Maurizio Ferraris nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Il mio nome è Nessuno

In the future, everyone will be anonymous for 15 minutes.
Banksy

Secondo Linkiesta, l’hacker che ha defacciato il sito della deputata Paola Binetti rivendicando l’azione a nome di Anonymous non sarebbe in alcun modo legato al gruppo. Si tratterebbe di un millantatore, di un falsario, anzi pi√Ļ precisamente di un usurpatore. Il suo comunicato, un apocrifo nel corpus dell’anonymismo ortodosso.¬†Il caso √© chiuso?¬†Al contrario, direi che si √© appena aperto.¬†In effetti se esistono degli atti apocrifi √© necessario che esistano anche degli atti ufficiali, e dunque un’entit√† in grado di produrli e convalidarli, o invalidarli se necessario.¬†E per√≤¬†Anonymous si presenta come un aggregato spontaneo, un’intelligenza-sciame dai contorni sfumati, un vero grande “partito liquido” come lo sognava¬†Veltroni, nel quale la distinzione tra dentro e fuori, e perci√≤ tra ufficiale e apocrifo, √© tenuta a sciogliersi completamente.

Anonymous non √© un gruppo, non √© un partito, non √© un’ideologia, bens√¨ un meme: proprio come i gattini e le trollfaces. E chi smentirebbe un gattino? Come scrive Luca Annunziata su Punto Informatico a proposito del caso Binetti, “nessuno pu√≤ smentire o confutare che un’azione come quella di oggi sia davvero o meno un’azione di Anonymous”. Insomma la Binetti stessa potrebbe firmarsi Anonymous e scrivere in un forum che “tendenze gay fortemente radicate possono portare alla pedofilia”, magari ricorrendo al fake anonymous meme generator. O uno squilibrato indossare la maschera di Guy Fawkes per massacrare i suoi compagni di scuola. Ecco dunque il paradosso: se chiunque pu√≤ firmarsi “Anonymous”, non c’√© ragione di credere che esista effettivamente un movimento chiamato Anonymous.

Anonymous eredita le sue contraddizioni dalle esperienze che l’hanno preceduto e ispirato. Negli anni Novanta nasceva e moriva¬†Luther Blissett, e tra le varie avventure legate a questo pseudonimo collettivo si ricorda almeno un episodio imbarazzante: la pubblicazione per Mondadori del demenziale regesto net.gener@tion, ad opera di un giovane Giuseppe Genna.¬†Presentato come una burla ai danni dell’industria culturale, il libro poneva tuttavia un problema serio: se chiunque pu√≤ firmare con il nome Luther Blissett, perch√© il povero Genna no? Che cosa distingue il Blissett vero dal Luther artificiale? La risposta √© semplice: una cascata di¬†comunicati. Il condividuo situazionauta aveva prodotto la sua bella burocrazia, in grado di stabilire di volta in volta la legittimit√† degli enunciati e degli atti.

Cos√¨ vanno le cose anche per gli Anonymous, che passano sempre pi√Ļ tempo a prendere le distanze gli uni dagli altri. Un mese fa √© apparso¬†su¬†YouTube un video, considerato ufficiale poich√© emanato da fonti vicine al nucleo originario, nel quale un anonimo Guy Fawkes confutava una certo comunicato definendolo¬†contrario ai principi del gruppo. Ma tra i principi del gruppo non c’era proprio il fatto che chiunque pu√≤ aderirvi, e perci√≤ emettere comunicati? Una settimana fa, un tweet su AnonOps denunciava una “fake operation”. Proprio questa sera √© apparso un nuovo videoFor All Fake Members” nel quale il solito Guy Fawkes se la prende con gli usurpatori e lancia un’accusa quantomeno surreale: “You are not Anonymous”. Insomma esisterebbero degli anonimi e dei falsi anonimi. Qua si vira alla farsa allegorica, anzi al remake letterale de¬†L’uomo che fu Gioved√¨ di Gilbert K. Chesterton.

La teoria del movimento liquido √© suggestiva, e pu√≤ sedurre gli esteti del casotto, i neo-soreliani digitali e altri¬†rebels without a cause sedotti dalla visione di Fight Club o dalla lettura di Invisibles di Grant Morrison.¬†Tuttavia credere che questa folla disordinata possa¬†sviluppare un’intelligenza collettiva √© probabilmente un fantasia derivante dalla lettura sotto acidi della¬†Teoria generale dei sistemi di¬†Bertalanffy, o dalla propensione quasi religiosa a credere che uno Spirito possa “ispirare”¬†il movimento.¬†Nella pratica, √© probabile che gli attivisti si stanchino di questa confusione e scelgano di entrare in strutture organizzate, meno sensibili alle infiltrazioni, pi√Ļ efficaci insomma al fine di ottenere risultati concreti. Alcuni, stufi di sentirsi rinfacciare che la maschera di Guy Fawkes gliela vende la Warner, prenderanno a indossare altre maschere, o passamontagna, calze, mutande.

Ogni volta che un ragazzino sigilla una bravata con il marchio di V for Vendetta,¬†gli Anonymous devono sentirsi come Veltroni quel giorno in cui Massimo Calearo pass√≤ al gruppo misto. Il problema √© che nomi come “democratici”, “indignati” o “anonimi” non aiutano a circoscrivere un’identit√†. E se¬†una certa misura di vaghezza √© fondamentale per costruire enunciati e simboli nei quali possano riconoscersi sensibilit√† differenti, c’√® comunque un limite alla cardinalit√† di un insieme politico (ovvero al numero di elementi che lo compongono). La questione allora non √© nemmeno di giudicare se la filosofia di Anonymous sia coerente ma di stabilire come, di fatto, Anonymous possa logicamente esistere.

Di che cosa Anonymous √© il nome? Di varie cose.¬†Di un meme appunto, di una moda, come i jeans strappati e le pettinature emo. Ovviamente non pu√≤ esistere nessun comitato centrale dei jeans strappati e delle pettinature emo, nessun sigillo di ceralacca che ufficializza i jeans strappati correttamente, nessun concilio ecumenico che legifera in materia denimologica. Ogni persona con i jeans strappati risponde solo dei suoi jeans strappati. Ma Anonymous √© anche il nome di una costellazione di persone che tramano assieme, si scambiano informazioni, codici, obiettivi, e localmente provano a darsi coerenza e disciplina. Per non parlare di quelli che fondano blog ufficiali: speriamo che abbiano riempito tutti i moduli.¬†Il paradosso del movimento liquido sta tutto nell’oscillazione tra meme e costellazione, spontaneismo e organizzazione, centro e periferia — e alla fine, esistenza e inesistenza.

Un regime di esistenza “debole” caratterizza la maggior parte degli oggetti sociali e degli aggregati politici. Esiste l’Italia? E l’Europa? E il Tibet, la Macedonia, la Transnistria, l’Abcasia? Sono soprattutto le organizzazioni clandestine, in maniera programmatica, a porsi in uno stato d’indeterminatezza ontologica al fine di sfuggire al controllo e alle sanzioni. Il termine “clandestino“, in effetti, indica proprio il carattere¬†non-iscritto di un oggetto sociale (con buona pace di Maurizio Ferraris secondo cui la documentalit√† √© la propriet√† sostanziale degli oggetti sociali). In termini ontologici e filologici, i paradossi di Anonymous non sono molto diversi da quelli che pone un’organizzazione come¬†Al Qaeda.

Suscit√≤ un piccolo scandalo Armando Spataro, il capo dell’antiterrorismo della Procura di Milano, quando un anno fa dichiar√≤ che “Al Qaeda non esiste”. Secondo Spataro, “Esistono dei gruppi che si formano e si uniscono”, e niente pi√Ļ. D’altronde √© noto che il termine arabo significa semplicemente base, nel senso di database: una lista di nomi, un annuario di ceffi con le barbe lunghe e le facce cattive.¬†Se altri tuttavia affermano che Al Qaeda¬†esiste, √© perch√© si rilevano dei movimenti non-aleatori di capitale, informazione e persone, riconducibili a una struttura organizzata sebbene decentrata. Soprattutto, l’inesistente Al Qaeda √© in grado di emanare¬†un certo numero di¬†atti ufficiali, i comunicati di Osama Bin Laden e dei suoi colonnelli.¬†Al di l√† delle “fonti autenticate” (i leader riconosciuti e riconoscibili) √© peraltro possibile che viga una certa confusione, e per questo resta difficile attribuire certi atti ad Al Qaeda.

Potremmo dire insomma che l’esistenza di un’entit√† √© determinata dallo sviluppo di una facolt√† che gli permetta di produrre atti¬†autentici, distinti dagli atti inautentici che le possono essere attribuiti. √ą possibile distinguere concettualmente, e giuridicamente, un comunicato originale delle Brigate Rosse da un apocrifo, come¬†il famoso¬†comunicato del Lago della Duchessa. Pi√Ļ difficile quando si parla di associazione mafiosa.¬†E per Anonymous? √ą evidente che stanno combattendo due forze opposte, una centripeta e una centrifuga, una che lavora alla costituzione di un gruppo vero e proprio, l’altra che procede verso il disordine puro. Aspettando l’implosione, Anonymous continuer√† a emanare messaggi contraddittori in un regime d’apocrifia incontrollata. Per ora la linea sembra essere: tutti siamo anonimi, ma alcuni sono un po’ pi√Ļ anonimi degli altri.



La santa Inquisizione

Nel suo Babbo Natale, Ges√Ļ adulto. In cosa crede chi crede? (2007) il filosofo Maurizio Ferraris proponeva di aspettare i cattolici fuori dalle chiese per sottoporli a dei test di catechismo. L’esperimento avrebbe dimostrato che i credenti nemmeno sanno ci√≤ in cui credono: e cos√¨ Ferraris avrebbe provato qualcosa, ma non ricordo cosa.¬†L’Unione Atei Agnostici Razionalisti non si √® lasciata scappare questa bella idea, e ha lanciato (sotto mentite spoglie) il sito “Quanto sei cattolico?” al fine di aprire gli occhi a tutti coloro che si professano cattolici ma potrebbero scoprire di essere protestanti, spiritualisti o addirittura increduli. Al termine del test, coloro che avessero sbagliato fede vengono gentilmente accompagnati verso l’uscita.

Confesso che sarei curioso di sapere quanti credenti si possono “convertire”, o solo far vacillare, con questo stratagemma. Perch√© naturalmente molti di loro non passerebbero il test,¬†proprio come Ferraris, che pure “crede” nella medicina occidentale, ma non passerebbe un esame di farmacia. Qualche tempo fa, Ivo Silvestro segnalava l’esito catastrofico di un sondaggio sulla conoscenza della religione. Il punto √® che al cattolico non √® richiesto di conoscere per filo e per segno il catechismo: per quello esistono i dottori (proprio come per il mal di denti). L’idea che il cattolicesimo si possa misurare con un test √® una forma aggiornata di gnosticismo, perch√© suggerisce che possono essere salvati solo coloro che “conoscono”. E invece per essere salvati nella dottrina cristiana basta poco: qualche parola, qualche gesto, qualche abitudine. Beati coloro che sbagliano i test dell’UAAR, perch√© loro √® il regno dei cieli. Il cattolico √® piuttosto colui che si rivolge alla Chiesa per conoscere, qualora si pongano, le risposte a certe domande.

Per√≤ molte di queste domande nessuno le pone pi√Ļ. Sono l’eco di conflitti storicamente situati, di cui il catechismo conserva le tracce sbiadite. In fondo che importa, oggi, sapere se il Padre e il Figlio hanno una oppure due volont√†? Sono passati i tempi dell’Inquisizione, e il cattolico contemporaneo pu√≤ permettersi il brivido di qualche piccola eresia “scaduta”, senza nulla temere. A parte l’anatema dell’UAAR…



in cosa crede Ferraris?

Nel suo ultimo libricino, Maurizio Ferraris pone una domanda pertinente: in cosa crede chi crede? La mette proprio in termine di Bedeutung: a quale insieme di entit√† extralinguistiche si riferisce la credenza dei cristiani? E mi sembra anche pertinente, a grandi linee, la risposta negativa dalla quale inizia la sua indagine: chi crede, non crede certo nella totalit√† delle dottrine che la Chiesa cattolica fissa come soglia della credenza. E magari non crede nemmeno in una minima parte di queste credenze. Ma senza esagerare: sar√† vero che i cristiani non credono nella risurrezione? Non ne sarei cos√¨ certo. Pu√≤ darsi invece chi i cristiani che credono alla risurrezione siano semplicemente pochi. Ferraris preferisce ampliare l’estensione della classe impoverendone l’intensione: i cristiani sono tantissimi, sono dappertutto, ma non credono in nulla. Ferraris avr√† in mente i cristiani sbagliati, o qualche amico suo. Forse questi cristiani sbagliati sono la maggioranza di chi si professa cristiano; chi lo fa per inerzia o per attaccamento alle consuetudini, chi per sentirsi pi√Ļ buono o pi√Ļ bello. Ma come Ferraris pure ha modo d’intuire, non esiste fede cristiana senza risurrezione, e questo dovrebbe chiudere la questione. E allora di chi sta parlando Ferraris? Dei numerosissimi cattolici non praticanti? O degli atei devoti? O come suggerisce qualche recensione, di Gianni Vattimo?

Per costruire il suo cristiano ideale (che non crede in nulla), Ferraris parte da una premessa erronea e molto diffusa: l’idea che, oggigiorno, non si possa pi√Ļ credere davvero alla risurrezione. Lui almeno non ci crede, che qualcuno ci possa credere. Lo esclude in partenza. Come se venti secoli fa la risurrezione di un uomo fosse stata una credenza meno assurda. Come se il progresso della scienza c’entrasse qualcosa. Ma venti secoli fa la scienza era abbastanza progredita (non ci vuole molto) per non prevedere la risurrezione, e considerava i cristiani dei pazzi superstiziosi. Non √® cambiato molto, e non sar√† certo la fisica quantistica (a proposito, Ferraris “ci crede” nella fisica quantistica?) a rendere meno plausibile la risurrezione di quanto gi√† non fosse. Anzi. Ci sono ragioni consistenti per credere che il cristianesimo sia pi√Ļ accettabile oggi di quanto non lo fosse ai tempi di Porfirio. Una su tutte: il relativismo. Se tutto fa brodo, perch√© non la risurrezione?

Il ripiego cattolico sull’etica non √® quindi per forza una ritirata strategica; ma forse un’offensiva. Invece Ferraris si abbandona alla nostalgia, alla tenerezza. Ah, la Chiesa filosofica di una volta, che si occupava di teologia e non di prosaiche questioni morali. Ma di quale Chiesa parla precisamente? Di quella che gestiva i registri dei battesimi, come ricorda Voltaire? Di quella “psicanalitica” delle confessioni, da sempre presa a regolamentare la sessualit√†, come ricorda Foucault? Non si sa bene. Per Ferraris non ci sono pi√Ļ i cristiani di una volta. Che belle le dispute trinitarie, quante risate a Nicea, e adesso invece che noia sempre a parlare di PACS ed eutanasia. Eppure gli Atti degli Apostoli non consegnavano dottrine cristologiche, ma modelli morali, sociali, sessuali. Poco altro si trover√† nella letteratura cristiana dei primi due secoli: e allora che fa Ferraris, prende la parte del conciliarismo? Conviene?

Ecco allora l’immagine idilliaca di un cristianesimo pre-moderno (e post-antico, insomma: medievale): ogni cristiano conosceva la Bibbia a memoria (a noi risultava che la Bibbia sia stata attentamente “occultata” alla lettura fino all’Ottocento) e discettava di teologia. Pi√Ļ credibilmente, se oggi chi crede non sa in cosa crede, nel passato lo sapeva ancora meno. E se oggi non √® questa la cosa interessante non lo era nemmeno allora. E se gli albigesi si facevano ammazzare, e se li ammazzavano, non era certo per il sesso degli angeli, ma per questioni eminentemente politiche.

Infine: ma che problema √® se il cristiano non crede in tutto ci√≤ che la Chiesa ha stabilito che lui debba credere? Forse che chi dichiara di credere nella visione scientifica del mondo conosce perfettamente le leggi della Fisica? Se per essere cristiani si dovesse avere frequentato il seminario, imparato a memoria e compreso il catechismo, per essere moderni dovremmo tutti essere dei ricercatori del CERN. Qualcuno dovrebbe aspettare Ferraris fuori dall’universit√† e fargli uno di quei test spiritosi che lui propone di fare fuori dalle chiese, con domande di (chess√≤) chimica: le azzeccherebbe tutte? Probabilmente No. Ma questo che importa? Ferraris non conosce la composizione delle medicine che assume, n√© la storia dei loro effetti sull’organismo. Ma si fida. Ci crede. Talvolta ciecamente. In cosa crede allora, Ferraris? Nel suo medico. Un po’ come il cattolico che, pure ignorante di questioni teologiche, crede nel Papa e nella Chiesa (e, sulla fiducia e in potenza, in tutto ci√≤ che che la Chiesa ha stabilito necessario credere).