ideologia nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La camera oscura

“Whenever I hear the word culture… I bring out my checkbook”
Le Mépris

Che bella invenzione la Cultura! Terminata la giornata di lavoro, non chiediamo altro che qualche ora di svago e dei buoni pretesti per spendere i soldi guadagnati. Ma noi questo svago preferiamo chiamarlo Cultura™ – ché si capisca bene che è un diritto sacrosanto. Leggere un buon libro? Cultura. Riempirci la casa di preziosi soprammobili? Cultura. Ascoltare un’orchestra di cinquanta elementi, seduti in uno splendido palazzo ottocentesco? Cultura. Volare low-cost dall’altra parte del mondo? Cultura. Andare al ristorante per gustare l’anguilla marinata tradizionale delle Valli di Comacchio? Cultura.

Marie Antoinette

Che bella invenzione la Cultura! Ricordiamoci soprattutto di specificare che non è un lusso, perché potrebbe sembrarlo. Insistiamo perché i nostri consumi culturali costino meno possibile, se possibile a spese della collettività. Non chiamiamo consumismo l’accumulazione di prodotti culturali, e non chiamiamoli prodotti. Tralasciamo accuratamente gli effetti ambientali della loro produzione. Disprezziamo il marketing, come il marketing ci ha insegnato a fare. Diciamo pure che siamo “di sinistra”, perché qualcuno potrebbe accusarci di occultare i reali rapporti di produzione, nel buio d’una camera oscura costruita dalla nostra ideologia. E soprattutto lottiamo duramente per difendere i nostri interessi, e finanziare con tutte le nostre forze – nostre? — ogni teatro, editore, museo, università; ogni aspirante artista, creatore, scrittore, ricercatore universitario. Insomma l’intera nostra bella leisure class che non osa darsi il nome che le spetta per ipocrisia e per rapacità: borghesia.

Oggi si tende a evitare il concetto di “borghesia”, col pretesto che non esisterebbe più nulla di simile. Questo pretesto é geniale quasi quanto l’invenzione della Cultura, perché permette di spacciare i privilegi di una classe per diritti universali — negando l’esistenza stessa di un’altra classe. Noi borghesi occidentali ci definiamo dunque “operai della conoscenza” e scendiamo nelle piazze con il pugno alzato, guidati da qualche romantico direttore d’orchestra, contro i tagli alle nostro serate di svago. Per giustificare la nostra sacrosanta rapacità, parliamo di “guerra tra poveri”. Eppure qualcosa ci distingue dagli altri poveri, ed é il patrimonio (il capitale) di cui disponiamo. Questo solo concetto basta a definire e distinguere la borghesia, la cui demografia infeconda traduce il tentativo disperato di non disperdere questo capitale. La scarsità dei nostri guadagni, spesso precari, magari stagisti, nella camera oscura dovrebbe dimostrare che siamo poveri quanto gli altri e dunque per nulla borghesi: in piena luce dimostra invece che noi possiamo permetterci di guadagnare poco o nulla e siamo quindi pienamente borghesi.

Si dice dello Stato che sia soprattutto l’esecutore degli interessi di una classe. Ma si dimentica di aggiungere che la Cultura, oggi, figura tra i suoi più ingegnosi dispositivi.

Aggiornamento 20/03. Senza cultura siamo solo spazzatura? Una bella riflessione di Antonio Vigilante.



Il sublime inconfutabile

Se il bello è bello, il brutto è sublime. Bello, oserò dire, è l’artificio efficace. Bello è ciò che si può sostituire alla realtà, nella pratica oppure nella teoria: come i grappoli d’uva di Zeusi o la metafora più esatta. La bellezza è utile, senza dubbio, perché rende conoscibile il mondo secondo il punto di vista di chi ce lo sta mostrando, nascondendo le macchinazioni complesse che partecipano a costruire l’illusione mimetica. Ma come scriveva Mario Praz, “mille operucce mediocri” sono più rivelatrici di un capolavoro insigne, perché (aggiungo io) esibiscono il segreto dell’illusione. È proprio quando l’artificio fallisce — e soprattutto quando fallisce in maniera epica e grandiosa — che il sublimamente brutto ci rivela ciò che non avremmo dovuto vedere. Ovvero l’interno di un punto di vista; le sue viscere orrende.

Prendiamo ancora, vi prego, la canzone di Emanuele Filiberto e Pupo. Molti commentatori hanno sottolineato la straordinaria vacuità delle posizioni enunciate, o più precisamente la loro natura tautologica. Il primo verso è emblematico nella sua stringente necessità – Io credo sempre nel futuro — e persino quello più contestato — Tu non potevi ritornare, pur non avendo fatto niente — risulta tecnicamente inconfutabile. Il fatto è che il principe non dice niente, limitandosi ad accostare dei termini fortemente connotati: Tradizioni, Famiglia, Patria, eccetera. Gli elementi per formulare un discorso o una canzone ci sono tutti ma il principe, nella sua evidente incompetenza lirica, non riesce a “coniugarli”. Ciò che rimane è insomma un puro precipitato d’ideologia sublimata (e per questo sublime), un linguaggio scomposto nei suoi minimi termini, una tag cloud musicale. Il generatore automatico di canzoni di Pupo ed Emanuele Filiberto compilato da Metilparaben dovrebbe dimostrare appunto questo, ovvero la dimensione interamente auto-generativa della grammatica principesca, nella quale nemmeno un’oncia di fantasia é riuscita ad insinuarsi.




Ma siamo onesti: perché Emanuele Filiberto avrebbe dovuto formulare un discorso di senso compiuto? Da quando in qua le canzoni argomentano e dimostrano? Non possiamo confutare “O sole mio, sta in fronte a te” — almeno, non durante il giorno e non prima del collasso termodinamico della galassia. Se poi qualcuno ha speso tempo e denaro per tele-votare “Italia amore mio”, significa che l’indigesto frullato di patria e cultura può funzionare. Certo non guasterebbe una maggiore perizia retorica nel declinare gli elementi, ma ciò che conta è che ci siano tutti. Altri — intendo gente con la cresta e le spille da balia in faccia — hanno già mostrato come per fare musica pop non serva alcuna competenza particolare. Punk is not dead? Non esageriamo. Innazitutto perché la presenza del tenore é qui per simulare un presunto rispetto (piuttosto che una presunta sovversione) della “tradizione”. E soprattutto perché alla dimensione tautologica del discorso reazionario il discorso rivoluzionario oppone la contraddizione. Se Pupo “crede sempre nel futuro”, e non potrebbe fare altrimenti, Johnny Rotten proclamava No Future ma é ancora qui.




Quello che ci urta, rispetto a qualsiasi altra canzonetta banale, é che invece di trattare d’amore qui si tratti di politica, tentando di risucchiare un dibattito sull’identità nazionale nell’arena spettacolare di un festival canoro. Quello che ci urta, é di non potere confutare il discorso tautologico, eppure reazionario, del presunto erede al trono. Chi oserebbe mettersi contro il Futuro? Potremmo dire allora che la tautologia è il rifugio del discorso ideologico che vuole mettersi al riparo da ogni confutazione, e ce lo confermerebbe (oltre che la lettura di Karl Popper) l’ascolto di una bellissima cover di canzone pop e parodia d’inno totalitario: Life is life dei Laibach. Sebbene una tautologia non possa essere premessa di alcuna dimostrazione, il gruppo sloveno riesce a rendere efficace un ritornello completamente idiota. I Laibach dimostrano, forse meglio di quanto farebbe un Ernesto Laclau, che a ogni retorica populista corrisponde un significato vuoto.




Quello che ci urta insomma é che la retorica della tautologia opera una mistificazione. Althusser, leggendo Il Capitale, aveva capito bene come la dimensione sostanziale dell’ideologia non sia effettivamente tautologica, ma piuttosto contraddittoria. Ogni discorso nasconde una contraddizione inespressa (ma effettivamente latente) che la critica deve fare risaltare: un enunciato vago, nel quale convivono una cosa e il suo contrario. In questo senso, ogni verso della canzone di Emanuele Filiberto potrebbe essere decifrato come internamente contraddittorio, poiché ad essere contraddittori sono i grandi principi che enuncia: la Cultura, la Tradizione, la Patria. In ognuno di essi, se solo accettiamo di farci prendere in trappola, ci troviamo in accordo fittizio e precario. L’inganno starebbe dunque nel fare passare una contraddizione per una tautologia, stabilendo un’identità logica tra due contraddizioni identiche. Perché se è sempre vero A = A, ed è sempre falso B e non B, che dire della tautologia contradditoria B e non B = B e non B? A Pupo l’ardua sentenza.



Appunti per l’ideopedia, 1

L’idéologie est une offre intellectuelle répondant à une demande affective.
J. Monnerot

Qualche mese fa avevo deciso d’intraprendere una riflessione sull’ideologia nella forma di un wiki chiamato IDEOPEDIA; sfortunatamente la piattaforma è collassata, inghiottendo un paio di formulazione felici. Per cui tanto vale proseguire qui.

Una delle prime questioni cui mi sono scontrato è un’evidenza: la segmentazione del campo ideologico è essa stessa ideologica. Un elenco o albero delle “ideologie” è animato da principi tutto sommato arbitrari, che determinano il grado di precisione e la profondità dell’albero. Addirittura, si potrebbe dire che un’ideologia non è altro che una regola di segmentazione del campo ideologico. Un esempio chiaro della natura ideologica della segmentazione è il modo in cui si definiscono reciprocamente i tre poli proverbiali della politica novecentesca:

  • Il fascista (ad es. Schmitt) considera sostanzialmente assimilabili liberalismo e comunismo (ad es. progressismo)
  • Il comunista (ad es. Pasolini) considera sostanzialmente assimilabili fascismo e liberalismo (ad es. proprietà privata)
  • Il liberale (ad es. Arendt) considera sostanzialmente assimilabili fascismo e comunismo (ad es. antiparlamentarismo)

Tutte queste segmentazioni sono ugualmente legittime, quando non diventano paranoia, e danno ragione di certi fenomeni di slittamento. Quello che ci mostrano d’interessante è soprattutto che in fondo ogni segmentazione è sempre binaria: e dunque si riduce a un criterio di inclusione/esclusione. Il procedimento di segmentazione consiste non solo nell’identificare un carattere condiviso dalle varie posizioni escluse, ma inoltre di fare di questo carattere un aspetto essenziale. Ma questa essenza è un specchio in cui riconosce piuttosto il volto di chi l’ha formulata.



Ideologia e complessità

Un arco narrativo è centrale della definizione di un’ideologia, sulla quale ho iniziato a pubblicare qualche riflessione. Non-detta da ogni discorso sta una storia molto semplice, che racconta com’erano le cose prima e come saranno dopo, e dunque cosa è male e cosa è bene, e come muoversi dal primo al secondo. La forma è quella semplicissima messa a fuoco da Vladimir Propp nei suoi studi sulla morfologia della fiaba, alla fine dell’Ottocento. L’idea, poi ampiamente sviluppata dagli strutturalisti, è che ogni storia declina in maniera differente uno schema sempre identico, caratterizzato da una sequenza narrativa: situazione iniziale; azione complicante; sviluppo; scioglimento; situazione finale.

Contemp Freytag

Questo modello è tipico non solo delle narrazioni letterarie, ma di qualsiasi narrazione e di tutte le filosofie della storia: nell’azione complicante e nello scioglimento si ritrovano le figure teologiche della caduta e della redenzione. Ma soprattutto, uno schema narratologico struttura implicitamente ogni ideologia politica coerente e compiuta, i cui discorsi reiterano in maniera più o meno evidente il medesimo racconto.

Determinare quale sia stato il peccato originale è questione oziosa, se non del tutto illogica, ma può avere una certa utilità per distribuire le parti in una commedia (o in una tragedia). E non è cosa di poco conto, oltre all’evidente piacere d’indossare una maschera e recitare di conseguenza. I conservatori ottocenteschi come De Maistre vedevano la caduta nella Rivoluzione, i marxisti nell’accumulazione originaria e nella nascita del capitalismo, i nazisti nell’indebolimento della razza; oggi per alcuni la storia della caduta (della morale sessuale, della cultura, dell’istruzione) potrebbe iniziare con il Sessantotto, mentre per altri è la discesa di un imprenditore nell’agone politico. Queste radicali semplificazioni non sono in alcun modo delle allucinazioni, bensì piuttosto delle finzioni necessarie ad un certo fine politico soggettivo. Come si può agire in un mondo senza cause prime né cause finali? Senza il coraggio d’individuare un’origine del male non avremo nemmeno il potere di combatterlo. Queste finzioni necessarie, talvolta, sono persino efficaci; altre volte – beh, si sa come va a finire. Alcune sono effettivamente allucinazioni.

La presa di un discorso politico sta soprattutto nell’individuazione di una storia credibile, che concentri l’attenzione sulla causa del male e proponga una soluzione. Ma una storia è anche un piano da attuare, una volta raggiunto il potere. Viceversa, in assenza di uno schema narrativo, ci si sta semplicemente arrendendo ad una verità terribile: il mondo è troppo complesso per essere trasformato. E questo senz’altro non sarebbe un discorso politico, ma anti-politico.

Non per questo si deve parlare di epoca post-ideologica, perché significherebbe di un’epoca nella quale il discorso nasce senza limiti e determinazioni, e non assomiglia ad alcun altro. Questo non è certo il caso, questo è semplicemente impossibile: il discorso resta saldamente ancorato al contesto che lo produce, con la sua rete di somiglianze, con la sua famiglia affettuosa. Piuttosto, siamo di fronte ad un paradosso: la storia evocata dal discorso anti-politico racconta la crisi della politica, e perciò non può che sperare nello scioglimento di questa crisi. Ma questa in un certo senso è già una prospettiva politica. Il discorso che presuppone l’impossibilità di trasformare il mondo in virtù della sua complessità non fa che evocare uno schema narrativo nel quale la caduta è rappresentata dalla perdita dell’illusione di un mondo semplice e trasformabile, e l’unica redenzione possibile la ricostituzione di questa illusione.

Il problema, forse, è quando diventiamo troppo consapevoli per accettare di semplificare la realtà sociale. Ed è forse questa consapevolezza che fa che molti movimenti sembrano porsi in una prospettiva ironica, per non dire postmoderna. Questo è notevolissimo nell’attitudine della sinistra post-comunista italiana, che conserva l’intero apparato mitologico del marxismo nella forma di slogan e icone svuotate di significato (si vedano per esempio le campagne promozionali del manifesto). Parafrasando Umberto Eco, il comunista postmoderno è colui che non potendo più affermare «Bandiera rossa la trionferà», afferma «Come direbbe un comunista: “Bandiera rossa la trionferà».



Ideologia e famiglie di discorsi

Da tempo annoto qua e là possibili definizioni di «ideologia», ma oltre al fatto che al momento non ritrovo nessuno di questi appunti, non mi pare di averne mai composta una convincente. Sono in buona compagna, a giudicare dagli usi e dagli abusi – ehm – ideologici del concetto di ideologia, che da oltre un secolo inquinano il dibattito filosofico, sociologico, politico e pubblico. Mentre il topos retorico dell’anti-ideologia, proprio come quello della laicità, ha reso grottesca tutta la questione, anche la definizione neutrale d’ideologia come “corpo sistematico di concetti” o “collezione d’idee” non pare sufficiente. Da dove viene allora – se non sappiamo a priori il suo significato e la sua estensione – il bisogno che abbiamo di postulare una simile sfuggente entità? Suppongo dalla consapevolezza che ogni «discorso» (o perlomeno ogni discorso che non sia il proprio) viene prodotto entro certi limiti e subendo determinazioni di varia natura, nonché dall’evidente esistenza di – come dire – famiglie di discorsi.

Fifties-Family

È un dato intuitivo, ad esempio, che i discorsi dei vari esponenti di un medesimo partito politico (o di un gruppo sociale) contengano delle somiglianze; ed è anche un dato interessante, su cui riflettere. La tradizione marxista suggerisce che questa omogeneità discorsiva (l’ideologia) sia idealmente sovrapponibile a una omogeneità sociale (la classe), come due facce di una medesima medaglia. Anche qui si potrebbe parlare di un dato intuitivo e interessante: la ricorrenza dei pattern discorsivi può essere messa in relazione con degli indicatori sociologici. Certamente, la costruzione teorica di simili famiglie non esclude l’appartenenza di un singolo individuo a diversi gruppi e micro-gruppi, né l’esistenza di zone sfumate “ai margini” di ogni gruppo. Una famiglia di discorsi è semplicemente un modello, o un paradigma, entro cui possiamo classificare un insieme di discorsi, e a partire dal quale possiamo valutare l’aderenza o lo scarto di un singolo discorso rispetto al modello. Via via, possiamo decidere di estendere il modello per includere il discorso, o escluderlo per non alterare il modello. Il criterio è sempre quello della corrispondenza tra una famiglia di discorsi e un gruppo politico (per cui si pone inoltre il problema della genesi di questo rapporto).

L’ideologia, come ogni modello, è dunque un catalogo di somiglianze considerate sostanziali (un modello dell’atomo, da parte sua, è il catalogo delle somiglianze tra tutti i diversi atomi singolari). Disponendo di un certo numero di fenomeni, un naturale processo di “selezione naturale” dovrebbe bastare ad annullare vicendevolmente le caratteristiche marginali e conservare quelle più interessanti. Così, in una corpus di letteratura diaristica femminile ottocentesca, il primo e più evidente elemento discorsivo comune è l’uso della prima persona singolare femminile, mentre solo in un certi casi (che potremmo o meno giudicare rilevanti) il testo sarà sgrammaticato per via della bassa scolarizzazione delle donne. Oppure, se abbiamo a che fare con delle encicliche papali, noteremo che assai spesso si trovano citazioni dal Nuovo Testamento. Tuttavia, poche di queste caratteristiche saranno necessariamente presenti in ogni discorso della famiglia e assenti da ogni discorso estraneo: per intenderci, possiamo avere un insieme di discorsi che condividono ciascuno una caratteristica con ognuno degli altri, ma nessuna caratteristica condivisa da tutti e tre se non quella di appartenere al medesimo insieme (pensiamo all’insieme caotico del pensiero altermondialista, che pure ha una qualche imprendibile unità ideologica). Vale qui la riflessione di Wittgenstein sulle somiglianze: non ci sono caratteri essenziali in una famiglia.

Il catalogo, dunque, offre un set di caratteristiche che non devono essere tutte possedute per appartenere alla famiglia, anche se si suppone che ve ne siano di più o meno importanti, ed eventualmente qualcuna imprescindibile ma non sufficiente. Ma di che natura sono queste caratteristiche condivise? Che tipo di oggetti sono le caratteristiche di un discorso? Innanzitutto, si tratta di entità linguistiche. Ad esempio, dal confronto tra due testi potremmo ravvisare somiglianze nella scelta dei termini e dei registri, nella struttura ritmica, nell’armamentario retorico. Alcune caratteristiche, come un accento regionale marcato o l’uso scritto della lettera k al posto della ch, si trovano in una posizione abbastanza ambigua tra famiglia ideologica e famiglia linguistica. Per quanto in linea teorica sarebbe senz’altro corretto ridurre interamente l’ideologico al linguistico, in molti casi si tratterebbe soltanto di complicare grandemente il lavoro di catalogazione. In effetti, una famiglia ideologica condivide anche caratteri non precisamente linguistici, che pur presenti nel discorso sono estranei al testo. I testi di una certa famiglia ideologica mostrano insistentemente le tracce di un non-detto condiviso, come ad esempio nelle strategie d’implicitazione e di presupposizione, o lo schema narrativo evocato. Formulare il non-detto da cui discende il detto è il compito cui serve il modello che chiamiamo ideologia.



La colpa delle teorie

Accennare al nazismo per parlare di un “socialista nazionale” è un gioco sporco. Perché implicitamente si carica di enormi colpe storiche una teoria politica che, come tutte le teorie politiche, fluttua nell’iperuranio delle utopie (magari anche brutte). Lasciamo quindi in pace Adam Smith per il capitalismo, Karl Marx per il socialismo reale, e Nietzsche, Spengler e Gaudenzi per il nazismo. Tutte brave persone che si leggono sempre con piacere.

Come paragonare delle patologie politico-criminali a più o meno complessi pensieri filosofici? Notava qualcuno l’assurdità di parlare di “sistema” capitalista, e certo non vedo quale teorico in buona fede possa rivendicarne le numerose “sbavature”, invece appunto di considerarle contigenti, non previste dalla teorie. Ciò non esclude che non amare neo-liberisti, individualisti, comunisti, antimodernisti e socialisti nazionali per le loro semplici idee (invece di inchiodarli a una storia non loro) possa essere un piacere non trascurabile, sebbene alquanto solitario.

Nella prospettiva della sua escatologia marxista-leninista, Gyorgy Lukàcs affermava che un pensatore e un artista sono responsabili fino alla fine dei tempi degli usi, ma anche degli abusi che potevano essere fatti delle loro opere. Aveva in mente Nietzsche e Wagner. Assicurava inoltre che nulla di Mozart avrebbe potuto essere sfruttato per fini inumani. Sosteneva che se una composizione letteraria, artistica o musicale, se un sistema filosofico possono contribuire a fini d’oppressione politica o menzogna mercantile, la sua forma originale doveva racchiudere il germe della corruzione. Ma in che misura i testi si prestano a interpretazioni e disletture? Possibile che l’insegnamento di Cristo prevedesse l’inquisizione? Che Tolkien intendesse stilare slogan per gli ultras della Lazio? E poi: quanta credibilità può avere tutto ciò detto da un pensatore marxista, l’ideologia più sfruttata a fini di oppressione politica del novecento?

Lo spazio tra testo e interpretazione è anche lo spazio tra colpa e innocenza. E l’ermeneutica un criterio etico, che ristabilisce la verità originaria, oppure il pretesto per le infinite sofisticazioni?

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