estinzione nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Il dilemma del vitellone

Periodicamente un politico incauto lancia una¬†sparata sui giovani fannulloni, cos√¨ scatenando il subbuglio di mille code di paglia — ¬ęHo sette lauree, vacci tu a raccogliere i pomodori!¬Ľ –¬†accompagnato da dotte considerazioni keynesiane sulla natura sempre¬†involontaria della disoccupazione. Ma come si concilia, al di l√† di ogni giudizio morale, la teoria della disoccupazione involontaria con la realt√† di un mercato che nondimeno richiede un certo tipo di manodopera e la soddisfa dislocando milioni di lavoratori da una parte del mondo all’altra? Cosa determina le nostre traiettorie formative e professionali, talvolta demenziali, se non delle scelte deliberate e delle preferenze soggettive?

La tanto vituperata teoria neoclassica della disoccupazione volontaria ha il vantaggio di porre la questione del lavoro in termini di razionalit√† individuale e pu√≤ essere utile per capire cosa accade alla classe media occidentale, e italiana in generale. In effetti per chi dispone delle risorse sufficienti √® razionale prolungare gli studi universitari, perfezionare un proprio talento o accumulare relazioni, persino andare in tiv√Ļ da Andrea Dipr√®, piuttosto che andare a raccogliere pomodori: in questo modo aumenteranno le probabilit√† di ottenere il successo nel proprio campo, anche se dopo cinque o dieci anni vissuti come¬†I vitelloni di Fellini. Un esempio di questo tipo di strategia √®¬†Richard Katz nel romanzo Libert√† (2010) di Jonathan Franzen: cantante in uno sconosciuto gruppo rock fino all’alba dei quarant’anni, barcamenandosi tra vari proverbiali ¬ęlavoretti¬Ľ, d’un tratto diventa famoso e passa istantaneamente da sfigato a idolo delle folle. Questo tipo di percorso professionale imprevedibile, caratteristico dei mestieri qualificati e delle attivit√† creative, √®¬†analizzato bene da Nassim Nicholas Taleb nel suo Cigno Nero (2007).

Un problema sorge tuttavia quando tutti gli agenti ricorrono a questa strategia e si configura un vero e proprio dilemma del vitellone, una¬†¬ęsituazione lose-lose¬Ľ¬†prodotta dal gioco autodistruttivo delle razionalit√† individuali. Poich√© tutti fanno i proverbiali sacrifici per rendersi appetibili sul mercato del lavoro, sono necessari sacrifici sempre pi√Ļ ingenti: si ritarda l’entrata nella vita attiva, si pagano costose formazioni,¬†si lavora gratis o quasi. In un saggio recente sul mondo del lavoro, per definire questo meccanismo si parlava ancora di ¬ęefficienza dell’incertezza¬Ľ diretta a ¬ęregolare le fasi iniziali delle carriere professionali dei knowledge workers destinate a sfociare in lavoro dipendente a tempo indeterminato¬Ľ: beato ottimismo. In verit√† l’esito sub-ottimale di questa competizione fratricida √® il Declassamento Mutuo Assicurato, versione 2.0 della pi√Ļ celebre¬†Mutual Assured Destruction (MAD) che minacciava il mondo durante la guerra fredda. Una corsa all’armamento formativo che non scatener√† nessuna apocalisse atomica, ma che prosciuga i patrimoni e abbassa il costo del lavoro.¬†Naturalmente i primi a soccombere sono coloro che dispongono di meno risorse, ai quali si √® lasciato credere — come ad Alberto Sordi ne Lo scopone scientifico (1972) di Luigi Comencini — che fosse possibile vincere al gioco contando soltanto sul talento e la determinazione.

Ma come siamo finiti in questo pasticcio? Se le cose hanno smesso di funzionare, quando √® accaduto? La maggior parte delle analisi attribuisce alla famigerata ¬ęcrisi¬Ľ l’origine dell’anomalia, se non addirittura a una ¬ęprecisa scelta politica¬Ľ.¬†Invece sarebbe opportuno rovesciare l’analisi e chiedersi se il difetto di domanda (non c’√® lavoro qualificato) non sia piuttosto un eccesso di offerta (siamo troppi e troppo qualificati).¬†La crisi sarebbe dunque l’effetto di un allargamento sovrabbondante della classe media per effetto di fattori politici, economici e demografici — un allargamento che sembrava cosa buona e giusta in quanto faceva¬†girare i consumi, ma di cui nessuno voleva interrogare il limite. Come mostrava in maniera limpida¬†Thomas Mann nei¬†Buddenbrook (1901), la borghesia racchiude in s√© i germi del proprio esaurimento. Da questo punto di vista, vagamente schumpeteriano, il meccanismo di declassamento svolge una funzione di regolazione che restituisce la classe a una dimensione sostenibile.¬†La classe media occidentale deve fallire per sopravvivere. Ma come appunto segnalava¬†Joseph Schumpeter, le crisi periodiche possono avere conseguenze imprevedibili…

L’economista austriaco ha avuto modo di verificare empiricamente gli effetti della sua teoria, assistendo all’ascesa del nazionalsocialismo: conseguenza politica di una crisi economica. Inoltre Schumpeter fu esponente di quella diaspora germanica verso l’America che possiamo, a questo punto, considerare come un caso esemplare di sovrabbondanza dell’offerta di forza-lavoro cognitiva. Non fu soltanto la persecuzione nazista a cacciare gli intellettuali dall’Europa, ma prima ancora la crisi: bisogna contarli, metterli in fila uno per uno questi scienziati, artisti e pensatori¬†per rendersi conto che non sarebbe mai stato possibile per tutti quanti ¬ętrovare lavoro¬Ľ¬†in quello spazio tanto piccolo.¬†Erano troppi, ecco tutto. Ed erano essi stessi il segno vivente della crisi, i Christian Buddenbrook per mezzo dei quali la borghesia germanica aveva dissipato il capitale accumulato per generazioni.

Schumpeter distingueva tra crisi normali e crisi patologiche. Sfortunatamente le crisi normali esistono soltanto in teoria, mentre le crisi reali hanno sempre degli aspetti patologici. √ą patologico, ad esempio, scartare tutte le soluzioni cooperative che permetterebbero di minimizzare il danno e garantirebbero la massima efficienza allocativa delle risorse. √ą disastroso partecipare a una sfida persa in partenza. Di fronte alla minaccia del declassamento, gli individui iniziano ad assumere comportamenti irrazionali, influenzati da riflessi di classe tenacissimi che rendono ancora pi√Ļ dolorosa la rovina. Cos√¨, ad esempio, nelle commedie di Goldoni la borghesia decaduta consuma interamente il proprio patrimonio, ed eventualmente s’indebita, perch√© incapace di fare altro. Oggi i figli della borghesia, convinti di essere ¬ędi sinistra¬Ľ, scendono in strada per rivendicare¬†finanziamenti a musei e orchestre. Nel film¬†Il boom di De Sica (1963) ritroviamo Alberto Sordi che mette in vendita un occhio, letteralmente, per salvare il proprio stile di vita. Ancora pi√Ļ assurdo, un giovane dottorando si sarebbe¬†tolto la vita qualche anno fa perch√© costretto a mantenersi facendo il bagnino invece che il filosofo.¬†Come raccontava¬†Thomas Malthus nel Saggio sui principi della popolazione: ¬ęI contadini del Sud dell’Inghilterra sono cos√¨ abituati al loro raffinato pane di frumento che si lascerebbero quasi morire di fame piuttosto di vivere come i braccianti scozzesi¬Ľ.

In generale nel¬†modello malthusiano c’√® poco spazio per le considerazioni sul sapore del pane: l’incremento demografico √® legato principalmente alla produzione agricola e alla soddisfazione dei bisogni primari. Eppure Malthus, nella sua lista dei ¬ęfreni preventivi¬Ľ¬†alla crescita della popolazione, menzionava le seguenti domande che un uomo potrebbe porsi prima di fondare una famiglia:

Non corre il rischio di perdere il proprio rango, ed essere costretto a rinunciare alle abitudini che gli sono care? Quale occupazione o mestiere sar√† alla sua portata? Non dovr√† imporsi un lavoro pi√Ļ gravoso di quello confacente alla sua attuale condizione? E se fosse impossibile garantire ai suoi figli i vantaggi dell’educazione di cui egli ha potuto godere?

Sono considerazioni familiari per la nostra classe media, la quale effettivamente si lascerebbe quasi morire di fame — e all’occasione si ammazza sul serio — piuttosto di finire a vivere come i braccianti negri. Le nostre¬†strategie demografiche non sono allineate alle condizioni di sussistenza (ovvero i bisogni primari) ma alle condizioni di permanenza entro la classe d’origine (ovvero i bisogni secondari). Ed √® perci√≤ che, malthusianamente, ci estinguiamo. Non senza aver prima tentato di trascinare tutta la societ√† nel nostro tracollo.

Questa √® la tragedia di una classe ricca ma non ricca abbastanza. Come ancora notava Malthus: ¬ęDiscendere uno o due gradini, a quel punto¬†ove la distinzione finisce e la rozzezza comincia, √®¬†un male ben reale agli occhi di coloro che lo provano o che ne sono semplicemente minacciati¬Ľ.

Post collegati
Estinzione ‚®Į
Choosy ‚®Į


Estinzione

Una mattina, al risveglio da sogni inquieti, mi trovai trasformato in un enorme dodo. Sdraiato nel letto sulla schiena piumata, iniziai a riflettere su come ci√≤ fosse potuto succedere. La sera prima ero ancora uno splendido esemplare di essere umano, colto e raffinato, e d’un tratto ero diventato una specie di pollastro in via d’estinzione. Era forse qualcosa che avevo mangiato? Magari la gustosa frittatina della sera precedente? Volendo respirare una boccata d’aria andai ad aprire la finestra ; e cos√¨ mi accorsi che la situazione era pi√Ļ seria di quanto pensassi.¬†Gi√Ļ in strada stavano¬†centinaia, migliaia, milioni di dodo.

Fin dalla met√† degli anni Settanta il crollo del tasso di fecondit√† in Italia √© causa di una grave crisi demografica ;¬†solo in parte compensata,¬†a partire dagli anni Novanta, dai tassi molti pi√Ļ vigorosi della popolazione immigrata. In forme meno esorbitanti, questa “demografia a due velocit√†” caratterizza tutti i paesi sviluppati e pu√≤ essere interpretata in vari modi. I pi√Ļ fantasiosi parlano d’una guerra demografica pianificata e sferrata dal mondo musulmano ai danni dell’Occidente cristiano o illuminista: √© la teoria dell’Eurabia resa popolare da Oriana Fallaci. Attirando tuttavia l’attenzione sulla questione etnica, la paranoia occidentalista maschera innanzitutto la vera anomalia, ovvero quel tasso di fecondit√† tanto inferiore alla soglia di sostituzione. E maschera inoltre le ragioni strutturali di questa anomalia, che di “etnico” non hanno proprio nulla. Se effettivamente il destino che ci attende √® l’estinzione — in senso del tutto concreto — questa estinzione non ci riguarda in quanto nazione, popolo o razza ma in quanto classe.

Prima di tutte le differenze economiche ne sta una fondamentale: quella tra chi possiede qualche cosa e chi non possiede nulla. In altri tempi si sarebbe detto: tra borghesia e proletariato. Proletario, come noto, √® colui che ha la prole come unica ricchezza. Al contrario, la classe borghese ha nella prole la pi√Ļ temibile minaccia al proprio patrimonio. Il tasso di fecondit√†, in effetti, non √® altro che il¬†coefficiente divisore del capitale al cambio di generazione. Un tasso di fecondit√† di tre, ovvero tre figli per ogni coppia, significa che il patrimonio dei genitori verr√† diviso in tre parti — un po’ come l’impero carolingio alla morte di Ludovico il Pio. E un tasso di fecondit√† di cinque, di dieci, di venti? Una divisione eccessiva trascinerebbe gli eredi al di fuori dalla loro classe di provenienza: i figli dei re diventerebbe schiavi, e i figli dei borghesi… proletari. Ma questo non √® accettabile.

L’erede borghese, per mantenersi nella propria classe, ha bisogno di un certo “capitale iniziale” ; ed √® quindi necessario che la quota ottenuta dalla divisione del capitale ad ogni cambio di generazione non sia inferiore a questa somma.¬†Cos√¨ naturalmente i tassi di fecondit√† si allineano e si adattano, e la variabile sulla quale si allineano √® la famigerata crescita. Solo se la propria ricchezza aumenta, la classe borghese pu√≤ permettersi di suddividerla.¬†In assenza di crescita economica, il¬†tasso di fecondit√† necessario al raggiungimento della soglia di sostituzione — il famigerato due virgola uno — implica un’erosione del capitale trasmesso di generazione in generazione, in questo caso (puramente teorico) del -5%.¬†Ovviamente il proletariato non fa simili calcoli, per la ragione gi√† enunciata che non vi √® nessun patrimonio da suddividere o perch√© conserva dei riflessi di classe. Questi calcoli li fa invece la classe media, su cui pesa concretissima la minaccia della proletarizzazione. Ma non c’√® modo che questa minaccia si realizzi davvero, poich√© la borghesia occidentale ha preso un’altra strada — l’estinzione appunto. Non moriremo poveri ; noi semplicemente scompariremo.

Pur di continuare a vivere da piccoli o medi borghesi, e a consumare pi√Ļ di quanto produciamo,¬†ci siamo semplicemente dimezzati. Ogni generazione prosegue con pi√Ļ determinazione il movimento di decelerazione demografica. Adesso che toccherebbe a noi figliare, temporeggiamo nell’attesa di accumulare capitale sufficiente per assicurarci che i nostri eredi abbiano una vita degna, ovvero lo “stretto necessario” per sopravvivere entro la loro classe di provenienza. E se non ce l’avranno, allora √® tanto meglio che non nascano.