Facebook nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Mark Zuckerberg e l’eredit√† di Ibn Khaldun

L‚Äôidea geniale del filosofo maghrebino fu di applicare ai fenomeni sociali gli studi di Aristotele sulla generazione e corruzione delle forme di vita. Secondo Ibn Khaldun, ogni ciclo storico √® composto da una fase di ascesa, caratterizzata dall‚Äôaccumulazione di ricchezza e dai valori tradizionali, e da una fase di decadenza, caratterizzata dalla perversione dei costumi, da una tassazione sempre pi√Ļ elevata e dal lusso. La generazione ha in s√© i semi della degenerazione, la degenerazione ha in s√© i semi della successiva generazione. Il punto apicale dello sviluppo coincide con l‚Äôinizio della corruzione. In questa fase proliferano le scienze speculative e le arti, finanziate con il surplus accumulato nella fase precedente. Ibn Khaldun era insomma ben consapevole di essere, lui stesso in quanto intellettuale, contemporaneamente un prodotto del boom economico e un segnale della decadenza.

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Cloaca

Il problema ormai lo conosciamo: producendo e immettendo contenuti su Internet gli utenti contribuiscono, senza ricevere alcuna remunerazione monetaria, a rendere attrattive delle piattaforme di scambio che da parte loro producono o sembrano produrre considerevoli profitti. Come se non bastasse, questo user generated content entra in concorrenza con il lavoro culturale, offrendo gratuitamente ciò che prima era venduto. Problema serio, dunque, che vorremmo chiarire in maniera scientifica con gli strumenti della coprolalia.

Nel settembre del 2011, Wu Ming 1 ha pubblicato un lungo articolo intitolato ¬ęFeticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto¬Ľ che, oltre a criticare le condizioni lavorative nelle filiere dei prodotti¬†Apple o dei servizi¬†Amazon, denunciava inoltre lo sfruttamento¬†(sic) sub√¨to dagli utenti di siti come Facebook e Google. Impreziosito da¬†formulazioni infelici –¬†¬ęTu su Facebook di fatto lavori. Non te ne accorgi, ma lavori. Lavori senza essere pagato¬Ľ¬†–¬†l’articolo si prestava facilmente a essere canzonato, ma sollevava questioni importanti sulle trasformazioni dell’economia culturale. Senza citarlo, Wu Ming evocava le tesi di Carlo Formenti, del suo articolo ¬ęLavorare senza saperlo: il capolavoro del capitale¬Ľ (2010)¬†e del suo¬†libro¬†Felici e sfruttati: Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro (2011). Una metafora efficace di queste teorie di matrice marxista √® stata realizzata nel¬†film televisivo¬†Black mirror: 15 milioni di celebrit√† di Charlie Brooker, ambientato in una futuristica prigione-officina dove uomini e donne videogiocano senza sosta per produrre energia, animati dalla speranza di pervenire un giorno alla celebrit√†.

Wu Ming tralascia il fatto evidente che come utenti di piattaforme di scambio consumiamo un servizio. I contenuti che produciamo, in questo senso, sono il prezzo che paghiamo per il servizio. Come mi ricorda la fondazione Elia Spallanzani, ¬ęla posizione di Facebook non √® diversa da quella di chi organizzava una fiera medievale: era un luogo attrezzato in cui vari produttori-consumatori si scambiavano i pettini e le galline. Ora si scambiano le foto dei gatti e le opinioni. Chiaramente controllare la fiera consente un guadagno che pu√≤ apparire ingiusto, specie a dei veteromarxisti come i nostri amici Wu, ma anche quello √® un lavoro¬Ľ.

E che dire di chi pubblica gratuitamente i propri articoli in rete? Non basta fare qualcosa che assomiglia a un lavoro per pretendere un salario. Alla maggior parte delle attivit√† professionali, anche alle pi√Ļ gravose e ingrate, corrisponde uno svago equivalente, che consiste nel praticare lo sforzo in forma o misura differente. In effetti non √® la stessa cosa sollevare pesi in palestra alle sette di sera oppure al mercato ortofrutticolo alle sette di mattina, fare l’amore con il proprio ragazzo oppure farsi scopare da uno sconosciuto, cacciare il tordo di domenica oppure ogni santo giorno.¬†Secondo il gusto personale, si pu√≤ addirittura pagare per ottenere ci√≤ che altri ricevono in cambio di un salario, come nel caso degli scrittori che si rivolgono agli editori ¬ęa spese dell’autore¬Ľ per pubblicare, in perdita dunque, le proprie opere.¬†Certo quando si parla di arte si entra in una zona grigia tra lavoro e diletto, e l’assenza di criteri chiari per distinguerli sembra condannarci a un’eterna confusione. Ma in fondo la confusione regna ovunque: perch√© ci sono uomini che pagano per essere frustati e altri che pagano per frustare? Quale dei due sta effettivamente lavorando senza saperlo?

Per risolvere la confusione, √® necessario abbandonare l’antinomia tra consumo e produzione.¬†In effetti, la produzione consiste in ogni caso nel consumare delle risorse per generare nuovi beni e servizi. Consumo e produzione, da questo punto di vista, sono esattamente la stessa cosa: ovvero¬†la trasformazione di una cosa in un’altra cosa. Carne in cibo e cibo in forza-lavoro — e merda ovviamente, poich√© ogni processo di consumo-produzione comporta una quota di scarti. Come ci ha ricordato Wim Delvoye con i suoi giganteschi macchinari digerenti (Cloaca), la fabbricazione di escrementi √® un processo del tutto identico alla produzione industriale: la merda √® un prodotto come un altro. Solo che (quasi) nessuno la vuole.

Potremmo dire che lo scopo della produzione consiste nel trasformare la materia prima in un bene utile o pi√Ļ utile, mentre il consumo consiste nel trasformare la materia prima in un bene inutile o meno utile; ma staremmo dando una definizione ancora troppo soggettiva. Rischiamo di tornare alla concezione moralista del lavoro culturale inteso come attivit√† superflua.¬†Dovremmo dunque dire che la ¬ęproduzione¬Ľ¬†realizza qualcosa per cui esiste una maggiore domanda (rispetto alla domanda per la materia prima) e il ¬ęconsumo¬Ľ¬†realizza qualcosa per cui esiste una minore domanda. Allora inizieremmo a capire il principio che regola la retribuzione delle attivit√† di consumo-produzione culturale, il cosiddetto¬†prosuming. La sovrapproduzione, come spreco non pianificato, √® una forma di trasformazione per la quale non esiste sbocco commerciale: di conseguenza, il suo risultato √® uno scarto. Le raffinatissime competenze di una generazione di ex-futuri intellettuali sono uno scarto.¬†Questo stesso articolo √® uno scarto.

Ma anche gli scarti possono essere reimmessi nel ciclo produttivo, come da sempre si riutilizzano gli escrementi per l’agricoltura.¬†C’√® gente che¬†compra letame di cavallo, c’√® gente¬†che lo vende e nel frattempo la donna pi√Ļ ricca della Cina si occupa di riciclare spazzatura… Riciclare gli scarti del consumo cognitivo: e¬†se fosse questo il business model di Facebook, del web 2.0 e della coda lunga dell’industria culturale?¬†La merda √® contemporaneamente l’antenato e il paradigma dell’user generated content.¬†Ci pare gi√† di sentire il Wu Ming di turno protestare col pugno alzato e ricordarci che ¬ęquando caghi, stai lavorando¬Ľ.

E invece non va da s√© che ogni attivit√† costituisca un ¬ęplus-lavoro¬Ľ¬†da remunerare.¬†La retribuzione √® il risultato di una negoziazione per stabilire innanzitutto quale sia il bene e quale sia lo scarto del processo di consumo-produzione. Una negoziazione¬†che, prima ancora di stabilire il¬†prezzo della prestazione, serve a stabilire chi si presta a cosa e quale delle parti debba remunerare l’altra. Io pago te per frustarti o te paghi me per farti frustare? Tu paghi me per scrivere o io pago te per pubblicarmi? Ho messo la mia merda in un barattolo, quanto mi dai? Piero Manzoni vendeva la propria a caro prezzo, e Wim Delvoye oggi la produce in serie.¬†Ogni bene pu√≤ essere considerato come uno scarto e ogni scarto pu√≤ essere considerato come un bene: non esiste alcun criterio universale. Quante¬†opere d’arte cancellate, nei tempi antichi e moderni, perch√© non significavano pi√Ļ nulla per i loro distruttori!

Il lavoratore culturale, oggi, si confonde sempre di pi√Ļ con il consumatore culturale. Lavoratore e consumatore si sono definitivamente fusi in una nuova creatura, il prosumer culturale. Producendo, egli consuma risorse. E consumando, egli¬†produce certamente qualche cosa: ma chi vuole questa cosa? (continua)



Io, infiltrato tra i Black Block nell’inferno di Facebook

Poich√© in questi giorni si parla molto di presunti infiltrati, oggi voglio presentarvene uno vero. Si chiama Antifascismo Militante Italiano ed √® un conto Facebook. A dire il vero √® un appuntato dei carabinieri, ma cerchiamo di essere gentili per una volta. Facciamo un bell’applauso e diciamo: “Ciao, Antifascismo Militante Italiano”. Oggi AMI ha pubblicato una nota in cui esprime la posizione ufficiale dei¬†“black block” (sic), nota che ha poi circolato sulle reti sociali e su qualche sito d’informazione.¬†La posizione √® pressapoco la seguente: noi siamo dei guerriglieri super-addestrati ma ci dissociamo dai teppisti che bruciano le auto, signora mia dove andremo a finire. Ma leggetelo tutto perch√© ne vale la pena, soprattutto quando precisa: “Non ci saremmo mai permessi di distruggere sampietrini offendendo credenze altrui“. E lo spero bene, se non rispetti il selciato che uomo sei? Sempre sia lodata la pavimentazione in pietra a blocchi!

Da principio, lo ammetto, ho pensato che AMI fosse soltanto un giovanotto un po’ confuso, ignaro persino della natura di un sanpietrino (che pure dovrebbe essere il suo core-business). Ci√≤ malgrado, la nota ha racimolato in poche ore¬†500 likes e¬†800 condivisioni.¬†Ma percorrendo i commenti firmati dall’antifascista militante, ho capito che la verit√† √® un’altra. AMI non √® chi dice di essere. Il passo seguente √® davvero rivelatore, come segnalano le espressioni evidenziate nonch√© l’intera costruzione delle frasi:

Esplico ancora, ormai singolarmente, venendovi incontro e non rimandandovi a leggere tutti i commenti. In tutto ci√≤ avevamo l’intento di divergere dal corteo di cui facevamo parte per convertire verso montecitorio con il fine di occuparlo. Ci√≤ non √® riuscito¬†perch√©¬†dopo l’attuazione degli atti vandalici lungo il percorso del corteo i diversi manifestanti ci hanno cacciati, accusandoci di essere autori degli stessi, facendoci dispergere.
(qui lo screenshot)

Anche senza ricorrere a un’analisi morfo-linguistica, direi¬†che si tratta indubbiamente della prosa di un appuntato dei carabinieri delle barzellette. Attuazione degli atti vandalici? Autori degli stessi? E non vedendo ragioni per cui un esponente del Movimento Antifascista Italiano debba scrivere, o fingere di scrivere, come un carabiniere, ne concludo che effettivamente chi ha scritto queste righe √® un carabiniere delle barzellette, o qualcosa del genere. Il “dispergere” √® poi un tocco di genio, non si capisce quanto intenzionale.

Forse a qualcuno questa sembra una congettura senza fondamento. E allora diamo un’occhiata alla frequenza con cui viene animato questo conto Facebook. Antifascismo Militante Italiano, innanzitutto, salvo rarissime eccezioni¬†scrive rigorosamente tra le nove e le venti, in quello che comunemente viene chiamato “orario d’ufficio”. Oggi per esempio ha pubblicato la sua nota alle 11.15 e, dopo avere dimostrato una grande disponibilit√† nel commentare per tutto il pomeriggio, ha deciso di tacere poco prima delle otto. Per trovare un pugno di post notturni bisogna risalire a una notte di giugno. Inoltre (salvo un’eccezione anche qui)¬†AMI non posta mai nel weekend. Prima di stamattina, aveva annunciato “stiamo arrivando” venerd√¨ alle 12.34, dopo avere iniziato la giornata alle 9.49. Silenzio tombale sabato e pure domenica. Ora direi che un piccolo fondamento la mia congettura, pure se fragile, sembra averlo. Ho voluto regalarmi quindici minuti di cospirazionismo.

Per√≤ questa storia ha una morale. Un giorno un uomo saggio ha scritto queste parole: “Tu su Facebook di fatto¬†lavori.” Ed √® bello sapere che forse almeno un carabiniere ha voluto prendere alla lettera il suo insegnamento.



La quarta dimensione

Quando scrivo o commento su un blog, quando aggiorno Wikipedia, quando auto-produco un libro, cosa sto producendo? e cosa sto consumando? Per rispondere a queste domande, ho provato a¬†descrivere la trasformazione dell’industria culturale classica in¬†piattaforma di pubblicazione, circolazione e scambio di contenuti, e ne ho evocato i¬†presupposti ideologici. La lettura di¬†“Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple” di Wu Ming 1 mi ha perci√≤ fatto l’effetto di uno specchio deformante, nel quale ho visto apparire un ometto tozzo, col ventre prominente e la testa minuscola. Ovvero ben diverso da me, che sono invece slanciato e ben proporzionato.

Gli esiti comici dell’argomentazione di Wu Ming¬†discendono da un errore. L’errore √® chiamare “pluslavoro”, o in generale “lavoro”, ogni forma di generazione di contenuto da parte degli utenti su Internet. Ora, questo errore non √® innocente. L’articolo di Wu Ming partecipa alla costruzione di un mito politico, il mito del¬†proletariato cognitivo. In sintesi: l’operaio della conoscenza,¬†traducendo poesie o pubblicando le foto delle sue vacanze su Internet, si troverebbe sullo stesso piano — o pi√Ļ esattamente, entro la stessa classe — dell’operaio vero e proprio, come quello che gli ha assemblato il computer. L’operazione ideologica di Wu Ming, letteralmente oscena,¬†sta nell’ambiguit√† di quello “sfruttamento nascosto” annunciato nel titolo dell’articolo:¬†se da principio questo sfruttamento rimanda alle condizioni di lavoro presso Apple o Amazon,¬†nell’ultima parte l’autore tenta di recuperarlo¬†per evocare la condizione degli user del web 2.0. Come in ogni barzelletta, √® il rovesciamento finale a suscitare la risata. E come in ogni esercizio di prestidigitazione, tutto sta nel distogliere l’attenzione dalla cosa stessa che viene esibita.

Non voglio parlare in questa sede delle moderne forme di schiavit√Ļ su cui √© fondato il sistema del¬†consumo culturale. Qui m’interessa soprattutto la teoria del pluslavoro. Come ho gi√† scritto altrove gli user, in fondo alla coda lunga, consumano l‚Äôopportunit√† di esprimersi pubblicamente. E come la¬†pagano questa opportunit√†? Rinunciando a riscuotere la somma minuscola in diritti d’autore che spetterebbe loro per il contributo infinitesimale che forniscono alla piattaforma. Questa √® la semplice ragione per cui un abbonamento telefonico ha un costo e l’iscrizione a un social network √® gratuita: i contenuti che forniamo sono il prezzo che paghiamo. In fin dei conti era lo stesso principio del copyleft, ovvero rinunciare a trarre profitto dal lavoro intellettuale per propriziarne la circolazione. Nel frattempo le cose sono un po’ sfuggite di mano, qualcuno ha capito come generare un enorme profitto da questo e si sono creati dei monopoli capaci di imporre le loro condizioni a utenti e editori: ho scritto a questo proposito di societ√† panottica. Ma¬†Wu Ming, come altri scrittori, pensa soprattutto che i suoi status di Twitter o Facebook valgano molto di pi√Ļ e che lo scambio non sia equo. Che ti devo dire? Fanne un’antologia, mettici la fascetta “Dall’autore di Q”, e vedi un po’ se qualcuno te li compra.

Forse tutto nasce da un malinteso. Perch√© ognuno dovrebbe essere pagato per ci√≤ che scrive? Certo, se fuori fanno la fila per leggere il tuo libro, √® naturale che tu ci guadagni. Ad esempio Q essendo un ottimo romanzo, non ho avuto problemi a sborsare quei diciotto euri che costava all’epoca. Wu Ming √© dunque uno scrittore di professione, ma nessuno lo pagher√† (ad esempio) per avere riempito uno spazio pubblicitario con la copertina del suo libro.¬†E poi prendi me, come diceva padre Karras nell’Esorcista: di lettori affezionati ne avr√≤ un centinaio e me ne sto qua buono, appollaiato sulla coda lunga. La mia scrittura non √© un lavoro: √© in minima parte un diletto e in massima parte un tentativo di “fare cose con le parole”. Si tratta sopratutto di una possibilit√† garantita dal capitale economico e culturale di cui dispongo. Ma ecco un’altra delle tare psicologiche del borghese contemporaneo: scambia i propri costosi diletti — scrivere, leggere, cantare, dipingere e in generale gli studi da signorina di buona famiglia — per attivit√† professionali, e poi si lamenta che non lo pagano. Bisognava leggere Veblen prima che fosse troppo tardi.

C’√© differenza tra l’acrobata della domenica e l’artista circense, che tutti i santi giorni esercita il proprio corpo in esercizi sfiancanti e pericolosi. E c’√© anche una grande zona grigia tra queste due attivit√†, nella quale galleggiano file di disoccupati. Ma se ti posizioni sulla coda lunga del circo, le tue capriole non saranno mai un lavoro.¬†Il fatto √® che la quarta dimensione si sta ampliando a dismisura, e ha cambiato forma.¬†Nel Pendolo di Foucault, Umberto Eco definiva quarta dimensione della letteratura il mondo degli autori a proprie spese: un esercito di sfigati che ambiscono a essere pubblicati e ci riescono soltanto pagando dei finti editori. In realt√† questa sfiga √© relativa, e in altre epoche l’editoria a pagamento √© stata praticata da autori come Lewis Carroll, Edgar Allan Poe o Walt Withman.¬†Eco pensava che gli APS avessero torto e il mercato ragione, ma oggi la rivoluzione della coda lunga ha rovesciato questo rapporto. Il problema non √© tanto la qualit√† assoluta di quello che viene pubblicato, quanto la sua pertinenza relativa.

Nessuno √© sfigato sulla coda lunga. Oggi siamo tutti autori a nostre spese, perch√© i costi tendono allo zero, sia per la produzione materiale che per la diffusione digitale. Questa riduzione ¬†dei costi, come ricorda Wu Ming, avviene anche per mezzo dello sfruttamento degli operai nelle fabbriche di tutto il mondo. Ma la sua “narrazione” √© ben comoda: noi non staremmo consumando una risorsa prodotta dallo sfruttamento, bens√¨¬†staremmo¬†partecipando a essere sfruttati. La nostra libert√† di creare e di comunicare √© un pesante fardello: bambini cinesi, condividetela con noi! Partecipate alla nuova alleanza mondiale degli sfruttati! Io dico invece che, nell’argomentazione di Wu Ming, il Capitale √© uno schermo per distogliere l’attenzione e rinviare il vero conflitto di classe geopolitico. Che comunque arriva, sta arrivando, √© arrivato.



La questione mal posta

Wu Ming 1 ha scritto un pezzo su “feticismo della merce digitale” e non so decidere quale sia la parte pi√Ļ divertente. Forse quella in cui invita a non idolatrare Apple o Amazon, tanto per fissare — un po’ alla lontana, diciamo — le solide basi di una nuova lotta di classe? Oppure quell’altro passo in cui, dopo uno confuso viavai d’argomenti, riesce nella magia di paragonare il tempo che passiamo su Facebook alle dodici-quattordici ore di lavoro di un bambino operaio ottocentesco? (Hey Wu Ming, com’√© il carro degli sfruttati? Comodo?) C’√© poi la presa di posizione contro i padroni della rete, colpevoli di lucrare sul pluslavoro intellettuale: coerentissima da parte di uno che da vent’anni combatte il copyright, e oggi si lamenta perch√© “sono altri a fare soldi col tuo lavoro”.¬†No, aspettate, ho trovato. La parte pi√Ļ divertente √® questa:

“Se dopo questo discorso qualcuno mi chiedesse: ‚ÄúAllora la soluzione √® stare fuori dai social media?‚ÄĚ, risponderei che la questione √® mal posta.”

Mal posta? Intendi dire come la questione Mondadori? Ma allora il vostro non è nemmeno un vizio: è un format.