fumetti nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Swasticas on parade

Quando Roberto Benigni vinse l’Oscar per La vita é bella, Art Spiegelman disegnò una feroce vignetta nel New Yorker, con un ebreo rannicchiato in una cella ad Auschwitz e tra le mani la statuetta. Spiegelman accusava Benigni di avere banalizzato la Shoah e lo faceva evidenziando la sproporzione tra la sofferenza delle vittime e gli onori tributati agli artisti che sulla Shoah campano. Come noto l’industria culturale ha uno stomaco di ferro: digerisce tutto. Il problema é che Spiegelman stesso, dai tempi di Maus, campa sulla Shoah. Con maggiore dignità senza dubbio ; ma cosa cambia per il triste prigioniero? Se oggi Art presiede il festival del fumetto di Angoulême deve ringraziare innanzitutto il vecchio Vladek Spiegelman, suo padre, per essersi fatto deportare. Insomma diciamolo: se il fumetto ha finito per essere rispettato alla stregua del cinema o della letteratura, un pochino lo dobbiamo a un certo Adolf Hitler.

Probabilmente anche di questo paradosso e dei sensi di colpa che può suscitare parla MetaMaus, il libro che ripercorre la genesi del più celebre “romanzo grafico” degli anni Ottanta. Ma poiché Spiegelman ama distribuire patenti di correttezza politica in materia olocaustica (come tra gli altri Claude Lanzmann) permettiamoci di formulare un piccolo appunto sul packaging del suo libro, un simpatico svasticorama: da un buco sulla copertina cartonata, in corrispondenza con l’occhio di Vladek, appare la croce uncinata stampata nell’interno del libro, che lì viene accompagnata da altre croci e stelle di David e da un DVD con sopra un’altra bella svasticona. Insomma il nazi-kitsch all’ennesima potenza, fatto gadget editoriale “fisicamente e graficamente invitante” come dicono quelli di Finzioni. Bisogna ammettere che é irresistibile, e costa solo trenta euro: manca solo il pop-up e il codice per accedere all’applicazione online. Questo sì, scommetto che sarebbe piaciuto a Vladek.



L’invenzione del romanzo grafico

Si dice che il termine graphic novel sia stato coniato alla fine degli anni Settanta, ma il termine picture novel appariva nel 1946, forse per la prima volta, sulla copertina di un albo della Ventura Editore: Per voi ! For you ! (raro esempio di fumetto bilingue dagli scopi chiaramente didattici) di G. C. Arutnev e Lina Buffolente. In verità sulla copertina del primo albo appare un maccaronico “pictur-novel”, che verrà corretto sulle copertine seguenti, oltre che le menzioni in italiano “settimanale sceneggiato” e “interamente a quadretti”.

Gli albi della Ventura si presentano innanzitutto come “romanzi”, ma Arutnev (alias Giulio Cesare Ventura) ammicca al cinema definendosi come “regista” dell’opera. Da parte sua, Lina Buffolente (non accreditata in copertina) costruisce con grande talento delle tavole “cinematografiche” e dinamiche.

27 ottobre 1946

Titolo dell’episodio 6.

Tavola 12, episodio 9.

Tavola 3, episodio 1.

Raccolta dei nove albi
20 novembre 1947

Pubblicità 1946



Avventure a quadretti

Gli Albi della Ventura, che oggi chiameremmo semplicemente fumetti, erano allora definiti appunto albi, o ancora romanzi con disegni o tavole a colori. Addirittura spunta la definizione, ineccepibile quanto macchinosa, di avventure “interamente illustrate a quadretti”. Coloro che hanno seguito negli anni recenti le vicissitudini del termine “romanzo grafico” si stupiranno forse nel ritrovarlo all’origine stessa del genere, ma con una connotazione del tutto opposta a quella attuale. I “romanzi” della Ventura sono popolari e didattici, più vicini a una Biblia pauperum che alle smanie di canonizzazione dei fumettisti contemporanei.

Ma proprio spingendosi lontano dai canoni — out of time” dal titolo di una straordinaria raccolta di fumetti della prima metà del Novecento, compilata da Dan Nadel — si possono trovare certe visioni suggestive, come quelle della serie K

12 gennaio 1947

26 gennaio 1947

9 febbraio 1947

23 febbraio 1947

16 marzo 1947

30 marzo 1947

Raccolta “12 avventure in tutto il mondo”
25 novembre 1947



Gli albi della Ventura

Missione per le feste: in attesa di mettere maggior ordine nel materiale e nella storia della Ventura Editore — che a metà degli anni Quaranta pubblicava fumetti, racconti illustrati, adattamenti letterari, cineromanzi e romanzi rosa — ho iniziato a digitalizzare alcune copertine. A cominciare con la serie I due Pat, illustrata da G. Andreoli e scritta da Arutnev – ovvero l’editore Giulio Cesare Ventura, mio nonno. Una piccola (e completamente sconosciuta) pagina della storia del fumetto italiano…

Ottobre 1945

Novembre 1945

Novembre 1945

Novembre 1945

6 dicembre 1945

20 dicembre 1945

3 gennaio 1946

17 gennaio 1946

31 gennaio 1946

14 febbraio 1946

28 febbraio 1946

14 marzo 1946

28 marzo 1946

11 aprile 1946

Raccolta nn. 1-6
10 aprile 1946

Raccolta nn. 7-14
10 aprile 1946



Max Ernst o la sequenzialità astratta

Dal 30 Luglio al Museo di Orsay espongono le tavole di Une semaine de Bonté di Max Ernst. Trattandosi di un’opera a stampa, intesa dall’autore come romanzo grafico composto da incisioni, l’idea di esporla in un museo é una bizzarria per filologi. Il risultato é comunque affascinante, e permette di riscoprire quest’opera anomala.

Nel vortice della decontestualizzazione, il romanzo grafico di Ernst guadagna qualcosa (l’esibizione del procedimento di collage da cui sorgono le visioni di Ernst) ma perde qualcos’altro (la surreale dimensione narrativa). Il catalogo ufficiale é fedele ai difetti dell’esposizione. Scorrettissima, ma in qualche modo interessante, l’idea di fotografare a colori i collages, invece d’imprimerli senza svelare la finzione, come invece fecero Dover e Adelphi.

In maniera palese, il processo di museificazione incide sul significato dell’opera, falsificandola: e in onore della perduta dimensione narrativa del romanzo grafico di Ernst non posso che ripubblicare un mio vecchio articolo che evocava il tema della sequenzialità “astratta” di Une semaine de bonté.

Il testo apparve nel mese di ottobre 2003 sul compianto sito di critica fumettistica Prospettiva Globale, nella mia rubrica “Borderline”, che rifletteva sui limiti dell’arte sequenziale, trattando di esperienze grafiche assimilabili a forme primitive di fumetto. Gli amici di Proglo, nel frattempo, si sono trasformati in questa lodevole casa editrice.

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Who watches the lost girls?

Mentre si palesa l’orrendo trailer dell’adattamento cinematografico di Watchmen (curiosamente accompagnato da un vecchio pezzo degli Smashing Pumpkins, parte della colonna sonora di Batman & Robin), è uscito il terzo e ultimo volume di quello che, in momenti di trasporto forse eccessivo, ho avuto modo di definire il capolavoro di Alan Moore, illustrato dalla moglie Melinda Gebbie, ovvero il pornografico Lost Girls. Consigliato agli amanti del genere, delle favole, del marchese de Sade, di Thomas Mann, eccetera.

Da poco ho ripreso a frequentare le fumetterie e a guardare l’offerta devo dire che il mercato sembra davvero fiorente, rispetto a cinque o dieci anni fa. Ora resta solo da sincronizzare al mercato, saturato dalle ristampe, una rivoluzione vera e propria: perché l’ondata britannica è pur sempre roba di vent’anni fa, e anche i vari Daniel Clowes stanno facendo il loro tempo. Ogni tanto sento parlare con entusiasmo di qualche fumetto disegnato male (che i coglioni chiamano “romanzo a fumetti”), ma mi guardo bene dal prenderlo in mano. Per il resto, prometto di stare più attento.

Lost-Girls


Max Ernst, fumettista

Une semaine de bonté (1934) fin dal sottotitolo si presenta provocatoriamente come romanzo (seppur “ surrealista”), pur essendo composto esclusivamente da illustrazioni ottenute con la tecnica del collage. Le immagini sono disposte una per pagina, ordinate in sette capitoli dai titoli misteriosi (La corte del dragone, Edipo, L’interno della vista, ecc…), caratterizzati ciascuno da un giorno della settimana e da un elemento (fango, acqua, fuoco, sangue, ecc…). Si tratta di visionari montaggi di illustrazioni di romanzi popolari ottocenteschi, che descrivono le coordinate di un universo inquietante e perverso. Uomini con volti di leone o d’uccello (ispirati all’arte zoomorfa di Grandville), donne alate, salotti ottocenteschi invasi dall’acqua, draghi, serpenti, rituali enigmatici e sogni erotici, come fili conduttori che collegano tra loro le immagini senza rendere chiaro cosa accada tra l’una e l’altra, e in che modo possano disporsi reciprocamente in sequenza. Malgrado l’abitudine, è necessario respingere la tentazione di sfogliare questo libro come se fosse un catalogo d’arte: perché non si tratta solo di guardare, ma di leggere.

Il seguito su Prospettiva Globale.