Matrix nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Forse perché nulla è

Bisogna ammettere che tutto è diventato più semplice.

Le grandi catene di vendita al dettaglio, come la Fnac, propongono un settore «indipendente» in cui esporre artisti indipendenti veri e presunti, e sponsorizzano festival di musica indipendente. Lo slogan anticonformista della catena “Certifié non-conforme” nasconde come può la vera natura della Fnac: una multinazionale di 143 negozi, fondata nel 1954 da due militanti trotzkisti, che dal 1994 appartiene al gruppo PPR di François Pinault, leader mondiale del lusso e ingegnoso speculatore nel sistema dell’Arte Contemporanea. PPR è gruppo industriale con una coscienza etica, che nel 2009 ha permesso la diffusione gratuita in televisione e su YouTube del film Home di Yann Arthus-Bertrand, estetizzante denuncia degli effetti terribili dell’inquinamento, venduto in DVD nei negozi Fnac al prezzo stracciato di 5 euro. Tra gli scaffali della libreria al piano di sopra, si può sfogliare la Dialettica dell’Illuminismo in edizione economica e rileggere i passi in cui si sostiene che i prodotti industriali “sottomettono gli individui al potere totale del capitale”.

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A cosa servono le coincidenze

Visto che amo spararle grosse, da diverso tempo straparlo di un legame tra Matrix, 1999, e l’Undici Settembre, 2001: come dire che ciò che inoculiamo nell’immaginario prima o poi torna fuori in forma di realtà. E poi che scopro? Che in un fotogramma del film dei fratelli Wachowski appare il passaporto di Neo, e la sua data di espirazione è… 11 SEP 01.

Diamine, questo è davvero uno splendido aggancio per argomentare la mia teoria. Il fatto è che non la rende più vera o più credibile: la rende più bella. Potrai dirmi che non c’entra nulla, che è solo un caso, ma intanto avrò catturato la tua attenzione. Perché in fondo tu non vuoi sapere cos’è accaduto, vuoi solo che ti racconti una bella storia. Ed è la bellezza di questa storia che la farà vivere o morire, propagare, trasformare. Nessuno prenderebbe sul serio una coincidenza, qualora la reputi tale, proprio come nessuno prenderebbe sul serio un gioco di parole o un motto di spirito; ma intanto, un gioco di parole o un motto di spirito bastano a imporre un discorso, un sospetto, un riflesso. Poi provaci, a non pensare all’elefante.

La retorica, ovvero l’arte di persuadere e di persuadersi, è in fondo semplicemente l’arte di giocare con le coincidenze. Due rime azzeccate fanno la fortuna di un poeta; ma due rime azzeccate sono soltanto l’abile impiego di una coincidenza addormentata nella lingua.



An unlimited supply. Dissoluzione e compimento dell’industria culturale

NOTA BENE. Questo post vi è reso accessibile all’interno del pacchetto di contenuti disponibili attraverso il vostro contratto mensile di accesso alla rete, usando hardware che cambierete entro i prossimi cinque anni per garantirvi migliori performance di fruizione. Sapevate che eschaton si può leggere anche con l’Iphone? Inoltre, questo post valorizza una serie di prodotti culturali che potrebbero indurre in voi un bisogno di consumo: potete acquistarli con un semplice click seguendo i link nel testo. In generale, invitandovi a riflettere in maniera critica sul sistema dell’industria culturale, questo post contribuisce all’economia globale del sistema, dunque produce occupazione. Si tiene a precisare che l’autore non percepisce alcun beneficio economico diretto ma prova piacere nel consumare un servizio che gli permette di esprimersi, oltre che di accrescere il proprio valore come prodotto. L’autore può fare questo perché dispone di ampio tempo libero, avendo imposto ad altri (attraverso l’impiego prolungato e sapiente di una massiccia quantità di violenza) di svolgere le attività produttive primarie. In virtù delle sue non comuni qualità, l’industria culturale saprà, prima o poi, premiarlo a dovere. L’autore si riserva il diritto di vendersi al migliore offerente.

La società si è preparata da secoli all’avvento di Victor Mature e Mickey Rooney. La loro opera di dissoluzione è insieme un compimento.
Dialettica dell’illuminismo, p. 168

Partiamo da un fatto: il Partito Democratico ha un responsabile settore industria culturale. Kelebek lo nota e se ne stupisce. E ha ragione, poiché si tratta di un concetto con una storia e un significato e una connotazione non del tutto positiva, che dai tempi della scuola di Francoforte indica (cito) l’insieme dei prodotti pseudo-artistici, “barbarie estetica”, “porcherie” sature di clichés, “senza stile”, che “sottomettono gli individui al potere totale del capitale” e “vietano l’attività mentale o intellettuale dello spettatore”, “paralizzando”, “alienando”, imponendo “l’obbediente accettazione della gerarchia sociale”. Perché l’arte, quella vera, nega, combatte, contesta, e soprattutto non diverte, altrimenti è “crassa incultura, rozzezza e stupidità“. Possiamo capire Walter Veltroni, fiero ammiratore della cultura popolare americana, se ha voluto saldare qualche vecchio conto da cineforum, in quella definizione rivendicando la legittimità di Paperino e Greta Garbo. Possiamo anche condividere. Tuttavia, non si tratta precisamente di un atto eroico. A che punto ne siamo, oggi, con l’industria culturale?

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Sfottere la Dialettica dell’illuminismo, ormai, è come sparare sulla croce rossa. Che il testo di Max Horkheimer e Theodor W. Adorno (d’ora in poi, Max & Tux) sia una specie di zimbello della filosofia novecentesca è costretto a menzionarlo anche l’introduttore dell’Einaudi, l’ottimo Carlo Galli. Il celeberrimo capitolo sull’industria culturale, poi, si può riassumere come la trama di un film comico: Max & Tux scomodano i massimi sistemi perché non riescono a capire il nuovo mondo di Orson Welles, di Mickey Mouse e della musica jazz. Secondo loro, queste forme d’arte presunta avrebbero il solo scopo di sorreggere un’insidiosa forma di totalitarismo, neutralizzando il dissenso e ipnotizzando le masse. Il problema è che Max & Tux – che già erano datati quando scrivevano – ci parlano di un’industria fordista nell’epoca della coda lunga; ce ne parlano dopo Debord, dopo Foucault e dopo Matrix. Scrive bene Galli, e malignamente rovesciando: La dialettica dell’illuminismo è diventato “oggetto di feticistico consumo culturale in ambiti di sinistra non-marxista”. Per questo la pubblica Einaudi, ovvero Mondadori, ovvero il gruppo politico-industriale più potente d’Italia. Ma il grande capitale non aveva come unico scopo di sostenere il sistema esistente?

Evidentemente no: il capitale ha come unico scopo di produrre capitale. D’altronde lo sapevano bene anche Max & Tux, che dei magnati della cinematografia scrivevano: “La loro ideologia è l’affare”. Ma da quei tempi ne è passata di acqua sotto ai ponti, e con tutta quest’acqua bisogna fare i conti. Dal tardo capitalismo – come si dice con una punta di escatologia – siamo passati al tardissimo capitalismo. Negli ultimi vent’anni i grandi gruppi hanno dimostrato che il loro interesse è sostanzialmente fare profitto, sempre più assorbendo le nicchie nel mercato. E ciò facendo assai poco caso al contenuto e al suo potenziale di rischio. Per le generazioni alternative degli anni Ottanta e Novanta, che pure erano nate sotto il segno dell’unlimited supply dei Sex Pistols sotto contratto EMI, un piccolo shock furono i passaggi alle maiora discografiche dei grandi nomi della musica indipendente – Husker Du, REM, Sonic Youth, Pixies, Nirvana – con il suo strascico di adorniani dilemmi adolescenziali sull’essenza del “commerciale”. Oggi tutte le grandi case di produzione (nel cinema nella musica nell’editoria) possiedono un’etichetta indipendente, nel nome, nella struttura organizzativa, ma ovviamente non dal punto di vista finanziario. La teoria della coda lunga ribadisce il concetto nel contesto della grande distribuzione: il mercato perfetto ti vende ogni cosa, nulla è fuori dal mercato, non esiste cultura al di fuori dall’industria. Addirittura, i servizi del web 2.0 non sono altro che piattaforme attraverso le quali circola luser generated content, come una linfa preziosa che le tiene in vita.

Assorbendo senza grandi traumi le istanze edonistiche e contestatarie del Sessantotto, il mercato ha realizzato il presupposto metodologico fondamentale dell’economia politica, la cui unità minima è la razionalità individuale nel soddisfacimento dei bisogni, in altri termini il desiderio. Nulla di nuovo: oggi si fa la fila per imputare a Deleuze e Guattari d’essere stati l’avanguardia del capitalismo contemporaneo, dell’anarchismo morale e della pornocrazia, oltre che di avere sepolto senza complimenti il comunismo. Michel Foucault lo presagiva già all’epoca:

Il problema di coloro che governano non deve essere in alcun modo di sapere come possono dire no, fin dove possono dire no, con quale legittimità possono dire no. Il problema è sapere come dire si, come dire si a questo desiderio.
Cours 1977-1978, p. 75

L’industria culturale ha finalmente assorbito quella negatività che secondo Max & Tux doveva appartenere solo alla grande arte, trasformandola in un bisogno che può essere soddisfatto, anche perché se there is no future bisogna fare presto. Il mercato tra Sessantotto e il Settantasette ha scoperto che la merce più redditizia è la negatività e con il tempo si è raffinato. Cos’è Matrix se non una pura e semplice apologia del terrorismo, una negazione radicale dell’esistente fin dentro la sua corteccia metafisica? Industria culturale che scuote le proprie stesse fondamenta, e cioè le rafforza; industria che si nutre del disprezzo a lei rivolto. Questo è bastato per fare di Matrix uno dei prodotti culturali di più grande successo degli ultimi vent’anni, uno dei più lucidi anche. Vabbé, diciamo traslucidi. Acutamente Baudrillard lo definì “un film sulla matrice come l’avrebbe prodotto la matrice stessa”. Qualcuno obietterà che la contestazione così rimane sulla carta, o sulla pellicola; e l’astuto capitale ottiene due piccioni con una fava: profitto e tranquillità.

Fotomontaggio realizzato da Alessandro Mercuri per “KAFKA-COLA” (éditions Léo Scheer, 2008)

Io credo invece che dalla carta e dalla pellicola scivoli spesso nella realtà, da Matrix a Impero, e da Matrix all’undici settembre. In piccole dosi, certo, piccolissime, anzi omeopatiche. Se non i segni, cos’altro ci muove? Ma che scivoli pure, non è problema: c’è bisogno di terroristi, socialisti, fascisti, ecologisti e criminali nella nostra società! C’è bisogno persino di Max & Tux nelle nostre librerie. “Lasciate al popolo la più ampia facoltà di delinquere”, proclama il principe nella Juliette di Sade, citato (ma è un caso) nella Dialettica dell’illuminismo. Il punto è che il rischio è consustanziale al sistema, e questo è precisamente il cuore del meccanismo della governamentalità che caratterizza le società liberali a partire dal Settecento, quando nelle più diverse discipline (economia, biologia, urbanistica, ecc.) si formalizza il principio dell’eterogenesi dei fini, insomma la mano invisibile. Foucault ne parla nei suoi ultimi corsi, definendo la governamentalità come la scienza di amministrare probabilisticamente l’impatto dei fattori di rischio su un territorio o una popolazione “mantenendoli all’interno di limiti che siano socialmente ed economicamente accettabili”, attraverso ciò che chiama dispositivi di sicurezza.

L’industria culturale è senz’altro un dispositivo di questo genere; ma contrariamente a ciò che ne pensavano Max & Tux, non è detto che esista qualcosa al di fuori di essa. Al contrario: il fuori è il suo centro segreto, l’oscuro primo motore. La circolazione di prodotti culturali negativi su scala industriale è in questo senso un fattore di rischio consustanziale al capitalismo. Che sarà anche il più efficace sistema di produzione e allocazione delle risorse, e tuttavia – come per primo comprese Mandeville, agli albori della faccenda - è pur sempre necessario che le navi su usurino perché se ne possano costruire di nuove.



La contraddizione

A visione avvenuta, non c’è molto altro da dire su V for Vendetta, il film. Una di quelle opere di cui la fruizione è superflua per capirne la grandezza, perché essa è nell’idea stessa (com’era per il gibsoniano The Passion), nell’incontro tra l’idea, il medium, il contesto di diffusione. Non importa la convenzionalità della forma artistica, o quanto didascalici siano i riferimenti all’attualità: il messaggio rimane potentemente ambiguo, contradditorio, aporetico – ed è questa la sua forza, non la sua debolezza, come sembra intenderla Massimo Adinolfi. “Da cosa mettono in guardia dunque i fratelli Wachowski: da loro stessi?” scrive, parafrasando il livore di Baudrillard che definì Matrix un film sulla matrice come l’avrebbe prodotto la matrice stessa. Ma certo, questo è il punto: la contraddizione. Un significato è sempre una contraddizione, altrimenti sarebbe una tautologia. V for Vendetta è un’esplosione di significato nei multisala di tutto il mondo, e il vero spettacolo sono gli spettatori inebetiti dall’orgia anarchica che tornano alle loro vite di consumatori, a consumare altre rivoluzioni. Leggere il seguito »



La crepa gnostica

Domani esce V for Vendetta, il film tratto dal fumetto di Alan Moore e David Lloyd, sceneggiato dai matrixiani fratelli Wachowski. Sebbene Moore abbia addirittura richiesto che il suo nome fosse tolto dai credits, nutro qualche buona speranza dall’incontro tra la sua distopia scurissima e le ossessioni neo-gnostiche di Matrix. Non arriverò a dire qualche buona speranza estetica; e contemporaneamente diffido da coloro che nascondono la loro fruizione dietro allo schermo di speranza sociologiche. Diciamo invece che confido nella capacità di questo film d’inquadrare una fetta importante d’inconscio collettivo, di Zeitgeist, d’ideologia. Non c’è nient’altro da chiedere, all’arte.

La cattiva fama di Matrix nasce da un malinteso abbastanza stupido. Matrix è la dimostrazione perfetta di come si può tirare fuori un potenziale drammatico, un’essenza narrativa, dalle teorie metafisiche. La dimostrazione quindi che la metafisica si fruisce come racconto (e più precisamente ha un genere: l’epica). Invece la maggior parte dei critici ha creduto che fosse il contrario, diffondere delle idee in una forma narrativa: da qui le accuse di banalizzare Platone o Cartesio, di fare divulgazione spicciola. Quelli erano solo segnali, scherzi, come il libro di Baudrillard che appare in una delle prime scene. Ma l’Allegoria è semplicemente un furto. Un détournement. Come un rebus, del quale non c’è bisogno di comprendere il significato per cogliere la bellezza da esso generata.

L’Allegoria è anche un nuovo modo di vedere ciò che viene allegorizzato. Matrix getta luce su quelle stesse idee che altrove appaiono in forma latente, senza fucili e occhiali da sole ma sostanzialmente identiche. Neo e Trinity uccidono decine d’innocenti, perché non sono dalla loro parte nel conflitto tra Verità e Apparenza. Nel 1999 Matrix sdogana quel terrorismo metafisico che invaderà la realtà due anni dopo. La guerra santa di Al Qaeda non è diversa dal terrorismo gnostico dei ribelli di Morpheus. Matrix inneggia all’omicidio di massa degli ilici, cioè coloro che non combattono la loro battaglia spirituale di ribaltamento del Falso nel Vero. Nella drammatizzazione dell’ontologia gnostica c’è lo stesso slittamento di senso che nell’interpretazione guerriera di Jihad (tranciando il nodo ermeneutico: la guerra santa dentro l’anima o contro gli infedeli?). Bin Laden e Matrix sono metafore efficienti della separazione ontologica sulla quale si fonda la Metafisica.

E allora V. Il terrorista anarchico. La maschera. Il teatro nel teatro come unica via di fuga dalla finzione. Parlano di prigioni, niente di più gnostico: la storia come prigione. Evey dice: “I was happy. If that’s a prison, then I don’t care”. V risponde: “Don’t you? Your lover lived in the penitentiary that we are all born into, and was forced to rake the dregs of that world for his living (…) Is that happiness worth more than freedom?” Un’altra rivolta metafisica, ancora una volta la politica è solo una metafora; ma già si lessicalizza ovunque. La battaglia diventa reale. Attraverso questa metaforizzazione si articola un meccanismo di appropriazione, da parte di una società passiva di consumatori, di una mitologia terroristica. C’è una crepa gnostica che si sta aprendo. Il film sarà un sintomo o un simbolo? Sta per arrivare la prima vera rivoluzione metafisica oppure ci si limiterà a consumarla nei cinema?



fuori dalla matrice

Bisogna prendere atto dell’impatto culturale enorme che ha avuto Matrix. Al di là delle mode momentanee, l’universo creato dai Wachowski bros si appresta a diventare un monumento che segna le coordinate della nostra epoca. Non foss’altro perché se ne occupano filosofi celebri: dopo Baudrillard e Zizek, il 12 dicembre si terrà all’Università Statale di Milano il convegno Dentro la Matrice, featuring Carlo Sini, Giulio Giorello, Paolo d’Alessandro, Carlo Formenti e altri. Qualcuno sosteneva che la storia (cioè, la storiografia), in quanto sguardo soggettivo di una cultura sul passato, ci dica di più su chi la scrive (cioè chi la legge) che su ciò che è narrato. Nello stesso modo Matrix ci dice molto su una cultura che ha bisogno di film come Matrix, che ne discute. Discutere di Matrix è una delle cose più sgradevoli che possa capitare: perché dimostra chiaramente che di qualsiasi cosa si parli, si parla sempre di sé stessi. Osservate: c’è il semintellettuale che si esalta per mostrare che ha colto i riferimenti filosofici, c’è quello che invece lo trova banale e preferisce eXistenZ, c’è chi che lo apprezza come film d’azione ma si annoia per i suoi risvolti intellettuali, ovvero fingendo d’interessarsi solo all’azione per smontare le pretese intellettuali del film stesso, e poi quello che lo trova molto filosofico ma non vede che ci stanno a fare i combattimenti. Io ho smesso di guardare Matrix quando ho capito che è più divertente guardare nel riflesso voi che lo guardate, e vi chiedete se la realtà esiste. Sono il peggiore.