James Joyce nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Due serie tv da riscoprire

Ulysses
2003, 18 puntate

Dopo sei stagioni del serial Xena principessa guerriera, i dirigenti della Renaissance Picture decisero che era tempo di cambiare genere. Il pubblico stava diventando più esigente, e il peplum televisivo degli anni Novanta aveva fatto il suo tempo. Sam Raimi e soci si affidarono perciò all’idea arditissima dello sceneggiatore Homer Thompson: prendere un classico della letteratura modernista — L’Ulisse di James Joyce — e farne una serie televisiva mainstream, piena di azione e colpi scena.

Il romanzo di Joyce, come noto, descrive una giornata intera della vita del protagonista Leopold Bloom. Da queste premesse, come trarre materiale per una serie? Innanzitutto ogni ora nel romanzo doveva equivalere a un’ora di film: un’idea chiaramente ispirata alla serie 24, lanciata quello stesso anno. E in quell’ora, le peripezie raccontate da Joyce sarebbero state “spettacolarizzate”: ad esempio, la sceneggiatura della dodicesima puntata trasforma un’animata discussione in un pub nell’ingegnosa fuga del protagonista e dei suoi compagni da un gigante mostruoso.


Molly Bloom, moglie di Leopold

Da principio, la serie doveva essere ambientata a Dublino, proprio come il libro. Ma sopraggiunsero dei problemi finanziari, che misero i produttori di fronte a una scelta difficile: abbandonare il progetto oppure realizzarlo ricorrendo alle scenografie “mitologiche” di Xena. Ed è appunto ciò che fecero. Thompson accettò di adattare gli episodi al nuovo contesto, e il risultato fu un tripudio di fantasia kitsch e invenzioni epiche: metamorfosi, combattimenti, incantesimi, fughe, divinità, e chi più ne ha più ne metta. Ma come dicevamo il peplum aveva fatto il suo tempo, e il pubblico ignorò Ulysses ; da parte sua la critica fu impietosa, e accusò la serie di tradire lo spirito dell’opera originale.

Castle Rock
2002, 14 puntate

Dobbiamo ringraziare il successo di Lost se HBO ha deciso di mettere in produzione la seconda stagione di quella che, per molti aspetti, è stata la principale fonte d’ispirazione per le avventure di Jack Shepherd e John Locke: Castle Rock, sfortunatissima eppur affascinante serie di quattordici episodi, trasmessa in Amerika nel 2002, concepita e prodotta dal misterioso K. K. Joseph. In Castle Rock, l’evidente influenza di classici come Il prigioniero e Twin Peaks si presta a una narrazione originale e ricca di colpi di scena. Vera e propria prova generale prima del lancio di Lost, Castle Rock ne condivide innanzitutto gran parte del cast.

Chiamato nella sperduta Castle Rock (Colorado) per risolvere un caso di omicidio, l’agente FBI Kallaghan si ferma nel cuore della notte in un motel. Nessuno tuttavia sembra sapere nulla dell’omicidio, e il gestore del motel mette in dubbio le credenziali di Frank. Ma una chiamata dal misterioso commissariato, dove si governano le sorti del villaggio, sembra fugare ogni dubbio. A Frank vengono assegnati due aiutanti, Arthur e Jeremy, che sembrano tuttavia avere come unico scopo di sabotare la sua indagine. Nel tentativo di mettersi in contatto con il commissario Klamm, Frank conosce e s’innamora della spogliarellista Frieda, la sua amante. Non rivelo il seguito per non guastare la suspence…

Resta da sperare che la seconda stagione risolva i numerosi enigmi interrotti alla fine della prima, anche se sicuramente parte del fascino di Castle Rock è dovuto all’aspetto  “incompiuto”. Voci di corridoio annunciano, per la seconda stagione, una decisa virata verso l’alien-porn.



Whoredom (reprise)

Ho messo un po’ di tempo ad accorgermene (diciamo qualche anno) ma sono felice di notare che Riccardo de Benedetti ha ricominciato a bloggare. Il titolo del blog é sempre la stessa citazione da Joyce: It is an age of exhausted whoredom groping for its god. E a proposito di questa citazione de Benedetti scrive:

Qualcuno, che ringrazio, mi ha fatto notare che whoredom è parola che allude al dominio e non a una semplice, diciamo così, predominanza e diffusione del meretricio. In altre parole, un vero e proprio regno della prostituzione generalizzata, non soltanto un’inclinazione.

Ne approfitto per precisare che quel qualcuno, se non sbaglio, dovrei essere io.

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Realhermeneutik

Chi ha letto Wittgenstein o George Steiner in giovane età ci ha messo poco a passare da un’evidenza inconfutabile (“non esiste la traduzione perfetta”) a una confutabilissima banalità (“é impossibile tradurre”). Il teorico dell’intraducibilità potrebbe parlare per ore degli eschimesi con le loro leggendarie varietà di neve solo per fare dispetto all’utopia universalista di Chomsky (“ogni lingua condivide le medesime strutture profonde”). E magari citare come esempio il Finnegans Wake, prima di riconoscere che, prima di essere intraducibile, l’estrema fatica di Joyce é sopratutto illeggibile.

Da questo paralizzante relativismo linguistico si esce in molti modi, con Hjelmslev o con Davidson, con Umberto Eco ovviamente, con il “buon senso” e la “decisione”, insomma una realpolitik della traduzione. Il problema dei relativisti é che non hanno saputo abbandonare il mito della fedeltà al testo. Non potendo essergli fedeli, non volendo dargli questo dolore, hanno stabilito che fosse impossibile tradurre. La verità é che dal relativismo si esce con il pragmatismo, che altro non é che la forma estrema  – ma adulta (o adultera?) - del relativismo.

L’unico problema che mi porrei oggi in sede di traduzione, o d’interpretazione, sarebbe: che cosa voglio fare con il testo tradotto? Per spaventare una platea con una tragedia di Seneca ci vuole molto più sangue, e pazienza se all’epoca non esisteva la musica industrial. Se invece ho un minimo di cruccio storico-filologico, il problema diventerà: come faccio a restituire al meglio cio’ che l’autore voleva fare con il testo? In questo caso ornero’ il testo di glosse, restituendo l’opera al suo contesto, senza concedermi anacronismi.

Entrambe sono traduzioni valide, entrambe dipendono dall’uso che voglio fare del mio testo, dall’effetto che intendo provocare, dalle conseguenze che spero di ottenere. In fondo pero’ non c’é alcun adulterio, alcuna infedeltà, alcun tradimento (come si dice) nella traduzione: testo e significato non sono mai stati sposati. La loro é stata solo una breve avventura.



L’interpretazione della storia

Abbiamo scelto d’impiegare la parola STORIA per descrivere le vicende dell’umanità, e dunque non sarà il caso di lamentarci se poi tutto sembra così ordinato. Prima c’era persino un grande architetto, che componeva ogni cosa e soprattutto Adamo ed Eva. Il mondo era un testo, e come tale andava interpretato. A garantire l’universale ed inesauribile interpretabilità di ogni cosa dell’universo, evento metereologico, storico, chimico – a garantire una fiduciosa paranoia – c’è sempre Lui, o chi per lui. L’importante è scorgere il volto umano, la mano invisibile. Il credente non è altro che un cospirazionista, per il quale ogni cosa ha un significato. O più di uno. E il cospirazionista non è altro che un interprete, che vede strategie testuali là dove (forse) vi sono soltanto fenomeni casuali.

La sovrainterpretazione è il primo segno di paranoia: dalla critica letteraria più spericolata all’ermeneutica biblica, fino al sano vecchio cospirazionismo, il rischio è sempre di produrre un’aspettativa di senso eccessiva. E però, alcuni testi esigono la loro giusta dose di paranoia. Accettare soltanto una lettura storico-letterale della Bibbia significa perdersi gli infiniti sensi allegorico anagogico morale, e magari qualche profezia. E decifrare un’opera come il Finnegans Wake (per chi ne avrà il coraggio) come se ci fosse un solo e unico piano semantico, e le sue parole avessero un solo e unico significato, sarebbe altrettanto sterile. Lì Joyce agglutinava parole per comporre il suo hundredlettered word, che sovrapponeva le immagini di ogni cosa. Più in generale, non coglieremmo le figure retoriche (ad esempio l’ironia) senza cogliere ad un tempo due o più strati di significato, coesistenti nello stesso testo in maniera intenzionale. Se io fossi Dio, la disposizione stessa di queste mie parole avrebbe senso fin dentro la frequenza delle lettere che impiego, la forma dei caratteri, i sensi possibili ed eventuali delle mie figure. Se io fossi il Grande Vecchio che ordisce il gigantesco complotto nel quale vi affannate come comparse, riuscireste senza dubbio a ricollegare ogni cosa e prevedere i moti futuri della storia.

Però meglio non esagerare. Prima, stabilire se ciò che si ha di fronte è effettivamente un testo, ovvero un sistema teleologico (valga come definizione biunivoca: un sistema teleologico, ovvero un testo). Poi, valutare il livello di ordine intrinseco al testo, valutarne per così dire la profondità. Quanti significati possono essere stati intenzionalmente riposti nel testo? E cosa significa d’altronde intenzionale? Davvero ogni elemento è sotto controllo, nell’atto della significazione? E quale valore hanno i piani semantici non intenzionali, o semi-intenzionali, o mancati, o sussurrati? Queste domande sanciscono il limite tra l’interpretazione e la sovrainterpretazione, tra economia e paranoia.

Tornando al problema iniziale, possiamo riformularlo come segue: quanto valgono i modelli teleologici in Storia? In verità, che in ogni attimo si scrivano sceneggiature per lo svolgersi della Storia – certo discordi e contrastanti – sembra accettabile. Sono programmi politici, piani terroristici, dottrine pubbliche o segrete, progetti, idee. Volti umani, mani invisibili ovunque. Fini e mezzi, interferenze. E se queste sceneggiature fossero profonde e polisemiche come un’opera d’arte? Per questo, la Storia avrebbe bisogno di critici letterari. E non soltanto per definirne un’estetica. Si tratta di valutare sceneggiature che vengono rappresentate con copiose dosi di sangue; di disporre gerarchicamente le strategie testuali; prevederne le svolte e i colpi di scena. Critica necessaria perché essa sola può rendere conto di una scrittura storica razionale, dettagliata, simbolica e polisemica (com’è – ad esempio – quella dei profeti del nuovo ordine mondiale armati di fucile e Corano). Applicare gli stessi strumenti di lettura che si usano per Joyce; perché taluni scrivono la Storia come fosse il Finnegans Wake.



whoredom

Non conosco Riccardo de Benedetti, ma sul suo blog tratta temi cari, e spero riprenda presto a scrivere. Nella colonna sinistra, a mo’ di esergo, figura una frase di Joyce. Pagina 280 dell’Ulysses, la prima metà: quando ancora si leggeva con attenzione e si tentava di cogliere ogni frase: strano che sia sfuggita. It is an age of exhausted whoredom groping for its god. Frase bella, bella soprattutto quella parola: whoredom. Minacciosa. Butto un occhio alla traduzione italiana: era di esausto puttanesimo. L’aria pesante di decadenza è ridotta ad uno spiffero di moralismo. We are all prostitutes, va bene (come gracchiava il Pop Group). Ma il puttanesimo non regge il confronto con la whoredom: il regno (kingdom) della prostituzione. Allora piuttosto: TROIARCHIA. A sottolineare il principio ordinatore che la whoredom esercita sulla realtà culturale, sociale, spirituale. Arché delle architetture che si sfaldano. E la puttana di Babilonia, vogliamo parlarne? Whoredom e fine dei tempi, legame indissolubile. Ma la whoredom non è un neologismo di Joyce. La trovo nel dizionario (con significato banale), la leggo in un pamphlet moralista del XVI° secolo, A looking glass for London: “Where whoredom reigns, there murder follows fast”. Non va perso quel legame col governo, col dominio, coll’impero, cui l’esaustione citata da Joyce profetizza la decadenza. Troiarchia decadente, quindi ancora più disperatamente troia, più tirannicamente troia. Moraletta banale davvero. Ma che parola splendida.