laicismo nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



A ✝ the universe

Come avevo puntualmente predetto nel novembre 2009, oggi la Corte europea per i diritti dell’uomo ha fatto marcia indietro sull’accusa di violazione dei diritti umani per l’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici. Assolvendo l’Italia, a me pare che la Corte abbia soprattutto (e giustamente) riconosciuto di non essere competente in materia. L’esito era inevitabile ma certi laicisti furboni hanno insistito per puntare sul cavallo perdente. In fin dei conti sono loro, i migliori amici del crocifisso.

 



Welcome to the tarrordrome

Nella foto: un ateo illuminista, per farla finita con i secoli bui,
brandisce la sua candela in una polveriera



Prima della guerra civile

Il ritardo culturale dell’Italia sulla questione dell’immigrazione è soprattutto imbarazzante. Stiamo davvero dibattendo sul diritto dei cittadini musulmani di disporre o meno dei luoghi di culto? Un parlamentare ha davvero chiesto di espellere dal paese i musulmani che manifestano contro Israele? Un ministro della Repubblica ha davvero proposto di tassare i permessi di soggiorno? Non so se la politica italiana sia razzista (sarebbe concedergli una profondità eccessiva) ma di certo è straordinariamente stupida. Va bene così: se rimandiamo a tra dieci anni i dibattiti seri, nel frattempo possiamo continuare a mettere annunci spiritosi sugli autobus, e filosofeggiare su probabilità e agnosticismo.

Chi vuole portarsi avanti rifletta invece su quanto poco ci metta la militanza illuminista, cioè l’ideologia delle élites dominanti, a farsi discriminazione sociale. Con ciò non voglio dire né che le élites illuministe siano oggi un problema dell’Italia (!), né che sia sbagliato militare per le proprie convinzioni, né che un morbido proselitismo ateista sia in sé dannoso: dico che è oggi necessario – prima della guerra civile – iniziare a riflettere alla costruzione di uno spazio pubblico condiviso, nel quale alla libertà di espressione corrisponda una responsabilità di espressione. Gli illuministi, se vogliono anche essere laici, dovranno abituarsi al compromesso. Personalmente credo che la laicità vada correttamente intesa come dispositivo giuridico che garantisce le condizioni di coesistenza pacifica tra diverse comunità attraverso non soltanto la protezione dello spazio privato ma contemporaneamente la regolamentazione (soft, se possibile) dello spazio pubblico. In questa direzione, appoggio la proposta di Sherif El Sebaie per una legge contro l’anti-islamismo da affiancare alle altre già esistenti. Oggi potete anche storcere il naso, ma tra dieci anni mi ringrazierete.



Sopravvivere al laicismo

Il tentativo di riformulare un problema è spesso frustrato dalla percezione che tale riformulazione sia invece un tentativo di rispondere al vecchio problema. Si finisce così a doversi assumere la responsabilità di posizioni tratte dallo spazio delle risposte possibili a una domanda che si era tentato di disinnescare.

Poiché nel post precedente, che dalla disputa sulla laicità traeva soltanto esempio, sono nati alcuni malintesi sulla mia posizione in proposito, rimando a un più articolata disamina. Vi prego di sopportare l’introduzione pomposa, pensata per commuovere una giuria in cambio di un lauto assegno, e anticipo la conclusione: poiché la neutralità ideologica è un’illusione (come pure in questo senso l’idea di laicità), e il fenomeno religioso non può essere integrato e circoscritto senza dissolversi in quanto tale, non c’è alcuna sopravvivenza possibile per la religione in una società che ha scelto di sostituirla con altri valori e altre pratiche. Entro cinque anni conto di avere una svolta conservatrice e inizierò a lagnarmene, per adesso ne prendo atto.



Igiene retorica

L’argomento omofobo secondo cui ognuno a casa sua può fare ciò che vuole, ma non con ciò pretendere di vedere riconosciuto il proprio diritto di esistere socialmente, è curiosamente del tutto identico all’argomento laicista secondo cui la fede religiosa è questione che riguarda la coscienza individuale, e non deve estendersi fuori da questi limiti.

Sono argomenti ipocriti innanzitutto perché si permettono di concedere ciò che è (da noi) fuori discussione – la libertà del pensiero e del buco del culo. Ma sopratutto perché la concessione de facto sulla sostanza implica la sanzione di qualsiasi manifestazione della sostanza. In altri termini non solo si fraintende la natura precipuamente sociale di questi fenomeni (l’omosessualità, la religione), ma si tenta di costruirne dei surrogati inoffensivi del tutto privi di effetti. Delle versioni immateriali e “buone” da contrapporre a versioni “cattive” che, osando irrompere sulla scena pubblica, travalicano i limiti della decenza sessuale, etica, culturale. Ma questi fenomeni sono per essenza pubblici, per essenza esistono soltanto in quanto si manifestano.

Una corretta igiene retorica richiede perciò che le presunte, speculari, concessioni siano chiaramente riformulate nei termini effettivi: quelli di un rifiuto all’esistenza stessa di omosessuali e credenti.