linguaggio nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La rivolta ermeneutica

CALIBANO: Perciò ti colga la peste bubbonica per avermi insegnato il tuo linguaggio!
W. Shakespeare, La tempesta

È nella lingua di Prospero che Calibano è schiavo, e per questo lo maledice. Ha perduto l’isola della quale era padrone e unico abitante, ha perduto la libertà. Le arti magiche lo hanno sopraffatto. Raffinata metafora del colonialismo, e sembra una banalità: per dominare bisogna innanzitutto condividere la lingua nella quale dare gli ordini. Insegnare allo schiavo il linguaggio del padrone, perché la colonizzazione culturale e linguistica accompagna la sudditanza politica ed economica. Hegel noterebbe forse che questa è la forza stessa dello schiavo, che in realtà è sua la vera vittoria. Perché il padrone, in fondo, guadagna molto meno di ciò che dona. Il padrone parla una sola lingua. Ma Calibano non comprende: “l’unico vantaggio ch’io ne traggo è questo: che ora posso maledire”. E ti sembra poco?

La condivisione di una lingua è condizione fondamentale per stabilire dei legami di dominazione. Per questo le fluttuazioni del linguaggio sono relative fluttazioni del potere. Due sono le forme di anarchia: l’arbitrio del padrone, che agisce senza regole, e l’arbitrio dello schiavo, che non rispetta gli ordini. Da parte sua, il potere – ordine, ordinare, ordinamento – si manifesta compiutamente nella forma del linguaggio perfetto. Ovvero un linguaggio nel quale non esista polisemia. Nel quale il significante sia chiaramente accordato al relativo significato. Una lingua condivisa nella quale non sia possibile fraintendere o interpretare. L’interpretazione è un margine di libertà, un presagio di rivolta. La certezza della specularità tra realtà e linguaggio, la possibilità di una loro intercambiabilità non arbitraria ma ben definita, fonda la stabilità di un rapporto di potere.

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Il denaro come menzogna

La nascita della moneta in Occidente si colloca attorno ai secoli ottavo e settimo prima di Cristo; in quei secoli, in Grecia, sorgeva la polis, cui associamo il fiorire della democrazia, del diritto, della filosofia, della scienza. Qualcosa accomuna i diversi fenomeni, qualcosa li lega indissolubilmente – se non nella realtà, perlomeno nel racconto che facciamo di essa – come se non potessero sussistere l’uno in assenza degli altri; come fondandosi reciprocamente. Le nuove forme di società e di economia che vediamo sorgere sono manifestazioni del Logos: ovvero di un pensiero per universali. Gli universali sostituiscono le cose, ne fanno segni ad uso degli uomini. Concetti, leggi, valori.

Il denaro è un momento di questo processo di astrazione simbolica, che permette di coagulare l’abbondanza del reale in un numero limitato di oggetti linguistici. Forse per questo – e non per la loro forma simile all’ostia – le monete nel Medio Evo venivano chiamate species. Di come e perché dal baratto nacque il denaro, quando ancora l’economia era prevalentemente legata all’allevamento di bestiame, le etimologie narrano innumerevoli storie: dal gregge (pecus) la pecunia, dai capi (capita) il capitale. Accadde che ai beni si sostituissero i loro significanti: alle cose le parole. Così come nel concetto di “cavallo” si sussume ogni cavallo, e lo si esprime nel segno linguistico, nel valore si sussume ogni bene definito di tale valore, e lo si esprime nella moneta.

Possiamo comprendere il denaro intendendolo come linguaggio, e viceversa intendere il linguaggio alla luce del denaro. Origine monetaria del linguaggio, origine teologico-politica del denaro (vedi Atanasio, Oratio III contra Arianos, 5). Possiamo considerare la questione senso/significato o delle modalità del riferimento (diretto o indiretta) secondo le modalità di uno scambio economico.

Lo scambio monetario è scambio linguistico, e forse qualcosa in più: magico, diciamo performativo - in virtù della reversibilità dei significanti in significati, attraverso la trasmutazione dei primi nei secondi. Un tempo queste espressioni linguistiche erano ancorate alle riservee auree che denotavano, con la tenacia di un linguaggio perfetto. Reversibilità (espressa nell’etimologia francese, argent, o tedesca, geld) venendo a mancare la quale cessa ogni rapporto di significazione: la moneta che non compra più nulla non significa nulla. Ma ecco il problema: questo rapporto significativo é sempre sul punto di rompersi. La critica poundiana all’economia monetaria sta tutta in questo rifiuto metafisico, nell’orrore del poeta fascio-moralista di fronte all’erosione del significato, di fronte a pagine e pagine non rilegate di promesse ingannevoli.

Regina Pecunia

Ma non è prerogativa del linguaggio fornire all’uomo la capacità di mentire? Soltanto a questo serve: fraintederci e fantasticare. L’idea di un linguaggio perfetto non è soltanto un sogno impossibile; è anche un travisamento totale di ciò che il linguaggio è. Il linguaggio non permette la perfezione, poiché perfezione significa verità, adeguazione alla realtà delle cose, ma le cose già ci sono, perché replicarle? Gli specchi sono abominevoli, si sa. Il linguaggio è lo strumento che l’uomo ha costruito per inventare altri mondi. Quando l’uomo mente, realizza pienamente la sua lingua: e in quanto tale realizza pienamente sé stesso. L’uomo, animale mentitore. Se per dire il vero, tanto vale tacere.

E se il denaro è linguaggio, non è forse per essenza mentitore? Non è forse per mentire che abbiamo inventato il denaro? E mica per caso: a questo ci serve.

Tuttavia l’invenzione ha i suoi effetti collaterali: ma poiché tornano ciclicamente, più che parlare di crisi dovremmo dire: il sistema ha le sue cose. La cosiddetta bolla é un segno che a furia di significare troppo non significa più nulla. Coloro che progettano un’economia monetaria veritiera assomigliano a quei logici che si ostinano a immaginare inutili lingue nelle quali sia impossibile dire cose false, senza accorgersi che la loro aspirazione é vana.

[Pound economista? Allora anch'io! Ecco pronta una categoria che raduna tutti i miei post sull'argomento]



Il baratto e i limiti del linguaggio

“Visto che le parole sono soltanto nomi di cose, sarebbe assai più naturale che ognuno portasse con sé le cose che gli servono per esprimere le faccende di cui intende parlare”,

ironizza Jonathan Swift nei Viaggi di Gulliver. E prosegue:

“Molti tra i più dotti e saggi hanno adottato il nuovo sistema di esprimersi attraverso le cose, il cui solo inconveniente è che, se si debbono trattare affari complessi e di genere diverso, si è costretti a portare sulla schiena un gran carico di oggetti, a meno che non si possa disporre di due gagliardi servitori”.

A questa paradossale rifondazione del linguaggio potrebbe fare seguito una rifondazione dell’economia: poiché il denaro significa un valore, sarebbe assai più naturale che lo scambio avvenisse direttamente tra beni materiali – con lo stesso unico inconveniente del gran carico di oggetti che si deve portare con sé. Questa rifondazione è piuttosto la dimensione genetica dello scambio economico: il baratto.



Bruciare

Nella Tempesta, dopo la tempesta. Rabbonito dall’etilismo, il mostruoso Calibano rivela come sconfiggere la magia di Prospero: “Solo brucia i suoi libri”. Senza di essi alcun dominio sugli spiriti e le cose, e il padrone dell’isola torna umano tra gli umani. Nei libri risiede il potere del mago, e la loro distruzione è l’unico esorcismo. Calibano è bestia e può darsi che esageri, ripete il consiglio tre volte di seguito, con solenne ingenuità. Forse s’illude dal basso della sua ignoranza: è sempre magico l’ignoto, magico il linguaggio per chi non lo pratica. Ma alla fine è lo stesso Prospero a compiere la simultanea rinuncia ai suoi libri e al suo potere: “Ecco quindi distrutti i miei sortilegi, e non ho più altra forza se non la mia, così debole!”. Promette: “I’ll drown my book” – eco al Faust di Marlowe, al momento della suprema rinuncia, sul crinale della dannazione: “I’ll burn my books”.



Il nome di Dio, invano

Ma cosa dice, nella sua essenza profonda, la lingua perfetta di Adamo? La verità soprannaturale che i nomi esprimono (la vera conoscenza, nascosta ed esibita dal mondo delle cose) è Dio. La dimensione segreta della lingua è dimensione divina: tutte le parole – e perciò tutte le cose – derivano da un nome, come scritto nel Sefer Yesirah, e questo nome è il nome di Dio.

Nello Zohar, the most powerful spiritual tool (25 b e 75 a) si giunge a dire che “Nome” significa anche Dio. Nella Cabbala “la parola è l’essenza del mondo, e ogni cosa ha esistenza solo in virtù della sua partecipazione al gran nome di Dio” (Scholem). La costruzione dell’albero sefirotico esibisce l’universale dipendenza di ogni cosa e parola dal nome supremo (oggetto d’indagine prediletto, sommo segreto), come la descrive Isacco il Cieco: “La radice [della lingua e delle "cose spirituali" che sono le parole di Dio] consiste in un Nome, poiché le lettere [nelle quali esso si articola] sono come rami dall’aspetto di fiamme che si muovono tremolanti, sono come le foglie dell’albero, come le frasche e i rami che nell’albero hanno pure sempre radice … e tutti i devarim [cose, parole] pervengono alla forma e tutte le forme [in ultimo] derivano dall’unico Nome, così come il ramo procede dalla radice. Perché tutto è contenuto nella radice, che è l’unico nome”. Il rapporto paradisiaco con la lingua è perciò anche rapporto diretto con la divinità. È ovvio infatti che il Nome supremo non può essere pronunciato che nella lingua pura. “Le cose – scrive Walter Benjamin - non hanno nomi propri al di fuori che in Dio”. Reciprocamente nel nominare “l’uomo si comunica a Dio”.

Nella lingua dei nomi perciò l’uomo conosce Dio, e si rende conosciuto a Dio. Ogni relazione linguistica è sempre reciproca, ogni nominare è sempre anche essere nominato. Solo il peccato originale ha distrutto l’immediato contatto tra Dio e l’uomo – cioè l’affinità tra le loro lingue – disegnando una frattura che giunge a distruggere l’unità originaria del Nome divino (Isacco Luria parla delle lettere YH che si separano da WH).