Gianluca Briguglia nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



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Finalmente Max Weber torna di moda: è partito il dibattito sul rapporto tra protestantesimo e spread. L’attuale crisi economica confermerebbe la tesi, enunciata dal sociologo tedesco ne L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, secondo cui l’accumulazione del capitale a partire dal Cinquecento in Occidente sarebbe vincolata a una certa concezione calvinista del lavoro. La fede cattolica, ne deducono alcuni commentatori, giustificherebbe allora la propensione dei popoli mediterranei allo spreco. Come scrive Gianluca Briguglia si tratta di un’ipotesi “del tutto generica e caricaturale” e per questo motivo, aggiungo io, va presa sul serio.

Innanzitutto va presa sul serio la domanda retorica che Briguglia avanza:

Caricatura per caricatura, se fosse questa visione del peccato, che non ammette mediazioni, riparazioni, intercessioni, interventi dell’istituzione, a impedire alla Germania di vedere che con il peccatore si negozia e lo si salva e ci si salva insieme a lui, attraverso l’istituzione?

Questo è esatto, ma implica ancora una cosa: forse è piuttosto la visione cattolica che impedisce di vedere che le regole non sono fatte per essere accomodate, come in un racconto di Sciascia. Non sono proprio le continue “mediazioni, riparazioni e intercessioni” ad avvelenare la nostra società? Sul moderno mercato delle indulgenze, oggi ancora si scambiano raccomandazioni e buone parole, spintarelle e consigli, arrangiamenti, suppliche e qualche cannolo. Il nostro Dio non fa grazie ma favori. E la Chiesa di Roma — proprio come lo Stato Italiano — sembra strutturata soprattutto per erogarli e farli circolare.

Da questo punto di vista, un pizzico di etica protestante potrebbe essere un ottimo rimedio ai mali che affliggono le nostre istituzioni e la nostra economia.

Ma c’entra sul serio la teologia? Probabilmente no. Weber d’altronde non ci parla davvero della religione protestante. Piuttosto descrive, con il linguaggio del protestantesimo, una certa fase del capitalismo. Avrebbe forse potuto fare la stessa identica cosa con il linguaggio del confucianesimo, cui oggi ricorrono i cinesi per esprimere la loro etica del lavoro a fronte dell’Occidente consumista. Dunque non si tratta di credere in una corrispondenza ingenua tra dottrina (protestante) e pratica (capitalista): di regola, le dottrine sono semplici “nasi di cera” che la pratica piega, incurva e flette. Filosofi e sociologi sono abilissimi nella lavorazione di questa poltiglia cartilaginea; la quale può prendere, alla fine, qualsiasi forma. Quello che conta tuttavia è il risultato della sintesi weberiana: ovvero la formulazione di un paradigma adatto a definire ciò che il capitalismo era ai suoi tempi e che oggi non è più.

Nella fase “protestante” il capitalismo era caratterizzato dal culto del lavoro, dall’accumulazione del capitale e dalla reticenza al consumo. Questa moralità era adatta alla produzione di ricchezza ma, nello stesso tempo, inibiva la circolazione del capitale. I protestanti sembravano sordi alla lezione di Bernard de Mandeville, che nella Favola delle Api aveva illustrato l’impatto positivo del vizio privato sul benessere pubblico: “Occorre che esistano la frode, il lusso e la vanità, se noi vogliamo fruirne i frutti”. Altrimenti, per eccesso di virtù e difetto di domanda, la società si trasforma in un “alveare scontento”, dal titolo originale della Favola. Anteponendo la domanda all’offerta, il vizio alla virtù, il consumatore al produttore, lo spreco al risparmio, il calvinista Mandeville aveva formulato una teoria economica del tutto incompatibile con l’etica protestante.

La liquidazione dei valori “borghesi” del capitalismo protestante fu il grande cantiere ideologico del Novecento. La deregulation commerciale e finanziaria doveva avere una base filosofica, un “nuovo spirito del capitalismo”. Vi contribuirono autori disparati come Bataille, Keynes e Debord. Georges Bataille fondò una religione dello spreco, John Maynard Keynes denunciò la millenaria congiura del risparmio e Guy Debord prescrisse l’obbligo di non lavorare mai. La graduale rimozione dell’elemento protestante sembrò sanare il capitalismo dalla sua più temibile contraddizione — la tendenza alla sovrapproduzione — e assicurò qualche decennio di crescita economica. Il consumatore divenne la principale materia prima del processo di riproduzione del capitale. Lo Stato, inteso come gigantesca macchina per sperperare l’eccedente, divenne un ingranaggio essenziale della nuova macchina capitalista. Lo sviluppo ipertrofico dei suoi apparati finì per riprodurre con esattezza la struttura burocratica della teologia cattolica. Alla fine, quando fu chiaro che non vi era più nessuno per assorbire l’eccedente, riemerse l’antica contraddizione: e crollò ogni cosa. E se fosse giunto il tempo di una nuova Riforma?



Il vicino di casa

Dopo il successo (?) di Anonymous. La grande truffa, un altro e-book viene a turbare la quiete del mondo editoriale — e con piacere vi presento anche questo, che per fortuna é firmato.

Da un punto di vista strettamente matematico, “Centocinquanta più uno” é un calcolo abbastanza semplice. Ma se invece di un banale calcolo fosse un rompicapo? Di rompicapi, enigmi e altri cubi di Rubik concettuali é pieno l’ultimo libro dello storico delle idee Gianluca Briguglia, e pare dunque logico cominciare dal titolo. Centocinquanta più uno, sono le coordinate temporali di una “espressione geografica” chiamata Italia, sparata nella storia e diretta chissà dove. Passata la sbornia dell’anniversario istituzionale (e la sbornia pure della presunta fine del ventennio berlusconiano) suona la sveglia e, malgrado il mal di testa, é tempo di alzarsi e vestirsi.

Ecco, Gianluca Briguglia é il vicino di casa gentile che viene a prepararti la colazione: una colazione sana e nutriente, piena di cereali e vitamine, dopo anni di junk food. E poi, prima di salutarti e andarsene, discretamente posa sul tavolo una strana copia della Settimana Enigmistica, che invece del Sudoku e del Quesito della Susi tira in ballo Dylan Dog e le cronache medievali, Pinochio e Morgante, George Lakoff e Machiavelli, madonne che piangono e cervelli in fuga…

Unendo i puntini, appare il contorno di un paese: non un ritratto o una fotografia, ma una serie di linee possibili, diritte, sghembe, rotte, continue. Il libro di Briguglia é sopratutto un invito a proporre altri puntini e altri contorni, a confrontare esperienze, racconti, punti di vista. E poiché il dibattito pubblico italiano é fatto di trabocchetti, Briguglia fornisce anche qualche utile suggerimento per evitarli: a cominciare da quello che vorrebbe ogni italiano all’estero come un “fuggiasco”…

La più insidiosa domanda-trabocchetto — Che cos’é l’Italia? — Gianluca Briguglia evita accuratamente di formularla. E per fortuna, perché d’un tratto ci viene capriccio di rispondere parafrasando i teologi neoplatonici: “L’Italia é una sfera infinita, il cui centro è ovunque e la circonferenza in ogni luogo”.