guerra nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Il secondo comandamento

Quasi un anno dopo l’attentato incendiario alla sua sede, Charlie Hebdo riprova ad attizzare lo scontro di civiltà pubblicando l’ennesima serie di vignette blasfeme su Maometto. Lo avrete capito: quest’anno il pugno si porta alzato, la Madonna femminista e il Profeta in déshabillé. Ci sono quattro miliardi di fondamentalisti e voi volete educarli all’illuminismo? E poi cosa? Insegnare il valzer ai vulcani?

Charlie pretende difendere la laicità, intesa in un senso del tutto bizzarro. Laicità sarebbe il diritto universale di provocare un altro per via della sua religione, e pazienza se ciò comporta una reazione violenta: lo Stato raccoglierà i cocci. Invece laicità è proprio il contrario, ovvero il dovere di non provocare un altro per via della sua religione. Per come è stata sviluppata all’epoca delle guerre di religione, la laicità è un dispositivo utile a disinnescare i conflitti sociali. Si tratta di estromettere la religione dallo spazio pubblico, e questo include anche un tipo di presenza della religione particolarmente pericoloso, anche se divertente: la bestemmia. Se in molti ordinamenti la bestemmia è punita severamente è perché le sue conseguenze sono serie e incalcolabili. In simili situazioni, la tutela della libertà d’espressione è un cruccio semplicemente risibile. In simili situazioni, ostinarsi a difenderla “per principio” — senza valutare le conseguenze — è puro e semplice fondamentalismo.

L’essenza della laicità sta già tutta nel secondo comandamento dato a Mosé: non nominare il nome di Dio invano. Non nominare il tuo Dio, e non nominare quello degli altri. Altrimenti il gioco non funziona, e ciò che chiami laicità è solo una nuova religione, che suona come un Credo osceno:

Io credo nella bestemmia onnipotente,
creatrice del cielo e della terra,
di tutte le cose visibili e invisibili…



Dottrina della Costituzione

Correttamente qualcuno fa notare che, nella nostra Costituzione spesso invocata come pacifista, dopo « L’Italia ripudia la guerra » ci sta una serie di eccezioni che rendono la guerra possibile e apprezzabile. Insomma l’articolo undicesimo si risolve in una specie di vuota tautologia, che si limita a escludere uno scenario che non esiste: la guerra di aggressione. Da sempre la guerra si fa (dal punto di vista di chi la fa) per prevenire, difendere, rispondere o vendicare un’aggressione precedente. La guerra non comincia con un colpevole, ma con una vittima. E allora a che ci serve, un articolo che ci ricorda che la guerra va fatta soltanto quando é giusto farla? Grazie tante!

Ma l’undicesimo non é l’unico articolo tautologico della nostra bella Costituzione — prendiamo l’ottavo: prima ci dice che le confessioni religiose sono libere davanti alla legge, poi precisa « in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano ». Sfortunatamente, quando diverse comunità vivono sotto la stessa Legge, sono le divergenze politiche a porre problema e non certo le opinioni in materia di metafisica. Quindi li tolleriamo fintanto che non diventano intollerabili? Grazie ancora, Costituzione.

D’altronde, cara Costituzione, perché dovresti essere tu a risolvere i nostri problemi, a dirci quali guerre guerreggiare e quali confessioni tollerare? A noi basta che tu sia sufficientemente vaga per fondare uno Stato.



Il museo o il campo di battaglia

Per una critica del diritto internazionale sulla protezione dei beni artistici e culturali in caso di conflitto armato

Max Ernst, L’Europa dopo la pioggia

Nel cominciar di questa guerra i Greci riposero ogni speme, ogni fidanza ne l’aiuto di Palla; e ben riposte fur sempre, infin che l’empio Dïomede, e l’inventor d’ogni mal’opra Ulisse, il sacro tempio suo non vïolaro: come fêr quando, ne la ròcca ascesi, n’uccisero i custodi, e n’involaro il Palladio fatale, osando impuri por le man sanguinose al sacrosanto suo simulacro; e macular le intatte e intemerate sue verginee bende.

Virgilio, Eneide, II, 274-285.

1. Beni culturali e violenza politica

Nell’ingombrante eredità che i nostri antenati ci hanno trasmesso, e che conserviamo con dedizione, non ci sono soltanto pentole, monili e nature morte, ma soprattutto castelli, fortezze, muraglie, e ancora lance acuminate, scudi, armature, balestre, strategie militari e ricette per torture viziose. Nei musei e nelle città riposano le spoglie di antiche armi, logorate nella materia e nel significato: monumenti in onore di sovrani e ritratti di capitalisti; templi e icone sacre; palazzi delle amministrazioni e delle banche; biblioteche, boulevards, cimiteri. Gran parte del patrimonio artistico e culturale dell’umanità – così detto dai legislatori internazionali – non è altro che il solco scavato da secoli di esercizio del potere tra diversi gruppi di uomini, la testimonianza di un ordine e la cicatrice di una violenza di cui è fatta la Storia. La Storia tuttavia non è finita e spesso, lungi dall’essere la semplice traccia di un conflitto ormai risolto, il patrimonio artistico e culturale è il segno efficace dell’esercizio del potere hic et nunc: non un delizioso ornamento, non un bene inoffensivo, non un’esperienza con cui intrattenersi nel tempo libero.

Oggi un visitatore può esplorare le sale del Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo e ammirare la straordinaria collezione di opere d’arte, le fastose decorazioni e gli emblemi di un potere trapassato; nel 1917, i bolscevichi, comandati da Vladimir Antonov-Ovseenko, lo sfiguravano a cannonate. Chi, tra il turista e il rivoluzionario, è più prossimo a comprenderne il significato, il valore, la bellezza? Chi, tra chi conserva e chi distrugge, conosce meglio il segreto del patrimonio artistico e culturale dell’umanità? La domanda è senz’altro oziosa, come dicono per modestia i filosofi, per cui ci accontenteremo di enunciare un dato di fatto: le guerre hanno sempre comportato la distruzione o la predazione di beni culturali. E questo non soltanto perché un edificio o un manufatto possono coincidere con un obiettivo economico o militare, ma anche e più profondamente perché i beni artistici e culturali, che oggi fruiamo esclusivamente nella loro dimensione estetica, sono degli oggetti intrinsecamente politici. Essi sono, propriamente, la materia di cui è fatto il potere. Le fortezze, gli scudi e le strategie; ma anche i monumenti, i templi e le biblioteche.

Nel tentativo di sottrarre questi beni alla violenza, alla quale pure sembrano destinati, è stata conclusa all’Aia nel 1954 la convenzione sulla Protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, ratificata nel corso degli anni dai diversi stati. Aderendo alla convenzione, le parti s’impegnano

a proibire, a prevenire e, occorrendo, a far cessare qualsiasi atto di furto, saccheggio o di sottrazione di beni culturali, comunque sia praticato, e qualsiasi atto di vandalismo verso gli stessi. (art. 4)

La questione del rapporto tra patrimonio culturale e violenza politica, che pareva finalmente risolta, è però ri-emersa con forza durante gli anni Novanta e ha costituito una sfida per chi si occupa di diritto internazionale. Come sottolinea un testo recente, la “deflagrazione degli Stati multietnici e multiconfessionali” dopo la caduta dell’Unione Sovietica ha provocato “drammatici quanto inattesi problemi relativi al trattamento dei beni culturali nei conflitti armati” (Zagato 2007, p. 199). In effetti, scrive ancora Zagato, “risalta come uno tra i tratti qualificanti dei nuovi conflitti risieda precisamente in ciò, che la distruzione del patrimonio culturale della Parte avversa diviene un obiettivo militare prioritario” (p. 203). Sono stati soprattutto i conflitti etnici sorti dalla dissoluzione della Iugoslavia a manifestare il problema di “conflitti aventi come obiettivo specifico la distruzione dei beni culturali” (p. 242).

Il danneggiamento nel 1991 dell’antica città croata di Dubrovnik assediata dall’Esercito Iugoslavo (JNA) e il bombardamento del ponte Stari Most di Mostar nel 1993 sono i simboli di una forma di violenza politica che gli strumenti pattizi internazionali non sono stati in grado di prevenire. Proprio in seguito a questi tragici eventi il curatore e museologo canadese Martin Segger ha sviluppato l’idea di una museologia della riconciliazione, che prende le mosse dalla constatazione dell’essenziale politicità del bene culturale e dello spazio museale. Anche da questo punto di vista, e non solo da quello umano, la guerra dei Balcani ha presentato un pesante bilancio:

What differentiates today’s tribal and ethnic conflicts from those previously of nation states, is the extent to which erasing not only ethnic identity but also ethnic memory has been raised to the status of a legitimate goal. This is quite different from the 1000 years of systematic looting which was part and parcel of the military system. Museums, historic sites, libraries, archives, places of worship and community gathering have become prime targets. (Segger 1998)

C’è da chiedersi se questo sia semplicemente un “incidente di percorso”, o se piuttosto – come crediamo – non si debba fare i conti con un limite intrinseco degli strumenti legali di tutela del patrimonio culturale. È corretto ritenere che l’assorbimento del bene artistico entro il teatro di guerra, come obiettivo intenzionale, sia un fenomeno nuovo? Senza dubbio, la tecnologia militare permette oggi di produrre una quantità di danni dapprima impensabile, ma questo dato quantitativo davvero non è sufficiente, ci pare, per parlare di un salto di qualità nella natura dei conflitti. Lo stesso Segger, ripercorrendo sommariamente la storia del rapporto tra guerra e beni artistici, ne evidenziava l’ineluttabile legame:

Gold and silver art works, war trophies of the conquering armies of Alexander, were proudly displayed in Greek Temples, ancestors of the modern museum. The armies of Napoleon looted Europe to found the modern Louvre; and likewise British generals and colonial administrators scoured an Empire to develop the British Museum. (Segger 1998)

E se i “nuovi conflitti” segnassero piuttosto la fine di una breve parentesi, caratterizzata dal diritto di guerra novecentesco e dalle sue illusioni? Questa parentesi, ci pare, ha coinciso con il disconoscimento della stretta interdipendenza tra la produzione artistica e la storicità dell’esistenza umana. Che l’arte e la cultura siano politicamente neutre – e che possano essere considerate militarmente neutrali – è il principio da cui muovono i numerosi trattati internazionali che, nel corso del Novecento, ne fissano lo statuto; per non parlare dell’idea di un patrimonio universale talmente neutro da appartenere all’umanità intera, sviluppatasi dopo la Seconda Guerra Mondiale.

In effetti, una certa concezione dell’arte e della cultura si nasconde tra le righe delle convezioni. Questa concezione è contestabile sul piano dei presupposti teoretici, ma soprattutto su quello dell’efficacia normativa, come vorremmo dimostrare esaminando il modo in cui gli strumenti internazionali riconducono il patrimonio culturale e artistico entro la categoria della neutralità politico-militare. Alcuni concetti del linguaggio giuridico e militare, alcune parole cui si ricorre con troppa distrazione, attirano la nostra attenzione: superfluo, neutrale, universale. Esaminandole vorremmo formulare una critica, talvolta provocatoria, dell’ideologia della tutela dei beni artistici e culturali, in guerra ma anche in pace.

Non ci stiamo qui interrogando su che cosa sia una bene culturale, su quali criteri lo definiscano, su cosa dobbiamo conservare e su cosa possiamo sacrificare. Se così fosse, il problema non riguarderebbe la natura delle prescrizioni, ma l’estensione del concetto di bene culturale cui le prescrizioni si applicano. In verità, la domanda da porsi è tutt’altra, ed è questa: l’immunizzazione del bene culturale – come definita dalle convenzioni – non implica necessariamente (nel suo tentativo di neutralizzarlo e universalizzarlo) una definizione del bene riduttiva, che non corrisponde alla realtà dei rapporti che gli uomini intrattengono con esso? In questo caso, la prescrizione rischia di essere semplicemente inattuabile, oltre che tragicamente ingenua: proprio come fu ingenuo credere, a Versailles nel 1919 e a Ginevra nel 1924, che la “criminalizzazione della guerra” avrebbe reso impossibile il conflitto armato. Lo avrebbe invece reso più atroce.

E ugualmente atroce è il destino del bene artistico, ostaggio di custodi tanto severi quanto incapaci di proteggerlo. Ma se la sola alternativa fosse tra il museo e il campo di battaglia dobbiamo davvero preferire il primo?

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Il Dossier Kant

Si j’ai bien compris, et selon ce spécialiste réputé des question militaires, les guerres futures ne se dérouleront pas dans les villes, elles ne comporteront plus d’éléments irréguliers, et elles occasionneront un nombre chaque fois plus réduits de dommages collatéraux parce qu’elles seront entièrement professionnelles. On peut donc en conclure qu’elles se dérouleront dans les villes, qu’elles comporteront un nombre considérable de criminels, et qu’elles toucherons avant tout, et comme d’habitude, les civils. (p. 118)

Si Clausewitz revenait parmi nous et qu’il était confronté aux périphrases humanistes du chef de l’opération Force Allié touchant les morts adverses – we were starting to encounter the kind of incidents we had worked to avoid – il frapperait du poing sur la table, et s’exclamerait avec une raideur toute prussienne: “Comment ça incident? Un mort est un incident dans une guerre? Mais dans quelle espèce de monde vivez-vous?”, et il n’aurait pas tort. (p. 133)

Que la guerre fut, est, et restera une affaire de Nations, voilà une vérité que personne, dans mon pays, ne veut entendre. Que cette vérité nous oblige à nous confronter à l’aspect le plus déplaisant de nos alliances militaires, je l’admets volontiers: c’est justement son intérêt. (…) La guerre a ses lois propres que la raison ne connaît pas, parce qu’elle dépasse infiniment en tragédie ce que la raison peut admettre. Je m’aperçois qu’il faut une somme considérable de naïveté – ou de simplisme – pour croire au dépassement des Nations en Europe. Que cette vérité soit désolante aux yeux du plus grand nombre, je le reconnais sans mal, mais faut-il atténuer une vérité parce qu’elle est désolante? Doit-on raconter des histoires aux électeurs européens sous prétexte que leur besoin de consolation est impossible à rassasier? Si je devais classer l’ensemble des procédés par lesquels les hommes refusent d’admettre que la liberté dont ils jouissent dépends, non d’un droit international quelconque, mais de la guerre elle-même, j’intitulerais cet ensemble Le Dossier Kant, parce que cette philosophie grotesque fondée sur l’espérance en un destin rationnel de l’humanité constitue la manière la plus simple et la plus sure d’esquiver la question. J’essaierai d’arpenter le globe en classant les histoires que les gens se racontent afin de transformer l’inconfessable de facto en un merveilleux de jure. (p. 149-150)

Pourquoi est-il si difficile d’admettre qu’il n’y a pas de solution, pourquoi est-il si nécessaire de nous raconter, indéfiniment, des histoires? (p. 211, ultima frase del libro)

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David di Nota, Bambipark, Gallimard, Paris 2009, ritorna sull’intervento NATO in Serbia del 1999. Il libro, composto da una specie d’inchiesta sul campo e da una specie di dramma allegorico, ha il merito sostanziale di criticare il “cancellamento” morale, giuridico e linguistico del concetto di guerra – con tutte le sue terribili conseguenze – senza scadere nell’antiumanitarismo spicciolo di tanti schmitiani di destra e di sinistra, e – pur demistificando la propaganda anti-serba – senza concedere nulla alla retorica filo-serba (in cui si sono impelagati intellettuali come Peter Handke).



Kamikazen! Da Mao Zedong a Benedetto XVI

Un recente sondaggio ha quantificato lo sconcerto dei cattolici francesi di fronte alle posizioni di Joseph Ratzinger: ben 43% sarebbero favorevoli alle sue “dimissioni”. Ricorrere alla statistica in materia di legittimità papale è senza dubbio piuttosto incongruo, per non parlare delle dimissioni, ma non formalizziamoci. Questa cifra nasconde un disagio, un imbarazzo e diversi dubbi. Questa Chiesa rigida e inflessibile non rischia di allontanare i fedeli? Che bisogna pensare della strategia comunicativa di Benedetto XVI?

La tesi del reazionario pasticcione (gaffes a parte o incluse) è suggestiva. Eppure basta vedere cos’è successo alla politica italiana negli ultimi quattro anni per rilevare l’efficacia di questa strategia, che ha imposto la Chiesa al centro del dibattito pubblico. Per una frase sulla contraccezione, oggi Benedetto XVI subisce una doccia fredda di comunicati ufficiali, editoriali, dichiarazioni; domani mieterà il raccolto. La domanda che turba il nostro, di sonno, è dunque questa, che il caso di Ratzinger permette di sottoporre a verifica sperimentale: in che modo una perdita su breve periodo produce un guadagno sul lungo periodo? Due sono i momenti della misteriosa conversione della perdita in guadagno: la mobilitazione e la vittimizzazione.

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La guerra della Chiesa di Roma contro la società liberale sembrava una guerra perduta in partenza, attorno al diciottesimo secolo. L’esercito di Cristo, oggi, fa una ben magra figura di fronte all’esercito della modernità. Ma le guerre perdute in partenza si possono vincere all’arrivo. Tutto ciò che serve è darsi alla macchia e cominciare la guerriglia. E infatti Ratzinger applica alla comunicazione politica lo stesso metodo che Mao Zedong applicava al conflitto armato. Come scriveva nel suo testo Sulla guerra di lunga durata (1938), l’obiettivo di un’operazione di guerriglia partigiana non è “conservare le nostre forze e annientare quelle del nemico” bensì “mobilitare e organizzare le masse popolari”. Possiamo chiamare questo sistema, cui ricorreranno Che Guevara e oggi Hamas e Al Qaeda, con il nome impegnativo di terrorismo, ultima incarnazione di quella efficacissima politica missionaria che era il martirio. La mobilitazione consiste in una deliberata strategia di estensione del conflitto al fine di alterare gli equilibri coinvolti, e portare a manifestarsi le forze latenti. In altri termini, il primo risultato di un’operazione terrorista è di costringere i non allineati a prendere posizione: con noi o contro di noi. E l’Italia é una nazione di cattolici di comodo, pronti ad allinearsi secondo come gira il vento.

Tuttavia, al primo stadio il rischio è che il popolo scelga di stare contro di noi. La violenza necessaria a suscitare la mobilitazione produce infatti un danno d’immagine per l’aggressore, ed è questo appunto il danno che si rileva nel breve periodo. L’undici Settembre eravamo tutti americani, e il fronte del terrorismo sembrava debolissimo, ma poco a poco le cose hanno iniziato a complicarsi. La violenza ha infatti un’altra conseguenza: essa chiama a sé una reazione. Il secondo risultato di un’operazione terrorista è di costringere il nemico a compiere una rappresaglia. Siamo nel medio periodo e questo è il secondo danno subito; la strategia sembra del tutto irrazionale. Eppure questo danno è centrale perché produce il rovesciamento della gerarchia tra aggressore e aggredito. Tenuta a saldare un debito economico o simbolico, la rappresaglia potrà essere percepita come sproporzionata (ad esempio questa) e aprire perciò un nuovo debito, che produce una nuova vittima. L’attenzione si sposta, la cronologia degli eventi si confonde, e forse non c’è stata nessuna aggressione, ma solo un malinteso.

E così, misteriosamente, una guerra perduta in partenza si trasforma, come dire, in un gran pantano. Misteriosamente, i coltelli hanno la meglio sulle bombe atomiche, le antiche leggi su quelle nuove, il rigore sul benessere, la fede sulla scienza. Accidenti se la sa lunga, il reazionario pasticcione.



Bersagli mobili

Sarebbe stato da parte mia troppo ingenuo fingere di accorgermi soltanto adesso di cosa stava accadendo, come se entrando in un cinema durante i titoli di coda sostenessi con sdegno che il film è già iniziato. Eppure c’è un momento, un attimo di sfrenata lucidità (a f rozen moment when everyone sees), nel quale a cambiare è l’angolazione dello sguardo sulla scena – non la scena stessa, né il giudizio su di essa. Come se il narratore esterno, demiurgo e spettatore, fosse stato catapultato nel bel mezzo del campo di battaglia. Ma Victor Hugo a Waterloo, anche si fosse rannicchiato in un angolo a piangere di paura, non avrebbe cambiato le sue opinioni – se queste valevano qualcosa. Hanno forse ragione Jacopo di Marsilio Black e Naciketas a trarre criteri di condotta politica dall’istinto di sopravvivenza, invitando i vigliacchi a gridare con democratica forza contro chi li ha trascinati nella carneficina. Ma che valore (se non politico) hanno i guaiti dei vigliacchi, disposti a insorgere soltanto per difendere la loro pelle? Che muoiano. Le loro opinioni non valevano allora, e non valgono ora che sono cambiate. Porsi adesso la domanda cosa fare? non ha senso, o non ce l’ha per noi. Porsela adesso è infame. Qualsiasi sia stata la scelta che abbiamo fatto o rifiutato, l’abbiamo fatta, spero, immaginandone le conseguenze. Cercando di evitarle, o mettendole in conto a un’ operazione a lungo termine dagli accenti millenaristici. Chi in buona fede ha scelto la guerra lo sapeva, e così chi l’ha rifiutata. I primi guardano così lontano che sperano che la storia li assolverà, e non vedono nulla (ma non per niente hanno coniato l’eufemismo: sarà una guerra lunga). I secondi vedono realizzata la teoria determinista (altrettanto ingenua) del terrorismo come esclusiva risposta a un’aggressione della quale ci siamo macchiati. Nessuno si stupisce: semmai s’invertono le gerarchie tra vittime e colpevoli. E n on era stupore il mio. Qualsiasi cosa fosse, cambierà la mia vita ma non le mie idee: ero incerto prima, e lo rimango – con strenua combattuta coerenza. Voialtri continuerete a fissare quel cerchio cercandovi un inizio – cercandovi una fine che spero troverete. A me torna in mente l’infinita faida di Aprile spezzato di Kadaré. E aprile, si sa, è il mese più crudele.