lingue perfette nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Un dettaglio

Dopo millenni di evoluzione, la teologia cristiana si avvicina alla perfezione della matematica. Ma al contrario di quest’ultima, la teologia non ha alcun riscontro empirico: i suoi segni, tra loro disposti secondo l’ordine della verità, sono privi di riferimento. Non denotano nulla. La teologia è un sistema chiuso in sé stesso: è razionalmente inattaccabile, ma vanamente. Essa è come il dizionario di una lingua inesistente. Ma una lingua perfetta. Così, in un attimo può diventare vera: basta trovare il riferimento oggettivo di un solo termine perché nella lingua perfetta la verità prenda a scorrere da una parola all’altra, tanto è stretto e necessario il rapporto tra ognuna. Per questo si cesellano finzioni perfette: perché a realizzarle basta così poco. Un dettaglio.



Origine della Lingua

A secolarizzare il mito della lingua di Adamo giunse un programma di ricerca che finì per dare i natali alla linguistica moderna. Dopo secoli di dispute, animate tra l’altro dall’orgoglio nazionalista di schiere di aspiranti possessori della pregiata favella, Johann Gottfried Herder pose alla fine del Settecento le basi di un’archeologia del linguaggio il cui punto di fuga, pienamente storico, chiamò Ursprache. Nel Trattato sull’origine della lingua (1770) Herder nega decisamente ogni ipotesi d’origine divina del linguaggio, poiché il reciproco legame di dipendenza tra lingua e ragione impedirebbe all’uomo pre-linguistico di accogliere un insegnamento divino. Malgrado ciò, Herder conserva un paradigma “monogenetico” che a fatica cela il suo fondamento teologico, ponendosi in continuità con le speculazioni d’ispirazione biblica sulla degenerazione delle lingue.

Le prime indagini sull’origine indoeuropea trasudano di malcelata nostalgia delle origini, e non sono in fondo altro che variazioni sul tema del paradiso terrestre. In una conferenza di William Jones del 1786, considerata come atto fondatore dell’indoeuropeismo, è un tripudio di “lingua più perfetta”, “più ricca”, “più raffinata” per definire il sanscrito. Sono gli anni in cui si sogna la saggezza antica, lingue pure di popoli orientali (la Persia, la Mesopotamia, l’India di Friedrich Schlegel, la Samotracia di Schelling), luoghi che si continuerà a sognare almeno fino alla metà del Novecento. Come lucidamente nota il giovane Saussure: “Vi è certamente, a fare da sfondo a queste ricerche sugli arii, questo popolo dell’età dell’oro ricostruito col pensiero, il sogno quasi cosciente di un’umanità ideale”. E d’altronde già nel 1830, nelle sue lezioni sulla filosofia della storia, Hegel aveva individuato e contestato (“supposizioni che non hanno base storica”) il legame segreto tra mito adamitico e indagine scientifica: “Vi è ripresa, ma trasformata in conformità di esigenze di altro genere, l’idea del primiero stato paradisiaco degli uomini, già prima sviluppata dai teologi a modo loro, per esempio nel senso che Iddio avesse parlato con Adamo in ebraico”.

Paul Ricoeur non esitò a definire il paradigma come “perfido antisemitismo linguistico”: va infatti ricordato che che il concetto di razza aria si sviluppa nella sfera della linguistica prescientifica. Il nazionalismo romantico è innanzitutto una teoria della lingua, e del legame tra Sprache e Volk. Proseguendo sul sentiero indicato da Herder, la gran parte dei linguisti si accordano oggi sull’esistenza di svariate “grandi famiglie” di lingue (dalle venti alle duecento), ma negano strenuamente l’ipotesi monogenetica, l’idea di una discendenza universale, scientificamente desueta già nei primi anni del Novecento.



Mento, quindi sono

L’idea di un linguaggio perfetto non è soltanto un sogno impossibile; è anche un travisamento totale del linguaggio nella sua essenza. Il linguaggio non permette la perfezione, nel senso di verità, adeguazione alla realtà delle cose. Il linguaggio è lo strumento che l’uomo ha costruito per inventare altre verità; il linguaggio serve a mentire. Quando l’uomo mente, realizza pienamente la sua lingua. L’uomo, animale mentitore. Se per dire il vero, tanto vale tacere.

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