Industria Culturale nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Teoria della Classe Disagiata



Cloaca

Il problema ormai lo conosciamo: producendo e immettendo contenuti su Internet gli utenti contribuiscono, senza ricevere alcuna remunerazione monetaria, a rendere attrattive delle piattaforme di scambio che da parte loro producono o sembrano produrre considerevoli profitti. Come se non bastasse, questo user generated content entra in concorrenza con il lavoro culturale, offrendo gratuitamente ciò che prima era venduto. Problema serio, dunque, che vorremmo chiarire in maniera scientifica con gli strumenti della coprolalia.

Nel settembre del 2011, Wu Ming 1 ha pubblicato un lungo articolo intitolato ¬ęFeticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto¬Ľ che, oltre a criticare le condizioni lavorative nelle filiere dei prodotti¬†Apple o dei servizi¬†Amazon, denunciava inoltre lo sfruttamento¬†(sic) sub√¨to dagli utenti di siti come Facebook e Google. Impreziosito da¬†formulazioni infelici –¬†¬ęTu su Facebook di fatto lavori. Non te ne accorgi, ma lavori. Lavori senza essere pagato¬Ľ¬†–¬†l’articolo si prestava facilmente a essere canzonato, ma sollevava questioni importanti sulle trasformazioni dell’economia culturale. Senza citarlo, Wu Ming evocava le tesi di Carlo Formenti, del suo articolo ¬ęLavorare senza saperlo: il capolavoro del capitale¬Ľ (2010)¬†e del suo¬†libro¬†Felici e sfruttati: Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro (2011). Una metafora efficace di queste teorie di matrice marxista √® stata realizzata nel¬†film televisivo¬†Black mirror: 15 milioni di celebrit√† di Charlie Brooker, ambientato in una futuristica prigione-officina dove uomini e donne videogiocano senza sosta per produrre energia, animati dalla speranza di pervenire un giorno alla celebrit√†.

Wu Ming tralascia il fatto evidente che come utenti di piattaforme di scambio consumiamo un servizio. I contenuti che produciamo, in questo senso, sono il prezzo che paghiamo per il servizio. Come mi ricorda la fondazione Elia Spallanzani, ¬ęla posizione di Facebook non √® diversa da quella di chi organizzava una fiera medievale: era un luogo attrezzato in cui vari produttori-consumatori si scambiavano i pettini e le galline. Ora si scambiano le foto dei gatti e le opinioni. Chiaramente controllare la fiera consente un guadagno che pu√≤ apparire ingiusto, specie a dei veteromarxisti come i nostri amici Wu, ma anche quello √® un lavoro¬Ľ.

E che dire di chi pubblica gratuitamente i propri articoli in rete? Non basta fare qualcosa che assomiglia a un lavoro per pretendere un salario. Alla maggior parte delle attivit√† professionali, anche alle pi√Ļ gravose e ingrate, corrisponde uno svago equivalente, che consiste nel praticare lo sforzo in forma o misura differente. In effetti non √® la stessa cosa sollevare pesi in palestra alle sette di sera oppure al mercato ortofrutticolo alle sette di mattina, fare l’amore con il proprio ragazzo oppure farsi scopare da uno sconosciuto, cacciare il tordo di domenica oppure ogni santo giorno.¬†Secondo il gusto personale, si pu√≤ addirittura pagare per ottenere ci√≤ che altri ricevono in cambio di un salario, come nel caso degli scrittori che si rivolgono agli editori ¬ęa spese dell’autore¬Ľ per pubblicare, in perdita dunque, le proprie opere.¬†Certo quando si parla di arte si entra in una zona grigia tra lavoro e diletto, e l’assenza di criteri chiari per distinguerli sembra condannarci a un’eterna confusione. Ma in fondo la confusione regna ovunque: perch√© ci sono uomini che pagano per essere frustati e altri che pagano per frustare? Quale dei due sta effettivamente lavorando senza saperlo?

Per risolvere la confusione, √® necessario abbandonare l’antinomia tra consumo e produzione.¬†In effetti, la produzione consiste in ogni caso nel consumare delle risorse per generare nuovi beni e servizi. Consumo e produzione, da questo punto di vista, sono esattamente la stessa cosa: ovvero¬†la trasformazione di una cosa in un’altra cosa. Carne in cibo e cibo in forza-lavoro — e merda ovviamente, poich√© ogni processo di consumo-produzione comporta una quota di scarti. Come ci ha ricordato Wim Delvoye con i suoi giganteschi macchinari digerenti (Cloaca), la fabbricazione di escrementi √® un processo del tutto identico alla produzione industriale: la merda √® un prodotto come un altro. Solo che (quasi) nessuno la vuole.

Potremmo dire che lo scopo della produzione consiste nel trasformare la materia prima in un bene utile o pi√Ļ utile, mentre il consumo consiste nel trasformare la materia prima in un bene inutile o meno utile; ma staremmo dando una definizione ancora troppo soggettiva. Rischiamo di tornare alla concezione moralista del lavoro culturale inteso come attivit√† superflua.¬†Dovremmo dunque dire che la ¬ęproduzione¬Ľ¬†realizza qualcosa per cui esiste una maggiore domanda (rispetto alla domanda per la materia prima) e il ¬ęconsumo¬Ľ¬†realizza qualcosa per cui esiste una minore domanda. Allora inizieremmo a capire il principio che regola la retribuzione delle attivit√† di consumo-produzione culturale, il cosiddetto¬†prosuming. La sovrapproduzione, come spreco non pianificato, √® una forma di trasformazione per la quale non esiste sbocco commerciale: di conseguenza, il suo risultato √® uno scarto. Le raffinatissime competenze di una generazione di ex-futuri intellettuali sono uno scarto.¬†Questo stesso articolo √® uno scarto.

Ma anche gli scarti possono essere reimmessi nel ciclo produttivo, come da sempre si riutilizzano gli escrementi per l’agricoltura.¬†C’√® gente che¬†compra letame di cavallo, c’√® gente¬†che lo vende e nel frattempo la donna pi√Ļ ricca della Cina si occupa di riciclare spazzatura… Riciclare gli scarti del consumo cognitivo: e¬†se fosse questo il business model di Facebook, del web 2.0 e della coda lunga dell’industria culturale?¬†La merda √® contemporaneamente l’antenato e il paradigma dell’user generated content.¬†Ci pare gi√† di sentire il Wu Ming di turno protestare col pugno alzato e ricordarci che ¬ęquando caghi, stai lavorando¬Ľ.

E invece non va da s√© che ogni attivit√† costituisca un ¬ęplus-lavoro¬Ľ¬†da remunerare.¬†La retribuzione √® il risultato di una negoziazione per stabilire innanzitutto quale sia il bene e quale sia lo scarto del processo di consumo-produzione. Una negoziazione¬†che, prima ancora di stabilire il¬†prezzo della prestazione, serve a stabilire chi si presta a cosa e quale delle parti debba remunerare l’altra. Io pago te per frustarti o te paghi me per farti frustare? Tu paghi me per scrivere o io pago te per pubblicarmi? Ho messo la mia merda in un barattolo, quanto mi dai? Piero Manzoni vendeva la propria a caro prezzo, e Wim Delvoye oggi la produce in serie.¬†Ogni bene pu√≤ essere considerato come uno scarto e ogni scarto pu√≤ essere considerato come un bene: non esiste alcun criterio universale. Quante¬†opere d’arte cancellate, nei tempi antichi e moderni, perch√© non significavano pi√Ļ nulla per i loro distruttori!

Il lavoratore culturale, oggi, si confonde sempre di pi√Ļ con il consumatore culturale. Lavoratore e consumatore si sono definitivamente fusi in una nuova creatura, il prosumer culturale. Producendo, egli consuma risorse. E consumando, egli¬†produce certamente qualche cosa: ma chi vuole questa cosa? (continua)



La fine del lavoro culturale

LEANDRO ‚ÄĒ Tutti tendono a consumare, ed io sar√≤ il sacrificato?
Carlo Goldoni, La bancarotta, II, 8.

Quanto √® bello salire sul carro degli sconfitti, degli oppressi, degli sfruttati. Quanto √® comodo proclamarsi operai cognitivi e unirsi alla lotta del proletariato internazionale contro il capitalismo. Tutto, pur di non ammettere che in prima linea tra le file del nemico potremmo esserci noi stessi: intellettuali e pseudo-intellettuali, artisti della domenica full-time, scribacchini e burocrati della cultura.¬†Noi, che viviamo con salari ridicoli? Noi, spesso disoccupati, semi-occupati, flexi-occupati ‚ÄĒ noi, davvero? Si, proprio noi: da sempre allacciati alla canna del plusvalore e oggi tormentati dalla sete perch√© il getto si affievolisce, si disperde in mille rivoli, non basta pi√Ļ.¬†La presunta tragedia dei proletari cognitivi √® in verit√† una tragedia della borghesia: una classe ricca, ma non ricca abbastanza.¬†In maniera imprevista, sembra essersi realizzata la¬†profezia di Marx:¬†¬ęI rapporti borghesi sono divenuti troppo angusti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta¬Ľ.

Possiamo ironizzare a lungo su questa nostra generazione ¬ętroppo brava per lavorare¬Ľ,¬†che s’indigna quando le chiedono di¬†consegnare scartoffie o guidare taxi. Possiamo anche svergognare il razzismo dei giovani — pure progressisti, anticapitalisti, anarco-insurrezionalisti — che lascerebbero volentieri le basse mansioni ai coetanei egiziani e albanesi. Possiamo insomma ¬†accettare con fair play il nostro destino pi√Ļ o meno infausto: ma non possiamo fingere che tutto questo non sia effettivamente traumatico. La verit√† √® che le cose vanno dannatamente peggio del previsto.¬†Eppure avevamo letto un sacco di rapporti, statistiche, appelli e petizioni che illustravano i benef√¨ci della conversione dell‚Äôeconomia dal secondario al terziario, dal terziario al terziario avanzato e dal terziario avanzato al web 2.0. Avevamo studiato interi libri sull‚Äôeconomia del dono, e in fine ci eravamo convinti che si poteva contribuire al benessere collettivo facendo circolare immagini e concetti invece che tuberi, bulloni e idrocarburi. Vuoi dirci che abbiamo sognato? S√¨, abbiamo sognato.

Molti di noi continuano a farlo, con ostinazione. Su Internazionale.it, la pubblicitaria Annamaria Testa gongola rilevando che il fatturato del settore culturale in Europa era, nel 2003, ¬ęoltre il doppio dell‚Äôintera industria automobilistica¬Ľ. Oggi, mentre assistiamo allo smantellamento degli stabilimenti italiani della Fiat, un simile trionfalismo suona agghiacciante. La disproporzione tra settore culturale e industria pesante appare chiaramente come il sintomo di un‚Äôeconomia fuori di sesto, destinata alla catastrofe. Quei fatturati stratosferici sono vere e proprie bolle, alimentate dalle sovvenzioni pubbliche e dai consumi privati, alimentati a loro volta dal surplus dedotto dal prodotto del lavoro.

Si ricorre talvolta alla metafora del parassitismo per descrivere il rapporto che il lavoratore culturale intrattiene con la societ√†. Forti di questa convinzione i Khmer rossi si premurarono di sterminare gli intellettuali cambogiani: li riconoscevano, pare, dagli occhiali. Sarebbe tuttavia pi√Ļ onesto, e meno sanguinoso, parlare di simbiosi: un sistema di scambio teso a un beneficio reciproco. Un sistema dotato di un equilibrio fragile, soggetto a periodiche crisi.

Il problema oggi non √® che il lavoro culturale ¬ęnon produce ricchezza¬Ľ, come direbbe un Tremonti, ma¬†che ne produce troppa. Si dice che l’economia sia¬†la scienza che studia la gestione delle risorse scarse¬†ma invero essa studia qualcosa di ben pi√Ļ insidioso, ovvero¬†l’abbondanza. Perch√© ¬ęprodurre troppo¬Ľ¬†significa anche, necessariamente, ¬ęconsumare troppo¬Ľ.¬†In effetti, per produrre beni e servizi si impiegano altri beni e servizi, i cosiddetti fattori produttivi. Questi fattori produttivi, si tratta di stabilire come allocarli.¬†Il lavoro culturale √® peculiare perch√© la sua¬†specifica funzione economica √® di consumare la ricchezza¬†al fine di offrire uno sbocco alla sovrapproduzione.¬†In un primo tempo, sovrapproduzione di risorse primarie e secondarie, beni, servizi, che verranno consumati dai lavoratori culturali. In un secondo tempo, sovrapproduzione di beni artistici e culturali, che verranno consumati dagli stessi o da altri lavoratori culturali. E infine,¬†sovrapproduzione di lavoratori culturali, che si consumeranno da s√©.

Il consumo del surplus era in sostanza anche la funzione regolatrice della religione antica, per mezzo del dispositivo del sacrificio (ovvero la distruzione gratuita di una risorsa in eccesso). La divinit√† nasce appunto come ¬ęconsumatore artificiale¬Ľ del surplus. Da questo punto di vista, la Chiesa cattolica ha incarnato con diligenza la sua missione dissipatrice, cos√¨ accumulando uno straordinario patrimonio artistico. Ma ovviamente questo meccanismo √® efficace solo fintanto che esiste un surplus da sperperare, mantenendo un equilibrio tra produzione e consumo. La Riforma protestante non manc√≤ di sanzionare il superamento di una soglia oltre la quale lo spreco ecclesiastico aveva cessato di essere sostenibile. Questa soglia, l’abbiamo probabilmente superata anche noi. (continua)



Posologia della catarsi

Ma ho questo contro di te: che tu tolleri Iezabel, quella donna che si dice profetessa e insegna e induce i miei servi a commettere fornicazione, e a mangiare carni sacrificate agli idoli.
Apocalisse 2:20

La nostra epoca — o per meglio dire, quella spaventosa macchina da guerra nota come marketing culturale — ha risolto un antico dibattito, ovvero se l’arte debba dilettare o servire al bene comune. Dilettare, ovviamente. Ma facciamo finta per un attimo che l’arte non serva solo ad alienare unit√† di tempo libero, e che abbia invece un ruolo fondamentale nella regolazione della vita sociale. Che fare, allora, degli artisti irresponsabili che indicano ai giovani la strada della perdizione?

Innanzitutto, si dovrebbe stabilire, una volta per tutte, se l’arte sfoghi oppure alimenti le condotte che rappresenta. Schiere di aristotelici hanno gi√† la risposta pronta — sfoga! purga! purifica! — ma dovranno vedersela con avversari piuttosto agguerriti: dai pontefici romani che si opponevano alla costruzione dei teatri, come racconta Agostino, ad Agostino stesso, che non esita a parlare di una peste anzi di una pandemia, che non debilita i corpi ma i comportamenti, e del vizio che rischia di contaminare tutta la comunit√† (De Civitate Dei, I, XXXII), per arrivare fino a Jean Jacques Rousseau nella lettera sugli spettacoli, per il quale l’effetto generale del teatro √® di “aumentare le inclinazioni naturali e dare nuova energia a tutte le passioni”. Sfortunatamente, pochi oggi sono coloro che prendono sul serio i pontefici romani e i filosofi cristiani o ginevrini, ricacciando piuttosto le loro osservazioni nel proverbiale pregiudizio anti-teatrale, “pr√©jug√© barbare” come scrive D’Alambert.

Invece sarebbe opportuno prendere sul serio entrambe le teorie — curativa e infettiva — e comprendere come hanno fatto a sopravvivere malgrado la loro insanabile divergenza. In che misura, sebbene contraddittorie, queste teorie dicono entrambe la verit√†?

Da sempre, le opposte teorie si confrontano: ai tempi delle guerre di religione, mentre negli editti reali il “cattivo esempio” era ancora definito come fonte di contaminazione (Stati di Orl√©ans, 1560, art. XXIV), i drammaturghi gi√† iniziano a prendersi per taumaturgi (“Une histoire advenue dedans Paris… Ce que pourra chacun inciter/ Suivre le bien, et le mal √©viter”, Jean Bretog, Trag√©die fran√ßaise √† huit personnages traitant de l’amour d’un serviteur envers sa maitresse, et de tout ce qui en advint, 1571). Il Cinquecento √® il secolo della riscoperta della¬†Poetica di Aristotele, grazie tra l’altro¬†ai commentarii di¬†Pier Vettori,¬†Giraldi Cintio, Giulio Cesare Scaligero, Alessandro Piccolomini, Lodovico Castelvetro; e altrove √® un fiorire di prefazioni e prologhi un poco ipocriti, in cui gli autori vantano i meriti esemplari delle loro tragedie, mentre √® ovvio che nella sala tutti s’aspettano soprattutto i fiumi di sangue.

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√ą davvero suggestiva l’ipotesi omeopatica secondo la quale la rappresentazione parteciperebbe a neutralizzare l’esistenza di un certo fenomeno sociale; questo giustificherebbe la messa in scena di grandi quantit√† di oscenit√†, deviazioni, torture, orrori. Sfortunatamente, l’idea dell’arte come una spugna miracolosa che assorbe i mali della comunit√† non trova oggi molti riscontri empirici: al contrario, si ha notizia talvolta di qualche omicida di massa in pose da Old Boy. Va bene non esagerare il peso di simili fenomeni di emulazione, e tuttavia provano che avviene qualche tipo di trasmissione dalla finzione alla realt√†. Perlomeno nelle forme. Almeno fin dai tempi di Goethe i giovani si ammazzano per imitare gli eroi letterari, e risulta davvero poco convincente l’ipotesi secondo cui sarebbero molti di pi√Ļ quelli che hanno deciso di non suicidarsi in seguito alla lettura del Werther. Ma in fondo chi pu√≤ dirlo? Se poi in certi casi l’arte sfoga e in altri alimenta, da cosa dipende? Prendiamo un esempio caro ai nostri lettori: le donne nude. Come incide la loro esistenza di carta, pixel o celluloide sul bilancio libidinale della nazione? Calma i sensi o fa divampare i fuochi della passione? La risposta √® nota a tutti noi blogger, frequentatori dei bassifondi della rete, costretti in uno stato di eccitazione permanente che ci rende aggressivi, intrattabili e terribilmente reazionari.

I sostenitori della teoria dello sfogo citano dunque Aristotele, ma dimenticano che il meccanismo catartico funzionava soprattutto perch√© al piacere si mescolavano timore e piet√†: sfogato attraverso l’arte, √® vero, lo spettatore si guardava per√≤ bene dall’imitarla e non s’ingenerava alcun circolo vizioso. La perfezione del meccanismo catartico consisteva appunto nell’associare — in modo quasi pavloviano — il piacere al timore, il nodo allo snodo, la causa tentatrice all’effetto ributtante. Attirare il pubblico dilettandolo con le pi√Ļ scabrose condotte e poi stenderlo con una morale terribile. Notava bene Rousseau: √® necessario soddisfare la domanda poich√© “l’autore che volesse urtare il gusto generale non comporrebbe presto per altri che per s√©”. E gi√† Lope de Vega argomentava sul ruolo essenziale del piacere del pubblico e concludeva che a tale fine “tutti i mezzi sono buoni”. Ma il solo piacere non realizza alcuna catarsi, al contrario. La trappola non scatta, la comunit√† non si purifica.

Il momento √® catartico? Assolutamente no. Quale artista oggi prende la pena di condannare i suoi personaggi — insomma chi ha ancora il coraggio di scrivere operette moraliste o tragedie? Lo fece Brian De Palma con Scarface, ha cessato di farlo Quentin Tarantino; e tuttavia, cosa cambia? Saviano insegna: malgrado la fine tragica (o in sua virt√Ļ) Tony Montana √® sempre un mito per piccoli e grandi delinquenti. Ma chiss√†, forse una dose di emulatori √® fisiologica, forse sono proprio gli infiniti cattivi esempi che il cinema ci ha mostrato ad averci indirizzati sulla retta via, o forse semplicemente non sarebbe cambiato nulla.

Pi√Ļ probabilmente, il capitalismo della seduzione si permette oggi di alimentare ipertroficamente ogni passione perch√© pu√≤ anche soddisfarla, in un eterno circolo di consumi culturali dai quali dipendiamo — e che presto, tragicamente, non potremmo pi√Ļ soddisfare. Al modello catartico, insomma, si √® sostituito il modello narcotico: il quale senza dubbio √® in grado di contenere localmente il desiderio, ma risulta globalmente costoso in termini puramente economici. Ogni sforzo umano e ogni idrocarburo bruciato tendono al soddisfacimento attraverso rappresentazioni di bisogni generati da rappresentazioni, al fine di arginare indefinitamente l’eruzione violenta dei nostri istinti.



Un libro anonimo per tempi anomali

Mi √© stata segnalata la pubblicazione su Amazon.it di un misterioso e-book anonimo su Anonymous, nel quale sono evidenti alcuni plagi da questo blog. Mi dissocio da tutta l’operazione, che mira chiaramente a trasformare il movimento in una specie di oggetto letterario e filosofico, emblematico del paradossale rapporto che l’industria culturale intrattiene con l’antagonismo politico. E ovviamente mi dissocio dai goffi tentativi di marketing virale, stancamente tardo-situazionista, che accompagnano il lancio del libro: dal video con Manuela Arcuri ai finti defacciamenti, dal¬†blog che raccoglie le “papere” di Anonymous al bieco slogan da LIDL che figura sui banner pubblicitari sparsi in rete.



I miserabili

Grazie al video postato ieri da Matteo Bordone ho scoperto la figura di¬†Andrea Dipr√®,¬†l’autodefinito “pi√Ļ grande critico d’arte del mondo”. E in fondo perch√© no? La sua estetica relativista porta all’estremo i canoni del Contemporaneo, le provocazioni di Marcel Duchamp (il ready-made) e le teorie di Arthur Danto (la trasfigurazione del banale). Secondo Dipr√©, infatti, Arte √© qualsiasi cosa che venga definita Arte‚Ķ in televisione. Danto si era fermato al museo. In questo senso, qualsiasi crosta diventa Arte, se presentata da Dipr√®. Il critico √© l’intermediario tra l’artista in nuce e l’incarnazione catodica che lo consacra artista a tutto tondo, indipendentemente dal “valore intrinseco” delle opere. Ed √© cos√¨ appunto che Dipr√® descrive il proprio ministero, in senso liturgico:

Ti senti artista? Ti senti pittore, ti senti scultore, ti senti di avere impugnato certi problemi o certe magie dell’arte? Ebbene Andrea Dipr√® che sono io, che ti sta parlando, il critico d’arte Andrea Dipr√®, √© qui. Per te, in questo momento! Oggi l’artista se non va in televisione — un po’ tutti comunque, ma l’artista soprattutto, che vive di conoscenza‚Ķ Come possono amare le tue opere se non ti conoscono?

Secondo alcuni, Andrea Dipr√® non sarebbe altro che un truffatore¬†che lucra sulle velleit√† artistiche degli sprovveduti. Lui difende il suo lavoro in maniera cruda ma efficace: si tratta di dare la possibilit√† a dei “miserabili”, talvolta dei “casi umani”, di ottenere un po’ di visibilit√† e di buone parole sul suo canale satellitare, per un costo tutto sommato onesto. E chiss√† che l’esposizione televisiva (proprio come l’espozione museale, la firma dell’artista o il¬†rating delle agenzie) non basti a dare oggettivamente valore alle opere.

Nell’epoca dell’user generated content, Dipr√® proclama che per essere artisti basta sentirsi tali. √ą davvero il caso di scandalizzarsi? I suoi argomenti assomigliano terribilmente alla retorica dei¬†social networks, alle pubblicit√† dei telefonini, alle parole d’ordine del web 2.0: “crea il tuo blog“, “share your sounds” e “scrivi il tuo libro“. Miserabili insomma siamo tutti noi, artisti e scribacchini della domenica in questa domenica che sembra eterna. Se Dipr√® √© un truffatore, che dire di MySpace? E delle facolt√† di Lettere e Filosofia? E delle scuole di cinema, dei premi letterari (io ne ho vinti due), dei commentatori che ci ripetono quanto scriviamo bene, quanto siamo geniali, quanti likes meritiamo?¬†Il tributo lo paghiamo non in denaro¬†ma in anni e scelte di vita. La nostra tragedia √© quella di¬†Claude Lantier, ne L’Ňíuvre di Emile Zola, che inseguendo la propria ambizione distrugge tutto ci√≤ che tocca.

Andrea Dipr√® ha compreso l’importanza crescente della Quarta dimensione, una bolgia immensa di dilettanti alla ricerca della buona occasione, convinti che le loro spese pi√Ļ o meno pazze siano un investimento. E talvolta funziona. Ma la corsa al riconoscimento √© come un gioco d’azzardo, dove il banco vince sempre e la maggior parte dei giocatori s’impoverisce fino alla bancarotta — illusi d’essere speciali da qualche dea o musa o puttana pazza accasciata al bancone del bar. A che serve poi trascinare Dipr√® in tribunale¬†se la colpa √© della nostra vanit√†?

– — –

Aggiornamento del 6 febbraio. Con le seguenti parole il Prof. Andrea Dipré, che ringrazio, ha commentato il post in una comunicazione privata:

Mi complimento con Lei per aver colto il senso pi√Ļ profondo della mia missione artistica. La mia, infatti,¬†√® l’idea dell’inautentico che diventa autentico. Congratulazioni anche per la Sua composizione artistica di immediata efficacia affabulatoria e storicamente a ridosso del presente.
Cordialmente.
Andrea Diprè


Molto rumore per nulla

√Ȭ†successo ancora. Passeggiavo tranquillo per le pagine di Amazon quando d’un tratto mi cade addosso il catalogo gigantesco d’un editore mai sentito, per la bellezza di¬†34.285 titoli, pubblicati nell’arco di… vari secoli. Da Tragico episodio durante l’estinzione dell’incendio della foresta di Fontainebleau di A. Beltrame (1903) a Caro Federico di Sandra Milo (1988), dall’anonimo¬†Divieto di asportare legna, sassi, frutti e di pascolare sui terreni (1699) a The West American mollusks of the families Rissoellidae and Synceratidae, and the rissoid genus Barleeia (1920).

Qui la spiegazione √® relativamente semplice: quello che Amazon considera un editore non √® altro che un libraio antiquario bolognese, riuscito in qualche modo a riversare da quelle parti lo stesso flusso d’informazioni che alimenta siti come Maremagnum. Errore o sabotaggio? Di certo c’√® che Amazon — voglio dire: un essere umano presso Amazon — dovrebbe iniziare a porsi qualche domanda seria sulla quantit√† di “dati spazzatura”, e perci√≤ di rumore, che lascia entrare nella sua base.

E poi è successo di nuovo, e questa volta era come la prima.

Per un attimo ho rivissuto la gioia e lo stupore di quel giorno di settembre in cui ho scoperto l’editore automatico, il magico automa che stampa libri dalle pagine di wikipedia. Ancora una volta, le copertine tutte identiche: anche se di gusto migliore — ma la variet√† iconografica ridotta allo stretto necessario (quattro, cinque immagini ripetute migliaia di volte). Ancora una volta,¬†una montagna di pubblicazioni –¬†ma una montagna pi√Ļ grande ancora della precedente: 27.089 risultati. E come al solito, dunque, la certezza che nessun essere umano ha potuto intervenire nella loro compilazione. Una rapida ricerca¬†conferma che questo secondo editore automatico, anch’esso attivo in tutto il mondo, funziona esattamente come il primo: una macchina concepisce i libri a partire da una base di dati, e questi vengono stampati su domanda al momento dell’acquisto. Ma il confine √® labile tra la truffa e il progetto visionario, come sapeva l’abate Migne, patrono di tutti gli editori automatici.

Basta guardare il catalogo. Dall’Historia Mongalorum di Giovanni da Pian del Carpine (che per√≤ si scrive “mongolorum“) alla Liturgiarum Orientalium Collectio di Eusbe Renaudot e Eusebe Renaudot (che per√≤ sono la stessa persona) — insomma dalla raffinatezza indubbia della banca dati svaligiata in fretta e furia — questo editore automatico esibisce una certa ambizione. Il Print-on-Demand forsennato incontra la tecno-utopia, e il risultato √® indubbiamente interessante per chi volesse procurarsi qualche testo raro, pure se sbattuto sulla pagina un po’ a casaccio, con errori fin nei titoli.

Questo conferma una mia vecchia teoria: che alla fine della coda lunga, entelechia e perfezione del consumatore culturale, stanno l’artista, lo scrittore, il ricercatore universitario ; ognuno con la sua “domanda” unica e irripetibile e la sua capacit√† di cogliere un segnale nel pi√Ļ assordante rumore.



La favola delle api

Questa fotografia √® stata scattata oggi a Roma, durante la manifestazione degli Indignati. Sul cartellone, una citazione esplicita dal film Network (1976) di Sidney Lumet: Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetter√≤ pi√Ļ! Citazione interessante, poich√© prende alla lettera quella che nel film era una caricatura, una chiara denuncia del mercato dell’indignazione. A pronunciarla nel film √® una specie di Beppe Grillo ubriacone, manovrato dagli azionisti di un grande canale televisivo.

Oltre a essere sorprendentemente profetico, Network mente in scena alcuni¬†paradossi dell’industria culturale. Il film, sceneggiato da Paddy Chayefsky, racconta del conflitto tra vecchia industria culturale, posizionata su valori conservatori e tradizionalmente “borghesi”,¬†e nuova industria culturale, impegnata nel recupero spettacolare di ogni radicalismo. Di questa trasformazione l’anno 1976 √® stato piuttosto rappresentativo, segnando inoltre l’esplosione del¬†fenomeno Sex Pistol — e contemporaneamente l’inizio di un trentennio di crescita economica dopata in ugual modo dal debito e dal consumismo critico. Il brand V for Vendetta – ¬© Time-Warner celebrato in tutte le ultime manifestazioni di piazza, in tutto il mondo — √® l’ultimo e pi√Ļ interessante prodotto disponibile sul mercato.

Mentre scrivo queste righe, la manifestazione di Roma sta degenerando, ma va tutto bene: cinque macchine bruciate, in fondo, fanno cinque macchine vendute, un sacco di materiale audio-video da vendere alle tv, traffico su Internet… Un vero toccasana per l’esangue economia italiana, e magari un’originale fonte di finanziamento per il movimento.¬†Bernard de Mandeville, che scriveva pressapoco la stessa cosa a proposito delle navi per illustrare i principi dell’economia di mercato, avrebbe approvato.



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