Guido Vitiello nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Remember, remember, the First of April

Domenica primo aprile √© accaduta una cosa piuttosto importante. Vorrei dire epocale: per la prima volta, un grande quotidiano nazionale, il Corriere della Sera, ha recensito un e-book autoprodotto, il misterioso¬†Anonymous. La grande truffa. Insomma le cose stanno davvero cambiando. Merito dell’ottimo Guido Vitiello, che ha firmato l’articolo, ma anche di tutti quei ragazzi che passano le notti a defacciare siti in nome di un ideale di libert√†, dei quali il libro traccia la gloriosa epopea.



Poco meno che vento

Nell’attesa di leggere il suo promettente¬†La commedia dell’innocenza, lettura in chiave sacrificale del genere¬†giallo, incollo qui e faccio mio l’ottimo proposito del sempre ottimo Guido Vitiello — con la promessa di sviluppare presto l’argomento:

L’esortazione d’inizio anno, che rivolgo per primo a me stesso, √® ancora una volta questa: non farti dettare le scelte di lettura dai calendari degli editori e degli uffici stampa, dal ricatto dell’attualit√†, dal regno dell’adulazione universale (il cui rovescio √® il combattimento dei galli) che domina il cosiddetto giornalismo culturale, dalla pressione di compagnie e circoletti, spesso amabili, che fanno leva sul senso di vergogna. “Ma come, non hai letto Tal de’ Tali?”. Ebbene no, non l’ho letto, non lo legger√≤ mai: la vita √® troppo breve. Siate crivellati di lacune, con lo stesso orgoglio che il nobile¬†Gruviera ostenta nel vostro frigorifero. Leggete i classici, e seguite le vostre ossessioni ovunque vi portino. Tutto il resto √® enciclopedismo, snobismo, accademia, fighettismo letterario, o soggezione alla “fama”: che √® poco meno che vento.



La violenza e il sacro

Questa volta pochi dubbi: essendo l’unico film visto della mostra, The Wrestler di Darren Aronofsky √® anche il migliore. Il perch√© ve lo faccio spiegare da Guido Vitiello.

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La critica come merce

Malvino ripropone una vecchia domanda, “Perch√© gli intellettuali hanno cos√¨ scarse simpatie per il libero mercato?” alla quale diedero risposte variamente celebri Raymond Aron e Ludwig von Mises (si veda il¬†kit di autodifesa per liberali inermi di Guido Vitiello). Pensatori di destra, diciamo. Si potrebbe dire che la domanda pu√≤ essere proposta soltanto “da destra”, perch√© da sinistra la risposta √® evidente, tautologica: gli intellettuali sono di sinistra perch√© la sinistra √® la parte della ragione, gli intellettuali sono contro il mercato perch√© il mercato √® male. Una risposta di sinistra ma tutto sommato poco marxiana, giacch√© non considera le condizioni materiali di emergenza del discorso anticapitalista. E allora proviamola noi, una risposta (marxiana?).

Gli intellettuali sono contro il mercato perch√© determinati dal mercato a produrre discorsi di critica al mercato. Gli intellettuali sono la classe che produce critica, e la critica √® il bene immateriale che sorregge l’economia postindustriale. La critica √® un genere non troppo dissimile dalla fantascienza. I meccanismi di fruizione di un’opera filosofica, di un articolo di giornale, di un saggio di sociologia, sono esattamente gli stessi di un qualsiasi prodotto di entertainment. L’intellettuale √® un operatore del tempo libero, un produttore di evasione: utopie, ologrammi dell’altrove, immagini di una realt√† alternativa.

Un’ulteriore declinazione della critica √® il turismo: cosa significare andare altrove se non “mettere in questione” il proprio luogo di provenienza? La retorica della promozione turistica si articola come continua critica alla societ√† postindustriale, seguendo topos di grottesca apologetica antimoderna (la fusione con la natura incontaminata, le tradizioni ancora intatte, la distanza dallo stress quotidiano, ecc). Ma il turismo prevede il ritorno, come la visione di V for Vendetta o la lettura di Massimo Fini e Antonio Negri prevede il ritorno alla vita quotidiana: la critica veicolata dal mercato contro il mercato √® per forza di cose velleitaria. L’evasione √® momentanea, eppure sempre pi√Ļ pervasiva e radicale. Il tempo libero si allarga. L’eversione √® dappertutto, e in nessun luogo.

L’harakiri culturale dei situazionisti, e quello effettivo di Debord in seguito, nascono da questa consapevolezza terribile. Che la critica della merce √® diventata la merce pi√Ļ preziosa. Ma l’avere capito ogni cosa non ha loro impedito di diventare le nuove scimmiette; non lo impedir√† a nessuno di noi.



Gesamtkunstwerk

Ho scovato il bel blog di un collaboratore dell’Internazionale ,¬†Guido Vitiello, e vi segnalo un suo¬†articolo che dalla famigerata frase di Stockhausen¬†sul capolavoro undici settembre (“La pi√Ļ grande opera d’arte mai realizzata. Cinquemila persone che in un solo istante vengono cacciate a forza nella resurrezione. Io non potrei mai arrivare a niente di simile. Davanti a questo, noi compositori non siamo nulla”) traccia un abbozzo di storia delle sovraposizioni tra arte e politica. Di chi considerava l’arte la pi√Ļ elevata forma di impegno politico (Brecht,¬†Benjamin) e chi la politica il sommo atto artistico: da¬†Stalin¬†(“essi avevano in pratica creato l’unica opera d’arte che era consentito creare, il socialismo”) all’Hitler¬†wagneriano di¬†Syberberg, fino all’Olocausto come perverso happening di¬†body art. Il percorso poteva inaugurarsi con il¬†Nerone¬†nella¬†versione trasfigurata di¬†Arrigo Boito¬†(nella quale tutta Roma diventa immenso teatro), e concludere con l’Internazionale Situazionista¬†come¬†progetto di totale estetizzazione del mondo e della vita (cio√® smantellamento di un rapporto asimetrico di produzione di allucinazioni estetiche).