Leviatano nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Battle Royale

Nel mese di novembre 2006, l’incredibile ritrovamento di un compatto archivio di documenti audiovisivi, quantitativamente esiguo ma particolarmente rappresentativo, gettò qualche luce e suscitò infinite interrogazioni sopra una civiltà sconosciuta e misteriosa: gli Adolescenti.

Poiché questi sembravano in tutto e per tutto diversi dai loro simili delle generazioni precedenti, si stabilì che la loro civiltà aveva subito una mutazione. Da popolo mite essi erano divenuti una razza barbara e perversa; avevano dimessi gli abiti della socialità e liberato le loro pulsioni più feroci. I reperti rendevano noti usi e costumi che causavano raccapriccio nella civiltà degli Adulti. Uno in particolare, nel quale veniva spintonato e sbeffeggiato un Adolescente Alienato, scandalizzò gli Adulti.

Mutanti, di Matteo Bergamelli
Mutanti, di Matteo Bergamelli

Presto però molti Adulti ammisero che questi Adolescenti non si comportavano in maniera così nuova, o particolare. La loro società articolava, in forme perspicue, gli stessi meccanismi e le stesse dinamiche di ogni società umana. E in particolare, di ogni popolazione adolescenziale: la sopraffazione del debole, la paura, eccetera. (Peraltro, nessun Adulto si soffermò a riflettere sulla deliberata esclusione degli Alienati dal proprio spazio sociale e professionale.)

Qualcuno, ch’era stato Adolescente e in seguito aveva preferito integrarsi nella società degli Adulti, ricordava di essere cresciuto in una simile rete di violenze, simboliche e talvolta fisiche. In fondo, la violenza era stata parte essenziale di ogni prima esperienza di socializzazione, anche detta Bildung o formazione ; era un’immagine (eventualmente rovesciata) dei rapporti economici reali nel mondo degli Adulti. Nella società degli Adolescenti, la violenza si presentava nella sua forma pura, non mediata da costruzioni che la mimetizzassero. Si prestava meglio alla riprovazione, ma -– in sostanza –- non presentava alcuna peculiarità rilevante.

I più onesti riconobbero che la violenza subita è un momento della socializzazione, e che l’esclusione di un individuo dal subire la violenza significa in un certo senso escluderlo dalla rete dei rapporti sociali. In particolare, l’esclusione dell’Alienato dal diritto di subire la violenza (forzatamente isolandolo in virtù di una sua presunta intangibilità) significa esclusione dall’unica sorta di rapporto possibile con i suoi simili. A meno ovviamente d’immaginare – sul serio – un mondo adolescenziale idilliaco, nel quale regna la cortesia ed il rispetto del debole e dello sfortunato.

Più realisticamente, subendo la violenza l’Alienato ottiene lo stesso trattamento di qualunque altro Adolescente, e vive una reale esperienza sociale, per quanto spiacevole. Un’esperienza che probabilmente lo stesso Alienato in qualche modo ricerca. La sua passività, immortalata nelle immagini, è in ciò sintomatica. Egli subisce la violenza come partecipa a un gioco, perché la sua alternativa è la solitudine. Se davvero gli Adulti avessero tenuto in conto la soggettività dell’Alienato, avrebbero dato qualche peso al fatto che lui stesso non ha denunciato le aggressioni subite. Il loro disprezzo é palpabile nella decisione di condannare gli aggressori contro la sua volontà.

Queste analisi (che ad ogni singolo caso si rivelarono perfettamente adeguate) riconducevano il fenomeno alla normalità, inserendolo nelle categorie della socialità Adolescente classica. Il moto ipocrita dell’indignazione mediatica si spense. Gli stessi fatti sembravano dalla parte dell’ipotesi continuista, che si concludeva in un vagamente cinico laissez-faire; nell’idea ovvero che il fenomeno andasse simbolicamente sanzionato nel caso specifico, per regolarne l’emergenza, ma globalmente accettato come inestirpabile, naturale, inoffensivo. Nessuno tenne più gran conto dei reperti, né s’interessò alla questione. Si tralasciarono così aspetti che, in forma embrionale e non ancora generalizzabile, presentavano motivi allarmanti (questi sarebbero poi riemersi più avanti, in maniera assai drammatica).

Eppure, altre civiltà di Adolescenti più evolute avevano portato all’estremo quella stessa condizione che la società adolescente italiana presentava in nuce. Una condizione che potremmo definire in maniera assai semplice come “stato di natura”. Nel Regime del Diritto Occidentale, la società adolescente – e il suo correlato istituzionale, la scuola – erano un buco nero.

In America, e più recentemente in Germania, Scandinavia e Canada (fino ad allora, pacifico paese nel quale si lasciava la porta di casa aperta, e ci si limitava a sparare ai tordi), si erano verificate stragi di Adolescenti compiute da altri Adolescenti, all’interno del territorio scolastico. Raramente si era voluta riconoscere la natura eminentemente politica di questi gesti, che sono stati invece ricondotti a patologie individuali, pur sobillate da determinazioni culturali e sociali. È oggi chiaro che questi gesti non avevano nulla di strettamente patologico (non più patologico di un qualsiasi atto di terrorismo) e andavano piuttosto considerati come atti di guerra. Si trattava cioè dell’estrema mossa all’interno di uno stato di conflitto permanente, che passava sotto il nome di vita sociale adolescenziale.

Riprendendo il caso dell’Alienato, non è difficile immaginarlo meno bonario e meno indifferente di come ci è stato descritto; e non è difficile immaginarlo allorché immagina d’imbracciare un fucile e sparare ai suoi compagni uno per uno. Non è nemmeno il caso d’immaginare un Alienato, e si comprenderà vagamente ciò che accadeva nelle scuole americane; cinte da guardie armate e metal-detector. O nelle scuole delle periferie francesi, dov’era di moda l’arma bianca. Si stava valicando una frontiera molto sottile, che separa la “naturale esperienza di socializzazione adolescenziale”, che contempla la violenza, e lo “stato di conflitto permanente”, strutturato dalla violenza. Era un salto di qualità.

Una delle ragioni per le quali gli Adulti Occidentali, nelle loro analisi politiche del conflitto israelo-palestinese o dei crimini di guerra nella ex Jugoslavia, non comprendevano le ragioni di terroristi e belligeranti (e piuttosto sproloquiavano di Pace con il lessico color pastello di un bambino di sei anni) è che per essi era diventato del tutto incomprensibile il sentimento dell’Odio. In Occidente, soltanto un gruppo sociale lo conosceva ancora, o aveva recentemente (a causa di un mutamento della loro condizione sociale) imparato a conoscerlo: gli Adolescenti. Perché la società degli Adolescenti era la prima a essere stata compiutamente dissolta. Si erano smantellate le strutture politiche che irreggimentavano la società adolescente, ovvero smantellata la Scuola, sostituita da un corpus disomogeneo di agenti (insegnanti, programmi, dispositivi di sanzione) che non erano in grado di concentrare e amministrare il potere. La società adolescente era stata consegnata a uno stato di guerra permanente.

Così erano iniziate le cose. Il passaggio al fucile era del tutto coerente. Poco a poco, sempre più numerosi adolescenti imbracciarono le armi, per rivendicare il proprio spazio politico in un universo sociale che li opprimeva. Acquistavano artiglieria pesante su Internet, si scambiavano ricette per preparare esplosivi, si organizzavano sui loro blog. Da principio, regolavano i conti tra di loro. Negli anni tra il 2010 e il 2020 (quando con il decreto Siffredi si chiusero le scuole), più di duecentomila Adolescenti furono uccisi in scontri a fuoco nelle scuole. Nel 2021, gli Adolescenti disponevano di un esercito permanente. Quando attaccarono, gli Adulti non si aspettavano nulla. Vennero sterminati, o tenuti come schiavi. Oggi – che abbiamo dimostrato scientificamente il determinismo, nel laboratorio in Lapponia nel quale noi pochi ultimi sopravvissuti, assieme agli elfi del compianto Babbo Natale, ci siamo rifugiati – sappiamo che nulla era possibile fare per arrestare questo processo. Ho scritto queste poche pagine per raccontare, agli Adulti che un giorno verranno, la storia di come tutto è iniziato.



Il regno delle tenebre. La strategia dell’indecifrazione nel Leviatano.

Disclaimer

Assurdità, nonsenso, pazzia, vanità, mistificazione, allucinazione, superstizione, sproloquio, oscurità: sono alcune delle accuse che Umanisti e Moderni hanno rivolto alla dottrina scolastica. Di queste accuse, il Leviathan di Thomas Hobbes è una summa. Osservando en abyme come il discorso moderno ha reso conto del discorso scolastico ci si chiede soprattutto in che modo la distribuzione delle parti in un conflitto politico ha potuto prendere la forma di un fraintendimento così radicale, che culmina nell’accusa di follia ma, con assai poca coerenza, corteggia l’ipotesi di un inganno deliberato. E se il “progresso” necessariamente comportasse questa particolare forma di offuscamento nei confronti del passato, di (auto)inganno retorico?

John Calvin And Thomas Hobbes By Spacecoyote

Cratilo – A me pare, Socrate, che costui non emetterebbe altro che suoni privi de senso. (…) Fa rumore, io direi così, agitando inutilmente se stesso, come uno che agitasse un oggetto di bronzo percuotendolo.

Platone, Cratilo 430A

1. Vasi di bronzo, corpi incorporei e quadrati rotondi

Quando gli Analitici, ovvero logici e filosofi di tradizione anglosassone, rimproverano ai Continentali d’essere dei gran chiacchieroni, confusi e contraddittori, è un’antica tradizione anti-scolastica e anti-papista che si perpetua. Roma si sarà pure spostata a Parigi, facendo tappa nella Foresta Nera, ma l’accusa che gli analitici muovono a Derrida & soci è sostanzialmente identica a quella che negli anni 1660 Thomas Hobbes, fiero difensore dell’anglicanesimo, muoveva agli eredi di Tommaso d’Aquino: ovvero, di costruire magniloquenti edifici speculativi su parole prive di significato. In effetti, scrive Hobbes, “the Writings of Schoole-Divines, are nothing else for the most part, but insignificant Traines of strange and barbarous words, or words otherwise used, then in the common use of the Latine tongue”2. Il pensatore inglese, molto prima dei neopositivisti3, individua nei concetti universali e nell’inganno del verbo ‘essere’ con i suoi derivati – “Entity, Essence, Essentiall, Essentially”4 – la fonte di gran parte dei pseudo-problemi della (falsa) filosofia. Imposture intellettuali, per citare il titolo del celebre pamphlet contro la filosofia continentale5, sulle quali reggeva il potere della Chiesa di Roma, o quel poco di potere che ancora le restava in Inghilterra dopo la Riforma, secondo l’opinione di Hobbes: un potere accademico. Depositato in categorie ontologiche, assiomi metafisici, protocolli sperimentali, luoghi retorici, e gelosamente custodito nelle scuole di teologia.

Si potrebbe dedicare uno studio interessante alla storia di questo argomento così amato dagli anglosassoni, e occasionalmente dai viennesi, che chiameremo reductio ad nonsensum, dissimile dalla più celebre reductio ad absurdum poiché non riguarda la logica degli argomenti bensì la semantica degli enunciati. Argomento radicale, che interrompe il dialogo negando all’interlocutore la qualità di essere razionale parlante, retrocedendolo a bestia o cosa, capace solo di fischiare, mugghiare, rimbombare. Di seguito tuttavia ci limiteremo a esaminare come l’impiego di tale argomento nel Leviathan abbia una funzione centrale nell’economia dell’opera. Un’economia perlocutoria, nella quale gli argomenti e le figure sono disposti al fine di produrre un effetto concreto6: la decomposizione degli ultimi lacci e legacci che stringevano la Corona alla Pantofola. Il primo nodo era stato sciolto da Enrico VIII, oltre un secolo prima, appropriandosi della sovranità spirituale della cristianità inglese. A Hobbes restava da sciogliere l’ultimo ingombrante nodo, fondando un sapere autonomo che facesse tabula rasa della tradizione scolastica: la metafisica, la fisica, la gnoseologia, la fisiologia, la teoria della percezione, la linguistica, l’ermeneutica, l’etica e ovviamente la politica. Insomma tutto ciò che per Hobbes apparteneva alla filosofia, intesa come “knowledge acquired by reasonning”7.

Si definiva così, in negativo, il profilo della non-filosofia. Il teologo scolastico non è accusato semplicemente di dire cose scorrette, di ragionare male o di partire da presupposti erronei, ma addirittura di non dire nulla, di parlare una non-lingua. Ed è proprio ciò che Hobbes intende dimostrare sistematicamente nel Leviathan, con la sua teoria del linguaggio insignificante. Secondo lo scrittore inglese, i “Words Insignificant” sono di due generi: i neologismi privi di definizione, coniati in abbondanza dagli scolastici e altri filosofi con le idee confuse, e le descrizioni composte da termini contradditori8. Ad esempio, scrive Hobbes, sono privi di senso i concetti di “Incorporeal Body” e “Incorporeal Substance”, perché contraddittoria qualsiasi proposizione che predichi il primo termine del secondo. Altrove nel Leviathan, abbiamo la conferma metafisica – all’insegna di un risoluto materialismo9 – di questa certezza grammaticale: “Substance and Body signify the same thing”10. E di conseguenza, “substance incorporeal are words, which when they are moine together, destroy one another, as if a man should say, an incorporeal body”11. Nello stesso modo, la descrizione “Round Quadrangle” non significa alcunché, “but is a mere sound”12.

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La semilegittimità democratica

Si les gouvernants ne doivent agir qu’en vertu de la loi, il est evident que cette loi ne peut pas etre leur volonté, mais celle des gouvernés.
E.-J. Sieyès

Una spiacevole conseguenza della sovranità popolare è che la responsabilità della violenza esercitata dallo Stato ricade sul popolo. Essendosi inoltre diffusa l’opinione che non esiste violenza legittima, è dunque ovvio che per liberarsi da eventuali sensi di colpa gli elettori democratici tendono a votare chi gli nasconde meglio la violenza che esercita per loro conto. Il sistema democratico consiste perciò nel mascheramento degli interessi sotto forma di principi e valori, che è ciò che intendiamo per ideologia. Quando però questo mascheramento viene a cadere nell’esercizio effettivo del potere statale, per conservare l’innocenza basta che vi sia un rappresentante imperfetto sul quale fare ricadere tutte le colpe. (Ad esempio, un texano con la faccia da ebete.) Questo è il paradosso della rappresentanza democratica: perché il Leviatano funga da capro espiatorio – da capo espiatorio – è necessario che il rappresentante non sia del tutto rappresentativo. In una certa misura, ci rappresenta sostanzialmente (de facto) ma non formalmente (de iure). Ed è questo il motivo per cui la crisi della legittimità è consustanziale al sistema democratico: poiché il riconoscimento della legittimità della rappresentanza significherebbe l’assunzione delle responsabilità da parte dei rappresentanti, il governo democratico necessariamente vive in uno stato perenne di semilegittimità. Periodicamente si sacrificano i capi, per garantire la nostra innocenza.



arbitro e arbitrio

Un giovane storico inglese ha scritto un libro sul calcio, e in un’intervista dice una cosa molto profonda:

In breve l’arbitro rappresenta lo Stato nel campo del calcio: lui ha il potere assoluto durante i 90 minuti, però non ha l’autorità. Tutti pensano che sia corrotto, che faccia parte di un gioco di potere più grande di lui. Così si trova nella strana posizione di avere il potere ma non l’autorità. Questa è una posizione quasi tragica perché tutto ciò che fa non viene mai considerato legittimo.
J. Foot intervistato su Epolis del 17/04/07

In verità, l’arbitrio ha una legittimità formale, visto che le due squadre accettano di giocare a condizione che ci sia un arbitro. La sua è un legittimità per contratto tra le parti che gli trasferiscono il potere, come per il Leviatano. A questo punto, ogni sua decisione ha forza di legge. Ma sappiamo bene come vanno le cose: l’adesione al contratto non è un atto di libertà, è sempre già data. La squadra è costretta a giocare (per ragioni di “sopravvivenza”), anche se non riconosce l’imparzialità dell’arbitro. Mi pare che la tragicità si riferisca a questo doppio legame: l’obbligo del riconoscimento, e l’impossibilità di effettuarlo pienamente.