Guy Fawkes nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La società multiculturale sopravviverà alle nozze gay?

Vivere assieme è complicato. Ci sono i ricchi e i poveri, i bianchi e i neri e i razzisti e i credenti e gli eterosessuali e gli omosessuali e tutti gli altri. Nel breve termine, forse anche nel medio, forse persino nel lungo, queste cose non cambieranno: bisogna davvero trovare un modo di vivere tutti assieme. E questo significa riuscire a darci delle regole comuni. Ma come si trova questo equilibrio, se ogni parte in causa rischia di subire come danno i diritti di un’altra parte in causa?

Penso alla sentenza della Corte Suprema USA in merito al matrimonio omosessuale e alle sue implicazioni politiche, anzi meta-politiche. Alcune osservazioni private di Roberto Buffagni, cattolico da combattimento, mi hanno fatto riflettere e pure un po’ spaventato. Per lui, che evidentemente ha il gusto di un certo vittimismo roboante, questa sentenza «è l’atto d’insediamento ufficiale di una nuova religione con la sua teologia civile, l’Editto di Milano di una nuova Cosa che imporrà a tutti i cittadini americani, e a tutti i livelli di governo USA, l’alternativa secca: sacrifica all’imperatore o accettane le conseguenze».

Cosa significa? Che oggi un cattolico come Buffagni non si sentirebbe pienamente cittadino di uno Stato che riconoscesse le nozze gay, proprio come un cattolico inglese del Seicento non poteva essere un suddito del monarca scismatico ed era perciò di fatto un potenziale cospiratore. Uno di questi cospiratori cattolici gode oggi di rinnovata fama: si chiama Guy Fawkes e provò a far saltare in aria il parlamento.

A molti pare del tutto banale, evidente, logico riconoscere un diritto che «nulla toglie» alle coppie eterosessuali, dando una forma giuridica a rapporti che di fatto già esistono. In un’ottica democratica, nessuna eccessiva timidezza deve ostacolare l’azione politica che si ritiene adeguata per garantire i diritti dei cittadini di orientamento omosessuale, laddove ne esistono le condizioni politiche — anche se questo significa imporre la volontà del governo federale a quattordici stati «ribelli». Tuttavia la feroce resistenza di una parte della popolazione dovrebbe spingerci a porci qualche domanda relativa alla convivenza tra gruppi sociali così apertamente in conflitto.

Queste domande non me le farei, è vero, se confidassi nella scomparsa progressiva dei valori tradizionali: in questo caso vedrei la sentenza della Corte Suprema come un salto, magari un po’ brusco, nel senso della Storia. Insomma subiremmo quelle due o tre scosse di assestamento e ci ritroveremmo tra cinquant’anni a riderne tutti assieme. Queste domande invece me le pongo perché credo che mentre oggi in Occidente si prendono misure dirette ad amministrare una società sempre più «aperta», è invece probabile che il peso delle minoranze conservatrici continuerà ad aumentare per effetto congiunto della demografia, dell’immigrazione e della recessione. Si andrà così a creare un tragico sfasamento tra l’ordinamento giuridico e la realtà sociale, che può anche prendere la forma di un conflitto tra dominanti (élites «progressiste») e sconfitti (immigrati e masse «arretrate»).

Cosa intendo dunque per implicazioni «meta-politiche»? È semplice: mi chiedo se per gli Stati democratici, e in questo caso per lo Stato federale americano, non rischi di porsi a un certo momento un problema di legittimità. Esistono, di fatto, fasce di popolazione — cristiani e musulmani principalmente — che considerano l’omosessualità come un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. O comunque un terribile pericolo per la società. Per Buffagni, per esempio, la sentenza segna addirittura l’atto di nascita di una «teologia civile incompatibile con il cristianesimo». Incompatibile, addirittura? Ad essere in gioco è il fragile equilibrio della società multiculturale.

Nella variante più razionale di questa avversione, non è il matrimonio in sé a preoccupare. I conservatori temono piuttosto di essere limitati nella loro libertà ed emarginati da ulteriori misure che potrebbero discendere logicamente dalla decisione della Corte. Potranno esprimere pubblicamente la loro concezione della famiglia? Potranno predicare il Vangelo anche quando contraddice esplicitamente i «valori non negoziabili» della modernità? Potranno rifiutare di mandare i loro figli in una scuola dove insegna un omosessuale? Che ne sarà, insomma, della loro libertà religiosa? D’altra parte, lasciare immutata la legislazione pur di non toccare la libertà religiosa di cristiani e musulmani avrebbe danneggiato i cittadini omosessuali e non sarebbe stata in alcun modo una soluzione.

Bisogna riconoscere ai conservatori che l’interdetto sull’omosessualità (o sulla contraccezione) aveva sicuramente un senso in altri tempi e in altri luoghi. E oggi? La classe media occidentale non ha le risorse economiche sufficienti per finanziare la crescita demografica che seguirebbe dal rispetto di una morale sessuale tradizionale: è quindi totalmente opportuno dotare questa classe delle forme giuridiche adeguate alla regolazione spontanea del suo surplus relativo di popolazione. Questo non incide in alcun modo sulla libertà, per coloro che lo vogliono, di continuare a godere dei vantaggi del matrimonio eterosessuale.

È dunque anche questa «doppia velocità», in fin dei conti, che spaventa i conservatori: da una parte la classe media impoverita che cessa di fare figli, dall’altra un nuovo e più fecondo proletariato alloctono. Spaventa la minaccia di un passaggio di testimone dall’Occidente all’Oriente, il «grand remplacement» sventolato dall’estrema destra francese. È una paura comprensibile, ma confonde la causa con il sintomo o forse il male con il rimedio. È una paura peraltro condivisa dagli stessi progressisti, che devono affrettarsi a modificare l’ordinamento e adattare le istituzioni fintanto che hanno i numeri.

Non è certo che questa mutazione culturale sarà del tutto indolore. Ad oggi, il gesto più eclatante contro «la perdita dei valori tradizionali» e «la massiccia invasione migratoria» da parte di un militante conservatore è stato il suicidio dello storico Dominique Venner davanti all’altare della cattedrale Notre-Dame di Parigi. Ma anche Anders Breivik si considerava «100% cristiano» e giustificò i suoi atti con argomenti omofobi e (soprattutto) xenofobi. I gesti di Venner e di Breivik resteranno casi isolati o il matrimonio gay sarà capace, come sembrano suggerire le prime reazioni, di catalizzare il disagio dei conservatori radicali?

È altamente improbabile che la sentenza della Corte Suprema scateni una nuova guerra civile negli Stati Uniti, malgrado qualche timida resistenza. Le reazioni scomposte del mondo conservatore sembrano essere ad oggi, per gran parte, un sofisticato bluff. Alle nozze gay si dovranno abituare come si sono abituati al divorzio e all’aborto. Eppure il malessere palpabile che i cristiani esprimono non può essere sottovalutato. È l’ennesimo segno di un’incrinatura sulla superficie del corpo politico delle democrazie occidentali. E inoltre annuncia le difficoltà che ci troveremo ad affrontare per assimilare e integrare i nuovi cittadini di cultura islamica, già oggi stigmatizzati quando non si sottomettono alle ordalie della modernità: bestemmia, apostasia, esibizione del corpo femminile, ecc.

La politica essendo tutt’altra cosa che la morale, arroccarsi sulla presunta evidenza di un diritto non serve a nulla. Nessun diritto esiste in natura e nessuno può pretendere di governare una società democratica in nome di valori più giusti degli altri. E questo vale per i conservatori come per i progressisti. Il problema è che una risoluzione salomonica di questo conflitto non era possibile: un perdente doveva esserci per forza.

Forse non c’era modo di essere più prudenti e questo non è un invito ad esserlo. È un invito a ripensare la convivenza civile in un contesto in cui sembra definitivamente caduta la finzione della legittimità come fondamento del potere politico. Quello che resta è la governance più o meno efficace di un permanente conflitto a bassa intensità tra gruppi inassimilabili. Vivere assieme è complicato — finché dura.



Il mio nome è Nessuno

In the future, everyone will be anonymous for 15 minutes.
Banksy

Secondo Linkiesta, l’hacker che ha defacciato il sito della deputata Paola Binetti rivendicando l’azione a nome di Anonymous non sarebbe in alcun modo legato al gruppo. Si tratterebbe di un millantatore, di un falsario, anzi più precisamente di un usurpatore. Il suo comunicato, un apocrifo nel corpus dell’anonymismo ortodosso. Il caso é chiuso? Al contrario, direi che si é appena aperto. In effetti se esistono degli atti apocrifi é necessario che esistano anche degli atti ufficiali, e dunque un’entità in grado di produrli e convalidarli, o invalidarli se necessario. E però Anonymous si presenta come un aggregato spontaneo, un’intelligenza-sciame dai contorni sfumati, un vero grande “partito liquido” come lo sognava Veltroni, nel quale la distinzione tra dentro e fuori, e perciò tra ufficiale e apocrifo, é tenuta a sciogliersi completamente.

Anonymous non é un gruppo, non é un partito, non é un’ideologia, bensì un meme: proprio come i gattini e le trollfaces. E chi smentirebbe un gattino? Come scrive Luca Annunziata su Punto Informatico a proposito del caso Binetti, “nessuno può smentire o confutare che un’azione come quella di oggi sia davvero o meno un’azione di Anonymous”. Insomma la Binetti stessa potrebbe firmarsi Anonymous e scrivere in un forum che “tendenze gay fortemente radicate possono portare alla pedofilia”, magari ricorrendo al fake anonymous meme generator. O uno squilibrato indossare la maschera di Guy Fawkes per massacrare i suoi compagni di scuola. Ecco dunque il paradosso: se chiunque può firmarsi “Anonymous”, non c’é ragione di credere che esista effettivamente un movimento chiamato Anonymous.

Anonymous eredita le sue contraddizioni dalle esperienze che l’hanno preceduto e ispirato. Negli anni Novanta nasceva e moriva Luther Blissett, e tra le varie avventure legate a questo pseudonimo collettivo si ricorda almeno un episodio imbarazzante: la pubblicazione per Mondadori del demenziale regesto net.gener@tion, ad opera di un giovane Giuseppe Genna. Presentato come una burla ai danni dell’industria culturale, il libro poneva tuttavia un problema serio: se chiunque può firmare con il nome Luther Blissett, perché il povero Genna no? Che cosa distingue il Blissett vero dal Luther artificiale? La risposta é semplice: una cascata di comunicati. Il condividuo situazionauta aveva prodotto la sua bella burocrazia, in grado di stabilire di volta in volta la legittimità degli enunciati e degli atti.

Così vanno le cose anche per gli Anonymous, che passano sempre più tempo a prendere le distanze gli uni dagli altri. Un mese fa é apparso su YouTube un video, considerato ufficiale poiché emanato da fonti vicine al nucleo originario, nel quale un anonimo Guy Fawkes confutava una certo comunicato definendolo contrario ai principi del gruppo. Ma tra i principi del gruppo non c’era proprio il fatto che chiunque può aderirvi, e perciò emettere comunicati? Una settimana fa, un tweet su AnonOps denunciava una “fake operation”. Proprio questa sera é apparso un nuovo videoFor All Fake Members” nel quale il solito Guy Fawkes se la prende con gli usurpatori e lancia un’accusa quantomeno surreale: “You are not Anonymous”. Insomma esisterebbero degli anonimi e dei falsi anonimi. Qua si vira alla farsa allegorica, anzi al remake letterale de L’uomo che fu Giovedì di Gilbert K. Chesterton.

La teoria del movimento liquido é suggestiva, e può sedurre gli esteti del casotto, i neo-soreliani digitali e altri rebels without a cause sedotti dalla visione di Fight Club o dalla lettura di Invisibles di Grant Morrison. Tuttavia credere che questa folla disordinata possa sviluppare un’intelligenza collettiva é probabilmente un fantasia derivante dalla lettura sotto acidi della Teoria generale dei sistemi di Bertalanffy, o dalla propensione quasi religiosa a credere che uno Spirito possa “ispirare” il movimento. Nella pratica, é probabile che gli attivisti si stanchino di questa confusione e scelgano di entrare in strutture organizzate, meno sensibili alle infiltrazioni, più efficaci insomma al fine di ottenere risultati concreti. Alcuni, stufi di sentirsi rinfacciare che la maschera di Guy Fawkes gliela vende la Warner, prenderanno a indossare altre maschere, o passamontagna, calze, mutande.

Ogni volta che un ragazzino sigilla una bravata con il marchio di V for Vendetta, gli Anonymous devono sentirsi come Veltroni quel giorno in cui Massimo Calearo passò al gruppo misto. Il problema é che nomi come “democratici”, “indignati” o “anonimi” non aiutano a circoscrivere un’identità. E se una certa misura di vaghezza é fondamentale per costruire enunciati e simboli nei quali possano riconoscersi sensibilità differenti, c’è comunque un limite alla cardinalità di un insieme politico (ovvero al numero di elementi che lo compongono). La questione allora non é nemmeno di giudicare se la filosofia di Anonymous sia coerente ma di stabilire come, di fatto, Anonymous possa logicamente esistere.

Di che cosa Anonymous é il nome? Di varie cose. Di un meme appunto, di una moda, come i jeans strappati e le pettinature emo. Ovviamente non può esistere nessun comitato centrale dei jeans strappati e delle pettinature emo, nessun sigillo di ceralacca che ufficializza i jeans strappati correttamente, nessun concilio ecumenico che legifera in materia denimologica. Ogni persona con i jeans strappati risponde solo dei suoi jeans strappati. Ma Anonymous é anche il nome di una costellazione di persone che tramano assieme, si scambiano informazioni, codici, obiettivi, e localmente provano a darsi coerenza e disciplina. Per non parlare di quelli che fondano blog ufficiali: speriamo che abbiano riempito tutti i moduli. Il paradosso del movimento liquido sta tutto nell’oscillazione tra meme e costellazione, spontaneismo e organizzazione, centro e periferia — e alla fine, esistenza e inesistenza.

Un regime di esistenza “debole” caratterizza la maggior parte degli oggetti sociali e degli aggregati politici. Esiste l’Italia? E l’Europa? E il Tibet, la Macedonia, la Transnistria, l’Abcasia? Sono soprattutto le organizzazioni clandestine, in maniera programmatica, a porsi in uno stato d’indeterminatezza ontologica al fine di sfuggire al controllo e alle sanzioni. Il termine “clandestino“, in effetti, indica proprio il carattere non-iscritto di un oggetto sociale (con buona pace di Maurizio Ferraris secondo cui la documentalità é la proprietà sostanziale degli oggetti sociali). In termini ontologici e filologici, i paradossi di Anonymous non sono molto diversi da quelli che pone un’organizzazione come Al Qaeda.

Suscitò un piccolo scandalo Armando Spataro, il capo dell’antiterrorismo della Procura di Milano, quando un anno fa dichiarò che “Al Qaeda non esiste”. Secondo Spataro, “Esistono dei gruppi che si formano e si uniscono”, e niente più. D’altronde é noto che il termine arabo significa semplicemente base, nel senso di database: una lista di nomi, un annuario di ceffi con le barbe lunghe e le facce cattive. Se altri tuttavia affermano che Al Qaeda esiste, é perché si rilevano dei movimenti non-aleatori di capitale, informazione e persone, riconducibili a una struttura organizzata sebbene decentrata. Soprattutto, l’inesistente Al Qaeda é in grado di emanare un certo numero di atti ufficiali, i comunicati di Osama Bin Laden e dei suoi colonnelli. Al di là delle “fonti autenticate” (i leader riconosciuti e riconoscibili) é peraltro possibile che viga una certa confusione, e per questo resta difficile attribuire certi atti ad Al Qaeda.

Potremmo dire insomma che l’esistenza di un’entità é determinata dallo sviluppo di una facoltà che gli permetta di produrre atti autentici, distinti dagli atti inautentici che le possono essere attribuiti. È possibile distinguere concettualmente, e giuridicamente, un comunicato originale delle Brigate Rosse da un apocrifo, come il famoso comunicato del Lago della Duchessa. Più difficile quando si parla di associazione mafiosa. E per Anonymous? È evidente che stanno combattendo due forze opposte, una centripeta e una centrifuga, una che lavora alla costituzione di un gruppo vero e proprio, l’altra che procede verso il disordine puro. Aspettando l’implosione, Anonymous continuerà a emanare messaggi contraddittori in un regime d’apocrifia incontrollata. Per ora la linea sembra essere: tutti siamo anonimi, ma alcuni sono un po’ più anonimi degli altri.



What ends when the symbols shatter

A un giorno di distanza, Matteo Bordone riesce a prendere posizione contro l’egemonia cattolica in RAI e festeggiare la ricorrenza di un tentativo cattolico di bruciare il parlamento. Insomma, è bello vedere che i simboli hanno ancora un significato.

(E visto che tanto qui è tutto senza impegno, e ciò che conta è solo che le cose suonino bene, mi sono permesso nel titolo di citare i Death in June.)