George W. Bush nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La semilegittimità democratica

Si les gouvernants ne doivent agir qu’en vertu de la loi, il est evident que cette loi ne peut pas etre leur volonté, mais celle des gouvernés.
E.-J. Sieyès

Una spiacevole conseguenza della sovranità popolare è che la responsabilità della violenza esercitata dallo Stato ricade sul popolo. Essendosi inoltre diffusa l’opinione che non esiste violenza legittima, è dunque ovvio che per liberarsi da eventuali sensi di colpa gli elettori democratici tendono a votare chi gli nasconde meglio la violenza che esercita per loro conto. Il sistema democratico consiste perciò nel mascheramento degli interessi sotto forma di principi e valori, che è ciò che intendiamo per ideologia. Quando però questo mascheramento viene a cadere nell’esercizio effettivo del potere statale, per conservare l’innocenza basta che vi sia un rappresentante imperfetto sul quale fare ricadere tutte le colpe. (Ad esempio, un texano con la faccia da ebete.) Questo è il paradosso della rappresentanza democratica: perché il Leviatano funga da capro espiatorio – da capo espiatorio – è necessario che il rappresentante non sia del tutto rappresentativo. In una certa misura, ci rappresenta sostanzialmente (de facto) ma non formalmente (de iure). Ed è questo il motivo per cui la crisi della legittimità è consustanziale al sistema democratico: poiché il riconoscimento della legittimità della rappresentanza significherebbe l’assunzione delle responsabilità da parte dei rappresentanti, il governo democratico necessariamente vive in uno stato perenne di semilegittimità. Periodicamente si sacrificano i capi, per garantire la nostra innocenza.



Una catastrofe psicocosmica

Ha vinto George Bush per consegnare alla storia delle ipotesi il migliore dei mondi impossibili: e poiché la potenza è spesso più scintillante dell’atto, il senatore John Kerry ci lascerà un miglior ricordo (malgrado la faccia). A parte questo, di fronte a cifre che s’inseguono inseguendo l’equilibrio perfetto, penso nuovamente che un’elezione non è altro il lancio di una moneta. Milioni di presunti liberi arbitri mettono in scena su vasta scala l’aleatorio, la soffocante armonia statistica dell’universo.



The west is the best

La distinzione Occidente/Oriente, così in fondo poetica per gli echi che porta con sé, dall’ellenismo e prima ancora e per tutta la storia europea, nelle lingue anglosassoni si traduce con uno scialbo West/East. Tant’è che con questa dicotomia si esprimono tanto il decantato “scontro di civiltà” mondo libero/terrorismo che il conflitto mondo libero/blocco comunista (oramai pienamente arruolato al titolo di “terza guerra mondiale” con l’esplicito scopo di così giustificarne gli orrori). E sembra più che un’ironia della storia una voluta continuità, quasi che tutta una serie di frasi fatte fosse brutto buttarle via. E poi il West è quello dei cow-boy, nei quali (poveracci) George W. Bush è stato arruolato ad allegorica forza, cos’avranno fatto di male poi. Non importa che l’East sia divenuto semplicemente Middle, la coincidenza colpisce: anche se per garantire la simmetria invece che texano avremmo auspicato un presidente USA nato nel Middle West. Ma questo sarebbe davvero chiedere troppo alla storia, già così prodiga di simbologie sulle quali meditare – sulle quali poi meditano, con tragica serietà, i nuovi millenaristi e profeti del caos cristiani ebrei musulmani. Nei primi anni ottanta i Theatre of Hate cantavano un davvero epico anthem nichilista, che oggi più che ieri, nella sua foga antimodernista, ci conquista perversamente un po’ tutti: Do you believe in westworld? Goethe chiese ai poeti di volgere lo sguado a Oriente, ma in quelli anni di guerra fredda non si era capito che dalle parti di quella tradizione culturale (e non verso un impero sovietico altrettanto west e altrettanto cadente) andava cercata la risposta. E quindi non si poteva capire né il nichilismo né l’antimodernismo di quel refrain. Non si era pensato, appunto, a tradurre quel Westworld con “Occidente”, né a pensarne il tramonto nei termini di una spengleriana spossatezza biologica e culturale. Proprio quella che millenaristi e profeti del caos di oggi, finalmente alla ribalta, predicano attenderci oltre le colonne d’Ercole sgretolate di NYC.



La distruzione del tempo

Bell’articolo del New York Times Magazine (su Internazionale di questa settimana) sulle ragioni del filo-israelismo di destra cristiana e neoconservatori statunitensi. Ad un certo punto si parla del cosidetto sionismo cristiano, ed io ero rimasto ai tempi in cui questo significava pressapoco dare uno stato agli ebrei per liberarsene. Invece questi sono dei fondamentalisti cristiani che, interpretando alla lettera la Bibbia,

credono che Cristo ritornerà sulla Terra soltanto quando gli ebrei si saranno nuovamente impadroniti della Terra Santa.

Comunque poi finisce o con l’Apocalisse o con la conversione al cristianesimo in massa, quindi c’è poco da stare tranquilli. Un’interferenza, quella tra storia universale ed ermeneutica teologica, tra tempo profano e tempo sacro, tra mito ed evento, che appartiene precipuamente alla religione ebraica, che ha in una nazione, in un popolo, il soggetto della Storia. Dobbiamo perciò considerare l’esistenza d’Israele (alla stregua delle distruzioni del tempio e della Shoah) anche da un punto di vista teologico, dal punto di vista dell’economia della salvezza. Alla teologia è dunque lecito ricorrere per comprendere le scelte dello Stato Ebraico, la cui sopravvivenza è, anche, una questione metafisica.

Quello che colpisce (senz’altro perché conosco poco il protestantesimo americano) è che un punto di vista messianico emerga ora anche dalle parti del cristianesimo. Ovvero una religione fondata sull’evento totalizzante della crocefissione, sulla quale si apre una semplice parentesi prima della fine dei tempi. Le debite eccezioni di millenaristi come Gioacchino da Fiore si presentano sempre sul filo dell’eresia. Oggi forse le cose stanno cambiando: quando nei suoi discorsi Bush evoca Dio e la fede, non si tratta soltanto di fare vincere dei valori su degli altri (Occidente contro Islam), ma forse di partecipare al compimento del divenire ultraterreno della Storia universale.