Lev Tolstoj nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Lo strappo nel cielo di carta


Pascal e la Confessione di Tolstòj. [1]

Figure della crisi. La modernità è il tempo della crisi. Dallo strappo nel cielo di carta si vomita angoscia: il mondo è sbagliato, privo di senso, privo di scopo. Verrà in seguito la fede, ma soltanto per alcuni. Tolstòj ebbe l’accortezza di nascondere il proprio fucile, dimenticarsi dove l’aveva messo, e salvarsi dalla propria mano omicida: per poi trovare il tempo di riscoprire i Vangeli. Non andò così bene ad Amleto, che pure visse il medesimo metafisico scoramento, e ne divenne archetipo. A immagine del mondo, la crisi è priva di senso: non ha altro oggetto che la mancanza di oggetto. Di cosa può lamentarsi il più grande degli scrittori russi? Di Nulla, scrive Stefan Zweig (1928): “Non gli è accaduto nulla, o meglio, cosa ben più terribile: ha incontrato il Nulla! Tolstòj l’ha colto dietro le cose.” [2] Questo Nulla è l’ abîme pascaliano, il gorgo profondissimo che nessuna levatura dello spirito può bilanciare, evocato nel sarcastico poema di Baudelaire. Amleto sperimenta nel proprio disagio la medesima mancanza di riferimento: Leggere il seguito »



à rebours: Tolstoj

Ho pensato che non fosse una cattiva idea affrontare al contrario la lettura di Guerra e Pace: dall’ultimo capitolo al primo. Mi trovo così a fare i conti con il secondo epilogo, una lunga tirata sul senso della Storia. Ciò mi dispone da subito positivamente: l’intero libro sarà dunque la controparte narrativa delle meditazioni che lo concludono? E perché l’intento filosofico non viene dichiarato da principio, ma spunta in coda, furtivo? La lettura inversa si rivela quantomai proficua: sarà forse possibile risalire la corrente argomentativa, ammirare l’impalcatura teorica, svelare dietro al romanzo l’esperimento. Insomma giocare a smontare l’orologio, accettando il rischio di non riuscire a vedere l’ora.

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