ermeneutica nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La strategia dell’attenzione

Di fronte alle dichiarazioni di Francesco Cossiga, scandaloso atto primo (picchiare le maestre) e stupefacente atto secondo (uccidere i bambini), l’interprete vacilla. Due sono le domande: che cosa sta dicendo? perché lo sta dicendo? Ma poi ancora: c’è davvero un perché? E se Cossiga fosse semplicemente pazzo? Un pazzo che si finge sano? Un sano che si finge pazzo? Un pazzo convinto di fingersi pazzo? Nell’ermeneutica cossighiana si ricapitola l’incertezza che precede ogni interpretazione storica: questo testo ha un senso? Ha un autore, un destinatario, un fine, un’economia interna? Oppure è soltanto il risultato del libero gioco tra forze contrastanti, nel caso di Cossiga tra personalità multiple, alterazioni della percezione, ricordi distorti, false informazioni e la solitudine di un vecchio scapolo?

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Eufemismi ⨯


Eufemismi

In crittografia, si definisce con un eufemismo metodo del tubo di gomma il riuscire a decodificare un codice cifrato mediante la tortura di uno dei conoscitori della chiave del codice. La pratica consiste nel percuotere ripetutamente e vigorosamente un tubo di gomma alla pianta dei piedi della vittima, fino ad ottenere l’informazione cercata. (…) Questo termine è stato inventato il 16 ottobre 1990 da Marcus J. Ranum, in un messaggio postato sul newsgroup sci.crypt (in allusione al bastinado), dove lo descrive come “sorprendentemente rapido e computazionalmente efficiente”, rispetto ad altri metodi crittanalitici.

Metodo del tubo di gomma



L’erosione dei codici

Borges nel suo saggio d’inganno “Pierre Ménard, autore del Chisciotte” (1939) racconta di un intero capitolo del Don Chisciotte riscritto nei primi anni del Novecento in Francia, parola per parola. Ma il senso che ne traggono i lettori, a dispetto della perfetta identità dei due testi, è affatto differente: il medesimo significante, riferito ad altro contesto di produzione, risponde a diversi criteri di interpretazione e produce un altro significato. Un’ode alle armi a maleficio delle lettere, che scritta nel 1600 sarebbe stata congruente con lo spirito dei tempi, nelle parole di un letterato del 1919 rivela piuttosto influenze nietzscheane, o una rassegnata ironia. (*)

La conservazione di un significato, di tutta evidenza, non è affidata al supporto materiale, o vi è affidata in proporzione inconsistente. Il significante si limita piuttosto a citare un contenuto depositato nella Lingua (ovvero nella Cultura, nella Storia). Ma poiché questa muta in continuazione – ed è piuttosto un mosaico d’idioletti – la citazione si perde nel vuoto, o colpisce un bersaglio non previsto. Se il testo significante si fissa su di un supporto fisico che bene o male traversa le epoche, i criteri della sua interpretazione sono una realtà immateriale che diventa impossibile arrestare. La restituzione del contenuto semantico si svolge perciò approssimativamente, temporaneamente, localmente; e tanto più approssimativamente che ci si allontana dalle coordinate dell’enunciazione, fino alla totale inintelleggibilità.

George Steiner in Dopo Babele rilevava che la comprensione di un testo si scontra con questo lento (?) slittare dei codici interpretativi e che in effetti il significato originario (l’intentio operis, chimera ermeneutica evocata da Umberto Eco) viene roso dall’inevitabile peso della storia sulle convenzioni d’interpretazione. Ciò non implica che i significati siano destinati a essere irrimediabilmente perduti: ma certo che per riconquistarli è necessario un lavoro complesso e mai finito. Questo stesso lavoro prepara Steiner allorquando sembra rivendicarne l’impossibilità, un lavoro che per secoli è stato una disciplina, dal polveroso nome di filologia. Il cui fine non è tanto ovviare all’erosione dei significanti, curando l’integrità materiale dei testi, quanto piuttosto curarne l’integrità semantica, ricomponendo e conservando i codici necessari all’interpretazione (e perciò davvero, parafrasando il titolo dell’opera di Marziano Cappella, si può parlare di “nozze tra Ermeneutica e Filologia”).

Lo scenario evocato dal racconto di Borges è, portato all’estremo, quello della storia come eterna estenuante ripetizione di testi materialmente identici, che soltanto la ricostruzione dei rispettivi codici interpretativi può restituire ai loro significati differenti. Da ciò si lasciano ingannare i Salomoni, che affermano che nulla vi sia di nuovo sotto al sole: dalla ripetizione superficiale dei segni.