Max Weber nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Keynes è morto

Oggi siamo costretti a dare contemporaneamente ragione ai keynesiani che ci ripetono che l’austerità sta distruggendo l’Europa e ai contabili che ci segnalano che non è più possibile continuare a indebitarsi. Seguendo la via dei contabili ci rassegniamo alla catastrofe. Dando ascolto ai keynesiani, invece, potremmo rimandarla. Ma di quanto? Sappiamo come rispondeva John Maynard Keynes a chi gli chiedeva della sostenibilità a lungo termine della sua dottrina economica: «Il lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti. A lungo termine siamo tutti morti». Tenendo conto del fatto che effettivamente Keynes è morto nel 1946, viene il sospetto che stiamo vivendo da oltre mezzo secolo nel lungo termine della sua teoria.

Per decenni abbiamo forzato i limiti dello sviluppo, drogando la domanda perché corrispondesse all’offerta, accumulando in questo modo un debito impressionante. Keynes è morto, e anche noi non ci sentiamo molto bene. La garanzia è scaduta e i nodi sono venuti al pettine: spesa colossale, indebitamento fuori controllo, consumismo, inquinamento, tecnocrazia, politiche imperialiste di espansione. La soluzione? Più spesa, più debiti, più bisogni indotti, più inquinamento, più burocrati ed eventualmente più guerre. Keynes scaccia Keynes.

D’altronde non si vede all’orizzonte nessuna soluzione migliore: meglio chiamare il servizio assistenza e tentare di riparare la macchina inceppata, provando a convincere qualcuno con un ultimo grande bluff. E lo staremmo già facendo, se soltanto fossimo riusciti a convincere qualcuno. Il caso dell’Italia, con il suo famigerato spread, è in ciò paradigmatico. I tassi d’interesse applicati ai suoi titoli di stato rispecchiano la sfiducia crescente degli investitori sul ritorno delle navi in porto. Se queste sono le condizioni, come si giustifica l’opportunità di un ulteriore prestito? Forse evocando i «muti sguardi d’amore» di Porzia e la sua immensa ricchezza, ovvero un improbabile jackpot alla portata di chi continua a spendere. Ma così la teoria dei keynesiani comincia ad assomigliare a un’antica religione pagana.

Molte critiche che vengono oggi rivolte al sistema cosiddetto capitalista potrebbero essere direttamente attribuite al paradigma keynesiano, come disperato correttivo delle contraddizioni del capitalismo, vero e proprio quadro generale nel quale trovano spazio anche le deregolamentazioni cosiddette neoliberiste. In cosa consista questo paradigma è presto detto. Keynes rompe con il capitalismo protestante descritto da Max Weber, caratterizzato dall’accumulazione e dalla ritenzione del Capitale, e promuove un nuovo tipo di economia fondata sulla spesa e sul consumo. Secondo Keynes, il risparmio delle famiglie e delle imprese è strutturalmente eccessivo ed è necessario stimolare artificialmente la domanda (anche per mezzo di debiti) al fine di stimolare la crescita. Se la ricchezza è una grossa ciambella, che senso ha tenerla da parte? Bisogna mangiarla tutta. E poi procurarsi un’altra ciambella. Sebbene non sia certo attribuibile ai discepoli di Keynes la deregolamentazione del mercato finanziario che ha portato alla bolla immobiliare, ma anzi ai suoi presunti avversari neoliberisti, è pur vero che l’intero sistema era precariamente fondato sull’illusione — keynesiana — di una domanda e di una crescita che si sarebbero alimentate a vicenda dal nulla, all’infinito. Che, tradotto dal keynesese, come sappiamo significa «finché dura».

Al di là delle questioni di teoria economica, si capisce che la rivoluzione keynesiana è innanzitutto un’epocale trasformazione ideologica. Keynes condanna la «grande congiura» del risparmio, questo «vizio pubblico» causato dalla virtù privata, considerando che una «cronica e tendenziale propensione al risparmio» caratterizza «tutta la Storia umana». La rivoluzione keynesiana si articola nel pensiero del ventesimo secolo seguendo due strade, solo in apparenza conflittuali: la prima mercatista-liberale e la seconda socialista-libertaria. Una vera e propria convergenza «liberale-libertaria», come scrisse Michel Clouscard per definire questo processo di estensione indefinita del mercato e di sollecitazione massiccia della domanda. Una rivoluzione dei costumi cui hanno contributo in ugual modo la propaganda pubblicitaria e la filosofia dei maîtres à penser della sinistra sessantottina, insegnando a «vivere senza tempi morti e godere senza limiti». Le nostre navi non avrebbero retto le onde, ma questo non era certo un problema loro. E così ci siamo indebitati fino al collo, perché ogni cosa ci sembrava necessaria, e in effetti lo era: necessaria e bella, anche se non ce la potevamo permettere — proprio come Porzia.

Nel Mercante di Venezia si capisce che il primo motore della sequenza tragica non è certo l’avidità di Shylock, semplice pretesto drammaturgico, bensì l’incontinenza di Bassanio e di Antonio, la loro incapacità di adattare le loro aspirazioni alle loro risorse. Il primo che accumula debiti e il secondo che lo foraggia senza controllo. E infatti quando Shylock trascina il mercante in tribunale per ottenere la propria libbra di carne, i giudici non trovano argomenti contro l’usuraio: Antonio ha controfirmato il contratto e accettato il rischio.

Simile al processo che oppone Antonio e Shylock sembra il dibattito contemporaneo sulla questione di chi debba «pagare la crisi». I creditori vogliono recuperare il loro prestito e i loro interessi. Ma i debitori, colpo di scena, sostengono di essere stati raggirati. Il debito che hanno contratto potrebbe essere illegittimo ovvero, come si dice in diritto internazionale, «odioso». Certo il prestito è stato formalmente accettato. Ma a che condizioni? Con quali margini di libertà? Celando quali informazioni fondamentali? Alcuni movimenti propongono oggi di rifiutare il debito, integralmente o in parte, denunciando una truffa ai danni del popolo. Secondo questa prospettiva, il debito avrebbe preso il posto del salario come forma principale dell’asservimento degli individui al capitale, nonché come strumento di governance geopolitica mondiale — il debito come nuovo contratto sociale che fonda una società iniqua e oscena. La verità tuttavia è che questa grande illusione collettiva è stata alimentata da più parti, e sembra davvero troppo facile pretendere di non avere mai voluto quel credito sul quale le economie occidentali vivono da venti o trent’anni.

Eppure come mi fa notare acutamente la blogger Olympe de Gouges sarebbe sbagliato, fuori dalla commedia shakesperiana, attribuire all’incontinenza degli uomini la responsabilità di una crisi strutturale. Se Antonio e Bassanio s’indebitano, è perché non possono fare altro. E se il correttivo keynesiano ha avuto tanto successo, è perché si trattava l’unico modo di rimandare il collasso, già previsto in agenda, dell’economia capitalista. Nella finzione di Shakespeare, una sofisticata arguzia giuridica salverà l’incauto debitore dal suo tragico destino, permettendo alla tragedia di finire in commedia. Questo salvataggio artificioso, dovuto all’intervento di Porzia, non deve tuttavia ingannare lo spettatore, che ha potuto assistere a un’illustrazione edificante dei rischi del vivere a credito. E nella realtà? Oggi ci resta da scegliere a che data fissare l’appuntamento con la catastrofe. Ma vediamo il lato positivo: a lungo termine siamo tutti morti. (continua)



Back to Weber

Finalmente Max Weber torna di moda: è partito il dibattito sul rapporto tra protestantesimo e spread. L’attuale crisi economica confermerebbe la tesi, enunciata dal sociologo tedesco ne L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, secondo cui l’accumulazione del capitale a partire dal Cinquecento in Occidente sarebbe vincolata a una certa concezione calvinista del lavoro. La fede cattolica, ne deducono alcuni commentatori, giustificherebbe allora la propensione dei popoli mediterranei allo spreco. Come scrive Gianluca Briguglia si tratta di un’ipotesi “del tutto generica e caricaturale” e per questo motivo, aggiungo io, va presa sul serio.

Innanzitutto va presa sul serio la domanda retorica che Briguglia avanza:

Caricatura per caricatura, se fosse questa visione del peccato, che non ammette mediazioni, riparazioni, intercessioni, interventi dell’istituzione, a impedire alla Germania di vedere che con il peccatore si negozia e lo si salva e ci si salva insieme a lui, attraverso l’istituzione?

Questo è esatto, ma implica ancora una cosa: forse è piuttosto la visione cattolica che impedisce di vedere che le regole non sono fatte per essere accomodate, come in un racconto di Sciascia. Non sono proprio le continue “mediazioni, riparazioni e intercessioni” ad avvelenare la nostra società? Sul moderno mercato delle indulgenze, oggi ancora si scambiano raccomandazioni e buone parole, spintarelle e consigli, arrangiamenti, suppliche e qualche cannolo. Il nostro Dio non fa grazie ma favori. E la Chiesa di Roma — proprio come lo Stato Italiano — sembra strutturata soprattutto per erogarli e farli circolare.

Da questo punto di vista, un pizzico di etica protestante potrebbe essere un ottimo rimedio ai mali che affliggono le nostre istituzioni e la nostra economia.

Ma c’entra sul serio la teologia? Probabilmente no. Weber d’altronde non ci parla davvero della religione protestante. Piuttosto descrive, con il linguaggio del protestantesimo, una certa fase del capitalismo. Avrebbe forse potuto fare la stessa identica cosa con il linguaggio del confucianesimo, cui oggi ricorrono i cinesi per esprimere la loro etica del lavoro a fronte dell’Occidente consumista. Dunque non si tratta di credere in una corrispondenza ingenua tra dottrina (protestante) e pratica (capitalista): di regola, le dottrine sono semplici “nasi di cera” che la pratica piega, incurva e flette. Filosofi e sociologi sono abilissimi nella lavorazione di questa poltiglia cartilaginea; la quale può prendere, alla fine, qualsiasi forma. Quello che conta tuttavia è il risultato della sintesi weberiana: ovvero la formulazione di un paradigma adatto a definire ciò che il capitalismo era ai suoi tempi e che oggi non è più.

Nella fase “protestante” il capitalismo era caratterizzato dal culto del lavoro, dall’accumulazione del capitale e dalla reticenza al consumo. Questa moralità era adatta alla produzione di ricchezza ma, nello stesso tempo, inibiva la circolazione del capitale. I protestanti sembravano sordi alla lezione di Bernard de Mandeville, che nella Favola delle Api aveva illustrato l’impatto positivo del vizio privato sul benessere pubblico: “Occorre che esistano la frode, il lusso e la vanità, se noi vogliamo fruirne i frutti”. Altrimenti, per eccesso di virtù e difetto di domanda, la società si trasforma in un “alveare scontento”, dal titolo originale della Favola. Anteponendo la domanda all’offerta, il vizio alla virtù, il consumatore al produttore, lo spreco al risparmio, il calvinista Mandeville aveva formulato una teoria economica del tutto incompatibile con l’etica protestante.

La liquidazione dei valori “borghesi” del capitalismo protestante fu il grande cantiere ideologico del Novecento. La deregulation commerciale e finanziaria doveva avere una base filosofica, un “nuovo spirito del capitalismo”. Vi contribuirono autori disparati come Bataille, Keynes e Debord. Georges Bataille fondò una religione dello spreco, John Maynard Keynes denunciò la millenaria congiura del risparmio e Guy Debord prescrisse l’obbligo di non lavorare mai. La graduale rimozione dell’elemento protestante sembrò sanare il capitalismo dalla sua più temibile contraddizione — la tendenza alla sovrapproduzione — e assicurò qualche decennio di crescita economica. Il consumatore divenne la principale materia prima del processo di riproduzione del capitale. Lo Stato, inteso come gigantesca macchina per sperperare l’eccedente, divenne un ingranaggio essenziale della nuova macchina capitalista. Lo sviluppo ipertrofico dei suoi apparati finì per riprodurre con esattezza la struttura burocratica della teologia cattolica. Alla fine, quando fu chiaro che non vi era più nessuno per assorbire l’eccedente, riemerse l’antica contraddizione: e crollò ogni cosa. E se fosse giunto il tempo di una nuova Riforma?