ironia nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Casus belli

— Secondo lei il decentramento dei Ministeri può diventare un casus belli?
– Sinceramente non mi interessa quanto i Ministeri possano essere belli.

Divertente? Mah, insomma. La risposta del leghista Matteo Salvini potrebbe essere, nell’ordine naturale in cui dovrebbero sorgere le ipotesi: (a) una battuta scema per cambiare discorso, (b) un’incomprensione dovuta al collegamento audio, (c) una battuta che sopperisce a un’incomprensione dovuta al collegamento audio, (d) una prova d’ignoranza, (e) una battuta travestita da prova d’ignoranza, (f) una battuta travestita da prova d’ignoranza che sopperisce a un’incomprensione dovuta al collegamento audio, al fine di cambiare discorso. Una meticolosa analisi filologica mi porta a propendere per l’ipotesi (f) ma soprattutto a escludere l’ipotesi (d). Perché dovete sapere una cosa: “casus belli” non é un oscuro proverbio degli antichi romani che conoscete solo voi perché avete studiato: è un’espressione della lingua italiana, persino piuttosto comune.

Nel frattempo le bacheche di facebook e friendfeed si riempiono degli sghignazzi per la presunta figuraccia. Il leghista essendo per definizione ignorante, ogni scarto rispetto alla norma linguistica e culturale non potrà che essere interpretato alla lettera, come un errore e una prova della sua ignoranza. Esattamente il contrario di ciò che avveniva per Chance Giardiniere in Oltre il giardino: essendo considerato un genio, ogni suo scarto veniva interpretato come un motto di spirito o un’idea geniale. Questo credito ermeneutico che il leghista non possiede (come non lo possiede il povero, come non lo possiede l’immigrato) si chiama potere.

Ma del pregiudizio nei suoi confronti, della sua mancanza di potere sul piano culturale, il leghista è il principale beneficiario. Producendo uno scarto che non gli viene riconosciuto come intenzionale, il leghista smaschera il lato più odioso della borghesia di sinistra, che viene poi tessuto e ritessuto dalla pubblicistica di destra: egemonia culturale, classismo, vuoto formalismo. In fin dei conti, esiste qualcosa di meno democratico che deridere un uomo per la sua ignoranza? C’è veramente gente là fuori che pensa che non conoscere un’espressione latina renda necessariamente ridicoli e insignificanti? Chissà: intanto il leghista — che, toh, ha fatto il liceo classico — segna un punto.



Regime, tra virgolette

Talvolta mi chiedo se sapremmo ricordarci di questi anni, e interpretarli correttamente. Già vedo che la maggior parte dei contemporanei, figuriamoci quelli fuori dalle frontiere italiane, non capiscono nulla; e penso che allora hai voglia fare la storia delle mentalità di altre epoche, se già di fronte alla nostra lavorano tanti pregiudizi, distorsioni di prospettiva e registri retorici tortuosi. Io poi già lo so, che ci verranno a fare la morale, e allora bisognerà spiegare loro l’Italia di Berlusconi.

Ci pensavo ancora ieri guardando il programma della Dandini che ho trovato anche simpatico per una decina di minuti (soprattutto Elio e Zoro), ma nel quale ho ravvisato ancora una volta un vezzo che stavo per dimenticare, tipico della TV “di sinistra” post-2001, e di cui Fabio Fazio é il vero maestro.

Parlo dell’ironia sul regime, che é poi in un certo senso auto-ironia, o meta-auto-ironia; i continui occhiolini a cio’ che non si puo’ dire, ma che poi si dice, e la finta-vera-paura di essere chiusi per una battuta di troppo (successe alla Guzzanti). E questo é davvero tutto, la sceneggiatura intera di trasmissioni come quella della Dandini sta in questo gioco, che io trovo straniante e in fondo suggestivo, eppure tanto difficile da decifrare. Immagino un uomo del futuro che vede Fazio e pensa: guarda questo, ha davvero paura, vedi come balbetta, interrompe gli ospiti, li smentisce quando parlano di politica, e poi dice cose affettuose al premier, manifesta la sua stima, gli fa persino gli auguri di compleanno. Ma che scherza? Eppure va avanti da anni, come fa? Ma soprattutto, come distinguere l’ironia dalla verità, quando la verità é il comitato per il nobel a Berlusconi?

Appunto guardando gli ammiccamenti e le mises en abymes uno cerca di capire e non capisce, io stesso non capisco: la Dandini e Fazio hanno davvero paura di essere sospesi? D’altronde ne avrebbero ogni ragione. Ma poi uno si chiede se all’estero lo sanno che queste cose vanno in onda sulla TV italiana, che in prima serata va in onda un programma che suggerisce che (cito l’implicito di Anno Zero) « IL PREMIER E’ UN MAFIOSO PUTTANIERE » (che oddio sarà anche vero, non lo so, d’altronde la mafia e le puttane sono nozioni relative) ma all’estero non ci sono programmi simili — forse anche perché non hanno un premier mafioso puttaniere, ammesso che ce l’abbiamo noi, e ammesso che c’importi.

Insomma, alla fine pare che tutta la questione del « regime » sia dove, come, quando e perché mettere le virgolette; le vere « piccole vergini »  di tutta la faccenda.

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L’ironia nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Per chi non l’avesse notato, la storia del manifesto satirico di Mauro Biani (vignettista peraltro del tutto deprecabile) che viene preso alla lettera dai leghisti segue la trama del Pendolo di Foucault. Il mondo é pieno di scherzi che vengono presi sul serio – prendi Thelema, un’invenzione di Rabelais che diventa una setta satanica. Io da tempo lo ripeto: l’ironia, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, é la malattia mortale dell’Occidente.



Il migliore dei mondi

Con un po’ di ritardo ringrazio Valerio per la sua bella risposta al mio post sull’industria culturale. In particolare mette in evidenza un mio vizio di pensiero (ovvero di carattere) che forse sta diventando fin troppo invadente: certa tendenza a “non lasciare scampo”, in questo caso inglobando tutto nell’industria culturale e negando ogni fuori. Così inevitabilmente sovrappongo autocritica radicale a radicale indifferenza. Ma che ci posso fare, non ho deciso io che tutto fosse necessario, e così ordinato. A fare solo un gesto, temerei di scardinare il cosmo. E non è “ironia narcisistica”, e non è nemmeno una vera scelta, se racconto di come verrò corrotto: ragionevolmente, suppongo che andrà così. Intendo prendere le mie responsabilità, e non lo farei se credessi che esiste un mondo migliore di questo. Detto questo, non mi pare di essere un “derridiano ortodosso”, che poi sarebbe anche un ossimoro.



Ideologia e complessità

Un arco narrativo è centrale della definizione di un’ideologia, sulla quale ho iniziato a pubblicare qualche riflessione. Non-detta da ogni discorso sta una storia molto semplice, che racconta com’erano le cose prima e come saranno dopo, e dunque cosa è male e cosa è bene, e come muoversi dal primo al secondo. La forma è quella semplicissima messa a fuoco da Vladimir Propp nei suoi studi sulla morfologia della fiaba, alla fine dell’Ottocento. L’idea, poi ampiamente sviluppata dagli strutturalisti, è che ogni storia declina in maniera differente uno schema sempre identico, caratterizzato da una sequenza narrativa: situazione iniziale; azione complicante; sviluppo; scioglimento; situazione finale.

Contemp Freytag

Questo modello è tipico non solo delle narrazioni letterarie, ma di qualsiasi narrazione e di tutte le filosofie della storia: nell’azione complicante e nello scioglimento si ritrovano le figure teologiche della caduta e della redenzione. Ma soprattutto, uno schema narratologico struttura implicitamente ogni ideologia politica coerente e compiuta, i cui discorsi reiterano in maniera più o meno evidente il medesimo racconto.

Determinare quale sia stato il peccato originale è questione oziosa, se non del tutto illogica, ma può avere una certa utilità per distribuire le parti in una commedia (o in una tragedia). E non è cosa di poco conto, oltre all’evidente piacere d’indossare una maschera e recitare di conseguenza. I conservatori ottocenteschi come De Maistre vedevano la caduta nella Rivoluzione, i marxisti nell’accumulazione originaria e nella nascita del capitalismo, i nazisti nell’indebolimento della razza; oggi per alcuni la storia della caduta (della morale sessuale, della cultura, dell’istruzione) potrebbe iniziare con il Sessantotto, mentre per altri è la discesa di un imprenditore nell’agone politico. Queste radicali semplificazioni non sono in alcun modo delle allucinazioni, bensì piuttosto delle finzioni necessarie ad un certo fine politico soggettivo. Come si può agire in un mondo senza cause prime né cause finali? Senza il coraggio d’individuare un’origine del male non avremo nemmeno il potere di combatterlo. Queste finzioni necessarie, talvolta, sono persino efficaci; altre volte – beh, si sa come va a finire. Alcune sono effettivamente allucinazioni.

La presa di un discorso politico sta soprattutto nell’individuazione di una storia credibile, che concentri l’attenzione sulla causa del male e proponga una soluzione. Ma una storia è anche un piano da attuare, una volta raggiunto il potere. Viceversa, in assenza di uno schema narrativo, ci si sta semplicemente arrendendo ad una verità terribile: il mondo è troppo complesso per essere trasformato. E questo senz’altro non sarebbe un discorso politico, ma anti-politico.

Non per questo si deve parlare di epoca post-ideologica, perché significherebbe di un’epoca nella quale il discorso nasce senza limiti e determinazioni, e non assomiglia ad alcun altro. Questo non è certo il caso, questo è semplicemente impossibile: il discorso resta saldamente ancorato al contesto che lo produce, con la sua rete di somiglianze, con la sua famiglia affettuosa. Piuttosto, siamo di fronte ad un paradosso: la storia evocata dal discorso anti-politico racconta la crisi della politica, e perciò non può che sperare nello scioglimento di questa crisi. Ma questa in un certo senso è già una prospettiva politica. Il discorso che presuppone l’impossibilità di trasformare il mondo in virtù della sua complessità non fa che evocare uno schema narrativo nel quale la caduta è rappresentata dalla perdita dell’illusione di un mondo semplice e trasformabile, e l’unica redenzione possibile la ricostituzione di questa illusione.

Il problema, forse, è quando diventiamo troppo consapevoli per accettare di semplificare la realtà sociale. Ed è forse questa consapevolezza che fa che molti movimenti sembrano porsi in una prospettiva ironica, per non dire postmoderna. Questo è notevolissimo nell’attitudine della sinistra post-comunista italiana, che conserva l’intero apparato mitologico del marxismo nella forma di slogan e icone svuotate di significato (si vedano per esempio le campagne promozionali del manifesto). Parafrasando Umberto Eco, il comunista postmoderno è colui che non potendo più affermare «Bandiera rossa la trionferà», afferma «Come direbbe un comunista: “Bandiera rossa la trionferà».



destino dell’ironia

Una delle piccole gioie della mia vita è il costante afflusso di commenti indignati a proposito di un vecchio post in cui raccoglievo un po’ di pregiudizi sui rossi di capelli che mi era capitato di raccogliere qua e là, scimmiottando nella forma la retorica di estrema destra. Poi mi sono chiesto come fosse possibile che questo post – al contrario di quello molto più interessante sulla glottocronologia – ottenesse così tante visite, e ho scoperto che è stato linkato qui, dove con somma gaudio ho potuto leggere un intero seminario sull’argomento.

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La sterile regola del postmoderno

Giuseppe Genna, tra un accenno di dietrologia e l’ altro, trova il tempo di postare un articolo del 1979 su Thomas Pynchon e la simbologia degli alligatori in V, un argomento molto controverso come potete immaginare, sul quale finalmente qualcuno ha il coraggio di gridare la scomoda verità. E ribadisce l’assoluta necessità che io vada a comprarmi La Distruzione di Dante Virgili, anche perché mi pare di aver capito che non si possa avere un blog senza avere letto il libro in questione. In proposito mi è piaciuta la glossa di Intelligenza Artifiziale a proposito della letteratura postmoderna, della quale viene data una perfetta definizione:

La sterile regola del postmoderno è che siamo troppo intelligenti e troppo vecchi per dire certe cose, quindi abbisogniamo di una maschera cui mettere in bocca quelle stesse parole

Mi viene il dubbio che l’abbia copiata da Eco, ma che importa, sono troppo intelligente per andare a verificare. La fase delineata è una sorta di post-post-moderno, caratterizzata dal fatto che siamo troppo intelligenti e troppo vecchi per far dire certe cose ad una maschera. Quindi rimane il silenzio mistico, perché siamo troppo intelligenti e troppo vecchi un po’ per tutto.

Però un passo oltre Borges (sempre presupponendolo però) lo si è fatto: il finto autore finto è un’idea graziosa. A qualcuno quest’attenzione al contesto, fuori dalla pagina scritta, può sembrare una sottomissione alle regole della pubblicità (che comunque Warhol, e prima ancora le avanguardie, avevano compreso come parte integrante dell’opera) a scapito della “buona letteratura”. Ma una cosa è l’attaccamento morboso alle abitudini pseudo-trasgressive di scrittori alla moda, altro lo scavare nella realtà un’allucinazione che possa proseguire nella pagina scritta, e viceversa; e altro ancora tentare di farlo ripetendo senza fantasia vecchi topoi del postmoderno.