Ludwig Wittgenstein nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La rivolta ermeneutica

CALIBANO: Perciò ti colga la peste bubbonica per avermi insegnato il tuo linguaggio!
W. Shakespeare, La tempesta

√ą nella lingua di Prospero che Calibano √® schiavo, e per questo lo maledice. Ha perduto l’isola della quale era padrone e unico abitante, ha perduto la libert√†. Le arti magiche lo hanno sopraffatto. Raffinata metafora del colonialismo, e sembra una banalit√†: per dominare bisogna innanzitutto condividere la lingua nella quale dare gli ordini. Insegnare allo schiavo il linguaggio del padrone, perch√© la colonizzazione culturale e linguistica accompagna la sudditanza politica ed economica. Hegel noterebbe forse che questa √® la forza stessa dello schiavo, che in realt√† √® sua la vera vittoria. Perch√© il padrone, in fondo, guadagna molto meno di ci√≤ che dona. Il padrone parla una sola lingua. Ma Calibano non comprende: “l’unico vantaggio ch’io ne traggo √® questo: che ora posso maledire”. E ti sembra poco?

La condivisione di una lingua √® condizione fondamentale per stabilire dei legami di dominazione. Per questo le fluttuazioni del linguaggio sono relative fluttazioni del potere. Due sono le forme di anarchia: l’arbitrio del padrone, che agisce senza regole, e l’arbitrio dello schiavo, che non rispetta gli ordini. Da parte sua, il potere – ordine, ordinare, ordinamento – si manifesta compiutamente nella forma del linguaggio perfetto. Ovvero un linguaggio nel quale non esista polisemia. Nel quale il significante sia chiaramente accordato al relativo significato. Una lingua condivisa nella quale non sia possibile fraintendere o interpretare. L’interpretazione √® un margine di libert√†, un presagio di rivolta. La certezza della specularit√† tra realt√† e linguaggio, la possibilit√† di una loro intercambiabilit√† non arbitraria ma ben definita, fonda la stabilit√† di un rapporto di potere.

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Realhermeneutik

Chi ha letto Wittgenstein o George Steiner in giovane et√† ci ha messo poco a passare da un’evidenza inconfutabile (“non esiste la traduzione perfetta”) a una confutabilissima banalit√† (“√© impossibile tradurre”). Il teorico dell’intraducibilit√† potrebbe parlare per ore degli eschimesi con le loro leggendarie variet√† di neve solo per fare dispetto all’utopia universalista di Chomsky (“ogni lingua condivide le medesime strutture profonde”). E magari citare come esempio il Finnegans Wake, prima di riconoscere che, prima di essere intraducibile, l’estrema fatica di Joyce √© sopratutto illeggibile.

Da questo paralizzante relativismo linguistico si esce in molti modi, con Hjelmslev o con Davidson, con Umberto Eco ovviamente, con il “buon senso” e la “decisione”, insomma una realpolitik della traduzione. Il problema dei relativisti √© che non hanno saputo abbandonare il mito della fedelt√† al testo. Non potendo essergli fedeli, non volendo dargli questo dolore, hanno stabilito che fosse impossibile tradurre. La verit√† √© che dal relativismo si esce con il pragmatismo, che altro non √© che la forma estrema¬† – ma adulta (o adultera?) - del relativismo.

L’unico problema che mi porrei oggi in sede di traduzione, o d’interpretazione, sarebbe: che cosa voglio fare con il testo tradotto? Per spaventare una platea con una tragedia di Seneca ci vuole molto pi√Ļ sangue, e pazienza se all’epoca non esisteva la musica industrial. Se invece ho un minimo di cruccio storico-filologico, il problema diventer√†: come faccio a restituire al meglio cio’ che l’autore voleva fare con il testo? In questo caso ornero’ il testo di glosse, restituendo l’opera al suo contesto, senza concedermi anacronismi.

Entrambe sono traduzioni valide, entrambe dipendono dall’uso che voglio fare del mio testo, dall’effetto che intendo provocare, dalle conseguenze che spero di ottenere. In fondo pero’ non c’√© alcun adulterio, alcuna infedelt√†, alcun tradimento (come si dice) nella traduzione: testo e significato non sono mai stati sposati. La loro √© stata solo una breve avventura.



Ideologia e famiglie di discorsi

Da tempo annoto qua e l√† possibili definizioni di ¬ęideologia¬Ľ, ma oltre al fatto che al momento non ritrovo nessuno di questi appunti, non mi pare di averne mai composta una convincente. Sono in buona compagna, a giudicare dagli usi e dagli abusi – ehm – ideologici del concetto di ideologia, che da oltre un secolo inquinano il dibattito filosofico, sociologico, politico e pubblico. Mentre il topos retorico dell’anti-ideologia, proprio come quello della laicit√†, ha reso grottesca tutta la questione, anche la definizione neutrale d’ideologia come “corpo sistematico di concetti” o “collezione d’idee” non pare sufficiente. Da dove viene allora – se non sappiamo a priori il suo significato e la sua estensione – il bisogno che abbiamo di postulare una simile sfuggente entit√†? Suppongo dalla consapevolezza che ogni ¬ędiscorso¬Ľ (o perlomeno ogni discorso che non sia il proprio) viene prodotto entro certi limiti e subendo determinazioni di varia natura, nonch√© dall’evidente esistenza di – come dire – famiglie di discorsi.

Fifties-Family

√ą un dato intuitivo, ad esempio, che i discorsi dei vari esponenti di un medesimo partito politico (o di un gruppo sociale) contengano delle somiglianze; ed √® anche un dato interessante, su cui riflettere. La tradizione marxista suggerisce che questa omogeneit√† discorsiva (l’ideologia) sia idealmente sovrapponibile a una omogeneit√† sociale (la classe), come due facce di una medesima medaglia. Anche qui si potrebbe parlare di un dato intuitivo e interessante: la ricorrenza dei pattern discorsivi pu√≤ essere messa in relazione con degli indicatori sociologici. Certamente, la costruzione teorica di simili famiglie non esclude l’appartenenza di un singolo individuo a diversi gruppi e micro-gruppi, n√© l’esistenza di zone sfumate “ai margini” di ogni gruppo. Una famiglia di discorsi √® semplicemente un modello, o un paradigma, entro cui possiamo classificare un insieme di discorsi, e a partire dal quale possiamo valutare l’aderenza o lo scarto di un singolo discorso rispetto al modello. Via via, possiamo decidere di estendere il modello per includere il discorso, o escluderlo per non alterare il modello. Il criterio √® sempre quello della corrispondenza tra una famiglia di discorsi e un gruppo politico (per cui si pone inoltre il problema della genesi di questo rapporto).

L’ideologia, come ogni modello, √® dunque un catalogo di somiglianze considerate sostanziali (un modello dell’atomo, da parte sua, √® il catalogo delle somiglianze tra tutti i diversi atomi singolari). Disponendo di un certo numero di fenomeni, un naturale processo di “selezione naturale” dovrebbe bastare ad annullare vicendevolmente le caratteristiche marginali e conservare quelle pi√Ļ interessanti. Cos√¨, in una corpus di letteratura diaristica femminile ottocentesca, il primo e pi√Ļ evidente elemento discorsivo comune √® l’uso della prima persona singolare femminile, mentre solo in un certi casi (che potremmo o meno giudicare rilevanti) il testo sar√† sgrammaticato per via della bassa scolarizzazione delle donne. Oppure, se abbiamo a che fare con delle encicliche papali, noteremo che assai spesso si trovano citazioni dal Nuovo Testamento. Tuttavia, poche di queste caratteristiche saranno necessariamente presenti in ogni discorso della famiglia e assenti da ogni discorso estraneo: per intenderci, possiamo avere un insieme di discorsi che condividono ciascuno una caratteristica con ognuno degli altri, ma nessuna caratteristica condivisa da tutti e tre se non quella di appartenere al medesimo insieme (pensiamo all’insieme caotico del pensiero altermondialista, che pure ha una qualche imprendibile unit√† ideologica). Vale qui la riflessione di Wittgenstein sulle somiglianze: non ci sono caratteri essenziali in una famiglia.

Il catalogo, dunque, offre un set di caratteristiche che non devono essere tutte possedute per appartenere alla famiglia, anche se si suppone che ve ne siano di pi√Ļ o meno importanti, ed eventualmente qualcuna imprescindibile ma non sufficiente. Ma di che natura sono queste caratteristiche condivise? Che tipo di oggetti sono le caratteristiche di un discorso? Innanzitutto, si tratta di entit√† linguistiche. Ad esempio, dal confronto tra due testi potremmo ravvisare somiglianze nella scelta dei termini e dei registri, nella struttura ritmica, nell’armamentario retorico. Alcune caratteristiche, come un accento regionale marcato o l’uso scritto della lettera k al posto della ch, si trovano in una posizione abbastanza ambigua tra famiglia ideologica e famiglia linguistica. Per quanto in linea teorica sarebbe senz’altro corretto ridurre interamente l’ideologico al linguistico, in molti casi si tratterebbe soltanto di complicare grandemente il lavoro di catalogazione. In effetti, una famiglia ideologica condivide anche caratteri non precisamente linguistici, che pur presenti nel discorso sono estranei al testo. I testi di una certa famiglia ideologica mostrano insistentemente le tracce di un non-detto condiviso, come ad esempio nelle strategie d’implicitazione e di presupposizione, o lo schema narrativo evocato. Formulare il non-detto da cui discende il detto √® il compito cui serve il modello che chiamiamo ideologia.



Wittgenstein vs. la memetica

Alcuni visitatori¬†sono capitati su queste pagine interrogandosi sul rapporto tra¬†Wittgenstein¬†e la¬†memetica. E non sia mai che noi li si lasci nell’ignoranza, o peggio nel dubbio e nel sospetto. Non che si sia autorit√† in materia, in nessuna delle due: di memetica, poi, non abbiamo fatto altro che subire il meme che da un po’ gira tra i blog di un certo livello (qui ci si √® interrogati sulle condizioni di possibilit√† di questa scienza sociale che segua regole biologiche, concludendone la validit√† a un eventuale livello metaforico).

La prima cosa opportuna da notare √® che Ludwig Wittgenstein √® uno dei pochi filosofi novecenteschi che sociologi e antropologi contemporanei tengono in conto, non foss’altro per avere dato un esplicito contributo alla materia con le sue¬†Note sul Ramo d’oro di Frazer che preludono ad una specie di¬†rivoluzione heisenbergiana¬†della relazione dell’osservatore nei confronti del suo oggetto di studio (che ben delimita il novecento etno-antropologico). In questo caso, i punti in cui il filosofo viennese s’incontra con la nostra problematica sono relativi alla natura delle rappresentazioni, e alle modalit√† di contagio. Per quel che ne riguarda la natura, Wittgenstein considerava la basilarit√† delle rappresentazioni pubbliche rispetto a quelle mentali, cio√® tendeva a ridurre il pensiero alla sua espressione segnica (“¬†non c’√® nulla che esista prima che il pensiero venga messo in parole o immagini”,¬†Libro blu): in altri termini¬†l’oggetto del contagio √® una realt√† linguistica¬†(e non un astratto contenuto mentale).

Il contagio delle idee potrebbe dunque svolgersi attraverso imitazioni spontanee di “tic linguistici”, che lungi dall’essere neutri ridefiniscono poco a poco il sistema-linguaggio nel quale pensa e agisce l’individuo. Il che √® ribadito dalla proposizione fondante della¬†svolta linguistica¬†della filosofia novecentesca, ovvero che “¬†L’essenza¬†√® espressa nella grammatica”. Ed essendo la grammatica niente meno che un’¬†abitudine¬†(una pratica, un uso), non riesce difficile pensare a esempi di¬†contagi grammaticali¬†(in questo senso,¬†memetici) secondo i criteri del celebre assioma che chi va con lo zoppo eccetera.