fascismo nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La radice del male

In questa campagna elettorale specialmente caratterizzata dalla vaghezza dell’offerta politica, sia Beppe Grillo che Silvio Berlusconi hanno flirtato con i temi del sovranità economica e monetaria. A un primo livello, più superficiale, ammiccando ai sostenitori dell’uscita dall’euro; a un secondo livello, meno evidente, suggerendo la possibilità di rivedere l’attuale posizionamento geopolitico dell’Italia; e a un terzo livello, quasi occulto, dando l’impressione di dare credito alla stravagante teoria del signoraggio bancario™. Flirtare, ammiccare, suggerire, dare l’impressione: tutto sta nel formulare enunciati che siano interpretati in maniera diversa secondo l’interlocutore, impiegando metafore che alcuni leggeranno sub  figura e altri in veritate. Perché i cospirazionisti fanno comodo fino a un certo punto, però a dargli troppa corda si rischia anche di perdere credibilità. Ancora una volta tutto è nella vaghezza. Mentre andava in onda una campagna elettorale ufficiale si stava svolgendo un’altra campagna elettorale, non-detta ma perennemente evocata, a base di allucinazioni e semplificazioni.

Prendiamo appunto il signoraggio: una truffa di cui siamo vittima da millenni, anzi no da secoli, o magari solo dal 1971, truffa per cui ci troviamo tra le mani delle banconote da dieci, venti o cinquanta euro che però valgono solo pochi centesimi, perché se ci pensate sono solo pezzi di carta, e così i banchieri ci fregano la differenza tra valore nominale e costo di produzione! C’è da dire che l’argomentazione fa acqua, come spiega bene Thomas Morton. Persino Paolo Attivissimo, dal pulpito di uno che confuta ufologi e apparizioni mariane, rifiuta di occuparsi di signoraggio col pretesto che é una scemenza. Questo non ha impedito alla teoria di diffondersi, entro e fuori Internet, grazie anche agli improbabili spot di Alfonso Luigi Marra — alla cui diffusione abbiamo contribuito tutti noi, forse lasciandoci un po’ scappare la burla di mano.

Il successo (crescente) della teoria del complotto sul signoraggio non insegna forse nulla di sensato sull’economia monetaria, ma racconta molto della nostra società. Quella del movimento anti-signoraggio é una storia italiana, vero orgoglio del made in Italy. Emerge in superficie a metà degli anni Novanta con la proposta del giurista Giacinto Auriti di azzerare il reddito da signoraggio, ovvero il profitto ottenuto dalla banca centrale che emette la moneta. Auriti, animatore fin dal 1971 di un circolo di studi politici ed economici, si è ispirato alle teorie del poeta fascista Ezra Pound che vedeva nella moneta, come fonte del debito e dell’usura, la radice di tutte le disfunzioni economiche. Sono proprio queste idee ad ispirare nel 2003 la fondazione di un movimento chiamato, appunto, CasaPound. Ma è tutto il mondo della piccola imprenditoria ad essere sensibile alla critica delle banche “usuraie”, e tanto più sensibile quanto l’accesso al credito si fa difficile.

A rendere popolari le idee di Auriti non è tuttavia un movimento politico bensì un comico di cui si parla molto ultimamente… Nel 1998 Beppe Grillo collabora con l’anziano giurista per lo spettacolo Apocalisse Morbida, nel quale descrive il meccanismo di “stampa e prestito” del denaro e il “sistema del debito” come una truffa ai danni dei cittadini ordita dalle “banche private”. Accortamente Grillo non usa mai la parola “signoraggio” — a rischio di essere confutato — e per questo oggi ancora alcuni accusano di essere “amico dei banchieri”, sottovalutando in maniera ingiusta il suo contributo alla causa. Non è forse anche merito della sua influenza se nel 2011 Antonio di Pietro (che all’epoca si faceva dettare la linea da Gianroberto Casaleggio) credette opportuno presentare un’interrogazione parlamentare sul signoraggio, suscitando un certo sconcerto?

Se Grillo diffonde un certo frame intepretativo (come direbbe Giuliano Santoro) capace di accogliere in sé il concetto per rispondere a una domanda politica ancora latente, la parola “signoraggio” sale alla ribalta nel 2005, con un’incredibile sentenza che accoglie una domanda di risarcimento “derivante dalla sottrazione del reddito di signoraggio”, intentata da un’associazione di consumatori. Il risarcimento, per un totale di 87 euro, equivale a una quota individuale sul totale di cinque milioni di euro che sarebbero stati indebitamente accumulati da Bankitalia tra il 1996 e il 2003. In seguito alla sentenza (diffusa massicciamente su Internet) Bankitalia si è vista recapitare numerose domande di risarcimento, prontamente rimandate al mittente. Per chiudere la questione, il 21 luglio 2006 la Corte Suprema di Cassazione ha stabilito che sussiste difetto assoluto di giurisdizione in ordine a simili pretese in quanto “al giudice non compete sindacare il modo in cui lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria, di adesione a trattati internazionali e di partecipazione ad organismi sopranazionali”. Ma è troppo tardi: come una palla di neve, la teoria del signoraggio inizia a rotolare e ingrossarsi, assorbendo frammenti di altre teorie economiche e fantaeconomiche…

Il signoraggio è ancora un guscio vuoto, o semi-vuoto, fino all’esplosione della bolla americana dei subprimes nel 2008. D’un tratto, l’onda d’urto del terremoto nella finanza americana lo trasforma in un concetto economico capace di spiegare in maniera semplice la crisi: la finanza è una truffa, il denaro è un inganno, la cartamoneta è un furto. La crisi non esiste. O meglio esiste soltanto come simulazione, come realtà virtuale che ha preso il posto di un’economia sana: non esistono crisi economiche, esistono soltanto crisi finanziarie. Adesso Grillo non è più il solo a denunciare i danni del capitalismo finanziario: mentre la sinistra si ostina a credere nelle virtù miracolose dei rammendi keynesiani, la destra si scopre “antimercatista“. Sei mesi prima che sulle prime pagine dei quotidiani si potesse leggere a caratteri cubitali del fallimento della banca americana Lehman Brothers, Giulio Tremonti pubblicava un libricino di grande successo, La paura e la speranza, che annunciava “la crisi globale che si avvicina”. Tremonti di fatto impostò la campagna elettorale di Berlusconi, che vinse le elezioni legislative del maggio 2008 dimettendo i panni del politico liberale per quelli, oramai pienamente consoni, del leader populista. La diffusione delle idee signoraggiste nell’entourage del cavaliere getta una luce nuova e suggestiva sulle famose “cene eleganti” di Arcore.

Il simultaneo sdoganamento del neo-fascismo, la nuova fortuna dell’anticapitalismo e il crescente euro-scetticismo hanno fatto da terreno fertile alla diffusione delle teorie del complotto sul signoraggio. Nel 2007, le edizioni Macro pubblicano, tra un libro sui rettiliani e l’altro, il saggio Euroschiavi di Marco della Luna e Antonio Miclavez, che deve il suo successo editoriale alla rivelazione dei presunti “segreti del signoraggio”. A questo punto, la storia tipicamente italiana del signoraggio incontra un’altra traiettoria: quella di Zeitgeist: Addendum, secondo capitolo di una serie di documentari cospirazionisti di Peter Joseph visti su YouTube da qualche milione di persone. Dopo un primo Zeitgeist centrato su Gesù Cristo e l’Undici Settembre, L’Addendum muove da una critica dell’economia monetaria per pubblicizzare l’utopia fricchettona del designer Jacque Fresco. Qui la parola “signoraggio” non viene mai formulata, ma le argomentazioni sul potere delle banche, la moneta come debito e la riserva frazionaria si ritrovano nella dottrina italiana del “signoraggio secondario”. In questo caso però Ezra Pound non c’entra nulla: i film e il movimento Zeitgeist sembrano piuttosto un’eredità sfilacciata della controcultura americana, tra no-global, X-Files e new-age scientista.

Le teorie legate al signoraggio si articolano in varie forme e linguaggi, da sinistra a destra, e possono risultare più o meno ragionevoli: si va dal delirio di tipo semi-patologico (i signoraggisti in senso stretto, che denunciano una “differenza tra valore nominale e costo di produzione del denaro”) a formulazioni vaghe che sembrano conciliabili con modelli economici riconosciuti come legittimi. Nel mezzo si parla di “credito sociale“, “fiscalità monetaria“, “reddito di cittadinanza“, “moneta del popolo“, “riserva frazionaria“. Ma come collocare, ad esempio, le opinioni formulate da Luciano Gallino nel suo Finanzcapitalismo, che gode di una certa reputazione tra i lettori di Repubblica? In un certo senso, il capitolo sugli “Effetti perversi della creazione del denaro” nel libro di Gallino non è altro che una versione ripulita, razionalizzata e socialmente accettabile delle teorie anti-signoraggio. Anche per lui, in un certo senso, la crisi è soltanto virtuale, o più precisamente una contaminazione del reale da parte del virtuale. La radice di ogni male è questa zecca impazzita che inonda l’economia di simulacri.

Questo non significa che i signoraggisti dicono le stesse cose del sociologo Luciano Gallino. Significa tuttavia che potremmo considerare alcune loro formulazioni come delle metafore di fenomeni monetari più complessi, cui ricorrono nell’incapacità di descriverli più esattamente, o ancora come delle versioni primitive, infantili, di teoria economica. Poetiche, tornando a Ezra Pound. La “differenza tra valore nominale e costo di produzione” sarebbe allora un modo semplice e istintivo, quasi religioso, di rappresentare qualcos’altro: ad esempio lo scarto tra la ricchezza “reale” e i suoi significanti, gli attivi finanziari in generale. Il signoraggio è una nuova grande narrazione™ che spiega il tracollo dell’economia italian come crisi finanziaria prima che economica, causata da uno scompenso nella rappresentazione del capitale invece che dal calo della produttività del lavoro, dal sottoconsumo, dalla caduta del saggio di profitto o da altri fattori economici strutturali.

In fin dei conti tutte le teorie cospirazioniste possono essere considerate come delle metafore, o personificazioni, metonimie, amplificazioni. Con questa dimensione metaforica e poetica della politica è necessario fare i conti: e nell’impossibilità di educare il maggior numero ad abbandonarla, anzi nell’impossibilità di pensare una politica che non sia fondata sulla retorica, sarebbe opportuno perlomeno lavorare a costruire metafore migliori.



La mostra delle atrocità

Bisogna partire dall’orrore di Salò: un orrore che va oltre la semplice simulazione dell’orrore. Più che una denuncia del totalitarismo, o del capitalismo, il film sembra la documentazione pornografica di un delirio totalitario. In questa confusione tra realtà e finzione, tra il Pasolini-reale e il Pasolini-personaggio, in questa mostrificazione assoluta da lui stesso orchestrata, tiene forse tutto il segreto della sua vita e quello della sua morte. Tutto converge in Salò.

Se molti spettatori sono colpiti, turbati, disgustati alla visione di Salò, è anche perché nel film di Pier Paolo Pasolini una parte dell’orrore non viene simulato ma direttamente mostrato. Tanto che si potrebbe proiettare il film al rovescio, o nel disordine, o modificando i dialoghi, e suscitare lo stesso identico disgusto. Molti giovani attori non professionisti che parteciparono alle riprese ne uscirono traumatizzati e qualcuno anche lievemente ferito. Anche se la merda mangiata non è vera merda, anche se gli omicidi non sono veri omicidi, molto di quello che sono costretti a fare gli attori — camminare nudi al guinzaglio, mangiare chiodi, ammucchiarsi come bestie, ecc. — verrebbe considerato umiliante in tutt’altro contesto, ad esempio se a ordinarlo fosse un carceriere sadico ad Abu Ghraib. Ma perché appunto percepiamo in maniera diversa queste situazioni che ugualmente producono immagini mostruose? Il consenso che ad Abu Ghraib veniva estorto ai prigionieri con le minacce viene da Pasolini estorto ai figuranti in cambio di un salario — rapporto capitalistico per eccellenza – proprio come faceva il Marchese de Sade al suo tempo. Il paradosso è reale.

È il suo prestigio d’intellettuale, il suo ruolo particolare al cuore della società capitalista, ad avere dato a Pasolini il potere di umiliare degli esseri umani — o se volete, di lasciar loro scegliere di farsi umiliare. Salò o le 120 giornate di Sodoma può dunque valere come corrispettivo di un celebre esperimento di psicologia sociale svolto da Stanley Milgram nel 1961. Lì un uomo doveva infliggere scosse elettriche sempre più forti a un altro uomo. Il primo uomo non sapeva che le scosse erano simulate, eppure continuava a infliggerle se il responsabile dell’esperimento gli diceva di farlo. Rispettando un protocollo avallato dall’autorità scientifica veniva compiuto con poche remore morali un atto altrimenti criminale…

Le scosse elettriche (finte) di Milgram erano assolte dall’autorità della Scienza, come dieci anni più tardi verranno assolti dall’Arte gli abusi psicologici che Pasolini infliggeva sul set di Salò. Quanti e quali crimini accetteremmo di compiere o di subire in nome dell’Arte? Ci metteremmo nudi a quattro zampe, se a chiedercelo fosse un celebre e rispettato regista oppure un autorevole scienziato? Quello che accadde a Villa Aldini, palazzo neoclassico sui colli di Bologna dove venne girato Salò, ma soprattutto quello che non accadde ma che la gente iniziò a immaginare, partecipò probabilmente alla trasformazione di Pasolini nel “mostro” sul quale si accanì una certa stampa e che poi venne abbattuto sulla spiaggia di Ostia.

Nel 1975 Pasolini crea la sua Salò, si rinchiude per centoventi giornate (o quasi) su un set cinematografico del quale è assoluto padrone e nel quale vengono stabiliti criteri di dignità umana assolutamente arbitrari. Con il pretesto di una condanna, l’anarchia del potere è realizzata. Le testimonianze degli attori descrivono una lavorazione molto difficile ma nessuno mette in discussione la professionalità del regista su quel set, che dall’esterno molti immaginavano con un vero luogo di perdizione. Ma per quanto rigore ci mettesse Pasolini, si trattava pur sempre di governare per diversi mesi un simulacro di distopia sadiana. E se volendo denunciare il fascismo, Pasolini fosse incorso lui stesso in un delirio “fascista”? Come può criticare la “mercificazione” e il “capitalismo” un intellettuale abituato a comprare giovani corpi godendo dei suoi privilegi economici e sociali?

Era questa contraddizione, tutto sommato, che la stampa conservatrice esprimeva all’epoca, denunciando l’impunità di un artista che sembrava incarnare nella propria vita, prima ancora che nella propria opera, l’anarchia del potere. Ma da questa contraddizione originaria, coltivata da Pasolini ben oltre la realtà dei comportamenti che gli possono essere attribuiti, germinava poi spontaneamente una pletora d’illazioni, di false accuse, di proiezioni, di leggende nere… Quello stesso Pasolini che sul Corriere della Sera scriveva di rimpiangere il piccolo mondo precapitalistico doveva apparire piuttosto come il principale esponente di quella nuova classe predatrice che aveva dichiarato guerra alla tradizione.

Questa contestualizzazione è necessaria per capire l’esistenza tormentata di Pasolini a partire dalla pubblicazione di Ragazzi di vita nel 1955, che lo consacrò come pederasta più celebre della penisola. “Scomodo” Pasolini, ma scomodo per chi? Del tutto anacronistico sarebbe credere che uno tra i tanti omosessuali, uno tra i tanti comunisti, uno tra i tanti intellettuali che pretendevano di sapere la verità sulla strategia della tensione potesse per queste ragioni essere scomodo per il potere: ad essere disturbante per la morale popolare e piccolo-borghese, e non “per il potere”, era piuttosto l’immagine di un uomo che sembrava vivere al di sopra delle leggi allora vigenti e convocava decine di giovani ragazzi sul set di un film che si annunciava (che lui annunciava) mostruoso.

Si trattava, beninteso, soltanto di una finzione con qualche doppio fine promozionale: ma coltivata con tanta ostinazione — da Pasolini e dai suoi nemici — che l’opinione pubblica l’aveva presa per vera. Durante le riprese di Salò la produzione fece circolare tutte le informazioni necessarie per alimentare lo scandalo e la tensione arrivò al suo apice: “Questo film va talmente al di là dei limiti, che ciò che dicono sempre di me dovranno poi esprimerlo in altri termini”. Nella sua ultima intervista per la televisione francese, il regista raccontò di essere quotidianamente accerchiato da “moralisti” che lo insultavano per strada: questo potrebbe suggerire che Pasolini non fu mai per nessuno un problema politico, semmai un problema di ordine pubblico. Lo stesso malinteso, con conseguenze ugualmente tragiche, si è ripetuto in tempi recenti con il settimanale satirico Charlie Hebdo.

Con Salò il rapporto tra realtà e finzione si rovescia totalmente: quella che doveva essere una semplice opera cinematografica appare invece come la documentazione di un reale rapporto di potere — un’eterotopia: uno spazio isolato nel quale il regista esercita la propria giurisdizione — mentre la vita di Pasolini prende la piega di una parabola letteraria sfuggita al controllo. Tanto che il critico Federico Zeri poté dopo la sua morte affermare: “Secondo me c’è una forte affinità fra la fine di Pasolini e la fine di Caravaggio, perché in tutt’e due mi sembra che questa fine sia stata inventata, sceneggiata, diretta e interpretata da loro stessi.”



L’unico argine

1. Citazione

Anch’io sono contro l’ora legale perché rappresenta un’altra forma d’intervento e coercizione statale. Io non faccio questione di politica, di nazionalismo o di utilità: parto dall’individuo e punto contro lo Stato. Il numero degli individui che sono in potenziale rivolta contro lo Stato, non già contro questo o quello Stato, ma contro lo Stato in sé, sono una minoranza che non ignora il suo destino, ma esistono.

Lo Stato, colla sua enorme macchina burocratica, dà il senso dell’asfissia. Lo Stato era sopportabile, dall’individuo, sino a quando si limitava a fare il soldato e il poliziotto: ma oggi lo Stato fa tutto: fa il banchiere, fa l’usuraio, fa il biscazziere, il navigatore, il ruffiano, l’assicuratore, il postino, il ferroviere, l’imprenditore, l’industriale, il maestro, il professore, il tabaccaio, e innumerevoli altre cose, oltre a fare, come sempre, il poliziotto, il giudice, il carceriere e l’agente delle imposte. Leggere il seguito »



La rivolta ermeneutica

CALIBANO: Perciò ti colga la peste bubbonica per avermi insegnato il tuo linguaggio!
W. Shakespeare, La tempesta

È nella lingua di Prospero che Calibano è schiavo, e per questo lo maledice. Ha perduto l’isola della quale era padrone e unico abitante, ha perduto la libertà. Le arti magiche lo hanno sopraffatto. Raffinata metafora del colonialismo, e sembra una banalità: per dominare bisogna innanzitutto condividere la lingua nella quale dare gli ordini. Insegnare allo schiavo il linguaggio del padrone, perché la colonizzazione culturale e linguistica accompagna la sudditanza politica ed economica. Hegel noterebbe forse che questa è la forza stessa dello schiavo, che in realtà è sua la vera vittoria. Perché il padrone, in fondo, guadagna molto meno di ciò che dona. Il padrone parla una sola lingua. Ma Calibano non comprende: “l’unico vantaggio ch’io ne traggo è questo: che ora posso maledire”. E ti sembra poco?

La condivisione di una lingua è condizione fondamentale per stabilire dei legami di dominazione. Per questo le fluttuazioni del linguaggio sono relative fluttazioni del potere. Due sono le forme di anarchia: l’arbitrio del padrone, che agisce senza regole, e l’arbitrio dello schiavo, che non rispetta gli ordini. Da parte sua, il potere – ordine, ordinare, ordinamento – si manifesta compiutamente nella forma del linguaggio perfetto. Ovvero un linguaggio nel quale non esista polisemia. Nel quale il significante sia chiaramente accordato al relativo significato. Una lingua condivisa nella quale non sia possibile fraintendere o interpretare. L’interpretazione è un margine di libertà, un presagio di rivolta. La certezza della specularità tra realtà e linguaggio, la possibilità di una loro intercambiabilità non arbitraria ma ben definita, fonda la stabilità di un rapporto di potere.

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Appunti per l’ideopedia, 1

L’idéologie est une offre intellectuelle répondant à une demande affective.
J. Monnerot

Qualche mese fa avevo deciso d’intraprendere una riflessione sull’ideologia nella forma di un wiki chiamato IDEOPEDIA; sfortunatamente la piattaforma è collassata, inghiottendo un paio di formulazione felici. Per cui tanto vale proseguire qui.

Una delle prime questioni cui mi sono scontrato è un’evidenza: la segmentazione del campo ideologico è essa stessa ideologica. Un elenco o albero delle “ideologie” è animato da principi tutto sommato arbitrari, che determinano il grado di precisione e la profondità dell’albero. Addirittura, si potrebbe dire che un’ideologia non è altro che una regola di segmentazione del campo ideologico. Un esempio chiaro della natura ideologica della segmentazione è il modo in cui si definiscono reciprocamente i tre poli proverbiali della politica novecentesca:

  • Il fascista (ad es. Schmitt) considera sostanzialmente assimilabili liberalismo e comunismo (ad es. progressismo)
  • Il comunista (ad es. Pasolini) considera sostanzialmente assimilabili fascismo e liberalismo (ad es. proprietà privata)
  • Il liberale (ad es. Arendt) considera sostanzialmente assimilabili fascismo e comunismo (ad es. antiparlamentarismo)

Tutte queste segmentazioni sono ugualmente legittime, quando non diventano paranoia, e danno ragione di certi fenomeni di slittamento. Quello che ci mostrano d’interessante è soprattutto che in fondo ogni segmentazione è sempre binaria: e dunque si riduce a un criterio di inclusione/esclusione. Il procedimento di segmentazione consiste non solo nell’identificare un carattere condiviso dalle varie posizioni escluse, ma inoltre di fare di questo carattere un aspetto essenziale. Ma questa essenza è un specchio in cui riconosce piuttosto il volto di chi l’ha formulata.



Che cos’è uno stato totalitario?

Scovando per caso un breve testo di Benito Mussolini contro l’ora legale, mi sono accorto di come il concetto di Stato totalitario si adattasse assai meglio – diciamo come tendenza – allo Stato di diritto contemporaneo, piuttosto che ad un regime fascista o nazionalsocialista (cui spetta piuttosto il nome di dittatura). Addirittura, nell’argomentazione mussoliniana è proprio la critica della “enorme macchina burocratica” che da forza alla pretesa di abbattere lo Stato democratico e sostituirlo con un regime autoritario.

In effetti la cifra peculiare del fascismo è di sospendere ovunque lo Stato e sostituirlo con il Partito (PNF, NSDAP) per garantire una totale discrezionalità dell’esercizio del potere e configurando così una tendenza anarchica. A invadere le sfere della vita pubblica (scienza, cultura, arte) non è lo Stato, bensì il Partito, che sostituisce inoltre direttamente diversi organi statali (governo, polizia). Se lo Stato è un sistema impersonale contraddistinto dalla regolarità e dall’oggettività, le dittature di Mussolini e Hitler non corrispondono a uno Stato ipertrofico, bensì al contrario a uno Stato piccolissimo, ridotto al lumicino e paralizzato. Se lo Stato è l’ordinamento giuridico, colui che decide sullo stato d’eccezione decide la stessa sospensione dello Stato: Mussolini governava per decreti, che è come dire che sospese il Parlamento, ed Hitler decretò addirittura, appena giunto al potere, la derogabilità della Costituzione, che è come dire che sospese lo Stato (il problema della democraticità della decretazione è quantomai attuale, come ho già avuto modo di scrivere). Inoltre, le esperienze fasciste del Novecento sono state caratterizzate da una forte semplificazione dei meccanismi amministrativi, dallo sfoltimento degli organi statali, da un progressivo accentramento del potere, da una lotta senza quartiere contro la burocrazia (la quale, almeno in Italia, ebbe vinta la partita: e se sconfisse Mussolini, non oso immaginare cosa farà a Renato Brunetta).

Se così stanno le cose, come siamo finiti a parlare di “stato totalitario” per definire una dittatura? Il termine nasceva, negli anni Venti, in relazione all’esperienza sovietica, che annetteva in seno allo Stato la sfera dei rapporti economici: “il moltiplicamento, il perfezionamento dello Stato”, scriveva in proposito Mussolini nel passo sopra evocato. La confusione sorge dall’impiego programmatico da parte di Hannah Arendt del concetto di “totalitarismo” per abbracciare indiscriminatamente nazionalsocialismo e comunismo; impostazione per nulla neutra, e ripetutamente stigmatizzata da parte marxista (sulla questione del fascismo, invece, si veda questo recente intervento di Emilio Gentile). La fortuna del concetto potrebbe essere l’immagine rovesciata dell’ideologia di chi l’ha prodotta e consumata: la cultura liberale di matrice anglosassone, che diffidando dall’ipertrofia statale e normativa, ha sintetizzato l’esperienza fascista in un’esperienza statalista e totalitaria. Al contrario, se vincoliamo il concetto di Stato alla Costituzione e all’integrità dell’ordinamento giuridico (che è tutto sommato un criterio alquanto arbitrario) l’esperienza fascista apparirà evidentemente anti-statale, e di conseguenza non potrà essere detta totalitaria.

Va tuttavia ricordato che il concetto di totalitarismo non fu assente dal discorso pubblico interno alle dittature novecentesche. Di “Stato Totale” parlano Carl Schmitt e il suo allievo Ernst Forsthoff, intendendo con ciò lo Stato completamente realizzato, l’entelechia del politico a fronte dello Stato liberale. Goebbels avrebbe dichiarato – ma la citazione è riportata – che la Germania nazista vuole essere uno “stato totalitario che copra ogni sfera della vita pubblica“: il riferimento è qui alla dottrina hegeliana dello Stato, e in questo senso il totalitarismo evoca la sovrapposizione definitiva tra la vita della razza e la vita politica, e il superamento della coppia di società civile e Stato nella totalità sostanziale della comunità. Similmente Giovanni Gentile rivendicò il totalitarismo dell’ideologia fascista poiché non doveva esserci alcunché al di fuori dallo Stato. Se accettiamo le definizioni di Goebbels e di Gentile, arriveremo al concetto di totalitarismo attraverso un banale inganno: essi lo chiamano Stato, ma pensano al Partito.

Tuttavia, per quante sfere della vita pubblica riuscisse a coprire, lo stato nazionalsocialista è assai poca cosa in confronto a una qualsiasi democrazia occidentale d’ispirazione illuminista, dal punto di vista della ideale pervasività dell’ordinamento giuridico e della tendenza, appunto, a regolare ogni forma di rapporto sociale. Non c’è dubbio che la quantità di “fatti” (o di “tipi di fatti”) che cadono sotto la giurisdizione statale sia oggi, in Italia perlomeno, enorme (ma lo era già nel 1920, a parere di Mussolini). Se così stanno le cose, dovremmo iniziare a fare i conti con il nostro totalitarismo e con l’ideologia che lo sostiene, oltre che con la sua sostenibilità: fin dove vogliamo e possiamo spingerci? E soprattutto, crediamo davvero che l’insieme dei rapporti di potere sia un insieme finito che potrà essere prima o poi esaurito con la sola buona volontà dei legislatori? Il problema è che, proprio quando il “totalitarismo democratico” mostra i suoi limiti e la sua inefficacia, si fa sempre più urgente la tentazione di “sospenderlo”, passando da Weimar a Hitler. Lo stallo legislativo produce emergenze, e le emergenze sono ingestibili dallo stato di diritto.

Tutta la faccenda si basa su una certezza abbastanza ingenua, come ho già scritto: l’idea che lo Stato sia in grado di applicare le leggi che produce, e che il mondo retto dalle sue regole sia l’immagine del mondo descritto dal corpo normativo. Una sorta di visione “magica” della legislazione. A questa illusione contribuisce la macchina spettacolare, che da rilievo all’infrazione sanzionata ma non può rappresentare gli spazi sostanzialmente estranei alla giurisdizione statale, retti da principi comunitari, tribali, feudali: il risultato è una rincorsa alla normazione totale di tutti i rapporti sociali (ovvero tutti i rapporti di potere), ma una rincorsa ovviamente vana. Lo Stato contemporaneamente si estende e si ritrae, o più esattamente s’intensifica per compensare la scoperta della sua non-estensione, per salvarsi dall’inesistenza.

Questo abisso tra utopia totalitaria e presenza circoscritta – incarnata perfettamente dal dispositivo carcerario (che sanziona l’infrazione della norma attraverso la temporanea esclusione dalla garanzia delle norme), dalla periferia, dalla violenza domestica – mi pare il paradosso definitivo sul quale misurare il senso e il fine del concetto di Stato, e più generalmente il senso e il fine del politico.



Democrazia parlamentare e decretazione d’urgenza. A proposito dei “provvedimenti immediati e forti”.

«I disegni di legge sulla sicurezza vanno in Parlamento e contengono norme che dovrebbero incontrare consenso in Parlamento e sollecita approvazione. Proprio per questo li mandiamo come disegni di legge e non come atti del Governo. Ove queste misure non venissero approvate in tempi ragionevoli, il Governo dovrà riconsiderare la sua scelta » (Giuliano Amato, 30 Ottobre 2007)

I fatti

Martedì 30 Ottobre, nella periferia di Roma, intorno alle 20:30, il cittadino romeno Nicolae Romulus Mailat aggredisce e riduce in fin di vita Giovanna Reggiani, la quale morirà il giorno seguente. Mercoledì 31 Ottobre, il premier Romano Prodi convoca un consiglio dei ministri straordinario, che in mezz’ora (dalle 19:40 alle 20:10) approva un decreto-legge caratterizzato da “provvedimenti immediati e forti”, stabilendo Disposizioni urgenti in materia di allontanamento dal territorio nazionale per esigenze di pubblica sicurezza (DL n. 181 del 1/09/2007). Come previsto dalla Costituzione, il decreto entra in vigore immediatamente, con forza di legge, senza passare dalle camere.

Il decreto

Si tratta in verità dell’approvazione in fretta e furia di alcune norme previste da uno dei disegni di legge che compongono il pacchetto sicurezza (presentato il 30 ottobre 2007, poco prima dell’omicidio), sull’onda di una reazione emotiva della fantomatica opinione pubblica: un pacchetto sicurezza che, probabilmente, non sarebbe mai uscito vivo da un voto delle camere (e soprattutto, non ne sarebbe uscito vivo il governo). In sostanza, il decreto facilita le espulsioni dei cittadini comunitari per motivi di pubblica sicurezza, dando maggiori competenze ai prefetti, ovvero ai rappresentanti locali del governo. I criteri di espulsione sono discrezionali ovvero vaghi e non definiti: può essere espulso chi “abbia tenuto comportamenti che compromettono la tutela della dignità umana o dei diritti fondamentali della persona umana ovvero l’incolumità pubblica, rendendo la sua permanenza sul territorio nazionale incompatibile con l’ordinaria convivenza”. Insomma, non soltanto la legge viene emanata per arbitrio dell’esecutivo, ma inoltre nella stessa applicazione prevede, di volta in volta, l’arbitrio dell’esecutivo. Vengono perciò aggirati in un primo tempo il potere legislativo, e in un secondo tempo il potere giudiziario. Come già notato per i Centri di Permanenza Temporanea da Marco Rovelli (Lager Italiani, Rizzoli 2006) e Giorgio Agamben (Beppe Caccia, “Nei campi senza nome”, il manifesto, 3/09/1998), in materia di gestione dei flussi migratori si ricorre tranquillamente allo stato d’eccezione.

Problemi e soluzioni

Il modo in cui il governo italiano ha affrontato un problema generale (la gestione della criminalità e microcriminalità di origine est-europea in seguito all’allargamento della Comunità Europea) a partire da un caso particolare ha scontentato molti, a destra e a sinistra per ragioni più o meno strumentali, e sgomentato tanti altri all’estero. Il Wall Street Journal ha trattato la questione in un articolo che inizia con queste parole pesantissime: “Baraccopoli rase al suolo e deportazione massiccia di una minoranza, usata come capro espiatorio per scopi politici. Non stiamo parlando della Russia di Vladimir Putin o dello Zimbabwe di Robert Mugabe, ma dell’Italia di oggi”. Imbarazzante, quantomeno. Il problema non è soltanto nella “severità” della legge, quanto nelle modalità della sua emanazione, nel pretesto della sua urgenza, e negli spazi lasciati aperti della sua applicabilità. In conseguenza a un caso di cronaca, l’Italia cerca un rimedio ad hoc, “immediato e forte”, per una situazione lungamente lasciata marcire per far sopravvivere l’esecutivo. Un articolo di Claudia Fusani sulla Repubblica del 3 Giugno 2007 riassumeva già bene la situazione, e l’inadeguatezza delle politiche italiane nel quadro europeo:

A scorrere i Rapporti del Consiglio europeo, l’Italia sembra avere la maglia nera nella gestione della questione rom. La lista delle “mancanze” italiane è lunghissima. Contrariamente agli altri paesi della vecchia Europa, non abbiamo una politica certa sui documenti di identità e di soggiorno mentre in altri paesi hanno la carta di soggiorno e anche i passaporti. Nonostante molti Rom e Sinti vivano in Italia da decenni, non hanno la cittadinanza col risultato che migliaia di bambini rom nati in Italia risultano apolidi; gli stessi bambini non vanno a scuola e non hanno accesso all’educazione; non sono riconosciuti come minoranza linguistica. L’Italia, soprattutto, continua ad insistere nell’errore di considerare queste persone nomadi segregandole in campi sprovvisti dei servizi e diritti basilari mentre invece sono persone a tutti gli effetti stanziali. Si legge a pag. 29 del rapporto: “Non si riscontra a livello nazionale un coordinamento. E in assenza di una guida a livello nazionale, la questione non potrà mai essere affrontata in modo valido”. Bocciati, su tutta la linea. Persino “puniti” nel dicembre 2004 per la violazione della disposizione sul diritto alla casa.

Principio di necessità

Rossana Rossanda, sul manifesto, ha definito “fascista” il DL 181, e in questo caso non si tratta soltanto di un vizio retorico come sinonimo di “razzista” o “violento”. Il problema posto dalle misure del governo è più di forma che di contenuto e riguarda l’impiego dello strumento del decreto, e delle categorie di urgenza, emergenza e necessità. Perché tutto sommato l’immigrazione est-europea non è un’emergenza, nel senso che non è un fenomeno nuovo e imprevisto; e nemmeno lo è l’entrata della Romania in Europa, a quasi un anno di distanza. La gestione emergenziale di un caso di cronaca tradisce dunque in primo luogo una reazione irrazionale, in secondo luogo la fragilità di un esecutivo che tenta di restare in piedi e di governare malgrado il parlamento.

Sfortunatamente, “governare malgrado il parlamento” non è esattamente l’idea che ci facciamo di democrazia parlamentare. Certo, il parlamento italiano non gode di buona salute, né il parlamentarismo come ideologia politica, come tra l’altro testimoniano gli attacchi di Beppe Grillo. E certo, il dispositivo del decreto è previsto dalla Costituzione, giustamente e legittimamente: esso è il correttivo indispensabile alla lentezza con cui un ordinamento giuridico si adatta alla realtà. In generale, le costituzioni democratiche lasciano aperte delle “porte” alla possibilità per l’esecutivo di decidere immediatamente e rapidamente. Questa locale e temporanea supplenza del potere legislativo da parte del potere esecutivo è subordinata al cosiddetto “Principio di Necessità”, noto fin dal diritto romano e fissato nell’Articolo 77 della Costituzione italiana. Di tutta evidenza però, e in virtù della natura eccezionale di questo dispositivo, la Costituzione non è in grado di regolamentare il ricorso alla decretazione d’urgenza. In questo caso però, una cosa è chiara: l’omicidio di Giovanna Reggiani, in sé, non può costituire ragione sufficiente per una misura emergenziale.Qual è perciò il senso del ricorso al decreto in questo caso? Le alternative sono due. La prima: non essendoci il caso di alcuna evidente emergenza o necessità, il decreto-legge 181 del 1 Novembre 2007 è stato legittimato da un abuso del Principio di Necessità.

La seconda alternativa è ancora più inquietante: la Necessità sussiste – e questa Necessità è l’ingovernabilità del paese. A determinare lo stato di emergenza (e la conseguente misura d’urgenza) non è l’afflusso di immigrati dalla Romania, ma lo stallo del meccanismo legislativo. L’esecutivo supplisce al parlamento perché il parlamento non è in grado di legiferare.

Rischi e abusi

Del potere di legiferare dell’esecutivo, costituzionalmente garantito, è sostanzialmente impossibile regolare l’abuso, ed è perciò che risulta sempre e comunque pericoloso. Spesso è accaduto che il ricorso al decreto sopperisse allo stallo del Parlamento, o che la percezione di uno stallo o una perdita di fiducia nei confronti del Parlamento abbia legittimato, ponendone le condizioni di necessità, il ricorso a un abuso di questo strumento di governo. Non è assolutamente un caso che fascismo e nazionalsocialismo abbiano potuto stabilirsi proprio in conseguenza della debolezza e all’immobilismo dei rispettivi parlamenti. La storia è in questo caso di esemplare chiarezza. La sospensione dei diritti fondamentali nella Germania nazista venne realizzata semplicemente ricorrendo a un articolo della costituzione di Weimar, che attribuiva al Presidente della Repubblica poteri eccezionali in caso di emergenza. Questo avvenne in seguito all’incendio del Reichstag, il 28 Febbraio 1933. Dal punto di vista della legittimità dell’esecutivo, il nazionalsocialismo si fondava su una particolare dottrina della rappresentanza che non prevedeva né la mediazione rappresentativa del parlamento, né quella razionale dello stato di diritto; una dottrina della rappresentanza fondata sul Carisma del Fuhrer e sull’unità organica del Popolo e della sua Volontà. La separazione tra democrazia e parlamentarismo è al centro della teoria nazista della sovranità, come lucidamente espressa da Carl Schmitt, sommo giurista del Reich.

Questa stessa separazione ha luogo nel dispositivo del decreto, il cui ricorso compulsivo caratterizza il ventennio fascista molto più di altri aspetti superficiali, ideologici o iconografici. Come mostra Alberto Aquarone nel classico L’Organizzazione dello Stato totalitario (Einaudi 2003), Mussolini lascia intatta gran parte della struttura democratica dello stato italiano, compreso il Parlamento, ma la “sospende” e l’aggira, privilegiando “l’uso spesso disinvolto della delegazione legislativa e l’interpretazione eccessivamente larga dei suoi limiti, quanto l’abuso della decretazione d’urgenza” (p. XVII). È il decreto è il principale strumento di governo dello Stato Fascista, che non abolisce né lo Statuto Albertino né il Parlamento ma vi si sovrappone, in una sorta di “commissariamento” dello stato liberale (p. XII). Il fascismo comincia a instaurarsi con l’approvazione della legge n. 1601 del 3 dicembre 1922 che stabilisce per un periodo temporaneo la facoltà del Governo di emanare disposizioni aventi vigore di legge; e con la legge n. 100 del 1926 che disciplinando “la competenza del potere esecutivo a emanare norme giuridiche” (p. XXI) per la prima volta in Italia istituisce la decretazione d’urgenza (che ritroviamo nell’Articolo 77 della nostra Costituzione, e poi ribadita nella legge 400 del 1988), che le leggi monarchiche non prevedevano per lungimirante timore di abusi.

Nell’Italia democratica di oggi, si continua ad abusare del dispositivo del decreto, costituendo di fatto una emergenza infinita, dal titolo di un libro collettaneo (Eum 2006) che affronta l’argomento:

Dopo la storica decisione della Corte costituzionale che ha posto fine al fenomeno della reiterazione dei decreti-legge, si è diffusa la convinzione che tale strumento normativo sia tornato in un alveo fisiologico. Al contrario l’abuso della decretazione d’urgenza in Italia non è affatto terminato e l’emergenza continua ad essere “infinita”. A dispetto della straordinaria necessitò ed urgenza richieste dall’art. 77 della Costituzione, la prassi indica che in Italia, da oltre trent’anni ormai, esiste un tasso di decretazione d’urgenza che rimane sorprendentemente costante (circa quattro decreti al mese) al variare dei periodi storici e dei Governi.

Noto con un certo stupore che un progetto di legge contro la decretazione d’urgenza (1996) veniva da due parlamentari di Alleanza Nazionale: questo è post-fascismo, chiaro e distinto; onore al merito dunque.

Crisi del parlamento e crisi del parlamentarismo

Il rischio maggiore di un Parlamento che non riesce a legiferare è che pone le condizioni oggettive di legittimazione del suo aggiramento o “commissariamento”, secondo un’interpretazione che la Costituzione concede (ed è forse inevitabile che conceda) attraverso il Principio di Necessità. Il ricatto incrociato del partitismo rende inefficace il sistema, e la percezione di una crisi operativa del parlamento, avvertito come casta parassitaria e deleteria per il funzionamento dello Stato, reca con sé una crisi del parlamentarismo e il ripiego su forme “eccezionali” di governo (che tra l’altro si rivelano anch’esse inoperative, velleitarie e perniciose). Questo aggiramento comporta la sopraffazione della razionalità universale del diritto da parte dell’irrazionalismo e del populismo, della distorsione mediatica, dell’isteria collettiva. Questo processo non è indolore, e miete le sue vittime – in questo caso minoranze d’immigrati comunitari – ancora una volta sottratte all’imperio giusto del diritto, e gettate nell’abisso dell’Eccezione.



La sovrana volontà del popolo

Coglie un punto centrale Alessandro Portelli sul manifesto di sabato, quando denuncia l’assenza nelle discussioni sulla riforma elettorale del tema della rappresentanza. In altri termini, che sono poi quelli che impiega Agamben nel suo ultimo libro, si sta affrontando il problema dell’amministrazione del potere (il Governo) lasciando scoperto il vincolo con il principio erogante di questo potere (il Regno, la Gloria). Portelli afferma che, per quanto rilevante sia la questione pratica della governabilità, ne sia incautamente tralasciata una ancora più fondamentale, che chiama un poco pomposamente “la pienezza dell’espressione della sovrana volontà del popolo”. Fondamentale significa che si tratta di una condizione necessaria e imprescindibile della legittimità del potere politico, ovvero della sua sussistenza. Che la “pienezza”, la “volontà” e il “popolo” siano nozioni metafisiche è pacifico, ed è per questo che ci servono: per costituire un’entità astratta che funga da sorgente formale del potere. Il meccanismo elettorale ha anche questa funzione simbolica, o più precisamente teologica: non lasciare vacante il trono. Invece, non porre il problema della rappresentanza (che ha peraltro infinite soluzioni del tutto differenti: dal proporzionale al fascismo) significa ipotizzare l’esistenza di un Governo senza Regno, nel quale al potere viene sostituita la violenza.



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