lavoro nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Sul lavoro improduttivo

L’intellettuale e il borghese in generale si trovano, nei confronti della società, in un precario equilibrio simbiotico per via della natura delle loro attività economiche, classicamente definite «improduttive». Proveremo a prendere sul serio, giusto per la durata d’un post, questa distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo. Per farlo, è comunque opportuno evitare ogni banalizzazione in un senso (il borghese/intellettuale come «parassita») o nell’altro (il borghese/intellettuale come «proletario cognitivo»). Nel suo breve testo del 1971 Divisione del lavoro e coscienza di classe, il pensatore marxista Paul Mattick forniva una sintesi efficace del rapporto tra crisi del capitalismo, misure keynesiane e sviluppo del lavoro improduttivo:

L’espansione della produzione improduttiva indotta dallo Stato e da esso finanziata con il deficit del bilancio, cioè con massicce iniezioni di credito nell’economia ha mantenuto l’impiego a un livello che, lungi dal corrispondere al tasso di accumulazione indispensabile, è legato all’aumento costante del debito pubblico, della pressione fiscale e dell’inflazione. Allo stesso tempo, cresce regolarmente la parte del lavoro improduttivo nei confronti del lavoro sociale globale.

Mattick si riferisce all’attività di «insegnanti, medici, ricercatori scientifici, attori, artisti, ecc.». A questi settori si possono aggiungere, senza troppe difficoltà, la funzione pubblica e la speculazione finanziaria: insomma l’intera classe burocratica o manageriale, nel senso di Burnham. Ma il concetto di lavoro improduttivo non deve essere inteso in senso morale o moralistico: secondo Mattick «per quanto utile o necessario possa essere, è da considerarsi improduttivo» perché «tutto ciò che essi percepiscono proviene dal reddito dei capitalisti o dal salario dei lavoratori». Come ricorda Geminello Alvi nel suo Il capitalismo. Verso l’ideale cinese, sulla questione gli economisti marxisti sono restati fedeli al pensiero di Adam Smith, secondo cui il lavoro improduttivo «ha il suo valore e merita il suo compenso, ma rappresenta il consumo e non la produzione della ricchezza». Quello che Smith invece non aveva espresso distintamente, e che invece più tardi gli economisti marxisti esaminarono sulla scorta di Matlhus, è che prima ancora di fornire dei servizi la funzione del cosiddetto lavoro improduttivo nell’economia capitalistica è precisamente di consumare la ricchezza prodotta al fine di realizzare il plusvalore. Secondo Mattick, la crisi del capitalismo si manifesta proprio con la crescita ipertrofica del lavoro improduttivo, che come una spugna va ad assorbire gli eccessi della produzione:

Di qui la necessità di utilizzare improduttivamente tale surplus irrealizzabile per mantenere a un livello socialmente accettabile le capacità di produzione e d’impiego. Da questo punto di vista il problema del lavoro produttivo e improduttivo va ricondotto allo spreco del lavoro a fini improduttivi, cioè distruttivi.

L’improduttività insomma non ha nulla a che vedere con la natura intrinseca del lavoro, con la «concretezza» o la «mangiabilità» del suo prodotto, ma piuttosto con la sua vis destructiva. Conta non ciò che crea ma ciò che distrugge, e il rapporto tra ciò che crea e ciò che distrugge. Il lavoro improduttivo è una forma di consumo mascherato da lavoro, per così dire. Secondo l’analisi del pensatore marxista Hosea Jaffe, l’intera classe lavoratrice occidentale va considerata come tendenzialmente improduttiva, nel senso che assorbe e consuma un plusvalore derivante dallo sfruttamento indiretto del lavoro delocalizzato. Questo lavoro è fondamento dell’intero sistema, fintanto che sussistono le condizioni del suo sfruttamento. Occorre dunque mantenere sotto controllo «la parte del lavoro improduttivo nei confronti del lavoro sociale globale» di cui sopra scriveva Mattick, e tenere a mente — quando rappresentiamo la ricchezza — la distinzione tra queste due tipologie di lavoro, che si sostengono a vicenda. Non si può semplicemente riconvertire un’economia dal secondario al terziario col solo pretesto che i numerini del PIL restano gli stessi o addirittura aumentano: il problema è che i numerini di PIL non distinguono proprio là dove sarebbe utile distinguere.

Geminello Alvi attribuisce a John Maynard Keynes la paternità dell’attuale sistema di calcolo del PIL, un «indice ambiguo» che tende a classificare alcune attività di consumo della ricchezza come attività di produzione, dunque giustificando ogni sorta di sciagurate politiche di spesa. Il PIL così concepito non è altro che una bolla, la cui crescita virtuale può persino coesistere con una diminuzione dei redditi distribuiti. Se i keynesiani considerano l’aumento del lavoro improduttivo come un fattore di prosperità, che misurano poi con un indice costruito ad hoc, di contro Alvi propone una definizione ristretta del PIL, fedele a Smith. E addirittura si concede un paradossale elogio della contabilità nazionale sovietica, la quale ragionevolmente non includeva «i servizi dei civili e dei militari, le pensioni e gli affitti, i premi delle assicurazioni, i servizi dei medici, degli artisti, dei barbieri e di chi svolge servizi personali». Si tratta, ad ogni modo, di criteri soggettivi, ma non perciò inutili a fornire dei feedback sulla sostenibilità di un modello economico. Per quanto sfuggente e indefinibile, per quanto utile socialmente (per ciò che crea) ed economicamente (per ciò che distrugge), lo sviluppo del lavoro improduttivo è un sintomo di crisi da tenere sotto osservazione. A meno di prendere tutt’altra strada.

Non è solo nella contabilità che la teoria smithiana-marxista del lavoro improduttivo si è incarnata ai tempi dell’Unione Sovietica: esisteva addirittura una legge «contro il parassitismo sociale», che puniva chi rimaneva senza lavoro per oltre tre mesi. Gli intellettuali potevano operare solo se iscritti all’Unione degli scrittori, che rilasciava la qualifica ufficiale di letterato e li retribuiva. In caso contrario, soprattutto se invisi al partito, gli scrittori rischiavano di essere condannati ai lavori forzati, come avvenne a Mandelstam e Brodskij. Sicuramente il dispositivo servì a controllare la produzione culturale — ammettendo che un pugno di poeti fosse effettivamente una minaccia per il regime. Ma più profondamente si trattava di sanzionare il lavoro improduttivo perché questo non era una risorsa per il sistema socialista bensì una minaccia. Nell’economia pianificata non c’è nessun plusvalore da realizzare, nessuna sovrapproduzione da tamponare: ci sono soltanto delle risorse (limitate) da spartire.

Gli atti del processo a Brodskij del 1964 sono un documento eccezionale perché mostrano una concezione del lavoro culturale radicalmente diversa dalla nostra: anzi per noi spaventosa, assurda, ingiustificabile. Il premio Nobel a Brodskij nel 1987 fu anche un attacco contro questa concezione. Sicuramente la burocrazia sovietica non ha prodotto strumenti efficaci per regolare il rapporto tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, eppure se proviamo ad astrarci un attimo dalla nostra ideologia, molte delle osservazioni mosse contro il poeta in quell’aula non sono così assurde. Quando il giudice fa valere come argomento che Brodskij avrebbe cambiato impiego tredici volte — un anno in fabbrica e sei mesi senza lavorare, poi partito per una spedizione geologica e quattro mesi senza lavorare, eccetera — a noi vengono in mente i famosi «lavoretti» tra i quali si barcamenano gli studenti al fine di rimandare più lontano possibile l’ingresso nella vita attiva. E quando il giudice chiede a Brodskij «Chi ti ha riconosciuto come poeta? Chi ti ha arruolato nei ranghi dei poeti?», ci verrebbe quasi da rivolgere la domanda a tutti gli aspiranti geni che attendono un salario dalle loro illusioni.



Choosy

It’s important to have a job that makes a difference, boys. That’s why I manually masturbate caged animals for artificial insemination. (Clerks)

Il ministro Elsa Fornero sbaglia nella forma ovviamente, ma anche sul fondo, puntando il dito contro i giovani « schizzinosi » di fronte al mercato del lavoro. Se l’inesorabile destino di molti figli del ceto medio è il declassamento, e trattandosi di un destino piuttosto infausto, non si capisce perché questi dovrebbero accettarlo col sorriso. Sull’argomento ho detto tutto quello che avevo da dire in una serie di post che inizia qui. Nel caso del ministro, l’errore sta nel credere che una classe disperata, composta da individui disperati, sia in grado di produrre comportamenti razionali quali smettere di combattere una guerra già persa. E che si possa dunque spronarli in tal senso, invitandoli alla rassegnazione con la sola forza degli anglicismi. Al contrario, la crisi del mercato del lavoro italiano è il risultato di una serie ostinata di scelte (innanzitutto formative) irrazionali, e tanto più irrazionali quanto più la crisi si aggravava. Il tumblr Choosy sarai tu è uno straordinario florilegio di scelte di vita assurde, inspiegabili, controproducenti, che spiegano un pezzetto di crisi:

• Quelli che “Ho tre lauree (…) Sto ancora pagando i debiti dell’università” (genio)
• Quelli che si vantano di avere dato esami quando erano in Erasmus (eroe)
• Quelli che lavorano gratis o quasi, gli viene il sospetto che qualcosa non quadri, ma continuano a farlo
• Quello che scarica cassette della frutta sei volte al mese per una paga mensile di 50 € e quell’altra che raccoglie rape nel campo del nonno (allora forse il problema non è che i giovani sono schizzinosi: ma che non lo sono abbastanza)
• Quello che s’indigna perché ha dovuto fare l’assistente fotografo (assistente fotografo! ma nemmeno gli albanesi!) e quella che fa la segretaria ma ciò la “avvilisce come persona e come professionista“.
• Le vittime di una cospirazione
• Quelli che hanno messo dieci anni a laurearsi
• Quella che sottolinea due volte “pulisco e sbuccio la frutta” e quello che scrive con paint visto che non ha la webcam (chissà se fa con paint anche i curriculum)

Nel frattempo prosegue la campagna Unemployee of the year di Benetton, con i suoi fantastici progetti: combattere la camorra insegnando le arti visive ai ragazzini, creare momenti di armonia giocando con zucchero, uova e cioccolato, eccetera.



Non toccate Martufello

Poiché la priorità di artisti, giornalisti e ricercatori è di salvare il lavoro culturale (e incidentalmente il proprio lavoro) ultimamente la questione ha avuto una certa visibilità nel dibattito in rete. Abbiamo così avuto modo di valutare due ordini di potenziali soluzioni al problema. La prima soluzione consiste nell’aumentare la quota di surplus reinvestita nella cultura e nella ricerca ; la seconda nel regolare e limitare l’offerta di forza-lavoro, reindirizzandola verso altri settori, per frenare la corsa dei salari al ribasso. Andiamo con ordine.

La prima soluzione consiste nell’aumentare la quota di surplus reinvestita nella cultura e nella ricerca. Si parla cioè di sovvenzioni pubbliche. Da questo punto di vista — avrete sicuramente letto qualche striscione sull’argomento – l’Italia non brilla tra i paesi europei: nel 2010, il finanziamento alla cultura equivaleva allo 0,20 % del PIL (1% in Francia). Tuttavia questa penuria viene ampiamente compensata dal contributo economico dei lavoratori, che in un certo senso si «auto-tassano» a valle accettando condizioni salariali minime. In questo modo, solo una parte della popolazione contribuisce allo sforzo, nella misura delle sue possibilità e delle sue aspirazioni. O per meglio dire, delle sue illusioni. In fin dei conti si tratta di un meccanismo di compensazione non del tutto malvagio. Troppo spesso con il pretesto di finanziare la cultura si finisce per sovvenzionare, a spese della collettività, i consumi cospicui della borghesia. Si dice che lo Stato, oggi il principale collettore di plusvalore, sia soprattutto l’esecutore degli interessi di una classe: ma si dimentica di aggiungere che la cultura, oggi, figura tra i suoi più ingegnosi dispositivi. In piena crisi economica, è quantomeno imbarazzante la tenacia con cui l’intellighenzia di sinistra sgomita per essere servita prima di tutti.

La seconda soluzione consiste nel regolare e limitare l’offerta di forza-lavoro, reindirizzandola verso altri settori, per frenare la corsa dei salari al ribasso. Ma questa non è una soluzione: è une necessità vitale, che riguarda non solo il lavoro culturale ma l’economia intera. La difficoltà sta nel riuscire a pilotare questo processo costituendo filiere formative efficaci, in grado di anticipare le trasformazioni del mercato o di adattarsi rapidamente ad esse. La verità è che nell’ultima generazione, in Occidente, il sistema stato-mercato ha completamente fallito nel pianificare la riproduzione della forza-lavoro.

Una variante surreale di questa soluzione regolatrice è l’appello lanciato dal giornalista Carlo Gubitosa «a chi scrive gratis tanto per farsi leggere». Secondo Gubitosa «è ora di smetterla»: noi blogger stiamo facendo «crollare il valore della professione giornalistica» e perciò faremmo meglio a trovarci un’altra occupazione. In realtà Gubitosa mescola varie cose, e innanzitutto giornalismo e opinionismo. Come già notava Leonardo qualche tempo fa, noi blogger grafomani minacciamo soprattutto il secondo. Ma quando ci capita di scovare delle vere e proprie notizie (come quando raccontai lo strano caso dell’editore automatico) che dovremmo fare, tacere per non rubare il lavoro a Gubitosa?  Se mi viene in mente una barzelletta, sto zitto per non rovinare la piazza a Martufello? Nel 2006 Gubitosa annunciava che «fra venti anni sarà del tutto normale scambiare in rete musica e cultura alla luce del sole» e oggi è spaventato da persone che scambiano informazioni? La verità è che il «valore della professione giornalistica» è crollato da solo, com’è crollato il valore del meretricio con la rivoluzione sessuale. Questa trasformazione è un dato di fatto, che ci costringe a ripensare il rapporto tra lavoro e consumo culturale. (continua)