccomando) la stessa performance che mi trasforma fin d’ora, segnalo qui l’opera più interessante vista a Manifesta7.

In September 1978, the New York based artist spazio bianco accepted an invitation to take part in a group exhibition ar Artists Space. His contribution consisted in rigorously deleting all references to his person.This removal of his name left gaps on invitation cards and in catalogues. Since then his trace has been lost.

(A riprova del paradosso, mi accorgo ora che della stessa opera hanno scritto poco tempo fa i colleghi della Fondazione Spallanzani, in un post che pure avevo letto, senza accorgermi del nesso)



Il cinema allo specchio

[Ho scritto questa recensione subito dopo la visione del DVD di Death in the Mirror, in anteprima per la stampa allo Screamin’ Athens Horror Festival. Visto che per ora è praticamente esclusa la distribuzione in Italia, per ragioni tecniche e legali, potete leggere il testo che segue anche se contiene sostanziali spoiler.]

Death in the Mirror (Morte allo specchio, Canada 2008) è un film rivoluzionario nel vero senso della parola, poiché sovverte il cinema, la sua tecnologia, la sua fruizione. Al termine della visione ci dobbiamo porre la domanda: era ancora cinema? O per caso una sorta di videogioco, d’inganno, di tortura, di sopruso che dovremmo denunciare alle autorità competenti? Ma l’opera prima dello sconosciuto Orson Spallanzani (parente di Elia?) è soprattutto uno straordinario giallo, con un colpo di scena letteralmente terrificante.

Tutti conoscono quel romanzo di Agatha Christie nel quale l’assassino – si scopre alla fine – è il narratore. Spallanzani si è spinto ben oltre, costruendo un enigma sull’identità della vittima, che si scopre essere lo spettatore stesso. Può darsi che questo espediente sia già stato usato da qualcuno nella letteratura o nel cinema. Ma è il modo in cui questo accade a costituire la vera novità di Death in the Mirror. Io non mi aspetto nulla di tutto questo, mentre inserisco il DVD nel lettore del mio portatile e schiaccio play. Il film inizia con il ritrovamento di un cadavere, orribilmente sfigurato e decomposto. Un ispettore della polizia prossimo alla pensione (uno straordinario e sfatto Leonard Cohen) indaga. Poco a poco, si scoprono dettagli sulla vita di questa persona che ancora non ha un nome.

Si trovano le sue lettere, si scoprono i suoi interessi, il suo lavoro, i nomi dei suoi amici. La sua nazionalità: era un italiano. La vittima s’interessava di linguaggio, di religione, di storia. Bella colonna sonora: ascoltava i Pere Ubu, i Joy Division, gli Animal Collective. E mentre Leonard Cohen si aggira tra spoglie e ricordi della vittima, ci accorgiamo che quelle sono le nostre lettere, quelle sono le nostre musiche, e sono i nostri amici. E poi, verso la fine, Leonard trova delle fotografie in un cassetto, e alcune di queste ritraggono il nostro volto. Anzi, ce le ricordiamo proprio quelle fotografie: sono quelle della gita a Grado, nel 2006. Ma come sono finite nel film?

E così d’un tratto capisci che in quel DVD non c’è un semplice film, ma un programma che compone il film a partire dai dati che trova sul computer: e-mail, musica, fotografie, eccetera. Tecnicamente, Death in the Mirror è un virus (un trojan, per la precisione). Per ogni tipo di documento ha un data miner capace di estrarre un contenuto da inserire nella narrazione; per i testi un simulatore vocale quasi perfetto; per le musiche è in grado di accedere alle statistiche di ascolto. Alcune scene del film vengono “caricate” soltanto se sul computer si trova il dato corrispondente. Ad esempio, i dati bancari che serviranno a fare un profilo della condizione economica della vittima, i film visti, il database dei libri letti (si troveranno casualmente accatastati sulla scena del delitto). Oppure, in caso di collegamento a Internet, nel film interviene una scena con l’investigatore che chiama un numero di telefono e interroga una voce familiare a proposito del delitto. Molti di questi dettagli, incredibilmente, passano inosservati, e la prima metà del film è una gustosa caccia alle coincidenze. La seconda è un incubo.

La scena più straordinaria è l’ultima, sulla quale si chiude (o meglio resta aperto) il film. Dovete sapere che sul mio MacBook c’è una piccola webcam integrata… Ebbene alla fine della sua indagine l’ispettore Leonard Cohen, giunto alla soluzione del rompicapo, si reca ad arrestare il colpevole dell’efferato delitto. Lo vediamo bussare a una porta; la porta si apre; l’ispettore proclama: “La dichiaro in arresto”. E a quel punto vediamo il volto del suo interlocutore, ebete e spaventato, incapace di reagire: è il nostro volto, ripreso dalla webcam. E questa ultima scena è infinita. Il film non prosegue. Prima di accorgercene passa una decina di minuti. Restiamo a fissare il nostro volto, nel dubbio se schiacciare qualche tasto, se attendere ancora, e se siamo stati davvero arrestati per avere assassinato noi stessi. Fine?

VOTO: 4/5. N.B. Il film ottiene soltanto quattro stelline su cinque a causa degli spiacevoli inconvenienti causati dalla visione: cancellazione dei dati dal computer, spedizione a terzi dei dati sensibili, clonazione della carta di credito. Il regista Orson Spallanzani, dal set del suo nuovo film sulle Isole Caiman, ha negato ogni responsabilità.



Zoologia Fantastica

Dopo il Leopardi di Zaccuri, ecco il Manzoni di Buonanno (donde il titolo del post): L’Accademia Pessoa. Un libro che vi consiglierei assolutamente se non temessi di essere troppo prevedibile; ma d’altronde c’è chi, ancora più prevedibilmente o viziosamente, lo ha scritto. Viziosamente, perché non c’è dubbio, questa è letteratura viziosa, viziata, è una dipendenza, una malattia. Una letteratura irrimediabilmente spallanzanizzata, eccolo il precursore immaginario, e bisognerebbe porre un argine a questi libri sui libri, godibilissimi e intelligenti, basta scrittori che diventano personaggi e che tra loro si conoscono tutti, basta Bloch e Benjamin, Kipling e D&G Rossetti, basta Cervantes e Hamete Benengeli, bisognerebbe fucilarli questi postmoderni. E d’altronde prima o poi anche il divo Tricheco ci lascerà (nel frattempo, questo sembra niente male, qualunque anonimo dottorando in semiotica lo abbia davvero scritto), e sarà occasione per fare piazza pulita – con la morte nel cuore, ovviamente.

Ora di Buonanno sarà necessario procurarsi il resto, anche se non gli si dovrebbe perdonare questa copertina. Guardatela bene: i grafici di Einaudi hanno tirato fuori una foto d’archivio Corbis; ma quelli sono chiaramente faldoni commerciali, altro che libri. Il colletto bianco, la giacca scura, la pettinatura, le mani – parlano di un’altra storia.



Words which could only be your own

La Fondazione Elia Spallanzani scopre le inquietanti prove di un plagio, perché insomma, il catalogo SBN nazionale è una fonte ufficiale e mica il primo che passa. Il mio unico commento è che Gummo ha iniziato a contaminare la realtà.



l’anello mancante

Esiste un racconto breve di Elia Spallanzani, dal titolo “L’anello mancante” (1971). Spallanzani ipotizza l’esistenza di una società segreta che, a partire dal XIII° secolo, si occupa di contrastare l’emergenza di teorie anti-creazioniste, da principio ancora al loro stadio “onto-linguistico” di critica del realismo platonico. Vittima illustre di questa oscura associazione fu Pietro Abelardo, che andava dirigendo le sue riflessioni verso un primo abbozzo di teoria evoluzionista, attraverso la sua opera di scardinamento delle cose dalle parole. Ma la più grande impresa di questa società – un’impresa che dura ormai da sette secoli – è stata la sistematica eliminazione fisica dei resti fossili che testimoniano di fasi intermedie dell’evoluzione degli animali; insomma i famosi anelli mancanti. La rarità delle prove empiriche, che il darwinismo lamenta da oltre un secolo, sarebbe perciò una diretta conseguenza di questa folle cospirazione. Il racconto si conclude con la scoperta di un gigantesco magazzino sotterraneo, a Roma, che raccoglie tutto il materiale occultato; sale che tracciano la graduale evoluzione di ogni specie. Invece di uscire fuori e rivelare al mondo la sua scoperta, il protagonista del racconto capisce che il suo posto è tra queste creature che vivono ai margini del linguaggio, tra una parola e l’altra, e sceglie di restare con loro.



mercante nel tempio

Un anonimo lettore, un fortunato possessore della prima edizione di Le ultime avventure di Gummo, un ingrato fortunato possessore e lettore, mi ha rivolto queste parole: “Sarai forse un buon filosofo, se questa espressione vuol dire qualcosa, ma come rilegatore di libri hai molto da imparare.” Per ovviare a questo problema e andare incontro agli ordini (che pur sparuti, ricevo) tra pochi giorni saranno disponibili nuove copie del libro, solidamente rilegato, che come ricordo viene venduto a 9 euro (spedizione compresa). Si concordano anche scambi, baratti e potlatch. Inoltre, vorrei mettere a tacere le voci sul presunto plagio operato all’omonimo libro di Elia Spallanzani: non esiste nessun libro del genere, e probabilmente lo stesso Elia Spallanzani non è mai esistito.

E adesso il simpatico commento di un’anonima lettrice, dalla quale vi prego di prendere esempio:

lo detengo. Banalmente comprato tramite la moderna tecnologia? No, ovviamente: ho mandato un tizio che si è inoculato nella mia vagina direttamente in missione al grido “Io te l’ho data, tu vai a prendere il cazzo di libro”. Quando il mio ordine è stato accompagnato dalla concreta minaccia di precludere il suo accesso ad ogni mio orifizio vita natural durante, si è piegato dinnanzi al potere della vulva e me lo ha comprato (recandosi di persona nella misteriosa libreria? certo che no: egli è tecnocrate e ha mandato un emissario).



Bodysnatchers

Tale RG spedisce in giro delle mail nelle quali mi accusa di plagiarlo, e, colmo d’indignazione, mi vedo costretto a (hem) confermare tutto. Cerchiamo di andare con ordine. Il 25 giugno del 2004 venne su queste pagine lanciata l’ operazionepseudo-VUE, che consisteva nell’invito a farvi apocrifi del sottoscritto. E da allora prosegue. Il 19 ottobre mi giunge una mail che due giorni dopo pubblico, cambiando il titolo e aggiungendo un’azzeccata citazione di Lord Byron. Il 30 ottobre viene pubblicata sul blog della fondazione Elia Spallanzani la mail di RG, nella quale dichiara “plagiato” questo testo. Si tratta della sua seconda mail pubblicata: nella prima (pubblicata il 25 ottobre, ma spedita il 19 secondo sua ammissione) delirava di accordi, cospirazioni e confessioni. Ebbene, il nostro “plagiato” nel suo testo ricicla alcuni punti della mia mail di risposta del 19 ottobre (e quindi, notate, preveniva il futuro plagio plagiandomi per primo). La cosa davvero strana è che il mittente della mail da me ricevuta e “plagiata” si era firmato proprio Elia Spallanzani, lo scrittore al quale è dedicato il blog sul quale sono apparse le mail. I responsabili della fondazione mi hanno assicurato, in mail privata, di essere ambasciatori e di non portare pena. E chi sarei io per supporre di essere finito in una delle loro astruse macchinazioni?



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