folk nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Illuminazioni

Cinque dischi bellissimi per il nostro autunno, e non ho nulla da aggiungere.

Post collegati
Folkgeist ⨯


Il Figlio dell’Uomo

E sempre a proposito di cattivi esempi, direi che nessuno batte Charles Manson. Il quale oltre che pluriomicida fu anche musicista. Poco dotato, si dice. E invece ascoltando oggi Lie: the Love and Terror Cult, bisogna riconoscergli non solo un valore ma persino un’influenza considerevole, segreta e inquietante. E tralascio i vari gruppi metallo-industriali che ne coltivano il mito, a cominciare dall’omonimo Marilyn. Innanzitutto, quello che ci è stato tramandato come un mediocre disco country somiglia più alla psichedelia dei Love (o di Syd Barrett, o dei Beatles di Tomorrow never knows) che a Johnny Cash. Ma soprattutto, in una decina di tracce Manson ha anticipato (e in una certa misura influenzato) suoni che verranno più tardi: le ballate fatte in casa di Daniel Johnston, Jad Fair e They Might be Giants, il folk tremolante di Devendra Banhart. Il quale, non pago di giocare con le iconografie hippy al punto di fondare una propria Family, ha persino eseguito una cover di un pezzo di Manson. Ma se vi turba scoprire il nome del vero padre dei suoni più arditi dell’America rock/folk, pensate a come deve sentirsi questo tipo.

Post collegati
Folkgeist ⨯


Folkgeist

Michael Gira, l’altra sera, era scarno e perfetto: tazza di te, sgabello e chitarra acustica, pezzi nuovi e un paio di classici degli Swans. E poiché in quella stessa sala – il Teatro Fondamenta Nuove di Venezia – alla fine del 2005 avevo visto i Current 93 di David Tibet in versione big band, con Will Oldham e Baby Dee, non ho potuto fare a meno di collegare le due cose e riflettere sull’anomalo destino del folk-rock.

Chi segue il genere conosce il fenomeno: negli anni Novanta alcuni grandi nomi della musica dark e industrial si sono convertiti alla ballata acustica, abbandonando il rumorismo per ricerche e sperimentazioni di tutt’altro genere. I nostri amici si sono così guadagnati il titolo di apocalittici folk, per via dei testi oscuri; e notando l’eleganza di Gira non si può fare a meno di pensare che si tratta di un ottimo modo d’invecchiare. Lo è anche per me, che pure non ho mai seguito fino in fondo i sadomasochismi dell’industrial di seconda generazione, né la svolta dance-metal della terza, né il vampirismo, né l’esoterismo, né il nazismo. D’un tratto, quei giovanotti magri che bestemmiavano tra i sintetizzatori si sono ingentiliti, e hanno scoperto che, staccando la corrente, il latino “pop” si traduce con il sassone “folk”. C’è ancora chi, come i Death in June, coerenti nel loro spaventoso autismo, non cessa di ripetere un decennale modulo di transizione (il bunker, le rune, la chitarra acustica, le distorsioni); c’è chi, come Tibet, accosta una voce “rotteniana” ad archi e violini per cantare l’ascesa dell’ultimo Cesare e la seconda venuta di Cristo; c’è chi, come Diamanda Galas, racconta la tragedia del popolo armeno; e infine chi, come Gira con i suoi Angels of Light, o come Nick Cave, è ormai un perfetto cantautore americano, Antico Testamento compreso, dalle parti di Bob Dylan.

Qui il folk apocalittico sfuma in qualcosa che è stato chiamato, semplicemente, new folk, caratterizzato dal dialogo con la tradizione musicale popolare, con i suoi strumenti e i suoi temi, l’immaginario religioso ed extra-urbano, in una prospettiva quasi etnomusicologica. I suoi santi patroni potrebbero essere Captain Beefheart e Syd Barrett. E Charles Manson, il padre segreto. Accanto ai veterani del lato oscuro, si è sviluppata negli ultimi anni una scena tutt’altro che omogenea, che va da Sufjan Stevens (per i suoi dischi “americani” ma soprattutto per la sua straordinaria produzione “natalizia”) fino agli Animal Collective, passando per il country di Will Oldham, l’indie-rock rurale post-Pavement, il folk-prog dei Decemberists, e la Scozia e il Galles di Belle and Sebastian e Gorky’s Zygotic Mynci (chiedete a lei). E poi, beh, c’è Julian Cope, passato da idolo delle ragazzine a sciamano e studioso dell’Europa preistorica. Ma il vero caso è un giovanotto scoperto proprio da Michael Gira nel 2002, tale Devendra Banhart, nuovo imperatore del regno del folk. Finalmente, una contemporaneità che fa per noi.



Mondi possibili

AAVV – Worls of possibility (2003)

Correte alla fnac di Milano, e troverete questo doppio cd a soli 5 euri (fosse stato per me avrei anche dato una batteria di pentole ai primi cinquanta, ma non cominciamo a pretendere troppo). Worlds of possibility è una compilation che riassume i primi dieci anni della vivace etichetta inglese Domino, ed i nomi sono altisonanti: tra i trentasei gruppi coinvolti gente come Sebadoh, Royal Trux, Will Oldham, Smog, Jim O’Rourke, Pram, Folk Implosion, Pavement, Kills, ecc. Per chi ne avesse bisogno, la conferma dell’inutilità di un genere come l’ indie rock, una specie di noioso folk chitarristico appiattito da anni sul classico suono “alla Pavement”. Per tutti gli altri un bel disco, delicato e struggente, sguardo d’insieme su di un panorama desertico ma sincero – con le debite deviazioni verso altri lidi, come l’elettronica dei To Rococo Rot e spinte più rock n’roll sul secondo cd. Una raccolta più americana che inglese, controbilanciata dalla splendida cover shoegazer di Outdoor Miner dei Wire eseguita dai Flying Saucer Attack. Che dire, se non che i suoi 5 euri li vale tutti? Pure vero che non ci vuole tanto.

[Vai all’archivio delle recensioni discografiche]