Magdi Allam nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Virgolette, prego

La prima volta che ho fatto caso a Slavoj Zizek fu quando uscì Il soggetto scabroso, e lui venne a Milano a dire cose piuttosto strambe sul cinema di David Lynch. Da quel momento, dello psicanalista sloveno si sarebbe parlato sempre di più, e soprattutto pubblicato. Dal 2003 ad oggi in Italia sono stati tradotti almeno sedici libri. La sua presenza è costante nei giornali e nelle riviste – di sinistra, perdonate la semplificazione – e nel dibattito filosofico (soprattutto all’estero). Slavoj Zizek, studioso di Lacan, di Althusser e di tutto il bagaglio strutturalista e marxista degli anni Sessanta, è probabilmente il nome più importante della filosofia continentale contemporanea, in termini di vendite e di citazioni, e non soltanto per la sua scrittura spudoratamente pop. Le lettere Z I Z E K sono le coordinate di qualcosa che è accaduto nel campo ideologico, qualcosa che va compreso (e suppongo sia per questa ragione che Massimo Adinolfi non perde occasione di riflettervi, tenendo ferma la distanza che lo separa dal suo pensiero). Tra l’altro, ora che ci penso, il 2003 è anche l’anno in cui ho fatto caso per la prima volta a Massimo Fini, per via della sua partecipazione a una “storica” puntata di Otto e mezzo, nella quale esponeva – da destra, perdonate la semplificazione – le sue critiche sull’occidentalismo e l’universalismo. L’anno successivo, il suo Il vizio oscuro dell’Occidente fu un successo editoriale.

Zizek300

Cos’è successo, dunque nel 2003? Cosa significa questo ricordo, questo doppio ricordo, questo accostamento tra Zizek e Fini? Ebbene, il fatto che i due autori hanno molto in comune, o meglio hanno pochissimo in comune eppure finiscono per essere leggibili come se dicessero la stessa cosa. L’Occidente non è la verità, la Modernità non è la verità, i diritti umani non sono la verità, l’ideologia liberale non è la verità e nemmeno il parlamentarismo, e forse nemmeno la democrazia. Il primo lo dice da “destra”, il secondo da “sinistra”, ma ormai – è appunto ciò che ci dicono Zizek e Fini – queste parole siamo costretti a metterle tra virgolette. Proprio come la letteratura postmoderna, costretta a mettere tra virgolette tutto ciò che non può più essere detto sul serio. Qualcuno iniziò a parlare – proprio in quel 2003, ma senza collegare i due casi editoriali – di una convergenza tra destra e sinistra, e in un esercizio giornalistico avventato e aggressivo, diffamatorio sul piano dei fatti, ma tutto sommato profetico sul piano simbolico: Magdi Allam, sul Corriere, scrisse di un’internazionale dell’estremismo nella quale convergevano estrema destra ed estrema sinistra. Due mesi dopo, Giuliano Ferrara a Otto e Mezzo radunava un socialista nazionale, un vecchio comunista e un anti-imperialista per indagare le ragioni del loro paradossale accordo sul destino dell’Occidente.

In quel 2003, dunque, divenne ancora più chiaro che stava accadendo qualcosa sul piano ideologico: era in un certo senso l’onda d’urto del 2001, ma era anche la reazione in diretta a un altro evento contemporaneo, nel marzo di quell’anno, ovvero l’aggressione statunitense all’Iraq, attorno alla quale si mobilitò sciaguratamente il meglio (o il peggio) dell’ideologia universalista e occidentalista. In un certo senso la si bruciò definitivamente, la si mostrò dal suo profilo più orrendo, la si stuprò come non si era riusciti a fare nel 1999 con le bombe su Belgrado: retrospettivamente c’è da chiedersi se non fosse questa la strategia dei dirottatori dell’undici Settembre, che proprio come i terroristi rossi degli anni Settanta intendevano costringere lo Stato borghese a svelare la sua vera natura fascista. Altri, proprio in quel periodo, iniziarono a sospettare che dietro gli aerei dirottati ci fosse un gigantesco complotto, e qualcuno addirittura sostenne che l’undici Settembre non fosse mai avvenuto: si era passati direttamente dal dieci al dodici. Ma nel frattempo sembrava realizzarsi la profezia di Osama Bin Laden (Raccomandazioni tattiche, 2002): “Il mito della democrazia è crollato!”

L’Occidente prese a dubitare di sé stesso come non aveva fatto mai, mentre autori radicali come Zizek e Fini invitavano a rileggere la realtà storica con nuove lenti. Le loro idee provocatorie presero a nutrire il tarlo del dubbio di molti occidentali, gettando una nuova luce su dogmi che sembravano assoluti. In un certo senso, e in modo più o meno consapevole, i due autori raccolgono l’eredità di Carl Schmitt, il giurista del Reich che influenzò intellettuali di destra e di sinistra, e persino il Sessantotto (come raccontato benissimo in un libro recente di Jan-Werner Muller). Prese ad andare di moda il vecchio motto di Proudhon: Chi dice umanità vuole fregarvi. Fini racconta le conseguenze nefaste dell’universalismo e Zizek scrive un testo come Contro i diritti umani, che la quarta di copertina presenta come segue:

Nati come costruzione ideologica a salvaguardia del privilegio, i diritti umani coprono e legittimano l’imperialismo occidentale, gli interventi militari, la sacralizzazione del mercato, l’ossessione del politically correct.

L’anno seguente (l’anno in cui furono rese pubbliche le oscene immagini del carcere di Abu Ghraib), un altro dettaglio che, modestamente, non è sfuggito alla mia attenzione. Un gruppo di studiosi, uniti sotto il vessillo dell’eurasiatismo dall’interesse per tematiche e autori della destra radicale (Evola, De Benoist, Thiriart), escono dall’ombra – ovvero dalla galassia delle pubblicazioni “impresentabili” – con un progetto editoriale apparentemente apolitico, la Rivista Eurasia. Nell’epoca in cui le mappe dei conflitti ricominciano a mettere in primi piano i fattori etnici (pur sovrapponendoli a quelli economici, in una perfetta sintesi tra visioni di “destra” e di “sinistra”), la geopolitica viene ricollegata al suo inconfessabile significato originario. Sdoganamento pieno e, mi pare di capire, un certo successo editoriale, visto che la rivista procede a gonfie vele. Sulla rivista – e veniamo al punto – assieme a vari “bei fascistoni” iniziano ad apparire contributi di personaggi che con la destra non hanno nulla a che fare: professori universitari come Danilo Zolo, veterani del comunismo come Costanzo Preve, e persino Sergio Romano. Proprio Preve si fa notare come il più impegnato sdoganatore di destre, il più radicale ripensatore del marxismo, e il più acrobatico superatore della dicotomia destra/sinistra. Accanto a lui, altri come Gianfranco La Grassa propongono la necessità di “ripensare Marx” fino a sfociare anch’essi nell’eurasiatismo.

Tante cose sono cambiate in questi anni, nel modo in cui pensiamo, ed è difficile rendersene conto senza tenere nota dei dettagli, delle coincidenze. Ogni tanto, un piccolo evento ci fa capire quanta acqua sia passata sotto i ponti. L’ultimo si trova – forse – sul numero di Settembre 2008 del Monde Diplomatique, mensile di riferimento della “sinistra” europea, che pubblica spesso testi di Zizek. Al suo interno, un dossier durissimo contro l’umanitarismo che ricorda le argomentazioni sopra citate contro l’universalità dei diritti umani, che ne critica l’ambizione colonialista. Suona la campana a morto degli ideali di cooperazione internazionale che caratterizzavano la sinistra degli ultimi decenni. Io non sottovaluto la durezza di questo articolo, anche se non voglio sopravvalutare la sua novità: sappiamo tutti che la critica della Modernità faceva parte di un certo Sessantotto, quello di Marcuse ad esempio, sappiamo che Heidegger e Schmitt sono sdoganati da decenni, sappiamo che il parlamentarismo è sempre stato visto male da sinistra, che l’America non è mai stata un modello per i marxisti, che la dialettica East-West è nel DNA del Novecento. Per cui potrebbe non essere cambiato nulla. Tuttavia.

Tuttavia io ricordo le scosse di quel 2003. E percepisco la scossa di questa presa di posizione diretta e decisa contro l’ideologia umanitarista, questa linea tracciata che dice: non si torna indietro. Tuttavia abbiamo necessità di punti fermi per scaglionare il divenire ideologico, e allora oggi, nel Settembre 2008, io capisco che la sinistra non esiste più, non ha più ragione di esistere, non ha più sangue che le scorre dentro, e questa volta per davvero. Virgolette, prego: ne avremmo bisogno.



un vero e proprio attacco alla libertà di espressione

Operazione strana davvero, una petizione contro un libro. Persino crudele, se il libro è Viva Israele di Magdi Allam, una sorta di pamphlet autobiografico che si squalifica fin dalle prime pagine, con un momento poetico vagamente sopra le righe che si conclude così: Grazie alla vita, Viva la vita! Grazie all’amore, Viva l’amore! Grazie alla libertà, Viva la libertà! Grazie Israele, Viva Israele!

Da quel che ho capito scorrendo rapidamente la petizione, gli si rimprovera di avere, in questa enumerazione, dimenticato la Fica. Giustissimo. Però insomma, una petizione. E poi guarda un po’ tra i firmatari, c’è persino Franco Cardini. Ma chi, quello che scrisse che la sollevazione degli intellettuali sul caso Toaff era andata “al di la d’una faccenda ispirata da un libro di storia e che si andasse configurando un vero e proprio attacco alla liberta di pensiero e di espressione“? E che aggiunse persino che “l’intero affaire ha assunto i connotati di una sorta di linciaggio morale contro lo studioso italo-israeliano“?

Insomma, secondo Cardini è ideologico criticare in massa un libro che rinfocola maldicenze sugli ebrei sulla base di presupposti metodologici ridicoli, anzi è forse un sintomo di qualche strana cospirazione o religione civile; mentre è del tutto normale aggiungere la propria firma a una petizione contro un libro molto più ridicolo e poco meno dannoso qual è quello di Allam? Questa ce la deve proprio spiegare.



L’internazionale dell’estremismo

Ieri Magdi Allam scriveva sul Corriere un inquietante articolo sulla nascita di un’internazionale dell’estremismo globalizzato (!) composta da integralisti islamici, neofascisti e ultrasinistra, riuniti sotto il vessillo di un certo “campo antiimperialista“. Oggi (sempre sul Corriere) piovono smentite, di un certo peso e da opposte parti in causa, sull’inesattezza o totale falsità di svariate affermazioni fornite a sostegno della tesi. Online pure la smentita ufficiale dell’organizzazione in questione, che fa notare inoltre qualche intenzionale vizio di costruzione dell’articolo. Senza voler dimenticare i sempre più emergenti aspetti comuni, perlomeno a livello inconscio, tra i vari estremismi (congiunti alla comune fonte di un vago antimaterialismo in qualche modo gnostico), la montatura operata da Allam è abbastanza deplorevole. Una forma di estremismo anche questa.