Giudaismo nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Sarete assimilati? Due riflessioni sulla sovranità dello Stato e l’amministrazione delle periferie

I

Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro della banlieue. Catastrofe finale dell’entropia migratoria, paradigma dello “stato di eccezione” o rompicapo amministrativo, scenario post-atomico senza la deflagrazione d’alcuna bomba, la periferia francese è diventata un luogo cruciale del nostro immaginario politico. Mito ma anche concetto, paura irrazionale e profezia ragionevole. Il disaccordo sulle cause — tsunami demografico, delirio urbanistico, ideologia comunitarista, capitalismo selvaggio, ecc. — non serve a nascondere che qualcosa di terribile sta accadendo nella polis occidentale. Il ministro leghista che evoca per l’Italia un “rischio banlieue” non dice nulla di scandaloso e peraltro ripete ciò che disse il leader del centro-sinistra cinque anni fa: “Noi abbiamo le peggiori periferie in Europa. Non credo che le cose siano molto diverse rispetto a Parigi. È solo questione di tempo.” Bene, anzi male, ma tempo per cosa?

Il “rischio banlieue” non evoca semplicemente in un generale disfacimento della periferia — aumento della criminalità, deterioramento delle condizioni economiche, accentuazione dei conflitti comunitari: che sarebbero un rischio soltanto per chi vive — ma un fenomeno politico cruciale, ovvero la costituzione di spazi autonomi dalla giurisdizione statale. Ovviamente, chi evoca un “rischio banlieue” in Italia sottace il fatto che questo rischio è già effettivamente realizzato in alcune parti del paese, e capita dunque che in Francia, per profetizzare il destino catastrofico delle banlieues, si parli di… “rischio Gomorra“. Il mito ha luogo sempre altrove. E i napoletani Cosang sfottono: “la Francia si atteggia ma lì non esiste sistema”.

Nella banlieue proprio come in certi spazi governati dalle cosiddette mafie, le istituzioni e i rappresentanti dello Stato sono considerati illegittimi e rinunciano all’esercizio della sovranità. In effetti si potrebbe dire che, in base a un calcolo puramente economico, la banlieue è lo spazio in cui la rinuncia alla sovranità rende di più di quanto costa. Ma se la banlieue è consustanziale al benessere a basso costo che partecipa a produrre (e questo Saviano lo ha scritto benissimo), la sua “extra-territorialità” rappresenta anche una minaccia. Salendo i gradini di una “scala della delinquenza” fino all’aperta sedizione, la banlieue rischia di costituirsi come soggetto politico ostile. Per amministrare questo rischio, lo Stato interviene puntualmente esercitando una pseudo-sovranità di tipo coloniale e ricorrendo a una forza pressoché militare.

Rispetto alla situazione italiana — radicata nella guerra di unificazione — quella francese stupisce per la sua rapida maturazione, e attira ovviamente la nostra attenzione come fallimentare (o doloso) modello d’integrazione dei flussi migratori. Alla banlieue accade ciò che avrebbe dovuto accadere al proletariato secondo Karl Marx: acquisendo l’autocoscienza, un insieme di individui si costituisce come soggetto politico. Marx aveva torto, perché una classe — proprio come un pezzo di legno — non può raggiungere l’autocoscienza in mancanza di un sostrato. Le recenti vicende francesi suggeriscono però che le segmentazioni etniche, religiose e linguistiche — se pure non determinano naturalmente l’aggregazione — svolgono bene la funzione di sostrato alla soggettivazione politica, dando un contenuto alla fantomatica “coscienza di classe”. E così, tra gli osanna dei cosiddetti islamo-gauchistes è avvenuta una etnicizzazione della lotta di classe. Gli orfani del socialismo si consolano con il nazional-socialismo, gli orfani del comunismo con il comunitarismo.

Non c’è in questo mito alcuna posizione da prendere, perché ci è già data: l’entità nemica che ci minaccia l’abbiamo costruita per nostra necessità, e ne godremo finché non saremo annientati. Nessuno d’altronde ha bisogno d’una soluzione, fintanto che la banlieue continuerà a rendere più di quanto costa. E quando i costi avranno definitivamente superato il benefici, sarà ovviamente troppo tardi per tornare indietro.

II

A quale titolo chiedete l’emancipazione? In considerazione della vostra religione? Ma essa è nemica mortale della religione dello Stato.*

Tra le numerose razze extraterrestri che minacciano la Federazione dei Pianeti Uniti, il motto più suggestivo appartiene senza dubbio ai Borg: “Voi sarete assimilati, la resistenza è inutile”. Essere assimilati dai Borg — cioè diventare simili ai Borg — è terrificante perché significa rinunciare alla propria identità ; tanto vale essere completamente annichiliti. E tuttavia non sarebbe più pacifico un’universo di soli Borg — una pacifica borghesia? Ecco la questione. Das ist hier die Frage.

Der Judenfrage, per esempio. Quando verso la metà dell’Ottocento gli ebrei cominciano a uscire dai ghetti, gli si chiede innanzitutto di assimilarsi — ovvero di rinunciare a ciò che li rende ebrei per accomodarsi alla società in cui vivono. Bruno Bauer, che leggiamo attraverso Karl Marx, pone la condizione: che l’uomo rinunci alla religione per essere emancipato civilmente. La resistenza è inutile. Voi sarete assimilati. O annichiliti.

La questione ebraica di Bauer e Marx è simile ad altre questioni, dalla questione nativo-americana alla questione islamica che tormenta le periferie occidentali. Ovviamente oggi non si parla più di assimilazione, perché nessuno ci tiene a passare per un Borg, ma piuttosto d’un “Islam moderato” che conservi, delle proprie caratteristiche, solo quelle solubili nella società democratica. Magari con l’aiuto di qualche sanzione amministrativa. Sfortunatamente la Storia non è in pendenza, e invece di rotolare tutti docilmente verso l’assimilazione, qualcuno  – cui la pace Borg non conviene — prende la strada opposta della dissimilazione.

Curve di solubilità per sistemi a solubilità diretta e inversa,
dalle quali si deduce che la temperatura della Storia non è costante.

Se lo Stato è naturalmente assimilazionista, la pratica dissimilazionista serve bene a ogni tentativo di sottrarsi alla giursidizione statale e dare forma a entità politiche autonome. Per questo la banlieue — come luogo da assimilare e luogo che si sottrae all’assimilazione — é la figura centrale per comprendere negativamente la posta in gioco del politico. Lo Stato moderno sorge da un duplice processo di centralizzazione e assimilazione, artificiosamente incarnato nella forma mitica della Nazione. I nazionalismi necessariamente perseguono l’assimilazione (più o meno forzata) delle minoranze etniche, linguistiche e religiose: in Francia, in Italia, in Turchia, in Egitto, in Cina, eccetera.

L’assimilazione consiste in una sola cosa, ovvero che tutti s’impegnino a rispettare la stessa Legge, poiché lo Stato moderno consiste nell’esercizio uniforme di una sola Legge. Ma questo è tutt’altro che semplice o banale, perché noi siamo la Legge che ci siamo impegnati a rispettare. Come possiamo allora rinunciare a ciò che siamo? In questo contesto prendono piede le forze centrifughe della dissimilazione, la resistenza inutile delle periferie, dei clan e delle chiese. Di questo, anche di questo, sempre di questo, ci parla il Leviatano di Thomas Hobbes. Perché gli uomini non piombino nella guerra civile, un solo potere deve regnare, una sola Legge, una sola violenza, un solo Dio in terra.

Lo Stato è una divinità gelosa, che non disdegna il fumo degli olocausti. Ma se non fosse altro che un idolo osceno? Ebrei e cristiani lo pensavano dell’imperatore romano. I cattolici inglesi della Regina, i cattolici francesi della Rivoluzione. Oggi, musulmani radicali contestano che la sovranità possa appartenere ad altri che Allah: quando le folle adorano come un idolo la Nazione, argomentava Sayyid Qutb, regna l’Iniquità. Questo monoteismo militante non è una superstizione irrazionale, bensì un ragionevolissimo strumento di lotta politica, sviluppatosi a partire dagli anni Trenta in Egitto, in Pakistan, in Iran. Ragionevolissima è la strategia della dissimilazione, là dove si vogliono conservare o instaurare leggi e poteri locali, piccoli feudi, riserve e fortezze. Ragionevolissima é allora la risposta degli stati, ragionevolissimi i genocidi culturali, ragionevolissima l’islamofobia mascherata da laicità. Ecco tutti gli ingredienti per una tragedia.

Contrariamente a ciò che si pensava, l’assimilazione non è un destino necessario. In effetti, se i Borg ripetono da trent’anni che la resistenza è inutile, è anche vero che continuano ad essere sconfitti.



L’invenzione del popolo ebraico

Gli ebrei non esistono! L’eco del libro di Shlomo Sand sull’Invenzione del popolo ebraico risuona per la rete, si amplifica, si deforma, diventa antisemitismo cubico, nel quale gli ebrei non si limitano più a ordire a complotti, ma sono essi stessi il gigantesco complotto. La tesi fiorisce nelle sentine della contro-informazione e alimenta l’antisionismo della sinistra nazionale. Si capisce perché faccia comodo l’idea che l’ebraismo sia un’invenzione: oltre a togliere legittimità allo stato d’Israele, affranca l’antisemitismo da ogni connotazione razzista. Torna in mente la strana teoria di Alain Badiou, che scrisse nel 2005 che gli ebrei avrebbero dovuto abbandonare il nome di “ebrei” perché si trattava di un concetto nazista, ovvero smettere di essere ebrei. Il povero vecchio pazzo ex-maoista sembrava proporre una sorta di genocidio pulito o di negazionismo identitario, ma la sua posizione era così eccentrica che pochi se la sono sentita di riproporla.

Al contrario, Shlomo Sand ha tutto per piacere senza scandalizzare troppo: ebreo, israeliano, documentato anche se un po’ confuso. Adesso dopo una tournée mondiale — Israele, America, Francia, eccetera — il suo libro sta per uscire anche in Italia per Rizzoli, che ovviamente ci tiene a puntare sul potenziale esplosivo delle tesi dello storico israeliano. Questa la presentazione dell’editore:

Secondo le tesi e i documenti esposti da Sand, gli ebrei di oggi non sono i discendenti diretti di coloro che lasciarono la Palestina durante le repressioni romane: anche perché la Diaspora è un mito creato a posteriori. (…) L’idea di un popolo ebraico che, nonostante le persecuzioni e l’esilio, ha attraversato la storia mantenendo la propria fede e la propria identità è alla base del sionismo e della stessa fondazione dello Stato d’Israele. Secondo Shlomo Sand, però, è un mito senza basi storiche. La presenza di comunità ebraiche (sefardite) nell’Africa settentrionale e poi in Spagna, e degli ebrei ashkenaziti nell’Europa centrorientale si deve all’espansione della religione ebraica, a cui si convertirono le tribù berbere e i kazari, un popolo che nel Medioevo fu a capo di un vasto impero a cavallo del Volga. Il popolo ebreo è in realtà una somma di popolazioni eterogenee che in epoche e luoghi diversi della storia si sono convertiti alla stessa fede. La tesi storiografica di Sand ha enormi implicazioni politiche (accettarla vorrebbe dire rinunciare alla caratterizzazione etnica di Israele). Per questo l’uscita del suo libro ha scatenato fortissime polemiche, in Israele e non solo.

La ricerca di Sand è interessante, fintanto che si limita a raccontare le operazioni culturali e ideologiche messe all’opera nell’Ottocento per costruire il mito sionista. Nessuna segreta cospirazione: un libro simile lo si potrebbe scrivere su Mazzini o sull’abate Sieyès, su George Washington, su Ataturk. Ma Sand questo non lo dice, e si capisce che sta cercando lo scandalo. Lo storico israeliano, specialista della storia dei nazionalismi, dimentica di segnalare ai lettori meno accorti che gli ebrei non sono un’eccezione: è proprio il concetto di popolo a essere una finzione, qualcosa che va costruito, una moda ottocentesca. Vale per gli ebrei, per gli italiani, per i francesi e perbacco… per i palestinesi. Ecco, appunto, i palestinesi. Ma Shlomo Sand non scrive nemmeno un capitolo sull’invenzione dei palestinesi, un popolo tanto vero da chiamarsi come una divisione amministrativa dell’impero romano.

I popoli sono tutti inventati, e questo non li rende meno reali. Sono la forma provvisoria che prendono certe rivendicazioni economiche e politiche. La maggior parte delle nazioni nasce da un programma d’ingegneria linguistica e filologica, talvolta da una falsificazione. Probabilmente il sionismo fu un progetto davvero catastrofico, tra i peggiori esiti del nazionalismo ottocentesco, ma gli argomenti di Shlomo Sand non lo rendono più sbagliato.

Il problema è che Sand, oltre a non essere uno storico della Diaspora, è razzista. Sul serio. Secondo lui, il fatto che gli ebrei non siano una razza, geneticamente parlando, significa che non sono un popolo. Sarebbero dunque i palestinesi i veri discendenti dagli ebrei della Bibbia. Argomento davvero debole: perché la genetica non è una categoria politica, e di certo non fonda i popoli, e soprattutto non c’interessa.



La resistenza inutile

A quale titolo chiedete l’emancipazione? In considerazione della vostra religione? Ma essa è nemica mortale della religione dello Stato.*

Tra le numerose razze extraterrestri che minacciano la Federazione dei Pianeti Uniti, il motto più suggestivo appartiene senza dubbio ai Borg: “Voi sarete assimilati, la resistenza è inutile”. Essere assimilati dai Borg — cioè diventare simili ai Borg — è terrificante perché significa rinunciare alla propria identità ; tanto vale essere completamente annichiliti. E tuttavia non sarebbe più pacifico un’universo di soli Borg — una pacifica borghesia? Ecco la questione. Das ist hier die Frage.

Der Judenfrage, per esempio. Quando verso la metà dell’Ottocento gli ebrei cominciano a uscire dai ghetti, gli si chiede innanzitutto di assimilarsi — ovvero di rinunciare a ciò che li rende ebrei per accomodarsi alla società in cui vivono. Bruno Bauer, che leggiamo attraverso Karl Marx, pone la condizione: che l’uomo rinunci alla religione per essere emancipato civilmente. La resistenza è inutile. Voi sarete assimilati. O annichiliti.

La questione ebraica di Bauer e Marx è simile ad altre questioni, dalla questione nativo-americana alla questione islamica che tormenta le periferie occidentali. Ovviamente oggi non si parla più di assimilazione, perché nessuno ci tiene a passare per un Borg, ma piuttosto d’un “Islam moderato” che conservi, delle proprie caratteristiche, solo quelle solubili nella società democratica. Magari con l’aiuto di qualche sanzione amministrativa. Sfortunatamente la Storia non è in pendenza, e invece di rotolare tutti docilmente verso l’assimilazione, qualcuno  – cui la pace Borg non conviene — prende la strada opposta della dissimilazione.

Curve di solubilità per sistemi a solubilità diretta e inversa,
dalle quali si deduce che la temperatura della Storia non è costante.

Se lo Stato è naturalmente assimilazionista, la pratica dissimilazionista serve bene a ogni tentativo di sottrarsi alla giursidizione statale e dare forma a entità politiche autonome. Per questo la banlieue — come luogo da assimilare e luogo che si sottrae all’assimilazione — é la figura centrale per comprendere negativamente la posta in gioco del politico. Lo Stato moderno sorge da un duplice processo di centralizzazione e assimilazione, artificiosamente incarnato nella forma mitica della Nazione. I nazionalismi necessariamente perseguono l’assimilazione (più o meno forzata) delle minoranze etniche, linguistiche e religiose: in Francia, in Italia, in Turchia, in Egitto, in Cina, eccetera.

L’assimilazione consiste in una sola cosa, ovvero che tutti s’impegnino a rispettare la stessa Legge, poiché lo Stato moderno consiste nell’esercizio uniforme di una sola Legge. Ma questo è tutt’altro che semplice o banale, perché noi siamo la Legge che ci siamo impegnati a rispettare. Come possiamo allora rinunciare a ciò che siamo? In questo contesto prendono piede le forze centrifughe della dissimilazione, la resistenza inutile delle periferie, dei clan e delle chiese. Di questo, anche di questo, sempre di questo, ci parla il Leviatano di Thomas Hobbes. Perché gli uomini non piombino nella guerra civile, un solo potere deve regnare, una sola Legge, una sola violenza, un solo Dio in terra.

Lo Stato è una divinità gelosa, che non disdegna il fumo degli olocausti. Ma se non fosse altro che un idolo osceno? Ebrei e cristiani lo pensavano dell’imperatore romano. I cattolici inglesi della Regina, i cattolici francesi della Rivoluzione. Oggi, musulmani radicali contestano che la sovranità possa appartenere ad altri che Allah: quando le folle adorano come un idolo la Nazione, argomentava Sayyid Qutb, regna l’Iniquità. Questo monoteismo militante non è una superstizione irrazionale, bensì un ragionevolissimo strumento di lotta politica, sviluppatosi a partire dagli anni Trenta in Egitto, in Pakistan, in Iran. Ragionevolissima è la strategia della dissimilazione, là dove si vogliono conservare o instaurare leggi e poteri locali, piccoli feudi, riserve e fortezze. Ragionevolissima é allora la risposta degli stati, ragionevolissimi i genocidi culturali, ragionevolissima l’islamofobia mascherata da laicità. Ecco tutti gli ingredienti per una tragedia.

Contrariamente a ciò che si pensava, l’assimilazione non è un destino necessario. In effetti, se i Borg ripetono da trent’anni che la resistenza è inutile, è anche vero che continuano ad essere sconfitti.


Rot and assimilate.
Hot to annihilate.



Il capro espiatorio

Come qualcuno ha scritto, il bel faccione da ebreo di Bernard Madoff è stato un regalo di natale per tutti gli antisemiti, che finalmente possono dare un volto e un nome alla crisi. Un senso, giusto quello che ci vuole! Ma stiamo attenti prima di accettare regali dagli sconosciuti. Ida Magli ha scritto che “ci si trova oggi a dover precisare l’identità ebraica dei manipolatori della finanza mondiale (…) perché esiste appunto una visione del mondo che li guida” (citato qui), e in fondo perché no: se l’ha fatto Max Weber con i protestanti e il capitalismo, allora vanno bene anche gli ebrei con la finanza. Trattasi di modelli, finzioni, racconti: stanno in piedi per un po’, ordinano la complessità, e crollano dopo l’uso. Non importa granché se qualche fatto incrina il teorema – molti sono ebrei tra le vittime di Madoff, molte sono le organizzazioni israeliane fallite a causa sua, e ovviamente molti non sono ebrei tra gli speculatori – se fosse utile lo potremmo anche conservare.

Dunque la domanda è: quanto è utile questo modello, che distingue colpevoli e vittime? Ebbene poco, in quanto perpetua l’ingenua rappresentazione della crisi come truffa; ovvero sostanzialmente come un incidente evitabile (di cui qualcuno ha la responsabilità) e non come una necessaria conseguenza a termine del sistema del benessere “dopato”. Bernard Madoff non stava rubando alcunché, e se tutto avesse continuato a filare liscio non ci sarebbe stata alcuna truffa, ma tanti speculatori soddisfatti – ebrei e non ebrei – che fanno un intero emisfero soddisfatto. Lo schema di Ponzi ha i suoi temporanei vantaggi, finché rimane credibile.

La verità è che c’è bisogno di un capro espiatorio perché non c’è nessun colpevole: semmai ringraziamo i signori in giacca e cravatta per averci fatto vivere per anni sopra le nostre possibilità, truffando metà del pianeta con le nostre monete false. Ci hanno promesso miracoli – la crescita infinita, i diritti di terza generazione, la macchina e la casa, il cinema d’autore – e noi abbiamo accettato.

Davvero non conoscevamo il prezzo?



Ebrei leggendari

Qualcuno sostiene che Fritz Lang fosse ebreo. E potrebbe essere soltanto un cortocircuito tra espressionismo, intellettuale, antinazismo, fuga in America, e non so che altro. Oppure potrebbe esserci qualcosa di più interessante. Fritz Lang non era ebreo, sebbene la leggenda scorra ampiamente su internet. Wikipedia segna il nome completo, che è abbastanza eloquente, in un crescendo di vornamen cristianissimi: Friedrich Anton Christian Lang. Ho cercato di tirare fuori la genealogia, ma volevano dei soldi (c’è una mafia delle genalogie che nemmeno immaginate). Alla fine ho trovato una pagina sull’ argomento:

Although Fritz Lang had Jewish heritage on his mother’s side, his father was Catholic. Fritz Lang’s mother converted to Catholicism after she was married. She took this conversion seriously, and she was dedicated to raising Fritz as a Catholic. Fritz Lang said he was raised “Catholic and very puritanical.” As an adult, Fritz Lang always adamantly identified himself as a Catholic. Although he was not a particularly devout Catholic, he regularly used Catholic images and themes into his films.

Nemmeno si dice dell’ebraicità integrale della madre, ma solo di una generica eredità. E dunque quella microscopica parte di ebraismo risale su almeno fino alla generazione precedente. Come chissà quante famiglie tedesche, la cui ebraicità poteva emergere o meno secondo necessità. La cosa interessante è che ovviamente la leggenda di Lang ebreo persiste nasce proprio lì, sotto il nazismo, sotto la sua legislazione (c’è una scena in Heimat, dove la famiglia dei protagonisti s’impantana nelle carte antichissime dell’archivio del paese, per dimostrare la propria purezza e anebraicità, malgrado il nome imbarazzante di Simon). Dunque la frase di Goebbels – “ebreo è chi decidiamo noi” – ha un po’ quel senso lì, di minaccia generica che cade su quasi tutti, di legge per la quale quasi tutti sono colpevoli, ma che può essere applicata o meno secondo l’arbitrio dell’esecutivo, secondo la voglia di percorrere sui documenti le tracce del sangue. Quella frase non è una boutade, ma davvero rappresentativa. E così è la fortuna dell’ebraicità immaginaria di Lang, corroborata dalla sua opposizione al nazismo, come se lì, nel presuntamente oggettivo delle segnature genetiche, si andasse a ricoprire di una patina di legalità il governo dell’eccezione.



Ouvroir d’Historiographie Potentielle

Una risposta a Monj sul caso Toaff.

Cosa ne penso? Credo che in gioco ci sia il nostro concetto di libertà di espressione, e credo che non possiamo più mantenerlo così com’è. Perché allora il Ministro in tv che insulta il Profeta perché no; e qualunque ipotesi, qualunque opinione, qualunque vignetta o barzelletta, qualunque fatto vero o inventato o possibile (o non impossibile) torna a galla sulla superficie mediatica a corroborare gli odi e le chiacchiere. E allora ripensiamola questa libertà di espressione, pensiamoci bene se vogliamo essere letti, ascoltati, visti in mondovisione. Io, personalmente, preferireri di no. C’è sempre qualcuno pronto a fraintenderti, e a usarti. Davvero Platone aveva previsto ogni cosa, quando rifiutava la scrittura che non fosse ironica, l’insegnamento che non fosse tagliato sull’interlocutore. Io voglio che Toaff possa esprimere la sua storiografia sperimentale, che pone certe domande interessanti al lavoro dello storico, e in generale dell’interprete. Ma evidentemente questa cosa è pericolosa, mica la si può buttare in mezzo ai pescecani, ai rabbini isterici e agli antisemiti di destra, sinistra, e Oriente. Ci vorrebbe un regime locale della libertà di espressione, un canale segreto, iniziatico. Ermetico.

Se invece mi chiedi qualcosa sui contenuti, mettiamola così: non ho letto il libro* (non lo trovo) ma a quanto pare Toaff tenta un metodo un poco avventato, ovvero prendere alla lettera le confessioni estorte dai tribunali dell’Inquisizione, che di solito e di comune regola vengono considerati prodotte dai giudici stessi, e ripetute dagli imputati in stato di costrizione e tortura; poi Toaff collega i crimini confessati alle tradizioni ebraiche, dice che in effetti il sangue ha una simbologia terapeutica e allora perché no (perché no!). Un po’ come se un giudice romano accusasse un cristiano di cannibalismo e si dicesse che è plausibile visto che i cristiani mangiano la carne del Signore durante l’Eucaristia. Insomma Toaff fa due mosse avventate, mi pare: prende alla lettera le confessioni (estorte), prende alla lettera delle simbologie (figurate). Ora non c’è dubbio che ci potrebbe essere stato davvero un cristiano cannibale, o una setta di cristiani cannibali, o una setta di ebrei cannibali. Ma a quanto pare Toaff non porta documenti nuovi, dice invece qualcosa di molto ambiguo a partire dai vecchi documenti, ovvero “non possiamo escludere che…”, insomma un meccanismo quasi da pettegolezzo, vigliacco e metodologicamente incongruo, e quindi pericoloso. Capisci che certe cose non puoi permetterti di dirle in un libro diffuso al grande pubblico, e recensito stupidamente sul corriere. Ci vuole attenzione, a meno di ammettere che ciò che scriviamo non serve a nulla, non influisce sul mondo, è fuori dal mondo. Invece ne fa parte e allora pensiamoci bene prima. Un libro è un oggetto contundente, handle with care. Ho già detto che Platone aveva previsto tutto?

* Qualcuno potrebbe obiettare che parlare di un libro non letto (LNL) e lamentarsi della chiacchiera sorta attorno ad esso sia vagamente contraddittorio. Credo che non parlare dei LNL sia una precauzione utile, ma non certo una regola di etica della conversazione. Ad ogni modo non si sta parlando di un libro, ma di una tesi: e questa la riassume l’autore stesso qui (grazie a TBlog).



Gli gnostici e i plutocrati

Mi trovavo coinvolto in una guerra antica, una guerra che veniva combattuta senza sosta da duemila anni. I nomi erano cambiati, così come lo erano i volti, ma gli avversari rimanevano una costante permanente. L’impero degli schiavi contro coloro che lottavano per la giustizia e la verità […]. Non ero io che mi ritrovavo nel mondo antico, piuttosto era Roma che si era rivelata come la realtà latente del nostro mondo attuale […]. L’odio che provavo per Roma era grande […]. Roma era dappertutto, in ogni epoca, un gigante smisurato che si estendeva in un immenso arco cronologico […]. Quello era il corpus malus, il corpo malvagio; ma dentro e dietro di esso esisteva uno spirito maligno che aveva reso l’impero ciò che era.
(Philip K. Dick, Radio Libera Albemuth)

Contro Roma

Torniamo sul luogo del delitto, poco dopo il delitto: la Palestina degli anni successivi alla morte di Cristo. Leggiamo gli Atti degli Apostoli. La morale cristiana, prima di allearsi e deformarsi nell’unione con il potere politico, ancora esibiva la sua natura essenzialmente antimoderna, come diremmo noi. Nulla a che vedere con l’antimodernismo omeopatico, strategico, della ierocrazia che sarà la Chiesa Cattolica: bensì un’ideologia che mina i fondamenti economici e politici del mondo antico.

Saulo sta per essere folgorato, intanto perseguita. Questa è la prima generazione di cristiani, e ne seguiranno altre di perseguitati, di schiavi, di martiri. Ma se nei Vangeli il conflitto è con gli ebrei, e ancora negli Atti così pare, via via si palesa un diverso progetto politico. Accade questa rottura misteriosa, tra il mito fondatore e la storia. Mentre sulla carta della leggenda si simula un rapporto dialettico con la religione ebraica (esplicitato nel tema del superamento della Legge), in verità l’interlocutore storico del cristianesimo che va insediandosi è la società romana. Qui emerge il correlativo dell’antimodernismo del cristianesimo delle origini: Roma, archetipo della modernità.

La struttura sociale che i cristiani mettevano in questione ha diversi caratteri comuni con ciò che chiamiamo modernità. Si tratta di una società aperta (in senso popperiano), liberale nell’intero arco semantico delle sue accezioni, borghese, individualista, e soprattutto fondata sul denaro.

Torniamo sul luogo del delitto: e facciamolo leggendo un racconto di Tolstòj, ambientato in quegli anni e in quei luoghi (“Camminate nella luce finché avete la luce”,1887). Qui Tolstòj, reduce dalla sua violenta crisi mistica, confronta l’insoddisfazione di un ricco mercante romano con l’umile beatitudine dei primi cristiani. In questo racconto si definiscono con chiarezza vagamente agghiacciante i caratteri della società ideale che Tolstòj vede incarnata dal cristianesimo delle origini: la vita comunitaria e il rifiuto del sistema economico vigente, e della sua etica proto-capitalista (il cosidetto “capitalismo antico”). Tolstòj era convinto di potere applicare una radicale riforma cristiana alla sua società, che condivideva gli stessi vizi di quella romana. (Roma era dappertutto, in ogni epoca, un gigante smisurato che si estendeva in un immenso arco cronologico). Il che c’induce a considerare la fondatezza dell’affermazione di Henry Gifford nella sua biografia intellettuale dello scrittore russo: “Tolstòj è antimoderno e la base delle sue convinzioni, che nessuna logica può minare, è reazionaria”.

Il denaro come menzogna

Reazionaria, poiché Roma non rappresenta un tipo di economia, ma un sistema nel quale un determinato tipo di economia è parte integrante. Reazionaria poiché la messa in questione del singolo aspetto emerge da una posizione politica complessiva. Massimo Fini, nella sua requisitoria contro il denaro (“sterco del demonio”), capisce bene la necessità di porlo in relazione con l’apparizione della filosofia, della scienza, della polis, della democrazia e dell’individualità. Il suo rifiuto del denaro è un rifiuto di tutte queste sue implicazioni. E una rivendicazione (programmaticamente reazionaria) del paradigma dell’antimodernità: il Medioevo. Il lungo millennio cristiano. Roma rovesciata.

Per quasi mille anni il denaro scomparve, e con esso un certo tipo di società. Non si tratta di un effetto collaterale, ma di una conseguenza essenzialmente implicita dell’ideologia antimoderna propugnata dal cristianesimo. Poiché la critica di una categoria come la modernità non è la messa in crisi di determinate istituzioni, ma una rivolta metafisica contro il suo tessuto ideologico. (Roma era dappertutto, in ogni epoca, un gigante smisurato che si estendeva in un immenso arco cronologico) I primi cristiani intesero operare una trasvalutazione, che travolgesse i valori della modernità per porne di nuovi: il risultato dell’operazione può indurre qualche dubbio sull’opportunità del baratto. Più recenti pulsioni antimoderne del pensiero occidentale hanno messo in scena un simile baratto, aprendo la strada a inquietanti sviluppi politici.

Attorno al denaro si è sviluppato un discorso irrazionale, che trova il suo archetipo nel dualismo gnostico e nel rifiuto della materialità. Il denaro compra la realtà: non nel senso banale dell’accumulo di sue porzioni fisiche, ma piuttosto in quanto la sua infinita potenza permette di sovvertire l’ordine delle cose. Il denaro sofistica il vero, snatura il naturale. In un passo dei Manoscritti del 1844, Marx nota questo aspetto mistificatorio del denaro: “Io, mediante il denaro, posso tutto ciò che il cuore desidera e possiedo ogni umano potere: il denaro non tramuta le mie impotenze nel loro contrario?”. Io posso, quindi, annullare la manifestazione di fenomeni reali (la disonestà, la bruttezza, la stupidità…) e sostituirli con fenomeni “falsi”, ovvero slegati dal valore effettivo della fonte presunta: “Io sono, nel fisico, uno storpio ma il denaro mi dà ventiquattro gambe e storpio non lo sono più″. Il denaro può sovvenzionare l’errore, difendere il male, disegnare maschere gradevoli ad ogni abiezione: trasforma ogni cosa “in qualche cosa che non è, nel suo contrario”, nota ancora Marx. “Forza davvero creatrice”, il denaro è il demiurgo di un universo sbagliato, l’anima del mondo realmente rovesciato di debordiana memoria, nel quale il vero è momento del falso. Non solo il denaro è prostituta universale, ma inoltre prostituisce la verità del mondo, baratta il falso con il vero.

La creazione di questo demiurgo malvagio è un mondo mostrificato in cui nulla è come realmente è, al di là dell’allucinazione collettiva che induce. Scrive Petrarca (Epistulae de rebus familiaribus, citata da Fini): “L’oro riduce schiavo chi è libero e liberi gli schiavi, assolve i rei, gli innocenti condanna, fa i muti facondi, riduce ogni eloquenza a silenzio. Per esso principi i servi, e servi i principi, audaci i timidi, paurosi gli arditi, solleciti i pigri… asciuga i fiumi, feconda i campi, sconvolge i mari, adegua ai piani i monti, rompe ogni chiusa, assalta ed espugna fortezze, abbatte castelli…”

In termini simili Marx: “I soldi trasformano la fedeltà in infedeltà, l’amore in odio, lo schiavo in padrone, il padrone in schiavo, l’idiozia in intelligenza, l’intelligenza in idiozia”.

Il denaro è la droga malvagia che tiene il mondo prigioniero in un terribile incubo, a testa in giù: come in uno specchio, secondo il motto paolino. Questo discorso a malapena cela il vizio metafisico che lo fonda: l’idea che vi sia una realtà da sovvertire, una natura da snaturare. A malapena cela il dualismo gnostico (o platonico), e la sua inconscia retorica del rovesciamento (in Marx: “contrario”, “pervertimento”, “rovescia”, “confusione”, “inversione”, “sovvertito”).

La diade gnostica

Nella forma del confronto tra Dio e Demonio, ritroviamo la diade gnostica, e l’idea del denaro come principe dell’inganno, anche nelle parole di Martin Lutero: “Il denaro è la parola del diavolo, per mezzo della quale egli crea ogni cosa nel mondo, proprio come Dio crea attraverso la parola di verità“. Si scava un confronto tra il mondo falso – il mondo in cui viviamo, il mondo della materia e delle apparenze – e il mondo reale, ideale, che da qualche parte aspetta la nostra rivolta interiore. Ritroviamo lo schema della Caduta, come ribaltamento del vero nel falso e del giusto nello sbagliato. Il peccato originale, in questo caso, è il conio della prima moneta, replicatasi furiosamente fino al definitivo contagio di ogni aspetto della realtà: rovesciata, confusa, sovvertita.

Ma il reale contagio è piuttosto quello del paradigma gnostico, filigrana di ogni discorso metafisico sul denaro. In effetti la denuncia del denaro finisce per confondersi con l’ossessione della materia, a sua volta confusa con il male. In primo luogo, il denaro è il medio della soddisfazione dei bisogni, cioè di esigenze corporee. Nessuna verità spirituale può essere barattata con il denaro: ovvero nessuna verità, ma solo menzogne. Il borghese accumula denaro per garantirsi agi superflui e soddisfazioni materiali, senza curarsi della propria anima. Il denaro invoca la merce, ovvero pura superficie scrostata via dalla realtà del proprio oggetto: il prodotto isolato dalle dinamiche di produzione, come pura consumabilità. In secondo luogo, il denaro rimanda a una dimensione di potenzialità, altro carattere precipuo della materia: può diventare ogni cosa (nei limiti del suo valore di scambio), ma non è nessuna. Seguendo la definizione aristotelica, la forma è il determinato e il qualitativo; viceversa la materia, come il denaro, è indeterminata e quantitativa. Il denaro è chora, ricettacolo senza volto, che attende l’incontro con un principio formale, la luce del Logos.

Infine il paradigma gnostico assume un ultimo, inquietante volto: quello dell’antisemitismo. La lettura gnostica della Bibbia volle sanare le contraddizioni tra il Dio dell’Antico e quello del Nuovo Testamento, identificando nel primo, antropomorfo e severo, il Demiurgo malvagio e nel secondo il vero Dio. Da ciò consegue che gli ebrei onorano la divinità del falso, il creatore della materia e del male. Divinità che nello stereotipo antisemita finirà per essere sostituita tout court dal Denaro: poiché d’altronde la ferita del Dio venduto per trenta denari il cristiano ancora non può perdonare. Marx stesso afferma testualmente il dio dell’ebreo essere il denaro, ribadendo: “Qual è il fondo profano del giudaismo? Il bisogno pratico, l’interesse personale”.

L’antisemitismo è una declinazione razziale del pensiero gnostico. La retorica antimaterialista finisce agilmente riciclata sull’ebreo, reso paradigma dell’uomo sensuale, legato agli istinti sensuali più bassi. Otto Weininger, ebreo suicida metafisico, nel capitolo “Ebraismo e odio di sé” di Sesso e carattere (1903) – scintilla, se mai necessaria, dell’antisemitismo novecentesco – scrive infatti del “poter-divenire-tutto dell’ebreo” (il suo essere pura materia, potenza), e di “esagerata accentuazione dell’empirico”. L’incarnazione nell’ebreo dei caratteri “materiali” porta al il riciclo delle categorie socialiste, che porta all’dentificazione del plutocrate in un tipo raziale (si pensi alla totale convertibilità del discorso socialista wagneriano in un discorso nazista): dando corpo antisemita al pensiero antimoderno del primo novecento. Tanto che Weininger giunge a dire: “Ebraico è lo spirito della modernità“.

Sarebbe più opportuno dire che antimoderno è lo spirito della modernità, che ogni modernità produce le pulsioni del suo annientamento: come avvenne all’impero romano, sedotto dalla favola cristiana, ogni modernità desidera il tracollo.



La distruzione del tempo

Bell’articolo del New York Times Magazine (su Internazionale di questa settimana) sulle ragioni del filo-israelismo di destra cristiana e neoconservatori statunitensi. Ad un certo punto si parla del cosidetto sionismo cristiano, ed io ero rimasto ai tempi in cui questo significava pressapoco dare uno stato agli ebrei per liberarsene. Invece questi sono dei fondamentalisti cristiani che, interpretando alla lettera la Bibbia,

credono che Cristo ritornerà sulla Terra soltanto quando gli ebrei si saranno nuovamente impadroniti della Terra Santa.

Comunque poi finisce o con l’Apocalisse o con la conversione al cristianesimo in massa, quindi c’è poco da stare tranquilli. Un’interferenza, quella tra storia universale ed ermeneutica teologica, tra tempo profano e tempo sacro, tra mito ed evento, che appartiene precipuamente alla religione ebraica, che ha in una nazione, in un popolo, il soggetto della Storia. Dobbiamo perciò considerare l’esistenza d’Israele (alla stregua delle distruzioni del tempio e della Shoah) anche da un punto di vista teologico, dal punto di vista dell’economia della salvezza. Alla teologia è dunque lecito ricorrere per comprendere le scelte dello Stato Ebraico, la cui sopravvivenza è, anche, una questione metafisica.

Quello che colpisce (senz’altro perché conosco poco il protestantesimo americano) è che un punto di vista messianico emerga ora anche dalle parti del cristianesimo. Ovvero una religione fondata sull’evento totalizzante della crocefissione, sulla quale si apre una semplice parentesi prima della fine dei tempi. Le debite eccezioni di millenaristi come Gioacchino da Fiore si presentano sempre sul filo dell’eresia. Oggi forse le cose stanno cambiando: quando nei suoi discorsi Bush evoca Dio e la fede, non si tratta soltanto di fare vincere dei valori su degli altri (Occidente contro Islam), ma forse di partecipare al compimento del divenire ultraterreno della Storia universale.