etimologia nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Atomus temporis (quandam momenti stillam)

Si trovano atomi tanto in un corpo, quanto nel tempo e nel numero. (…) Nel tempo, il termine atomo s’intende nel seguente modo: se dividi, ad esempio, un anno in mesi e poi dividi i mesi in giorni e i giorni in ore, le cui parti ammettono un’ulteriore suddivisione ¬†fino ad arrivare a un punto temporale, quasi una goccia di un momento che non ammette indugio alcuno, per quanto piccolo, e che non pu√≤, quindi, essere ulteriormente divisa, quest’ultima √® l’atomo del tempo.*

Isidoro, Etimologie XIII, 2.



Isidoro di Siviglia, che raccolse etimologie

San Isidoro di Siviglia, enciclopedico compilatore di sapere nonch√© etimologista visionario, visse a cavallo dei secoli VI e VII. Per forza di cose √® pi√Ļ la figura che l’opera (sepolta in polverose biblioteche, frammentata, latina) ad affascinare: Isidoro volle compendiare tutte le conoscenze di un’epoca in una colossale impresa dal titolo gi√† programmatico, Etymologiae od Origines – cos√¨ da inaugurarne una nuova luminosa e cristianissima.

Isidoro appartiene a quella vasta schiera di scrittori, i pi√Ļ grandi, che avrebbero anche potuto non esistere realmente, ma dei quali l’idea ci √® necessaria (la memoria distorta, il falso ricordo). Uno scrittore immaginario che ha lasciato delle opere – superflue nel migliore dei casi, deludenti nel peggiore. Uno scrittore la cui opera pu√≤ (e forse deve) non essere letta, ma raccontata, travisata, eventualmente d√©tournata. Ma come non farsi vincere dalla tentazione di andare a sbirciare quelle pagine – cercarvi perlomeno una dissertazione filosofica sulla normativit√† della dimensione genetica delle cose e delle parole, una teoria della decadenza del linguaggio, qualche guizzo heideggeriano o che altro? Un recensore senza scrupoli (sordo alla poesia di una cos√¨ fragile grandezza) introducendo un’opera minore, La natura delle cose, scrisse di “mancanza d’aria e d’orizzonte”, e sembr√≤ condannare l’assenza di profondit√† dei suoi scritti (a fronte della loro lodevole estensione), semplici elenchi privi di anima di nozioni poste su un “fondo piatto, privo di prospettive”. L’infame aveva capito tutto, e, ovviamente, non aveva capito nulla: l’opera era programmatica quanto il titolo, postmoderna come Joyce e umile come un capolavoro privo di firma.[Isidoro di Siviglia √® una Grande Figura della Cristianit√†.]



Soggetto all’oggetto

Nella relazione tra¬†soggetto¬†e¬†oggetto¬†s’intende solitamente quest’ultimo dipendere passivamente¬†dal primo, in senso innanzitutto grammaticale; tant’√® che si parla, per esempio, di¬†donna-oggetto, sottomessa cio√® a uomo presumibilmente¬†soggetto. In generale, l’oggetto √® ci√≤ che √®¬†agito¬†dal soggetto (il soggetto √® l’agente e l’oggetto la sua superficie d’azione). Questa gerarchia √® stranamene¬†invertita¬†da un uso che di “soggetto” ancora si fa evocando echi feodali: il soggetto √® allora il¬†sottomesso, ed¬†essere soggetti¬†√® forma di passivit√† (in francese √® pi√Ļ esplicito, poich√© il termine “¬†sujet” traduce “¬†suddito”). In effetti l’etimologia latina giustifica in misura maggiore questo secondo uso: da subito il prefisso “¬†sub” stabilisce una subordinazione, che si sviluppa in¬†subjicere¬†(“mettere sotto”, ecc.), e nella formasubjectus¬†(“¬†sottomesso”, “¬†asoggettato”, ecc.).¬†Il termine assumer√† nelle lingue romanze un significato pienamente “politico” attorno ai secoli XII¬į e XIII¬į.¬†Pi√Ļ difficile stabilire il punto di rottura che ha dato origine al primo senso (quello opposto a “oggetto”): i dizionari etimologici non fanno che rinviare il problema alla lingua latina, nella quale esisteva gi√† distintamente un “subjectu¬†m” (soggetto in senso grammaticale), comunque derivato dalla stessa radice “passiva”, per¬†sostantivazione¬†del neutro disubjectus.¬†Posto che la diade soggetto-oggetto √® caratteristica del pensiero moderno (¬†Heidegger¬†parler√† addirittura di una metafisica della modernit√† fondata su questa deprecabile relazione), l’intrinseca passivit√† del soggetto (cio√® poi di chi in effetti¬†agisce) √® un paradosso assai interessante, che nella mia zoppicante conoscenza del pensiero antico mi pare d’intravedere nella teoria della sostanza di¬†Aristotele¬†(cio√®, nella sua¬†Metafisica).¬†Pare cio√® che la relazione tra soggetto e predicato sia la traduzione grammaticale di una relazione tra un sostrato (sub-stratum) e le determinazioni che vanno ad incidersi sulla sua accogliente superficie: il¬†soggetto¬†√® quindi¬†soggetto¬†ai suoi predicati. Se la mia ricostruzione √® convincente (e non lo √®, perch√© non sono andato a verificare la fonte greca, cercandovi lo stesso campo semantico della passivit√† che abbiamo in latino), non solo il paradosso si risolve, ma si getta una luce assai interessante sulla nostra concezione del rapporto tra oggetto e soggetto – non cos√¨ semplice come sembrava a prima vista. Forse l’etimologia non restituisce la verit√† delle cose; ma perlomeno ci istruisce sul nostro modo di pensare.



Etimologie: forma

La forma √® intesa in un senso nella dialettica con il contenuto: la forma √® il non-sostanziale, il superfluo (il formale in arte). Nell’altro (aristotelicamente, suppongo) come¬†gestalt, struttura: il profondamente sostanziale.

Un’ipotesi :

In latino indicava lo¬†stampo della statua, ovvero ci√≤ che definisce l’apparenza dell’oggetto, la sua sagoma superficiale, ma¬†inoltre¬†ci√≤ che lo determina sostanzialmente: che la statua sia di argilla o di plastica √® accidentale. La statua¬†√®¬†la sua forma (perch√© la statua¬†√®¬†ci√≤ che appare e nient’altro). I due significati coesistono anche nelle lingue romanze dove¬†forma¬†si sviluppa nel senso di “apparenza sensibile” e¬†inoltre¬†definisce i caratteri che rendono possibile l’identificazione dell’oggetto. I caratteri quindi che fanno trasparire l’¬†universale¬†(la struttura che definisce la¬†categoria). L’ambiguit√† di significato √® piuttosto una rivendicazione: che l’apparenza sensibile sia l’essere, che non vi √® nulla di pi√Ļ profondo della superficie¬†*.

Morale provvisoria: la forma √® un concetto che rompe il dualismo tra essere e apparenza, o lo precede. La forma √® la rivendicazione di un’ontologia della superficie: l’immanenza della struttura √® un’¬†immanenza estroversa, un’¬†emmanenza. Non a caso,¬†Goethe.

*¬†Un simile slittamento di significato lo subisce anche il termine¬†specie, che passa da “apparenza dell’oggetto” (in latino) a “categoria dell’oggetto” (giungendo a tradurre¬†eidos). E per le medesime ragioni: il valore conoscitivo della pura apparenza, l’idea che l’apparenza sia emmanenza della verit√† dell’oggetto apparso. Emmanenza. Emmanenza. Quante ne invento.



Etimologie: esilio

Al momento sto cercando un contrario del termine “esilio“, nel senso di ritorno, quindi sappiatemi dire. E poich√© non ho alcuna fiducia nella sua esistenza effettiva, ho pensato bene di costruirlo da me: “insilio“, toh. Per sicurezza verifico l’etimologia: deriva dal latino exsilire, costruito su salire, ovvero saltare. E quindi: balzare fuori. Insilio: balzare dentro. Sembra perfetto, ma a quanto pare esiste in spagnolo, e indica piuttosto una reclusione all’interno dei proprio confini (sebbene in questo caso non vi sia alcun balzo verso l’interno, ma piuttosto l’impossibilit√† di balzare fuori, e perci√≤ lo chiamerei “asilio“). En passant scopro un altro dettaglio: il termine per indicare il ritorno del popolo ebraico in Israele (nonch√© valido contrario di esilio) √® aliyah che significa propriamente ascensione (e suona cos√¨). Sar√† anche un caso ma ricorda il salire di cui sopra: in questo senso ex-silium non indicherebbe il saltare fuori, ma l’ essere fuori dal salire.

A proposito, conto di smettere di annoiare con la mistica ebraica entro la settimana (c’√® gente che ha protestato), e passare – come promesso – a occuparmi di storia, linguaggio e magia per il prossimo paio di anni. E poi basta glossare Eco.



La messa di Mel Gibson

Cosa significano quelle parole – “It is as it was” -, attribuite al Papa e poi smentite, a proposito del film La Passione di Cristo?

Bisogna tornare al IX¬į secolo, quando nacque la disputa sulla natura della presenza del corpo di Cristo nell’ eucarestia, cinta agli estremi dal realismo fisico di Pascasio Radberto (‚Ć 895) e dal simbolismo “vuoto” di Berengario di Tours (‚Ć 1088). La posizione realista, poi confermata dal Concilio di Trento, sosteneva che l’ostia consacrata fosse realmente il corpo di Cristo, a scapito dell’esperienza dei sensi: e che quindi la messa fosse un sacrificio, sorta di ripetizione della crocifissione: questa conversione, quindi, in modo conveniente e appropriato √® chiamata dalla santa Chiesa cattolica transustanziazione. La cosa non andava gi√Ļ ai riformatori, per ragioni anche politiche (demolire il sacramentalismo significava screditare il sacerdotalismo). A Zwingli vennero gli incubi: Cristo che “si presenta a noi rivestito degli accidenti del pane. Un pane che, mostruosamente, ci guarda con occhi umani!”. Tant’√® che ancora oggi a distinguere i cattolici dai protestanti proprio il modo di concepire la Messa: per i secondi poco pi√Ļ di una rappresentazione commemorativa del sacrificio di Cristo, destituita della centralit√† che le √® propria nel cattolicesimo.

I cattolici, di fronte alla ripetizione sacramentale del corpo di Cristo, di fronte all’ostia e al vino consacrato, affermano: It is as it was. Lo scarto √® minimo, ci√≤ che basta a non sminuire il sacrificio della croce (poich√©, come nota nota Pietro di Poitiers, “Se fosse vera l’immolazione, che ogni giorno si fa sull’altare, sarebbe segno che non √® stata sufficiente la sola morte di Cristo”). Questa identificazione tra rappresentazione e evento √® caratteristica quindi del sacrificio della messa: ed √® proprio la funzione sacramentale che sembra essere stata rivendicata dai poteri alti nei confronti della pellicola (probabilmente la pi√Ļ bella e profonda che sia mai stata fatta su Ges√Ļ Cristo, perch√© capace di trasformare in materia una regressione etimologica), negando ogni filtro rappresentativo. Gi√† il Concilio Vaticano II, rivendicando un simile valore eucaristico alla lettura della scritture, si era sporto nella direzione di dare pieno statuto sacrificale, cio√® liturgico, alla rappresentazione narrativa della vita di Cristo. Questo film, nelle intenzioni di chi ha pronunciato la frase (lo “pseudo” Giovanni Paolo II), √® una Messa. La pellicola √® il corpo di Cristo. Il sangue che vi sgorga copioso √® vino consacrato, la carne dilaniata √® il pane. Questo film √® la Passione di Cristo: ma dietro alla tautologia (tale soltanto per l’abitudine di confondere la relazione segnica con una relazione d’identit√†, l’abitudine che il paradosso di Magritte svela) si nasconde la prospettiva teologica di un valore eucaristico della visione. Comunione (visione collettiva al cinema), Memoriale (il racconto delle ultime dodici ore), e la Presenza di Cristo. Nei migliori cinema.



Passioni

Eravamo rimasti alle ragioni dell’¬†attivazione¬†del senso di¬†passione, a fronte di un significato originario passivo e sofferenziale. Il fatto che questo significato sussista oggi soltanto nel riferimento allaPassione di Cristo¬†√® in realt√† (sempre secondo¬†Auerbach) la chiave della metamorfosi.¬†√ą lo sviluppo di un discorso attorno al sacrificio di Cristo, nel pensiero religioso medievale e rinascimentale, a spingere verso un‚Äôassimilazione di¬†fervor (e mille altre belle cose) in¬†passio. Come se la sofferenza essendo¬†segnodell‚Äôamore di Dio, la sofferenza¬†fosse l‚Äôamore stesso – le relazioni tra significante e significato avendo la naturale tendenza ad annullarsi fino all‚Äôidentificazione dell‚Äôuno all‚Äôaltro. La Passione (di Cristo) divieneAmore, senza pi√Ļ mediazione linguistica. In¬†pathos vanno a convergere ‚Äď a¬†incrociarsi ‚Ästagape e¬†eros, battezzando la nascita della concezione moderna della passione. Senza dubbio questa dialettica tra eros e sofferenza √® gi√† la dialettica del Dio cristiano (Dio d‚Äôamore e Dio sacrificato: Dio sacrificato per amore); ed √® seguendone il profilo tumefatto che si √® forgiato un termine dal significato tanto anomalo, violentemente incongruo ‚Äď che finisce addirittura, dopo una breve quanto intensa convivenza, per estromettere dal significante il significato originario.¬†La passione diviene allora l‚Äôamore sregolato di¬†Werther¬†per¬†Carlotta, forza tellurica e inestinguibile; che pur non rinnega la dimensione torturante dell‚Äôamore romantico – giacch√© di¬†dolori¬†si parla nel titolo (quei¬†Leiden¬†che compongono il termine¬†Leidenschaft, cio√® appunto¬†passione). Come se il poeta tentasse¬†di reintrodurre nella metafora ci√≤ che √® stato espunto dall‚Äôuso comune del termine; in una strenua lotta per mantenere nella parola l‚Äôintera sua storia e le sue contraddizioni. D’altronde¬†Evola insegna: “¬†Ogni parola ha la sua anima, la quale non manca di reagire su coloro che l‚Äôusano inconsideratamente”.



Ancora passioni

L‚Äôuniverso semantico originario della¬†passione¬†√® tutt‚Äôaltro che connotato di romantico ardore: almeno fino ai secoli XVII¬į e XVIII¬į esso si adombra di passivit√† e sofferenza ‚Äď come da radici latina e greca, e tradizione cristiana. Il sostantivo¬†passio √® in effetti formato su¬†passum, supino del verbopati, cio√®¬†soffrire (o pi√Ļ esaustivamente:¬†sopportare,¬†subire…) o anche essere¬†passivo,¬†paziente. Dalla stessa forma verbale trae origine nel latino ecclesiastico (II¬į sec.)¬†passivus, suscettibile disubire,¬†soffrire, che dal XV¬į secolo¬†passivo indica correntemente una persona di carattere remissivo ‚Äď introducendo al carattere ‚Äúpolitico‚ÄĚ che il termine assumer√† successivamente (¬†ob√©issance passive, 1751). L¬†‚Äôuso religioso di¬†Passione √® molto precoce: ne testimoniano (prendendo le mosse dai Vangeli) i testi patristici fin da¬†Tertulliano¬†e nel 397 gli atti del concilio di Cartagine; che fanno proprio, cristianamente, un termine gi√† di suo assai truce. Gli usi di¬†passio, dal II¬į al IV¬į secolo, spaziano dal mite (o perlomeno filologicamente pacifico) fatto di subire o sopportare, a variazioni sul tema come ‚Äúazione di subire dall‚Äôesterno‚ÄĚ (opposto questa volta a¬†natura, come norma¬†intrinseca dell‚Äôagire) e ‚Äúdolore morale‚ÄĚ; ma pi√Ļ generalmente indica¬†sofferenza fisica,¬†dolore, addirittura¬†malattia.¬†Nel¬†Nuovo Testamento¬†il termine¬†passione non appare mai al singolare, e ben diciassette volte al¬†plurale, che √® notoriamente peggiorativo: si abbozzano le coordinate di un universo d‚Äôuso nel quale le passioni sono forze indefinite ed estranee che interferiscono con l‚Äôautodeterminazione dell‚Äôagente, rendendolo schiavo:¬†passioni infami;passioni peccaminose;¬†passioni ingannatrici;¬†passioni, desideri cattivi e cupidigia;¬†passioni disordinate;¬†passioni giovanili;¬†empie passioni;passioni mondane (et cetera). La concezione cristiana delle passioni √® certamente mutuata in gran parte dal pensiero stoico. Ma soprattutto nell’originale greco e in latino queste¬†passioni¬†non sono espresse con¬†passio¬†o¬†pathos¬†(che vengono invece tradotti in termini disofferenza), ma con¬†desideria,¬†concupiscentiam,¬†libidinem,¬†vitiis¬†o¬†epithumia.¬†Come nota¬†Erich Auerbach¬†(¬†Passio als Leidenschaft, 1941) il sostanziale mutamento che subisce il termine nell‚Äôarco di una storia che lo porta da¬†pathos/passio a¬†passione √® nel passare dalla passivit√† all‚Äôattivit√†; fissandosi pressappoco attorno al XVII¬į secolo nel senso che conosciamo,¬†allorch√©¬†Corneille¬†se ne esce con un definitivo ‚ÄúJ‚Äôai tendresse pour toi, j‚Äôai¬†passion pour elle‚ÄĚ.



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