Gabriele d’Annunzio nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La musa impossibile. Mario Praz ipertesto

[Questo articolo è stato pubblicato nel numero 2 della rivista Post, Mimesis 2010.]

Nello schizzare un ritratto di Mario Praz, facilmente potremmo essere indotti nella tentazione di scinderlo in due: da una parte lo studioso di letteratura, ovvero l’autore de La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica; dall’altra il prosatore ingegnoso, che scivola tra le arti e le discipline esercitando il suo “genio migliore” nel genere del saggio breve1. E tuttavia, questa tentazione – cui lo stesso Praz soccombeva – è necessario scacciarla poiché non sorge da un’intrinseca scissione bensì piuttosto dall’asimmetria tra questo corpo letterario lussureggiante e grandioso, anomalo, e la norma angusta della “divisione del lavoro” cui oggi è costretta la ricerca scientifica e letteraria. Laureato in Giurisprudenza e in Lettere, professore di letteratura a Manchester, Liverpool e Roma, traduttore, storico, esperto d’arte, iconologo, collezionista, viaggiatore, Mario Praz fu soprattutto scrittore: tra i più grandi del secolo. Ed è proprio nella scrittura che si ricompongono i frammenti di quel sapere umanistico che l’autore di Gusto Neoclassico volle tenere unito, mentre altri suppliscono alla propria incompetenza circoscrivendo minuscoli campi, presidiando a cattedre universitarie dai nomi vieppiù fantasiosi e stando ben attenti a non varcare alcuna soglia. Tutt’al contrario la prosa di Mario Praz non ha limiti, se non quelli temporali di una Modernità cui si è fedelmente dedicato2 e che ha sezionato in lungo e in largo, inseguendo il significato di alcune “approssimazioni”3: Rinascimento, Secentismo, Barocco, Neoclassicismo, Romanticismo. Leggere il seguito »



Somebody told me

Il recente “santo del giorno” firmato da Leonardo sul Post ha rinfocolato una mia vecchia curiosità circa la costituzione dell’icona gay di San Sebastiano: tema affascinante in quanto ricettacolo ineguagliabile di anacronismi, proiezioni retrospettive e semplificazioni. Il post di Leonardo, pure come al solito brillante, non sfugge alla regola. Oltre a spararla grossissima sull’iconografia cinquecentesca — “l’omosessualità di Sebastiano è probabilmente un’invenzione dei pittori italiani rinascimentali”, bum — Leonardo sovra-interpreta il Martirio di San Sebastiano (1911) di Gabriele D’Annunzio attribuendogli il definitivo outing del Santo. La prova schiacciante? Sebastiano era interpretato da una donna, Ida Rubinstein, “ballerina dal fascino androgino”. Ma questa prova si fonda sull’assimilazione indebita tra androginia e omosessualità, che soprattutto a teatro, soprattutto all’opera, non va da sé. In effetti non è raro che i ruoli di maschi soprano — ovvero i giovinetti come Sebastiano — siano interpretati da donne, prendi Cherubino nelle Nozze di Figaro, pure gran “farfallone” etero.

Certo è che D’Annunzio gioca con i generi sessuali, com’era d’altronde di moda; ma davvero è così naturale il nesso tra travestitismo e omosessualità? Siamo sicuri che siano una sola e unica cosa una donna che si traveste da uomo, un uomo che si traveste da donna e un uomo che, senza rinunciare al proprio sesso, pratica l’amore con altri uomini? Non è solo questione di anacronismo, ma di precisione.

La storia dell’iconificazione di Sebastiano inizia prima, e si compie dopo. Inizia probabilmente con il neoclassicismo e il suo culto della statuaria antica, anzi per la precisione del nudo maschile. Inizia insomma con il colpo di fulmine di Johann Joachim Winckelmann per l’Apollo del Belvedere. Se Apollo stesso non è diventato icona gay — e di certo se ne strugge sul suo carro alato — sarà soprattutto per la sua serenità tanto straight: gli mancava insomma la dimensione masochistica, sacrificale, insomma cristiana, di un Sebastiano. Il fatto che poi il pederasta Gustav Aschenbach ne La morte a Venezia di Thomas Mann definisca proprio San Sebastiano come supremo esempio di bellezza apollinea può essere interpretato come il primo segno della sua crisi e del suo cedimento al “lato oscuro” del dionisiaco; e in fin dei conti come il segno di una presenza latente nel cuore stesso del neoclassicismo.

In effetti l’eredità neoclassica viene assimilata, riveduta e corretta dalla sensibilità romantica, tardo-romantica e decadentista, producendo un estetismo più tormentato: ed è qui che comincia a diffondersi, tra poeti e pittori europei, la figura di San Sebastiano come nuovo Apollo. Si può parlare di una vera e propria sebastiano-mania. Ma non erano gay i Sebastiano di Gustave Moreau (una decina) e di Odilon Redon (almeno quattro), non era gay il Sebastiano dandy di Walter Pater; anche se sicuramente — e qui sta il nocciolo della questione — il Sebastiano gay verrà costituito a partire dalle caratteristiche del Sebastiano decadentista. Più generalmente, è l’omosessuale del primo Novecento che verrà costituito a partire dalle caratteristiche dell’esteta decadentista. Sadomasochista come Swinburne, che imitando gli antichi martiri si faceva flagellare, effeminato come Lord Brummel (santo subito), o amante delle belle tappezzerie come William Morris.

Potremmo dire che la cultura omo del primo Novecento è sostanzialmente una costola pazzerella del decadentismo: ne condivide i motivi e ne porta qualcuno alle conseguenze estreme. Così Oscar Wilde recuperava Sebastiano e lo definiva “lovely brown boy”, primo tra numerosi scrittori omosessuali per i quali il nome del santo sarebbe servito da segreta parola d’ordine. Da parte loro gli uraniani, poeti pederasti e classicisti attivi tra il 1870 e il 1930, non citano mai il Santo ma sviluppano il tema del martirio del giovane soldato in tutta la sua carica erotica. Le iconografie si trasmettono e si trasformano anche a pezzi separati.

L’unico dato certo è che nel 1914 il sessuologo Magnus Hirschfeld cita San Sebastiano nel suo Die Homosexualität des Mannes und des Weibes, in una lunga lista di temi iconografici noti per eccitare gli omosessuali, assieme a molti altri e senza mai citare D’Annunzio (il cui contributo, nel contesto descritto, risulta aneddotico). Hirschfeld, che conosceva bene lo scrittore omosessuale belga Georges Eekhoud, probabilmente era stato ispirato dal breve saggio Saint-Sébastien dans la peinture del 1909, in cui era questione (in termini tutto sommato neutri) della bellezza virile del soggetto. Da Hirschfeld prende poi le mosse Yukio Mishima, che citando nel 1949 poi incarnando il Santo in un celebre scatto di Kishin Shinoyama del 1966 ratificò definitivamente la trasformazione di Sebastiano in icona gay. Da qui ebbe inizio la riscrittura omo della storia delle rappresentazioni del martire, a ritroso fino al Rinascimento, fino persino ai tempi di Diocleziano.